Caterina Tripodi

 

tripodi6@virgilio.it

 

Caterina Tripodi è nata a Reggio Calabria nell’82, dove attualmente

risiede ed in parte opera. Laureanda in lettere moderne presso l’Università

della Calabria è Presidente dell’Associazione “Cenacoli Letterari”. Ha lavorato

in diverse scuole della sua città collaborando a numerosi progetti culturali.

Le sue poesie appaiono anche sui siti: esordienti della Bompiani www.scrivi.com

ed www.Ewriters.it

 

 

 

“La rosa di bosco”, cinque poesie

 

 

Corrispondenze

(A mio figlio)

 

Il tuo sorriso timido si nasconde

nell’imbronciare impaurito dei gesti.

Mi aspettavi. Eccomi.

 

Le braccine afferrano bramose

Il collo stanco e stordito,

Le mani ancora affaccendate con

Milioni di pesi mi impediscono.

Milioni dei tuoi “Perché?” si affollano.

Aspetta. Ci sono.

 

Solo tu mi corrispondi.

Sguardi di effusioni, di nostalgie, di tristezze

Quante volte hai pianto lacrime di incomprese solitudini.

Solo tu mi corrispondi.

Allora non capii e fu il vero delitto.

 

Chiudi gli occhi  -è giunta l’ora- dormi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’andata

 

Sussulta l’ebbrezza delle fughe.

Il preludio andante mostra

La Creatura nella danza del rimorso.

 

I preparativi tra le stanze

-non dimentica il caos sulla scrivania-

E la valigia colma di progetti faticosi.

Tesse ad occhi chiusi

I pensieri imbastiti a telaio.

La finestra non è più finestra

È la vitrea maniglia di un treno.

 

Scorrono rapidi giorni e notti da quel finestrino.

Si assopisce con il segnalibro

Tra le righe distratte

E continua a cercare quella frase

Che il dubbio sia inversa certezza.

 

È falso. Domanda chi sono.

Nord e Sud, i binari ramificano i sensi:

Il suo doppio ripetitivo come

Lo sfregarsi assordante dei metalli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intermezzo

 

Nel labirinto il mostro divora le impronte.

Disse Lui - era in una caverna-

La mostruosità è bellezza.

***

La Creatura si riconosce anche nel mito.

China il capo e sfoglia il suo pane,

Prosegue lungo il ponte e cerca le mura

Ed il cemento rovente di luglio.

C’è sempre una porta, ma ora è casa.

Stefania dorme, svegliarla

sarebbe stato sacrilegio.

La bellezza di Maria perché pura

Nelle sue aromatiche essenze

Già al mattino acre colpisce e illumina.

La grazia biblica ha profuso i corpi stanotte..

È peccato! Scaglia i sassi il passato.

Termina i tratti dell’albero e attorciglia il serpente,

la strada non è completa, il fiume è in piena.

Le lacrime come il fiume, amare e rabbiose

Quando non hai più angeli.

La russa ansiosa ai richiami del cigno

è la spontaneità, e il gioco è per lei natura.

***

La lettera non l’ha ancora spedita.

La lettera non giungerà al paesello.

Conosce ogni strada di quel paesello

Perché negli occhi rigonfi della Maddalena

Ha letto il nostalgico martirio

Delle carezze di quel grembo

Un giorno scovato in cantina.

 

Dai lidi di brace il Vichingo

Approda con il suo naviglio.

Lo sguardo è assente nei blues della sua chitarra.

Quanto ha amato e sofferto il Vichingo.

Le macchie sul soffitto sembrano

lo spartito delle allucinazioni.

Ha dipinto l’onirico assaggio la Creatura.

 

Il Vichingo è partito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ritorno

 

Sul ponte il Poeta aspetta Colei che raccoglie

il foglio adagiato sul manto rosso.

Non calpestare prima che conosca,

il viaggio sarà lungo Poeta.

Non parlare – Ti prego- di quell’immagine

Che si specchia ancora ripugnante,

non glorificarne il candore sepolto.

 

Andrò via a breve, poco tempo,

credo sia scaduto, il Tempo.

 

Una tremula voce spezzata a mezzo

Annuncia amplificata la partenza

Ed il viaggio ha già inizio.

È spento il meriggio in galleria

la litania della tenebra sussurra al baco:

“Adesso dispiega le ali e muori”.

 

***

 

La Creatura cambia aspetto al buio

Mentre gli occhi vigili dell’innocenza

Sospirano il suo ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Risvegliati dal sogno Creatura

Non è più il luogo dei sommersi emblemi.

***

Ardore d’infinito infiammava il tramonto

Quando il lento commuoversi delle voci

Donava l’affresco autentico degli elogi.

 

Mi riconosco, disse.

 

Continuò l’arduo sfogliare dei versi

nel reo scherno della disperazione.