INTERVISTA AD A GIANFRANCO FRANCHI
Gianfranco curatore ed
ideatore di Lankelot.com ha un modo di vedere il mondo
editoriale italiano che si avvicina molto al mio. Mi fa piacere che ci sia
qualcuno che non ha ancora gettato la spugna.
1. Ciao Gianfranco, per
rompere il ghiaccio, parlaci di www.lankelot.com ,
com'è nata l'idea di questo portale che, se ho ben capito, prima era un sito
personale e poi ha finito con l'accogliere il contributo di vari scrittori ?
Nasce da una visione. Ancora incompiuta e inespressa. Originariamente era il mio sito personale. Col passare del tempo, dapprima ha costituito il punto d'incontro tra le vecchie redazioni delle riviste universitarie di Roma III e di Trieste e i webwriters e i letterati che avevo conosciuto nel corso degli anni; quindi, a seguito d'una serie di fortuite coincidenze (leggi: spregiudicati atti di fede, istantanei e indecifrabili “riconoscimenti”, sogni e prodigi figli del tam-tam) ha conquistato la considerazione e la partecipazione di 120 artisti e intellettuali provenienti da tutta Italia, dalla Spagna e dagli Stati Uniti. Attendo a questo punto un inedito d'uno stravagante laterale, un singolare antropoide di Alpha Centauri, per dichiarare conclusa l'esperienza.
2. Pubblicare in Italia… cosa
significa? Quali sono le cose che più ti fanno detestare il mondo editoriale
italiano?
Detestare è un verbo che
preferirei adottare con moderazione. È un verbo degno d'un nemico, e un nemico
è una (leggendaria) creatura degna della massima considerazione (e destinataria
di una discreta e segreta adorazione, per via della sua sola esistenza). Sento
vivo dispiacere, e una punta (intinta nel curaro) di autentico malessere, nei
confronti delle strategie di controllo della distribuzione: quindi, nei
confronti dei tre grandi gruppi editoriali. Specialmente quando sono manovrati
da un gruppo industriale politicamente attivo ed influente. Ovviamente quando
sono traghettati dalla volgarità d'un'ideologia morta e troppo spesso
riesumata, e ancora – paradossalmente – riconosciuta dall'arco costituzionale
italiano.
Disprezzo, al contempo, la mediocrità d'una piccola e media editoria incapace
di fare fronte contro il sistema: estranea ai gemellaggi e alle alleanze, in
onore a una competizione e a una livorosa rivalità che uccide solo i propri
simili, e avvantaggia pescicani rossi e blu (nuotano in Stile Libero – facile
riconoscerli).
In Italia esiste – riconosciamolo – un fenomeno editoriale degno di dedizione e
venerazione. Adelphi di Calasso, ovviamente. Basta pensare a Morselli, Shiel,
Borges, Colonna e Kundera per averne conferma. Solo qualche nome per non
sentire nostalgia eccessiva, e non tornare subito alla scrivania.
A seguire, Iperborea e – potenzialmente: è solo un auspicio – Alet. Senza
dimenticare il miracolo Nothomb di Voland. Il resto è tipografia, o dedizione
all'ideologia, o mercificazione dell'ingenuità degli esordienti, o conato
catodico, o astuto ed esotico fumo stars & stripes (o anglo-stars &
stripes) negli occhi. Con episodici e fortunosi rovesci della sorte.
3. C'è chi sostiene che i
libri sono solo marketing, quindi non conta il talento di uno scrittore, come è
scritto un libro, se è valido o no… ma solo saperlo promuovere e vendere. Sei
d'accordo? Come pensi sia possibile uscire fuori da questo circolo che sta
mandando a morte la letteratura?
Invitando gli editori a ricordare
che per vivere molto decorosamente non serve guadagnare più di duemila euro al
mese. Combattendo nel nome d'una rivoluzione culturale (etica ed estetica),
fronteggiando con aggressività certi sciacalli che farneticano nei (o
direzionano i) media, restituendo agli individui la coscienza che senza aver
letto, o senza saper leggere, è immorale e arrogante scrivere. Ghettizzando chi
si rifugia in certa scrittura di genere: perché di gialli & noir è
ormai pacifico averne le palle piene. È imitatio cum variatione , non
sperimentazione e ricerca. Cristallizzazione del niente, non evoluzione della
ricerca.
È possibile uscirne regalando alla nazione quel che non ha avuto mai: ossia un
movimento di artisti e intellettuali estranei alle tessere di partito e
insensibili al pubblico e alla popolarità. Autenticamente espressionisti. Io
credo nella Letteratura Totale.
Una generazione che conosce la fede nel sogno combatterà e sradicherà i
mercanti.
Voglio spargere molto sale.
4. Il tempo farà giustizia… è
una frase che sento dire spesso quando chiedo ad alcuni scrittori che ne
pensano delle ridicolezze che vengono vendute per capolavori… Ma tu, invece di
aspettare che il tempo faccia da solo, hai deciso di rimboccarti le maniche…
vuoi parlarci della tua casa editrice che sta nascendo? In che modo pensi di
proporti al mercato dei libri?
Io credo nell'intelligenza, nella coerenza e nel sogno. Partirò come un giovane letterato che si ritrova ad essere editore: con cautela, estremismo, determinazione e quella follia che non guasta mai. E tutta la rabbia d'avere coscienza di non poter concretizzare e materializzare in breve o medio tempo idee, progetti e visioni. Senza nessun partito e nessun gruppo industriale alle spalle. Confidando nella sensibilità e nella coerenza dei miei simili. Fino alla fine. Combattere: non importa cadere. Soltanto fede e utopia hanno senso. Nella Letteratura è l'ultima frontiera della ricerca. È fondamentale avanzare. Gli dèi sono con noi.
5. In una tua intervista
mi ha colpito questa frase: “ Chi vende la propria intelligenza è un assassino
dell'umanità”. Pensi di aver mai venduto la tua intelligenza per esempio
pubblicando nel modo in cui non volevi?
No. Non avrei potuto scrivere
quella frase, e non avrei pubblicato quei due libretti.
Mi spiace non esser stato, in sostanza, distribuito. Mi spiace non aver potuto testimoniare
la mia visione della letteratura e dello spirito come avrei voluto e dovuto,
nonostante fossi molto giovane. Almeno, non ho dovuto rinunciare a nessun
verso. Ho imposto i prefatori, scegliendo due dei letterati di maggior talento
del nostro ambiente. Giovani e (ancora) sconosciuti. E non ho pagato per
stampare i miei libri.
Ho perduto opportunità di lavoro – o lavori – proprio per non vendere la mia
intelligenza.
A ventisette anni sono arrivato integro…rivendico solo la coerenza.
6. “Ombra della fontana” è il
secondo libro che hai pubblicato… delle tue poesie mi ha colpito il tuo
linguaggio che credo non possa definirsi né moderno, né eccessivamente
ricercato, insomma, non vi ho trovato quelle stonature che di solito si
percepiscono leggendo poesie di scrittori che si credono profondamente maturi
solo mettendo qualche parola difficile in qua e in la… è comunque evidente che
c'è stato un notevole lavoro sul linguaggio, mi sbaglio?
Scrivo sempre di getto, e sono
tendenzialmente estraneo al labor limae . Poesia, narrativa o critica
letteraria non fa differenza. Sono le passate letture , lo stato
d'animo, gli “inneschi” a dirottare e influenzare il linguaggio.
Sono un grande lettore. Amo circondarmi di cose belle. La bellezza pretendo di
restituirla ad altri lettori. Altrimenti non scriverei più.
7. Come è nata la tua passione
per la scrittura, chi ti ha avvicinato alla lettura?
Sono stato gioiosamente assediato
da due persone della mia famiglia, quando ero molto piccolo. Sono figlio d'un
bombardamento di stimoli, influenze e suggestioni letterarie, ed estetiche in
generale, concentrato fondamentalmente fino ai miei cinque anni. Quindi
interrotto, e mai più restituito alla sua adorabile frequenza. Quindi, vedi, in
un certo senso da diversi anni sto restituendo quel che m'è stato donato quando
ero un marmocchio.
Scrivo con la consapevolezza di voler “creare” da quando avevo quindici anni.
Colpa di una donna.
8. Un editore pubblica si
autoproduce volente o nolente finisce con il promuovere meglio se stesso che
gli altri?
Non cadrò nell'errore di pubblicarmi, sarebbe imperdonabile. Ovvio che mi spiace pensare d'aver finito di “sentirmi” autore, ma da qui in avanti direi che, a meno di proposte provenienti, per sua volontà, da un editore che apprezzo umanamente ed esteticamente, i miei progetti di pubblicazione possano considerarsi conclusi. Non intendo promuovermi, in nessun caso: sono un pessimo esempio. A me interessano le arti, gli artisti, l'intelligenza, la bellezza. Il resto non m'appartiene. Ho fame di anime, non intendo rinunciare alla mia.
9. Due poesie che mi hanno
colpito molto nel tuo ultimo libro sono Trieste e Trieste io sono… dedicate
alla tua città natale… ti piacerebbe tornare a vivere lì?
È la città del mio sangue e della maggior parte dei miei antenati. Ogni tanto torno a trovare fraterni amici e sempre meno parenti. È nel mio sangue, sempre. Come il mare. Ma il mio destino e il mio futuro è qui, a Roma. Io appartengo al Gianicolo.
10. “Ombra della fontana” si
chiude con delle poesie forse più intime delle altre o che comunque analizzano
i rapporti uomo-donna e i sentimenti. È stata una scelta quella di posizionare
queste poesie alla fine?
Sì, perché era l'origine di un sogno, e perché quei versi appartenevano a una dea.
11. Pensi che una tua poesia
potrebbe diventare un testo per una canzone?
Qualche sprazzo piacerebbe ai Gazzé, immagino.
Un giorno inciderò qualcosa con uno o due amici musicisti, a circolazione riservata. Scrivere è musica e io scrivo sentendo musica, anche quando non ascolto niente. Voglio fare degli esperimenti nuovi.
12. Fare dei reading per me è
sempre una grande emozione… come ti sei sentito leggendo le tue poesie?
È stato come perdere carne viva,
ogni volta. Sentivo freddo.
Parlare di letteratura o di politica, di fronte a un'assemblea, è naturale e
logico e folgorante. Leggere i propri versi è – per la mia sensibilità – un
avventato progresso verso il (promesso) niente. È capitato cinque volte in
dieci anni, non a caso. Media che intendo vedere precipitare.
13. Se dovessi dare un
consiglio ad un esordiente che si affaccia per la prima volta nel panorama
dell'editoria, cosa gli diresti?
Mmm. Esame di coscienza. Sai
leggere? Che cosa hai letto, quanto hai letto e come hai letto? Oppure scrivi e
basta perché credi d'essere il Kaspar Hauser della Letteratura?
Se l'esordiente dovesse rispondere in modo convincente, chiederei: conosci la
linea editoriale di più di tre case editrici italiane? Nove volte su dieci
l'esordiente bofonchia e vacilla: la prima scrematura è ultimata.
Rimane una minoranza assoluta di esordienti intelligenti. A loro parlo ogni
giorno su Lankelot o via mail, con loro amo confrontarmi e discutere, loro
vorrei pubblicare, anche “altrove”, quando verrà il momento e avranno scritto
qualcosa di notevole e di nuovo. Dio voglia.
14. Pensi che la letteratura
americana possa dirsi superiore a quella italiana?
In narrativa ho apprezzato il
primo Steinbeck, misticheggiante, e il suo incompiuto libro bretone; “Gatsby”
di Scott Fitzgerald, qualche racconto di Hemingway e di Carver. Riconosco
genialità in qualche idea e in qualche frammento del (grezzo) Dick e di
Vonnegut. Avevo goduto del primo libro della trilogia di K-Pax di Brewer, e
della disperata grazia di “Fiori per Algernon” di Keyes.
Non male l'esordio di Palahniuk – solo quello, a quanto pare. Questi i primi
nomi buoni che mi vengono in mente.
In poesia riconosco grandezza al Lee Masters del primo Spoon River, a qualche
momento di Poe e a Whitman. L'incomprensibile apprezzamento della beat ha
contribuito a generare la produzione sciatta, ripetitiva, viscerale e
grossolana che affligge buona parte della produzione americana importata in
Italia, da diversi decenni. Contraddistinta da una miseria lessicale ed
estetica che spero, oltreoceano, possano sublimare nell'arco di una
generazione.
Quanto alla tua domanda…la letteratura americana ha una storia troppo giovane
per poter essere accostata alla nostra. Pochi secoli di storia non sono che un
vagito tenerello. Mi sembra sia un vagito spesso molto presuntuoso, questo sì.
Soprattutto di recente. E troppo divulgato. Non ne comprendo le cause.
L'America ha bisogno d'un bagno vero di umiltà. L'Europa – e l'Italia – deve
liberarsi dall'odioso, recente vassallaggio: almeno, culturalmente.
Non ha senso. Invitiamoli a leggere Svevo, Berto, Vassalli, Pirandello, Del
Giudice, Magris, Ottonieri, Pontiggia, Campana, Eco, Ungaretti, Morselli,
Montale, Pavese, Pasolini, Savinio, Tabucchi, Tomizza, Corazzini. Cominciando
dal Novecento. E che leggano nella nostra lingua, che dovrebbero studiare con
diverso rispetto e diverso amore.
Noi siamo assediati dalla cultura americana. È un'invasione intollerabile.
Per dire: il nostro Mascheri, pubblicando come
Paul Mask (da Los Angeles), magari con etichetta Mondadori – Strade Blu o Minimum
Fax e ambigua fama di grande sperimentatore, avrebbe spopolato, in Italia.
È aretino, è del 1978 e ha avuto un editore che non ha saputo far circolare il
suo libro.
È un'ingiustizia. Deciso: mi chiamo John Frank Franks, vengo dal Wyoming. Ho
scritto una novel, si chiama “Shadow”. Ora mi presento alla Minimum Fax. Mi ameranno.
15. Credi che si possa
insegnare a scrivere? Che ne pensi dei corsi di scrittura creativa?
Alle elementari e alle medie è
ancora possibile.
I corsi di scrittura creativa? Altra americanata. Servono, sì: dovranno pur
arrotondare, certi nostri autori, in qualche modo. Soldi pare ne arrivino
pochini, dai diritti (quando ne arrivano)…
Non so, mi sembra che questi corsi siano una marchetta legalizzata, utile a
permettere all'autore ingenuo di consegnare il suo ennesimo manoscritto inedito
all'autore non più ingenuo e non più inedito. Robaccia.
16. Il libro che più ti ha
impressionato fra quelli che hai letto ultimamente? E il film che non ti
annoieresti mai di vedere e rivedere?
Ultimamente? Negli ultimi due
mesi ho avuto un micidiale colpo di fulmine per la narrativa della Nothomb. Ho
letto l'opera omnia. Non mi basta, deve scrivere ancora. Ho fame di bellezza.
Film… “Barry Lyndon” ed “Excalibur”, per ragioni diverse. Molto personali,
quindi glisso.
17. Quali sono gli autori che
pensi maggiormente ti abbiano influenzato come persona e come scrittore?
Guido Morselli. “Dissipatio
Humani Generis” è un romanzo perfetto.
Dino Campana. Pierre Drieu La Rochelle, Knut Hamsun, Tiziano Sclavi e Ian
Curtis, per differenti motivi. Infine… crescendo mi accorgo che ho
interiorizzato più del dovuto i primi due libri di Nick Hornby, e il De Carlo
di “Due di due”. Non motivo le scelte, pardon.
18. Ci sono giovani talenti
italiani di cui pensi si parlerà per un po'?
Assolutamente sì. Ne ho almeno dodici, in Lankelot.com. Ma non chiedermi nomi… Dei giovani già emersi altrove non parlo qui, è chiaro. In ogni caso, rimarrò un ricercatore e un difensore di talenti laterali, rifiutati, dimenticati o ostracizzati, a vita. Ho un debole per le cause perse. Inclusa la mia.
19. Santacroce, Melissa P.,
Cretella… cosa più ti infastidisce del loro modo di scrivere?
Che è clonato. Artificioso, coprolalico e stucchevole. O addirittura confezionato in casa editrice. È letteratura uterina. Degna della decadenza della sinistra contemporanea.
20. Le tue recensioni danno
sempre una impressione professionale… alcune sono più distaccate, in altre si
vede un coinvolgimento emotivo. Secondo te come deve essere una recensione per
essere chiara e ben fatta?
Dev'essere fuoco freddo.
Lucidità, distacco e passione devono convergere. Bandendo, possibilmente, tutti
i personalismi. A meno che non si tratti d'una precisa scelta stilistica, è
ovvio. Fuoco freddo, come nella narrativa e nella poesia. Una è la fonte della
scrittura.
Mi sto dannando per annullarmi. Pretendo di non morire prima d'aver scritto
qualcosa che abbia il fuoco freddo dello sguardo kubrickiano.
21. Qual è il cancro più
grosso della nostra cultura?
La contaminazione delle
ideologie. Il servilismo. Il provincialismo, e il relativo rapporto
vassallatico nei confronti degli Stati Uniti. L'influenza catodica. La Destra
corrotta, asservita al socialista Berlusconi, alla Romana Chiesa e alla Lega
Lombarda. La Sinistra che non ha più essenza, né anima.
L'assenza d'un movimento artistico di riferimento.
Lo scollamento tra intellettuali e cittadini. Mi fermo qua, sto per fare
politica (più del solito).
22. Un buon pretesto per non smettere di sognare…
Il sorriso di una bella donna. Cura ogni sofferenza, e rigenera. Aveva
ragione Dossi.
23. Pensi che riproverai l'esperienza della pubblicazione? Pensi di
autoprodurti? So che hai un romanzo inedito e, immagino, molte altre cose…
quanto è importante per te il confronto con il pubblico?
Come ti dicevo poco fa…no, non mi auto-pubblicherò. Quel che è rimasto
nei cassetti, romanzo e via dicendo, vedrà la luce soltanto se. Se, e basta.
Non importa, in ogni caso.
Ho imparato la lezione, non cerco più nessuno da diversi anni.
Quanto al pubblico…onestamente, le prime sensazioni che sento sono “fastidio”,
“disprezzo” e “disinteresse”. Poi mi viene in mente che sono un marmocchio
educato e gentile, e allora dico: “freddezza”. Non sono un buon esempio, Lisa.
Pretendo l'ombra.
24. “Non resistiamo alla tentazione di essere diversi” è uno dei motti
di www.lankelot.com
, cosa
vuol dire per te essere diversi?
Accettare di “essere io nonostante io non”.
25. Non smetterai mai di…
Credere, combattere, sognare.
E scrivere, sì.