Andrea Porta
Dopo aver vissuto in provincia un’infanzia “normale” – e tutto sommato non particolarmente degna di nota –mi trasferisco dopo la Maturità a Milano dove mi iscrivo al corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere con indirizzo in Scienze dell’Informazione e delle Comunicazioni Sociali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il 9 ottobre 2003 mi laureo con il punteggio di 110 e lode.
Sono appassionato di lettura e di scrittura. Amo leggere un po’ di tutto: testi di comunicazione, saggi di linguistica e di psicologia. Ho alcuni interessi letterari legati soprattutto alla letteratura europea e americana del Novecento. Tra gli autori più apprezzati, citati in modo del tutto casuale, ci sono David Leavitt, Philippe Delerm, Vittorio Sereni, Salvatore Quasimodo. I libri più belli? La lingua perduta delle gru di Leavitt, L’uomo che fu giovedì di G.K.Chesterton, La première gorgée de bière di Philippe Delerm, Agostino di Moravia, Il grande Gatsby di Scott Fitzgerald, Uomini e topi di Steinbeck e Marcovaldo di Calvino. I miei versi preferiti? “Ed è subito sera” di Quasimodo, “La porte” di Guillaume Apollinaire (da Alcools), una poesia che penso mi rappresenti molto.
Attualmente lavoro come redattore presso una società di servizi editoriali per la quale mi occupo dei contenuti editoriali e promozionali di un portale internet. Contemporaneamente collaboro con un’agenzia di comunicazione integrata e con la redazione di Focus.it, il portale collegato al mensile Focus. Appassionato di arte, di musica rock, di televisione e di fotografia, amo scrivere poesie e qualche articolo di comunicazione.
I.
IL LAGO DI SERENI
Boe, quattro indizi
del pensiero lacustre
impigliato al fondale
di streghe nodi alle chiome
delle lisce nebbie, a pelo d’acqua.
Un faro, sciarpa di luce
avvolta, gira, sorpreso, e ci conta
come un cieco e il suo bastone;
passi – di notte – scogli,
l’arenile.
Esplosioni ad alta quota
la riva destra;
su, la frontiera a cercare
dove il lago inesplorato finisca
e la ferrovia vi ci porta saluti.
Poi le vele a mezzanotte
abbassano, e confondono il cielo;
nuove vele di nero lunare
e scheletri di scialuppe
cantano cori di montagna.
II.
cupo
un minuto
diritta lancetta
sul colpo
del duomo
in cima
le dodici
o l’una di notte;
a perdere colpi
scintille
saette
strenuano stelle;
occhi socchiusi
spiragli si chiedono
niente di vero
incoscienti si chiudono
aboliti nel nero.
III.
SERA
Suono di campana si spegne d’inerzia
foglie, il chiostro, uno scoppio di risa
lacrime, un’ape, nodo alla gola
rinchiusa da un vetro, nel sole, la sera;
silenzio, sacrario, pregano i morti
alle sei è tornata la luna, i fantasmi
e occhi di bue sulle ombre taglienti;
cella, monaco ripone il coperchio
sul rosa assoluto del coro serale
la provincia che bolle, la cena si fredda
agli occhi – soli – di chi aspetta, e non cede.
IV.
MERIDIANO ORA DI CASA MIA
meridiano ora di casa mia
si alza, spalanca ed accende
poi al calare del sole ripone
numeri e colori
tra i fuochi della notte
meridiano ora di casa mia
arco lungo trecento chilometri
in cima un’arancia rossa
ai lati mi salutano i miei
la stazione piangeva nel fumo
meridiano ora di casa mia
per ora è ancora mezzanotte
mi ci aggrapperò in cordata
su un treno blu nel mattino
canticchio il veloce paesaggio in tasca
meridiano ora di casa mia
è giunto al capolinea
ha finito la sua corsa
si piega a ripormi
a terra
nel cuore del Mito
V.
I BAGNI
un passo
tira
un altro
e una boccia
di ferro
un sasso
rivolta
e spinge
alle spalle
i bagni
alle cinque
di notte
martelli
puntelli
sui tetti
ai lavori
gli odori
ritorti
su scranni
a sputare
aspettare
la morte.
VI.
VIALE BLIGNY
(a Marco Caravati
il miglior fabbro)
qui.
esta-
-ticheimpressio-
-ni sull’orlo
muro alle spalle
vi-a-le
proietti-
-le attese mute
e
piove
piove
piove
nulla di noi
due
incubando
natimorti
ventiduequarantasette
VII.
Ave Maria
di scambi tranviari
nel freddo di una domenica notte.
In festa
les étrangers da casa
loro la città nella città,
ora pro nobis.
Le due
e l’agosto tace;
per chi muove la terra
la luna
il sole e l’altre stelle?
Se non per loro
la brace dei fuochi fatui
vecchie membra pensionabili.
Sono morti più dei morti
questi condomini
inesistenti
e balenanti sui fanali gialli
uguali a crematoi
desueti
insensati lungo strade senza nome.
VIII.
NOTTE DI CITTA’
Labbra di gigante
su fondotinta di cielo;
ritaglio di fresco
tra la sera e la notte;
croce infuocata
involata da un angelo;
voci di case, parlottano
e le stoviglie riposte;
sirena di ambulanza
col corpo di pesce, nel blu
che ben presto è nero
nella notte di città.
In un cortile appostati
grilli e lucciole
e stelle d’America
luminosi occhi sciano;
tra la cucina, i giochi,
un giardino e poi a letto:
l’estate, mondo d’afa,
sono memorie di bambini;
blu è la notte di città
e si sfuoca una vita
tra luci policrome
e uno scoppio di risa,
un’eco…