ANDREA DE MONICO

 

Classe 87 ho vinto per due volte il concorso di scrittura interno alla mia scuola, in IV ginnasio la sezione di poesia, in I liceo quella di prosa. Suono la tastiera in un piccolo gruppo della zona. Ammiro incondizionatamente Dante Alighieri. Alcuni miei scritti sono on-line sul sito “Poetare.it” alla pagina di Divae Manus Caballus (ridicolo pseudonimo latino riguardo alla delicatezza del mio tocco sulla tastiera).

 

 

 

 

EMILIA

 

Ho imparato ad amare

l’aria pungente

e purificatrice

che mi dice

l’inverno

e il sacrato freddo,

divino splendore.

Ho imparato a contare

le ore

e quando cambia il tempo

e i campi che mutano il colore.

Amo

incondizionatamente

muovermi

tra le lente

cadenze

dei riti

ogni anno da officiare.

Mi lascio scivolare

la mia terra addosso,

e so,

conosco il rispetto,

accetto

il gelo avvolgente

l’afa opprimente,

e sempre assecondo

l’umore.

Sento

la mia provenienza

fetale

ma anche odo,

tra la nebbia primordiale,

un richiamo,

bisogno d’amore.

E io piano ricamo parole

e sensi antichi…

È la mia terra,

madre

e figlia,

Emilia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HUMUS

 

Ho visto le signore

che son qui da ore

dietro agli occhiali scuri

insieme ai loro puri

figli e ai loro mariti.

E son tutti seduti

sotto il cielo, ch’è terso,

tutti girati verso

il sole, a parlare,

sai, devon giudicare

il gusto dei vini,

degli abiti fini,

il perché e anche il come

di tutte le persone.

E quando il sole muore

e il buio prende il cuore,

con la lucente pelle

diventano stelle.

 

E giustamente hanno fame

di soddisfazioni

- affilano le lame,

le zanne da leoni –

e riconoscimenti

e giuste vendette

e prede tra i denti

da stringere strette.

 

 

Nei nostri luoghi, invece,

tutto è nero di pece

perché c’è sempre poca

luce, ch’è troppo fioca.

Qui si continua a cercare,

si è smesso il giudicare:

vestiamo grezzi panni,

serviamo dèi tiranni

che sono fame e sete,

sempre, di vere mete. 

 

Qui
i vini sono sempre aspri,
come stare aggrappati
a mordere il fondo
di questa terra,
sentire il contatto,
sentirsi
nell’humus fisicamente umile
lasciare il perfetto cielo.
Non abbandonare il rapporto,
camminare a testa bassa
nella terra,
ti vedano pure
gli altri del tuo orgoglio
stella perfetta in cielo.
Non cercare
soddisfazioni
o riconoscimenti
o vendette,
mordere il fondo;
la vita
qui
è mano travagliata,
aggrappata
nel terriccio umido.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE NOSTRE STRADE

 

Le nostre strade, quelle che noi, soli,
percorriamo piano, senza parlare
ma assecondando fantasiosi voli
di parole e immagini, per giocare

pochi momenti con spiriti strani;
non sono quelle larghe, nere e spaziose
di re, presidenti ed eroi vani,
né piene di decorazioni oziose

(rossi tappeti e luci artificiali).
Son quelle coi tappeti naturali,
le scure foglie degli aceri, manti

che si stendono dolci e senza fine
nelle rare giornate novembrine,
in cielo soli tristemente brillanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AFGHANISTAN

 

Non piangono i turbanti

nemmeno i burqa straziati:

ora li hanno liberati,

sono arrivati i santi.

Ma piangono, e basta.

Non ascoltare i gridi,

spero che tu ti fidi

di questa guerra casta.

E intanto la luce

risalta le brillantezze

e radiose bellezze

dei violini di pace,

dei mirabili ottoni:

tutto è colmo d’onore.

Suonano con ardore,

suonano per i buoni

la melodia incensata,
vibrano timpani bombe
e gridano tombe
nella terra sconsacrata
che odora di rosso,
di soffocanti fumi,
giacciono, il sangue a grumi,
cadaveri nel fosso.
Suonano per i buoni
e ridono dell’est,
di pensieri e vesti
dei rompicoglioni.

 

Ma ora per fortuna

forti mani benigne
estirpan le gramigne

cattive ad una ad una:
e liberano il mondo,

è violenza mirata,

la terra tutta è rinata,

germogliano ogni secondo
- o terra benedetta! -

nuovi semi di fuoco,

è così facile il gioco

feroce della vendetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

O FATA MIA

 

O fata mia, vieni da me, nuda

di secca luce e rossa carne, cruda,

stravolgi ancor di più questo lamento

con la tua spada di vero tormento

perché mi laceri profondamente tutto,

tutto senza più dubbi e il nuovo frutto

- bello di lacrime e di dura luce,

di alterità diversa, senza pace –

colga tremante uscito dal mio petto

come parola da me solo detta,

per bere con voracità l’affanno

e vincere ogni attimo d’inganno.

Mi sporcherai di fango e di sudore

con il tuo dolce e tremendo amore

e mi romperai il cuore nella terra

e mangerò il gusto di questa guerra,

come un neonato che, contratto e duro,

lotta per aggrapparsi al suo respiro

e trafigge col suo urlo verace

il muro d’insana e colpevole pace

che ci protegge dalla sofferenza.

Così ruberò al mondo la sua essenza,

la estirperò da dentro quel terreno

umile ché lì dev’essere il vero.

Deve trovarlo un uomo che sia intriso

di sudore e solo da lui sarà preso.

Infine, o nuda fata, vorrò averti

per fremere e anelare nel guardarti,

ferirmi gli occhi della tua bellezza

o aspra dispensatrice di salvezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TI CULLANO GOCCE LEGGERE

 

Ti cullano gocce leggere,
stanche etere
che sono senza
la prepotente consistenza,
di forze d’acquazzone pure e sacre:
ti avvolgono acquose nel mediocre.
Scivolano tra le tue coltri, fluide e meschine,
molli ti parlano i tuoi dolori, sibilline,
e miserie e pensieri grigi e tetri
graffiando il vuoto cupo dei tuoi vetri.
Ti attraggono ad ascoltarle, lacrime triste
rigano giorni di immagini già viste
attori stanchi a cui credevi
mugolano frasi brevi
e si arrendono meschini,
capi chini
e mani levate,
nulla rimane del vate
che erano stati.
E tu vaghi luoghi usati
spargendo semi
su corpi e terreni
scabri,
agri,
eternamente,
minimamente
preoccupato
del vivere di nebbia che ci è dato.
E l’acqua piano sibila: “Non ti accorgi?”
Sì, siamo solamente porci,
e lottiamo come animali guerci
per distruggerci
e rimanere poi soli
a contare i loro errori,
a chiamarcene fuori.

Ti cullano gocce leggere
davanti ai tuoi occhi
tocchi
e puoi bere
l’impotenza
e la cieca veemenza
di chi brama i suoi mali:
resteremo maiali
nelle ore
di dolore,
nella vita vuota
nel fango, nella broda
a scuoterci
a perderci
e nutrirci di rabbia,
e sarà il nostro strame
d’insaziabile fame
e sarà sabbia

sempre
che ci sfugge dalle mani
e nei nostri intenti vani
scivolerà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FENICE

 

Usa

le scintille di fuoco,

raccoglile per gioco…

Sono

un dono

delle mie ali stanche.

Cerco

di non perderle

ma ho bisogno

del sogno

di darle

di scaldare

di illuminare

e mi piace.

 

Felice

vago,

la gente addita la lontana fenice

e tu

raccogli i miei semi

che bruciano nella tua mano

e tieni

il calore

che ti avvolgerà.

Ma

non lasciarlo andare:

amalo bruciati cercalo

non giocare

a bearti un istante

Perché quella fiamma

è gemma

che cresce,

che morbosa ricerca

la tua cura

duratura

nell’ardore

da essa stessa creato

e che le è dato.