MINIMUMFAX 

Intervista a MARTINA TESTA

 

 

a cura di Lisa Massei Mielenero

www.mielenero.altervista.org

 

 

1. Iniziamo parlando della storia della Minimumfax, come è nata, quando e da cosa prende origine questo nome?

 

Minimum fax è nata nel 1994 come rivista letteraria via fax, fondata da Marco Cassini e Daniele di Gennaro, che poi sono diventati gli editori quando la rivista è diventata vera e propria casa editrice, dopo un paio d’anni. Nella rivista c’erano interviste a poeti e scrittori e brani inediti (di autori anche di un certo rilievo, tipo Paul Auster e Daniel Pennac, se non sbaglio); era diffusa solo via fax a un discreto numero di abbonati. All’epoca il fax era all’avanguardia della tecnologia... e poi si faceva un gran parlare di una cosa chiamata “minimum tax”, che in realtà non mi ricordo di preciso che cosa fosse, fiscalmente parlando. Comunque il nome nasce da lì. Poi pian piano minimum fax è cresciuta e oggi dà lavoro a una decina di persone in un ufficio di Ponte Milvio, a Roma.

 

2. Cosa può rendere secondo te un saggio estremamente noioso o particolarmente interessante?

 

Direi la maniera in cui è presentato l’argomento. Penso che ci voglia ben poco per dire in maniera difficile una cosa facile, ma la vera stoffa del saggista sta nel dire in maniera semplice e accessibile le cose più complesse. E poi, dato che un saggio non ha una vera “trama”, sta al saggista tenere inchiodato il lettore dando alla sua opera una struttura chiara, logica, consequenziale e “avvincente” e alla scrittura un buon ritmo.

 

3. Il libro più bello che hai letto e quello meno interessante…

 

Il libro più bello è “Infinite Jest” di David Foster Wallace, quello meno interessante non saprei, forse il manuale di storia romana di quando studiavo lettere antiche all’università.

 

4. Infinite Jest, Lo scherzo infinito… Un libro bello e complesso… trovarsi in un cinema a guardare se stessi. Come pensi che reagiresti?

 

Mi vergognerei moltissimo. Sono il contrario dell’esibizionismo, non sono brava a confrontarmi con un pubblico e non mi piace neanche guardare me stessa

 

5. Cosa secondo te può rendere un libro più interessante di un altro? Cos’è che può rendere la letteratura geniale?

 

L’originalità dello sguardo. Leggere di cose che conosci, che ti sono vicine, che ti riguardano, che emotivamente ti coinvolgono, ma viste con uno sguardo del tutto inedito e raccontate con parole a cui non avresti mai pensato. Dico che un libro o uno scrittore è “geniale” quando riesce a fare questo, a sorprendermi totalmente mentre mi racconta cose che mi toccano da vicino.

 

6. Se adesso dovessi partire per un lungo viaggio, quali libri ti porteresti dietro?

 

Tutta la pila di romanzi e racconti di scrittori americani che ho sulla scrivania e che devo valutare per un’eventuale pubblicazione italiana. Se invece dovessero essere cose non di lavoro ma di puro piacere, tutti i numeri di McSweeney’s (www.mcsweeneys.net) e The Believer (www.believermag.net) che non ho ancora letto.

 

7. Qual è stata la più grande soddisfazione della Minimumfax? E la più grande delusione? Ci sono mai stati momenti in cui ti sei sentita stufa di questo lavoro e avresti voluto smettere di esercitarlo?

 

La più grande soddisfazione è stata aggiudicarsi i diritti dell’opera omnia di Raymond Carver battendo Einaudi in una “guerra” piuttosto lunga e a quanto ho capito senza esclusione di colpi. Io a quell’epoca non lavoravo per minimum fax ma sono sicura che per i due editori questa è stata la soddisfazione più grande (e il colpaccio che ha segnato una svolta nella storia della casa editrice). La più grande delusione non so, spesso restiamo delusi quando un autore che abbiamo pubblicato passa a un editore più grande e potente (David Foster Wallace, David Means, Donald Antrim, Colson Whitehead, ... i nomi sono tanti; d’altra parte è anche nelle regole del gioco che le case editrici piccole e indipendenti facciano da apripista e poi subentrino i grandi gruppi editoriali). Ma le delusioni sono di breve durata perché l’entusiasmo per altre cose prende presto il sopravvento. Quanto all’ultima domanda, anche nel mio lavoro di caporedattrice di minimum fax, come in tutti i lavori, ci sono momenti di frustrazione e depressione (le delusioni di cui sopra; le volte in cui si butta sangue su un libro che poi è un flop e vende pochissimo; le volte in cui lavori fino alle tre di notte per chiudere un libro in tempo ma poi per un imprevisto il libro non arriva comunque in libreria il giorno in cui dovrebbe arrivare, ecc.); ma non ho mai pensato di abbandonarlo.

 

8. Si diventa lettori grazie ad un certo tipo educazione che i genitori, più raramente la scuola, ci infliggono, ma le strade che portano all’amore per la lettura possono essere le più disparate, ci si può avvicinare ai libri per noia, per solitudine, per curiosità e può succedere di rimanerne affascinati. Per te come è successo? Come ti sei avvicinata alla letteratura?

 

Credo che sia quel fatto dei genitori. Ho cominciato a leggere a tre anni e a cinque già mi ero fottuta gli occhi e portavo gli occhiali. Leggevo il dizionario italiano e le antologie di scuola media di mia madre (che fa la professoressa). Quando dico che ho sempre avuto la passione per i libri lo dico letteralmente, insomma. E ovviamente quando si è così piccoli non è una scelta che fai di testa tua ma è una passione che ti trasmettono i genitori. La colpa, o il merito, credo che sia della mia famiglia insomma.

 

9. In “Cose che bisognerebbe sapere”, l’ultimo libro di racconti della Homes che avete pubblicato, c’è un racconto omonimo che parla di una lista di cose che bisognerebbe sapere… tu che scriveresti in questa lista?

 

Bisognerebbe sapere:

-          le cose che siamo e non siamo in grado di fare

-          - che le persone fanno del male solo se sono provocate

-          - che amare dà più soddisfazione che essere amati

-          - che avere del potere significa metterlo al servizio degli altri

(Con tutta onestà, questa domanda mi sembra del tutto fuori contesto; questi sono criteri secondo i quali cerco di gestire la mia vita ma non c’entrano nulla con minimum fax; d’altronde, non vedo come poter far rientrare la mia “lista di cose che bisognerebbe sapere” nell’ambito di un discorso obiettivo sulla casa editrice...)

(obbiettivamente, per come la vedo io, la Minimumfax, come ogni casa editrice è gestita da persone, e fare la solita intervista standard per me non ha molto senso… credo che invece sia interessante cercare di andare a fondo e capire come sono certe persona… è per questo che cerco di fare domande molto stupide a cui si fa fatica a rispondere, naturalmente c’è chi apprezza e chi disprezza. N.d.r)

 

10. L’antologia “Burned Children Of America” è ricca di racconti che secondo me si diversificano e si uniscono allo stesso tempo, credi che ciò sia dovuto al fatto che gli autori sono tutti americani, oppure pensi che sarebbe stato ugualmente possibile creare lo stesso effetto di unione anche per una antologia dedicata ad autori provenienti da varie parti del mondo e che questa sorta di unione che si percepisce sia dovuta soltanto ad un fattore di gusto che vi ha portato a fare una selezione? Per metterla su siete andati oltre oceano, cos’è che ricordi con maggiore piacere di questo viaggio?

 

Credo che l’uniformità di gusto dell’antologia sia dovuta al gusto dei curatori. La letteratura americana contemporanea è centomila volte più variegata e l’antologia non pretende di esserne davvero rappresentativa. Quella che abbiamo fatto io e Marco è solo una compilation di autori che ci piacciono; sicuramente ci potrebbero stare in mezzo anche autori italiani che hanno una sensibilità vicina a quegli americani lì; o magari anche autori di altre parti del mondo, ma io e Marco non sappiamo né il francese né il tedesco né lo spagnolo né altre lingue... (l’italiano si però:D N.d.r.)

Del viaggio (o meglio dei viaggi) in America fatti con Marco in fase di preparazione dell’antologia la cosa che ricordo con più piacere sono gli incontri con i diversi scrittori, che a loro volta ci hanno consigliato altri nomi da inserire nella raccolta. Jonathan Lethem, Shelley Jackson, Myla Goldberg, Dave Eggers... abbiamo conosciuto un sacco di persone veramente disponibili ed entusiaste con cui è stato bello condividere i nostri progetti.

 

11. Gli autori emergenti che si avvicinano al mondo dell’editoria spesso non sanno dove andare a sbattere la testa e, il più delle volte, succede che incorrano in piccole realtà disoneste per non dire vere e proprie truffe… Le case editrici più grosse invece spesso non rispondono nemmeno.

Carver sosteneva che per via della mole di manoscritti che le case editrici ricevono spesso sono costrette a valutare la loro validità leggendo soltanto le primissime pagine, se queste convincono allora si procede all’intera lettura. Anche voi adottate questo metodo?

 

Certo. Riceviamo una quantità enorme di manoscritti, sui 150 al mese, e se è vero che li leggiamo tutti, questo non vuol dire che possiamo leggerli tutti interamente; nella maggior parte dei casi, purtroppo, bastano due o tre pagine per rendersi conto che la scrittura non è quella di un autore che ha la stoffa del professionista ma ha tutte le ingenuità e le banalità del dilettante... E in quel caso, nostro malgrado, non procediamo oltre.

 

12. A volte si ha l’impressione che la letteratura straniera abbia molto più spazio di quella italiana, come spieghi questo fatto? È solo una questione di moda del momento, oppure credi, senza offesa per nessuno, ma facendo un ragionamento generale, che la letteratura americana abbia effettivamente qualcosa in più?

 

Secondo me la letteratura americana ha una marcia in più in fatto di verve, originalità, ambizione, disinibizione nei confronti della cultura alta, spirito ludico. Questo è vero per i migliori prodotti della letteratura americana. Ovviamente, poi l’industria editoriale americana (o in senso più lato anglosassone, tanto i grandi gruppi tipo Random House e Penguin sono basati sia a Londra che a New York) ha la forza di imporre i suoi prodotti – anche quelli scadenti – su scala globale, mentre l’editoria austriaca o scandinava o messicana, posto che abbiano degli autori oggettivamente altrettanto validi (cosa che non so perché non ho mai fatto ricerca in quei campi) questo potere non ce l’hanno, e questo è il motivo principale per cui la letteratura americana domina nelle nostre librerie.

 

13. Le copertine dei vostri libri sono molto suggestive, e credo che bene o male questo influenzi molto la scelta di un acquirente… volenti o nolenti quando ci troviamo in libreria a girovagare, per scegliere un nuovo libro da leggere la prima cosa che ci attrae è l’impatto visivo. Quale cosa pensi che possa maggiormente convincere un lettore a scegliere un vostro libro? La quantità di pubblicità, sapere delle curiosità sull’autore oppure le poche parole che si trovano sul retro di ogni libro?

 

La copertina intrigante, il testo sulle bandelle e sulla quarta, la visibilità che il libro ha avuto sui giornali, sono tre fattori molto importanti; la loro incidenza credo che vari da libro a libro. Ma il fattore primario è l’esposizione in libreria. È molto semplice, se il libro è in bella mostra il lettore ha la facoltà di sceglierlo, se è messo di taglio su uno scaffale può avere una splendida copertina e dei testi accattivanti sulla quarta ma chi lo vede? Il grande successo dei libri lo fanno i librai... Ovviamente, dato che in certi casi a forza di recensioni e passaparola i libri di minimum fax si sono conquistati un loro pubblico, pian piano i librai ci conoscono sempre meglio e ci espongono sempre meglio... Ma in tantissime zone d’Italia, specie in provincia, le bellissime copertine di Riccardo Falcinelli, Marina Sagona e Gabriella Giandelli sono ancora pressoché invisibili.

 

14. Ho l’impressione che spesso gli autori emergenti trovino spazio grazie a dei tutor che li appoggiano e li propongono ad alcune case editrici… Le famose conoscenze insomma, che magari con l’andare del tempo faranno sempre più sparire il “fenomeno” dei manoscritti, in favore di questo metodo più efficace, sebbene assai ingiusto. Che ne pensi?

 

No, perché ingiusto? Tutt’altro. Rispetto a chi prende la penna e butta giù 400 pagine di romanzo-sfogo-confessione e si sente immediatamente “scrittore”, uno che invece ha saputo trovarsi un “tutor”, nella forma di un agente letterario, un editor free lance, un critico serio, uno scrittore rispettato, l’insegnante di un laboratorio di scrittura, ecc..., vuol dire che ha già messo alla prova il proprio talento sottoponendo l’opera a un giudizio professionale, e ha superato la prova (magari dopo aver rilavorato di fino su quello che ha scritto, seguendo i consigli di qualcuno). Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma il materiale che ci arriva da agenzie, critici e altri scrittori è di livello decisamente superiore a quello che arriva “non filtrato”. Per quello che vedo, non è che i professionisti del mondo dell’editoria e della scrittura raccomandino mogli, amanti e parenti: non avrebbe senso, ne andrebbe della loro credibilità professionale. Per come la vedo io, il sistema delle “conoscenze” non è così deleterio. (E comunque i manoscritti arrivati direttamente per posta senza “tutor” continuiamo a leggerli tutti).

 

15. Ci sono case editrici che puntano molto su giovani leve, evidenziando soprattutto il carattere sessuale che pare sia l’unico punto di forza di questi libri e, si sa, il sesso attrae e porta molte vendite. Penso che sia una sorta di caduta di stile e, onestamente può sorgere il dubbio che tutti questi libri e questi personaggi, siano più delle mosse commerciali che della vera e propria letteratura. Che ne pensi?

 

Credo che tu parli al plurale ma ti riferisca sostanzialmente a Melissa P. (non solo, anche J.T.Leroy per fare un altro nome, anche se Melissa P. mi sa che è peggio. n.d.r.) Preferisco non dire nulla sul libro, che non ho letto e non mi interessa leggere. Però l’editor del romanzo, Simone Caltabellota di Fazi Editore, lo conosco di persona e sono convinta che creda nelle capacità di Melissa come scrittrice e che non abbia creato il libro a tavolino come pura mossa commerciale. Quindi, per come la vedo io, Cento colpi di spazzola... non è nato come pura mossa commerciale (anche se poi ha avuto un successo commerciale enorme, certo, e con ogni probabilità superiore ai suoi meriti oggettivi); d’altro canto, forse non ha neanche lo spessore artistico di un’opera di “letteratura”: ma non sta a me dirlo, dato che non l’ho letto.

E comunque, in generale, piuttosto che fare crociate contro l’editoria commerciale (o la brutta televisione, i blockbuster hollywoodiani ecc.), io preferisco lavorare sodo per dare alla gente, nel mio piccolo, un’alternativa, e per far sì che quell’alternativa diventi il più possibile visibile. Insomma, a me non sconvolge tanto che uno legga un romanzetto Harmony o che guardi Saranno Famosi di Maria de Filippi o che ascolti le T.A.T.U.; mi intristisce soltanto se qualcuno lo fa perché non sa che c’è altro oltre a quello. Se una diciassettenne di oggi legge Melissa P e ci si identifica, non ci vedo in sé niente di drammatico, ma se ci si identifica perché non ha mai letto un altro libro in cui potersi identificare perché alla cartolibreria sotto casa non vendono altro che Bruno Vespa e i libri dei comici di Zelig, allora mi viene rabbia. Ma non è che la soluzione è mettere al bando Bruno Vespa, la soluzione è rompersi il culo per tentare di far arrivare al pubblico anche possibili alternative.

 

16. Parlando con una persona che vi conosceva vi ho sentiti definire la casa editrice della beat generation, condividi questa affermazione? Cosa significa esattamente secondo te beat generation?

 

Nei suoi primi anni minimum fax ha pubblicato diversi testi inediti di autori della beat generation: poesie di Ginsberg e Ferlinghetti, un’intervista a Kerouac, ecc. In realtà già quando sono arrivata io a lavorare a minimum (nel 2000) l’interesse si era spostato un po’ altrove. minimum fax è nata come “casa editrice della beat generation”, poi è diventata “la casa editrice di carver” e adesso sta cercando di scrollarsi di dosso anche questa etichetta.
Io non sono un’esperta di beat generation, per me beat generation significa un po’ quello che significa per qualunque profano: la corrente letteraria “di rottura” di Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso ecc. nell’America degli anni Sessanta. Marco Cassini è molto più esperto di me in fatto di beat, ha anche curato un libretto di “assaggi” e citazioni beat, Beat & Bites (minimum fax, 1997 o giù di lì, mi pare); era anche un collezionista di testi rari e incisioni dei beat, ma la passione in tempi recenti gli è un po’ passata. Oserei dire che Dave Eggers, la sua rivista McSweeney’s, la sua casa editrice McSweeney’s Books (di cui Marco e minimum fax in genere sono grandi fan) stanno al 2000 come Ferlinghetti e la sua casa editrice e libreria City Lights stavano agli anni Sessanta. Forse non è un caso che la sede sia sempre San Francisco.

 

17. La società moderna è definita senza identità, multimediale, legata al grande fenomeno di internet che è entrato ormai nelle case di chiunque… pensi che ci sia sempre un ponte con i valori del passato oppure hai l’impressione che tutto si stia stravolgendo… e se è così, se tutto si sta plasmando assumendo nuove forme, ti viene da pensare che ci sia poi una conclusione e che questa sarà negativa o positiva?

 

Cosa vorresti che rimanesse inalterato e cosa pensi sia giusto modificare nel modo di pensare di questa generazione?

Lisa, questa è un’altra domanda sui massimi sistemi che non ha a che fare con minimum fax e in più sono le due di notte. Preferirei saltarla, ma se proprio devo dare una risposta:

Credo che un ponte coi valori del passato ci sia sempre, e che la cultura sia sempre basata su una tradizione, che viene riplasmata e ricommentata in nuove forme. Non credo che internet porterà né catastrofi né età dell’oro; come la macchina o il telefono, è un’innovazione che rende la vita più comoda e pone dei problemi che via via si vanno meglio definendo e affrontando. Ma è solo un oggetto al sevizio degli uomini, e come di tutti gli oggetti l’umanità ne farà un uso spesso un po’ del cazzo ma per lo più utile ai propri scopi e al proprio benessere.

“Questa generazione”: è un termine vastissimo. Diciamo che per “questa generazione” intendi quella nata in Italia dopo gli anni Settanta: non so identificare un “modo di pensare” comune a tutta questa generazione. So solo pensarla come una generazione che non ha mai vissuto sulla propria pelle e in piena consapevolezza la guerra di invasione o la guerra civile o il terrorismo, e quindi spero che per questo sia più in grado di concepire la guerra o il terrorismo come un’anomalia, un assurdo, una cosa al di fuori della propria vita a cui non è immaginabile prendere parte, a cui si deve essere per forza di cose alieni e contrari.

 

18. Quali novità, incontri, nuove uscite e nuove idee pensate di realizzare prossimamente?

 

La novità su cui puntiamo di più questa primavera è l’antologia di narratori italiani “La qualità dell’aria”, una raccolta di 19 short stories curata da Christian Raimo e Nicola Lagioia che racconta “il nostro tempo sulla nostra pelle”. È un libro molto, molto bello e non facile, una grossa scommessa in cui crediamo molto e di cui siamo orgogliosi. Un reading è in programma al teatro argentina di Roma il 5 aprile e altri ne seguiranno in altre città d’italia.

In uscita nella collana Sotterranei c’è una lunga novella di Rick Moody, La più lucente corona d’angeli in cielo: Moody è uno dei migliori talenti sulla scena letteraria americana di oggi e una volta tanto siamo noi ad aver “strappato” un autore di spicco a un editore più grosso (Bompiani); il libro è una storia dark, intensissima e commovente ambientata negli ambienti underground newyorkesi, fra crack, sadomaso e prostituzione... non per stomaci delicati, temo, ma un libro bellissimo. Tommaso Pincio sta scrivendo una postfazione apposta per noi. E Rick Moody sarà in Italia il prossimo maggio.

Il settore più in fermento a minimum fax è quello di “minimum fax media”, una neonata casa di produzione e distribuzione di documentari. Uno splendido documentario di cui ci stiamo occupando, “A scuola” di Leonardo di Costanzo (che racconta un anno di vita in una scuola “a rischio” del napoletano; prodotto da Fandango Film e di cui curiamo in parte la distribuzione), è candidato al David di Donatello!

Infine a ridosso dell’estate, minimum fax ha in programma di festeggiare i suoi dieci anni di attività pubblicando una “chicca” in tiratura limitata che forse sarà messa in vendita solo sul sito internet: ma è una sorpresa, chi vivrà vedrà!

 

 

Giunti alla conclusione, vi ringraziamo per la disponibilità…

 

 

 

Lisa Massei – Mielenero

28/12/04