Alessandro Cancian

 

 

L’apprendista

 


S'increspa il mio dispetto
tale e quale a questo mare
che in faccia mi schiaffa
la vastità, sua, invincibile
ed il buonsenso di primigeni abissi.

Potessi, candido apprendista,
comprenderne l'imperturbabile inquietudine;
giungere al midollo del suo oceanico distacco
e dal filone d'aureo abisso
estirparne ciò che basta per forgiare
una corazza d'inespugnabile difesa.

Nulla t'inquieta
Istigatore di maree.
Né del tuo respiro, il flusso, muta.
Neppure gli spasimi del mondo

che al tuo orizzonte accorre
per versare le sue affannose lacrime.

Credulo della tua quiete
gli occhi velo
il pensiero infiacchisco
e le membra,
sulla zattera salmastra,
sciolgo.

Ed è allora che ti sollevi, impostore!
in giogaie spumeggianti ed assassine.
Vertiginose rupi di cupe azzurrità
che crollano, su di me, con sapida crudeltà."

 

 

Il pescatore d’onde

 

Non solcherò il tempo, questa notte
ma nelle secche dell'inquietudine
incaglierò l'appiccicoso legno
e lì dissiperò i miei talenti insonni.

Su rivoli di comete che svaporano in cielo
getterò, indolente, le mie reti
pescatore d'onde e di correnti polverose.

Beccheggerò, svagato
tra le crespe ipocrite di un livido miraggio
e gusterò il silenzio che stride oltre il giaciglio
eco già lontana di palpebre socchiuse.

Su piane nere

 

Su piane nere
di macerie incenerite
dalla polvere ardente
che guerra
ovunque
sparge
nasce
e fiorisce
ancora
d'infinito ritorno
la fenice di vita
Vele di speranza
e di amore
sorridono
increspate
dal soffio della Fede
sul mare del riscatto
Alito d'uragano
che grida e purifica
Schiuma di flutti
Che scroscia
impetuosa
e disseta
le ombre
aride
dei nostri loggiati
a picco sulla vergogna
dove paura e peccato
stridono e sporcano
il bianco suono di campane
di primigenia pace

 

 

La colpa

Ti ha trafitto

il vento

quando l’anima

al sole

denudasti

Stremato e consunto

dal forsennato tuo

delirio

di scorie malvagie

Ad uno ad uno caddero

pesanti

i bianchi suoi petali

pezze nere ormai

di catrame appiccicose

 

Ti ha dilaniato

la luce

quando sbucasti

dal buio

ed insano

pertugio vitale

dove nutrivi

di stenti nocivi

e molliche viziate

la coscienza degradata

e di bagliori spoglia

 

Ti ha crocefisso

il grido

della terra torturata

intrisa e germogliante

di anime straziate

Steli cagionevoli

penduli e stanchi

dall’acciaio sordo

del tuo grigio respiro

d’alito ferroso

e senz’anima

 

Ti ha accolto

un lampo

di pietà abbagliante.

Bianco lenzuolo

di fresche pieghe

increspato

avvolge il tuo cuore

malato e vuoto

come canna di palude

di melma incrostata

e trasudante.

Dall’amore avviluppato

strangolato, spremuto

si scioglie

e gocciola lacrimoso

nel fondo

Si perde tra gli scoli

in mormorii

e tormentati rivoli

di vergogna e pentimento.

 

 

SINFONIA D'AUTUNNO

Le note del piano
[accarezzano la nebbia
Immobile, oltre la finestra.
Dita sottili,
su gradini d’avorio arrampicate
Filari d’acciaio,
in morbida melodia, vibranti.
Risuona di velluto,
accanto, la bruna viola;
il caldo, suo, respiro
versa tra le stanze,
e accende polverose
memorie in bella mostra.

S’agita la bruma
e rimestano i vapori
Si aprono pertugi.
Si sfrangiano,
in languide parabole,
gli evanescenti drappi.
Stilla, l’aria,
di lacrime umidose;
si accendono di luce
al palpito del sole.