INTERVISTA AD ALESSANDRO ANSUINI
1. Ciao Alessandro, pagare per pubblicare:
perché?
Vanità delle
vanità, tutto è vanità. Per cos’altro si pubblicano i libri? Alcuni hanno anche
la pretesa pedagogica o sociale, quelli sono i peggiori, ma mentono. Quando
pubblicai, pagando, “Ronde de la nuit”, mi ero convinto che lo facevo per scopo
divulgativo, per darmi un tono professionale, ti faccio un esempio: i gruppi
emergenti di solito realizzano delle demo, pagando, in veri studi di
registrazione, per poi poter mandare alle grandi etichette un prodotto già
abbastanza buono. Con “Ronde de la nuit” mi dissi che applicavo lo stesso
concetto, ma mentivo a me stesso. Vanità. Ora non lo rifarei, ma quel libro ha
cose buone.
2. Sei passato da una prima esperienza di un
libro pubblicato, poi hai capito che non era la via giusta, però senti comunque
la necessità di far leggere le tue cose… quanto è importante farti leggere,
ritagliarti uno spazio?
Non gli do tutta questa
importanza, credimi. Ora mi muovo su due fronti, quello live, dell’esibizione,
insieme agli Einsturzende Camera, in cui do sfogo a tutta la mia vanità, e
quello letterario, che invece nasce con presupposti diversi e addirittura non
ha bisogno di lettori, per come viene fuori.
3. Come è nato il vizio per la
scrittura?
Non è un vizio, è una
malattia. Come ti viene la tubercolosi? Ti viene e basta, ci eri predisposto,
eri cagionevole.
4. Fai il portiere… questo si
concilia con lo scrivere?
Molto, sì. Persone che girano, nomi,
discussioni, profumi, miss Italia, tacchi, tedeschi calvi, profumo di pane al
mattino, room service, avvocati che
tradiscono le mogli, persone che si strozzano, vecchie con una pelliccia
d’ermellino che inciampano, ragazzini che chiedono se viene l’Inter, tempo per
scrivere.
5. Su “Le Illuminazioni”, c’è
questo portiere che risponde con distacco all’uomo che gli si rivolge, non
vuole compagnia e risponde in modo secco ma educato solo perché è lì a fare il
suo lavoro, ma non vuole niente di più, non si fa domande sul suo lavoro, “è un
lavoro”, dice. E non vuole compagnia, non gli importa niente di parlare.
Questo portiere apre e chiude il libro, alla fine rivela una personalità
fragile e comune. Anche chi si crede diverso è inghiottito dalla società, è
questo che volevi esprimere attraverso questo personaggio?
Sarò onesto, non voglio mai
esprimere nulla di preciso con i personaggi. Quel portiere a volte sono io, a
volte no. Tu gli hai dato una bella interpretazione. La scrittura deve
suggerire luoghi immaginari dove ragionare, nulla di più. Non ti sposerai
leggendo un libro, né farai l’amore meglio, né dimagrirai, e nemmeno riderai,
come suggeriscono alcuni manuali molto in voga in questi anni.
6. Il modo in cui è
strutturato questo libro mi ha fatto subito pensare ad una sceneggiatura, la
tua scrittura sembra effettivamente contaminata dalle immagini, sei d’accordo?
Se ci ragioni, tutti pensiamo
per immagini, mica per concetti, o parole. La mente è una nebulosa dove si
susseguono immagini. E io di quelle scrivo, badando di essere il meno banale
possibile. Si può essere tutto, ma per favore, cerchiamo di sforzarci di non
essere banali.
7. Blo ha questa ossessione per le
donne, ma le vuole mute, buone, senza braccia, senza gambe, lisce, perfette,
non ama essere contraddetto, questo personaggio per quanto surreale nasconde
una psicologia in un certo senso collettiva che si lega ad una difficoltà nei
rapporti interpersonali…
Difficoltà? Prova a
esprimere un concetto rivolgendoti a dieci persone e poi faglielo scrivere.
Avrai dieci concetti diversi. La comunicazione è un dogma della nostra società,
come il tempo. Nessuno conosce nessun altro, no? Io dico che ci si fraintende
amorevolmente, e questo mi basta.
8. Hai
definito “Le Illuminazioni” come una sperimentazione divertente, ma secondo me
la tua scrittura è anche piuttosto forte e dura…
Immagino di sì, perché non
scrivo per intrattenere, anche quando scrivo una cosa abbastanza divertente, a
mio modo di vedere, come le illuminazioni. Già il titolo, che va a parodiare le
ben più note illuminazioni di Rimbaud, dovrebbe far capire il tono del libro.
In ogni caso ciò che risulta da una scrittura, da ogni tipo di scrittura, è una
prospettiva della società, in questo caso la mia prospettiva. E la società non
è molto divertente, semmai grottesca.
9. Quest’anno
non vanno più di moda gli orologi, non li porta più nessuno, ma vengono usati
tronchi umani che non fanno altro che contare i secondi e ti sanno dire l’ora
esattamente, un modo precisissimo. Però…
del giorno o della sera? Confondere il giorno con la notte è una delle
caratteristiche di questi personaggi. Forse perché non conta che sia giorno che
sia notte, non fa differenza, siamo comunque “morti”?
La domanda, “Ma che ore
sono?” e la successiva domanda, dopo aver ascoltato la risposta, “Ma di giorno
o di sera” è una scena dello specchio di Tarkowski, mentre dialoga con la madre
al telefono, e la uso, decontestualizzandola, per far apparire poco importante
la dimensione temporale. Non considerando io il tempo nel modo in cui lo
considerate voi, ossia come uno scorrere, quando scrivo l’idea di successione
di attimi che è nel modo comune di pensare non mi appartiene, quindi, quando si
legge qualcosa di mio, bisognerebbe dimenticarsi del tempo. Tutto è fermo, vi
hanno mentito. Siamo pigmenti su un quadro, non un fiume che scorre.
10. Bukowski in una sua poesia
ha scritto: “La gente è strana: si infastidisce sempre per/ cose banali, / e
poi dei problemi gravi / come / il totale spreco della propria esistenza, /
sembra accorgersene a / stento…”. Scrivere per te è il modo per non
sentire di sprecare la tua esistenza? Come ti senti dopo aver scritto?
Mi sento bene mentre scrivo. Mentre.
Dopo non me ne frega già più niente, poiché entra in gioco la componente
vanità, io ho scritto questo, io ho fatto quello. A me aspetta sempre una
pagina bianca, ogni giorno, questo è il mio problema. Prima e dopo sto male,
sono nervoso. Mentre scrivo, invece, sono.
11. Il libro che più ti ha
impressionato fra quelli che hai letto ultimamente? E il film che non ti
annoieresti mai di vedere e rivedere?
Impressionato? “Ada” di Vladimir Nabokov, ma l’ho letto
cinque anni fa. Dopo quello, il vuoto, nulla
m’impressiona più. Il film che non mi stancherei mai di vedere è “Cose
Molto Cattive”.
12. Smith & Laforgue Indipendent
Press, basta un po’ di filo, essere
capaci un minimo ad usare word, un cartoncino da ritagliare, delle foto e poco
altro. Libri fatti in casa, confezionati a mano uno ad
uno… com’è nata questa idea? Parlaci delle prossime produzioni che vuoi fare,
degli autori che hai prodotto…
Perdona, il poco altro
dovrebbero essere poesie o prosa di qualità. Se scrivi benissimo, in maniera
stravagante, nessuno ti pubblica. Quindi, se sei uno scrittore normale, se vuoi
il tuo libro nelle librerie, se vuoi chiamare gli amici per dirgli quanto ti
sei emozionato vedendo il tuo libro in vetrina, se vuoi firmare autografi con
una penna d’oro che ti hanno regalato, cercati un editore. La Smith &
Laforgue è un’idea dinamica, che chiede a chi scrive di farsi artigiano e
promotore di se stesso. Non solo devi farti i libri, ma devi anche andarteli a
vendere, portando le tue parole direttamente in mano ai lettori. L’idea me la diede
Mauro Mazzetti, che già lo faceva per conto suo, e continua a farlo
splendidamente, con i Figli belli. Io ho solo preso l’idea e l’ho modificata
tralasciando molto il ruolo dell’editore e focalizzando quello di
autore/artigiano. Non potendo pagare diritti d’autore, non mi prendo in carico
libri di altri. Se diventi autore S&L io ti spedisco quattro libri già
fatti, una matrice per farti le fotocopie, e il manuale d’istruzione per farti
i libri da solo. Mi limito ad organizzare i reading,
dopo questo. In sei mesi di Smith & Laforgue ho tirato, con calma, 363
libri. Gli autori al momento sono, oltre a me, Rossella Dimichina, Flavio
Toccafondi, Antonio Koch, Mauro Mazzetti, Francesco Ghezzi, Kira A, Enrico Masi
e Rosamaria Caputi. Autori che, credimi, in librería non li trovi, e spero non
li troverai mai, ma questo saranno loro a deciderlo.
La S&L non vincola
nessuno. Ti aiuta solo a fare un prodotto buono, a poco prezzo, che poi puoi
utilizzare come preferisci, anche spedirlo alle case editrici ufficiali per fare
bella figura, un po’ il concetto della demo che ti spiegavo all’inizio. Per
questo tendo a non allargare il numero degli autori, a meno di casi
eccezionali, semmai li incoraggio a farsi i libri da soli. I libri della
S&L sono uno diverso dall’altro, si acquistano ai reading o sul blog per offerta libera, sono neri, con le scritte
rosse in dymo, e rientrano a tutti
gli effetti nel prodotto artigianale.
Non è roba per scrittori,
ma per maniaci.
13. Organizzi reading letterari presso la Torre del Popolo Armando Orzi, a Bologna. Come hai
ottenuto questo spazio e qual è la storia di questo posto? Sembra una ex scuola
elementare…
Ho conosciuto i ragazzi dell’associazione in un’osteria in Piazza a
Bazzano, e loro mi hanno parlato di questo spazio, che purtroppo non riuscivano
a sfruttare come avrebbero voluto, anche se già proiettavano film e tenevano
concerti. Io ho semplicemente dato il mio apporto in termini letterari,
all’inizio, organizzando letture, mie o di autori che conoscevo. È molto
difficile organizzare qualcosa in provincia e senza soldi. Ma abbiamo
perseverato, sono nate nuove idee, come gli Einsturzende Camera, che già
esistevano ma che hanno acquistato un’aria nuova, più spaziosa, tanto che ora
la nostra carovana che si sposta nei locali di Bologna offre musica dalla
classica alla sperimentale, suonata dal vivo, reading sonori, ambientazioni,
diapositive, immagini, body art e quant’altro. E il comune si è accorto di noi,
tanto da offrirci la possibilità di tenere degli happenings nella Rocca Medioevale, con un’ambientazione davvero
suggestiva.
In conclusione: il posto, le serate, è frutto solo buona volontà dei
ragazzi che ci lavorano dentro, che ci si divertono, che ci dedicano il loro
tempo e che ci riversano la loro arte.
14. Secondo me i libri sono
trattati da prosciutti, e gli editori cercano personaggi e non autori…
Se io fossi il direttore editoriale di una grossa casa editrice, dovrei
portare dei numeri soddisfacenti al mio superiore. Mi pagherebbero per quello,
percentuali di vendita. Non è colpa loro, non tutta, è il mercato che chiede
grossi numeri. E per fare grossi numeri ci vogliono grossi nomi, anche non
attinenti alla scrittura. Per questo anche Britney Spears ha fatto un libro.
Che tutto questo non c’entri nulla con l’editoria a progetto o con la
valorizzazione di talenti siamo tutti d’accordo. Ma tutto questo si può
eludere.
15. Ti piace di più scrivere
prose o poesie? Quali sono gli autori che maggiormente ti hanno
influenzato?
Non c’è differenza per me fra prosa o poesia, solo come lo vedi scritto
sulla carta, una volta che ascolti, per dire, tutto appare più sfumato. La mia
scrittura è sempre un ibrido. Per gli autori ti darò una risposta diversa dal
solito, che sono quelli ragionati, ossia Nabokov e Borges per la prosa e Rimbaud
ed Eliot per la poesia. In realtà, da adolescente, ho letto tutti gli autori
della beat generation, tutto Bukowski, Lovecraft, Fante, Dostoevskij, Carver,
Proust e Stephen King. Vuoi che se anche adesso non mi piacciono più granché
non abbiano in qualche modo influito? Io credo di sì.
16. Se dovessi dare un consiglio
ad un esordiente che si affaccia per la prima volta nel panorama dell’editoria,
cosa gli diresti?
Auguri. In fondo è una
questione di mentalità. Se quello che si affaccia nel
mondo della scrittura è un ambizioso, gli piace John Le Carrè, troverà il modo
di leccare i punti giusti. Se è un idealista cui piace Rimbaud invece consiglio
di farsi una casa editrice clandestina.
17. Cosa ne pensi di piccoli
editori a pagamento, agenzie letterarie e corsi di scrittura?
Parassiti che si nutrono della
vanità degli idioti. Parte della morbida macchina del mercato.
18. Un romano a Bologna… la
cosa che più ami e che più odi di queste due città.
Di Bologna amo la misura, la
dimensione, i portici quando piove e le persone; odio il clima, troppo caldo
d’estate e troppo freddo d’inverno. Di Roma amo tutto, fatta eccezione per le
sue dimensioni, per la difficoltà negli spostamenti, e per il fatto di non
avere una casa a Piazza di Spagna. Quando uno pensa roma di solito s’immagina a
vivere in Via Condotti, che scende le scale e si ferma a fare colazione a via
Nazionale, magari vicino alla gioielleria Ansuini. (esiste davvero, ma non sono
miei parenti). Invece il 90 per cento degli abitanti di Roma vivono in
periferia, che è uguale a tutte le periferie del mondo, con l’eccezione del
traffico amplificato delle metropoli, dell’inquinamento, della scarsezza dei
servizi quali poste, autobus, metrò e così via.
19. Ti è mai capitato che
qualcuno ti abbia consigliato di smettere di scrivere? Tu a quale scrittore
famoso lo consiglieresti?
Me stesso. Sai che Agota
Kristoff ha dichiarato che ha smesso? Grande personalità. Tutti dovrebbero
trovare il coraggio di smettere, anzi, dovrebbe essere naturale. Lo è quando hai
delle cose da dire, le dici, poi cerchi di dirle nel modo migliore possibile, e
una volta che l’hai fatto dovresti smettere. Ma quando tu dici scrittori, dici
vanitosi, che è un modo diverso di intendere la scrittura come la intendo io.
Ossia: senza nome dello scrittore sul libro.
20.
L’ispirazione… esiste davvero? Oppure scrivere è semplicemente prendere spunto
da altre cose?
Spender elencava i tre
principi del poeta: ispirazione, concentrazione e memoria. Schnitzler invece
diceva : continuità, intensità, coerenza. Secondo me esistono i ritmi, come in
ogni cosa. Ci sono momenti in cui sei mentalmente più lucido, più creativo, è
verificabile. Ecco, bisogna approfittare di quei momenti, e starsene buoni
quando vengono frasi alla Faletti.
21. Un
colore, un frutto, un cibo salato che ti piace.
Il Nero, la pesca, il salame.
22. Credi
in dio?
No.
23. Che
musica ascolti?
Tutta quella che non esce
dalle radio. Detesto le radio. Mi disse una volta Toccafondi: perché mai dovrei
lasciare che qualcun altro scelga la musica che voglio sentire? Sono capace di
scegliermela da solo. E io sono d’accordo con questo.
24. Tutti
almeno una volta nella vita hanno pensato al suicidio. Oppure
ad uccidere qualcuno… a chi taglieresti la lingua?
Non ho mai pensato al suicidio. Per suicidarti, immagino, devi avere una paura folle di qualcosa. Io non ho paura di niente, a parte il dolore, sono solo annoiato. Quindi non ne vale nemmeno la pena di suicidarsi, secondo me. Non taglierei la lingua a nessuno, se tagliassi la lingua al mio peggior nemico lui capirebbe l’importanza del silenzio e invece voglio che gli stupidi continuino a parlare, che siano simbolo di se stessi fino all’ultimo giorno della loro vita. Questa mi sembra una punizione.
07/03/05