Fausto Cerulli
nato a Cantalice, Rieti, il 20.0.1940
nuove poesie edite il 1/12/'04
Nella tua lunga distanza dalla mia strana
voglia di te, sai come mi fu improvviso
vederti con un altro, e tu guardarlo
con tenerezza e quella sera bevvi
vino cattivo come se tu mi avessi
tradito. Tu che non sapevi di me
se non per qualche sguardo
prolungato, o forse non avevi neppure
notato quel mio sguardo. Ed io
che avevo riguardo alla mia storia
d’amore con te, storia inventata,
frastagliata di pensieri stranamente
casti per me che casto non sono
stato mai. Una sera ti fui vicino
che quasi ti sfioravo ad un concerto
di musica jazz: ricordo sempre
un tuo piede calzato di una calza
a rete, che batteva il tempo, e
il tuo profilo che mi batteva
contro le tempie. Così ti ero
vicino tra la folla che ti potevo
sentire il profumo della nuca,
un misto di verbena e di agrifoglio,
e forse era soltanto il tuo profumo
della pelle . Ricordo anche la musica
straziante suonata da un pianista
giovanissimo. Ed io lo odiavo
perché tu lo guardavi, e l’avrei
voluto morto perché vedevo
che il tuo volto era assorto
al suo tocco d’artista. Ricordo
che ti sfiorai una spalla, mentre
la folla sfollava: tu non lo hai
mai saputo, io non l’ho mai
dimenticato quel momento
di intimità carpita subdolamente
tra il tutto e il niente di una
sera che a me fu QUELLA SERA
ed a te non fu altro che un niente
di una sera di niente. La follia
di un amore sa essere sapiente
anche di questo .
Canto per Valeria n. 1
Tu che abitavi dove poi la strada si
addentra nella sera, e allegre collegiali
di san paolo si confidano amori
inventati e amori fatti con le dita
dentro una notte troppo lunga,
ed un giardino insolito dentro
questa città getta profumi e colori
come una sfida al tufo insonnolito,
ed aspettavo che tu uscissi guardinga
delle tue mani lunghe affusolate, del
tuo passo felpato, e di quel poco trucco
che ti faceva splendere gli occhi
già lucenti di quel verde che non ho
mai visto in altri occhi, aspro
e cangiante come di una gatta
docile solo a se stessa ed a se stessa
fedele di silenzi, di sguardi sempre
meravigliati, di voler stare in gioco
con pensieri a gomitolo facendosi
le fusa come solo una gatta
si sa fare la fusa. Io so che ti chiamavi
Valeria, che non mi avresti amato mai,
che ci distanziavamo in secoli
di vita da me vissuta e a te
da vivere. Eppure ti aspettavo,
paziente come si attende un funerale
od un corteo nuziale. E tu no, tu
non uscivi mai. Eri già uscita
per la tua vita di fanciulla,
per i tuoi amori tutto tuoi. Oppure
in qualche stanza alluvionavi
di pensieri la tua mente di vergine
che si trastulla di dita e di rossetti
messi a fingersi donna. Speravo
che piovesse, che il giardino
uccidesse tutti i fiori, che i profumi
si inacidissero. Speravo che tu
saresti stata sempre nella casa
che non conoscevo, ma lontana
dagli occhi degli altri. Ero geloso
dell’aria, della gente che ti avrebbe
guardata senza amarti come
ti amavo io che non ti amavo,
ma ti tenevo al piedistallo
tra voglia e nostalgia.
Pensavo a una Giulietta
morta all’inizio della vita,
ferita dal non essere mai
stata ferita. Dio quanta luce,
dio quanta voce in quel mio stare
in silenziosa attesa, sapendo
che non ti avrei mai sfiorato.
Dio mio, quanto ti ho amato
senza dirtelo, sai, senza dirmelo.
Di questo si nutrono
Quando vengono
Sulla terra gli angeli
A cercare il pane
Degli uomini
Ed hanno forti
Le ali e leggere
Al volo finché
Non le zavorra
La voglia
Di una donna
Che ali non ha
Ma duri i seni
E tenero
Il ventre.
E di questo
Muoiono sai
Gli angeli
E sono loro
I bambini
Che muoiono
Troppo presto.
E poi per cominciare
finiscila di ansimare, non
ti ammazzeranno mica,
ah no, non ti ameranno
e non ti ammazzeranno,
puoi sbucare in piena
depressione del Gobi, ti
sentirai come a casa tua.
Ti aspetterò qui,
tranquillo, tranquillo
per te. No, sono solo,
solo sono, sono io
che me ne vado, questa
volta sono io. Io
mi metterò in un angolo
e mi pettinerò la barba, per
essere più bello. Un po’
più bello almeno se le cose
potessero andare così.
Tu mi dirai vieni angioletto
è ora di andare a casa.
E domani mi metterò
la cravatta blu, con le stelle,
e la mettevo, finita la notte.
Dio, se potessi
ricominciare da dove
tutto si è spento, e si è spenta
anche la memoria di questo
spegnersi, e una gran fiamma
e poi il buio, un grande
enorme spasimo e poi niente,
niente più peso, né spazio
da percorrere da anima ad
anima, non so. e adesso
qui, e quale adesso qui,
un enorme istante, come
se fosse il paradiso. E la mente
lenta, lenta, quasi ferma.
Anche le parole si fermano,
il soggetto muore
prima di raggiungere il Verbo,
ed il Verbo si è fatto carne. Qualcosa
di asciutto. O liquido, o una
melma. Come prima
della vita.
Frankfurt.
Alla stazione ferroviaria ampia e solenne
Come un’architettura del Reich hai
L’impressione di una varia umanità
Desolata . una vecchia con l’aria
Trista di una nazista che insista
Ad esserlo ha sul cappello una croce
Uncinata, la gente la guarda incantata
Da tanto coraggio. Le ragazze di
Francoforte hanno di bello
Che sono belle ed hanno
Di brutto che sono morte.
Alloggiavo in un albergo
Sulla collina che sembrava
Un castello tipo disneyland.
Non era né brutto né bello,
era stupidamente falso,
Dalla finestra la Francoforte
Di notte assomigliava a tutte
Le città quando le vedi di
Notte dall’alto. Spiccava di molta
Luce il teatro della danza.
Dalla mia stanza si vedeva
Anche la torre della Pilsen
Birra. La mia lei volle
Che la fotografassi vestita
Di un anello e di una collana
Rossa di corallo finto.
Ho regalato poi quella foto
Ad un tassista turco
Che fumava da turco
E bestemmiava da italiano.
Ieri sono stato morto, me ne
sono
accorto all’improvviso
quando
ho visto quel tuo
sorriso strano
definitivo sul tuo
viso
rigato di lagrime
finte,
attente a non
attentare
al rimmel ed al fard,
ed ho visto che ero
vestito
di grigio scuro io
che vesto
sempre sportivo sul
casual
e i piedi erano
costretti
ad essere piedi da
quelle
scarpe di come si
dice
ah sì di vernice e
qualcuno
mi aveva annodato
al collo che porto
libero
sempre-almeno quello-
una cravatta che
sembravo
un eroe di un romanzo
di Susanna Tamaro.
Sentivo
un odore di fiori, un
parlottio
di persone che
dicevano
sì sarà stato anche
cattivo
ma in fondo in fondo
era buono, e poi
adesso
comunque è morto
e pace all’anima
sua.
Una lei che mi amava
e
non era riamata- succede-
diceva ma quale
anima, ma
quale pace., Urlava,
mi sono svegliato
da una catalessi.
Mi ha salvato
l’amore
di una donna
che non ho mai amata.
L’odio può fare
miracoli,
Lazzaro ne sa
qualcosa.
Io le ricordo bene le pene le paure
le voglie insane di quella
nostra estate in Zambia. Avevamo
a disposizione , in quanto coppia,
un villino con doppia
servitù, il boy, come si chiama
in gergo il maschio negro
che serve a tutte le occasioni
di voglia e di servizio
e la mamy, che stira e stura
e fa qualche servizio ficale
a cui il boy non è preposto,
essendo il suo posto
posto tra le natiche
bianche dell’uomo
e della donna bianca..
Era un’ estate stanca, di
poco e freddo sole, il
sole che non scalda
l’altezza dell’altopiano
zambiano che è alto e piano
per far precipitare
l’acqua dello zambesi
che nasce dal lago vittoria
e si invittoria nelle victoria
fall’s , e sembra un eruzione
di gocce successiva
ad una erezione straviva.
Ti feci mille foto,
eri vestita da esploratrice,
con quella gonna pantalone
che ti faceva donna
con la gonna e ti faceva
uomo per via de pantalone
e non sapevo mai, ricordo,
quella notte se fotterti
la fica o farmi fottere
il culo dal tuo cazzo
che non avevi, dico del cazzo
perché il culo lo avevi ed
era ormai paonazzo
per via dei morsi
e dei succhiotti naticali.
Quella notte in quell’albergo
che stava straffacciato
sulle victoria falls
e si sentiva il rimbombo
del’acqua che precipitava
come lava infuriata
sapemmo che gli indigeni
danno alle falls un nome
strano e molto folle
e molto vero.
Loro per via di quel suono
che suona in sempiterno
parlano dell’acqua che suona.
Quella notte eravamo stranamente
eccitati ma non facemmo sesso,
eravamo ossessionati
dalla musica sinfonica
in crescendo dell’acqua
che precipitava pre ci pi
ta va. La lava d’acqua.
Un puro orgasmo che la natura
regalava a se stessa.
Un onanismo di natura.
Ottobre stamattina assomigliava a settembre quando ancora andiamo al lago
di bolsena a guardare le anatre che portano a spasso sulla sabbia i loro piccoli,
e sembra che non li guardino ma se vanno in acqua li rincorrono e quella
ragazza tedesca che sa di essere bella ma non le importa ha sempre quella
gonna corta che le scopre le cosce fino all’inguine mentre va in bicicletta
lentamente tra gli oleandri e non sai se sono gli oleandri a respirare lei
o lei gli oleandri e i profumi sono acutissimi come frustate date in giusta
misura e le donne mature hanno pieno il seno ed ampi i fianchi e non somigliano
a santa cristina che fu affogata con una pietra al collo nel lago e il lago non
la volle morta e la riportò a riva e allora la cacciarono in una cella piena di vipere ma le vipere si attorcigliarono al suo corpo di vergine per accarezzarlo senza veleno
e allora le tagliarono la testa e la testa di santa cristina è diventata l’isola
bisentina dove un principe cosiddetto del drago fa eseguire concerti per i suoi amici scelti e per chi si avventura a nuoto senza morire dalla spiaggia dorata di bolsena
a quella roccia galleggiante di tufo con sopra tutto quel verde e la punta di
un campanile goticoarabonormanno e tu che non vuoi mai prendere il traghetto
per l’isola ma preferisci che faccia notte sulla spiaggia deserta ormai e ti spogli
nuda e fai il bagno nell’acqua ancora tiepida e dopo mi fai l’amore.
Una
confessione una professione di fede in me.
Nascondo
una bottiglia di vino
In
un angolo nascosto di porano,
la
bottiglia la cambio,
porano
è sempre quella
da
quando mi hai lasciato
o
ti ho lasciata , sai
da
quando bevo così tanto
ogni
tanto mi sfaldo
mi
sfaccio, mi sfascio
e
mi rifaccio ma mi
rifaccio
male, quasi
godo
a farmi peggio
di
quello che sono stato
quando
ci facevamo
tutto
il bene del male.
Ho
bevuto per bere
senza
gustare
il
vino, Poi
all’improvviso
mi
è apparsa una ragazza
con
una giacca azzurra
molto
stretta, un jeans
che
sembrava la pelle
di
pelle sulle natiche.
dentro
una piazza pazza
di
nebbia e rabbia
Quella
ragazza giocava
con
un cane molto nero,
immagino
di razza,
Le
ho detto sembra
un’inquadratura
di
un film di godard,
peccato
che il mio sguardo
non
sia una cinepresa
Lei
mi sapeva
forse
di qualche fama
strana,
mi ha detto
in
quel letto di nebbia:
per
prendermi non devi
cineprendermi.
Le
ho
sorriso, ma io
pensavo
a te.
Sono
un perdente di razza
da
quando ho perso te
Mi
aspettava come fosse
la
mia famiglia adottiva
quella
bottiglia di vino
Da
bere per morire.
Di questo si nutrono
Quando vengono
Sulla terra gli angeli
A cercare il pane
Degli uomini
Ed hanno forti
Le ali e leggere
Al volo finché
Non le zavorra
La voglia
Di una donna
Che ali non ha
Ma duri i seni
E tenero
Il ventre.
E di questo
Muoiono sai
Gli angeli
E sono loro
I bambini
Che muoiono
Troppo presto.
***
La musica la senti che ti suscita
Strani pensieri, la musica
Che canta le tue vene, la
Musica che va la musica
Che viene. La musica
La musica
La musi
Ca
A
La musica, ah
La tua
Musica.
La nostra
Musica
A ah.
Trovarsi, una scommessa
Con il sesso sottomesso
Alle regole di un appuntamento
Immancabile ma attento
Alle ore ed ai minuti.
Penetrarsi, una promessa
Di dita, lingue, occhi
Voraci, braccia
Fendenti carne calda.
Lasciarsi, una paura
Che scivola sui chiodi
Della distanza
Programmata
Prossima futura.
L’amore è sullo sfondo,
Panorama a se stesso.
due nuove poesie edite il 8/4/'04
Lazzaro lazzarone
Erano quattro giorni ormai e quattro notti,
lunghe per me e brevi a chi mi era restato
sulla terra parente amico amore amato
amante e quasi mi ero davvero abituato
ad essere morto lì nel mio sepolcro sigillato
all’ombra di quattro cedri e di una palma.
Poi mi giunse all’orecchio un parlottìo,
quasi un tubare di tortore o lo scorrere
di un fiume lento, ed erano le voci
delle sorelle mie marta e maria.
Maria, delle sorelle mie la più sagace
diceva che dissigillar sepolcri
porta male, che non serviva a niente
proprio a niente, ed era giusto il lutto.
Tanto, la sentivo dire con chiarezza,
il corpo di Lazzaro nostro è ormai distrutto
dal baciarlo quei vermi che sappiamo.
Poi quella voce di quel vecchio amico,
che si chiamava, sì, lo riconobbi
proprio da quella voce, Gesù di nazzarette,
prese a dire chi crede non è morto
e se credete voi ve lo riporto
alla vita dell’orto e del bestiame.
Io non potevo farmi udire, non volevo
Dare spavento alle sorelle mie
Che giustamente mi avevano a morto,
ma avrei voluto dire di lasciarmi
con le mie fasce lì e con la mia pace.
Ma quell’amico, inesorabile nella sua
Smania di voler essere il dio di un dio
Padrone della morte, fece riaprire
Le porte del sepolcro, e la sua voce
Con tono non so se di amore o di minaccia
Mi disse Lazzaro cammina: e io presi il passo
Di quella vita che non avevo amato,
e lasciai quella pace sconosciuta.
Grande fu la meraviglia della gente,
confuse un po’ di gioia le sorelle
e solo cristo vinceva quella guerra
con la sua santa stregoneria.
Poi non ricordo più come ho vissuto
La mia vita risorta: l’altro giorno
Rileggendo per caso un versetto di Luca,
ho saputo che fui una sera a cena,
ma in disparte, con quel mio amico
ormai famoso, con quel gesù
che adesso si chiamava gesù cristo
e che non mi rivolse la parola, forse
aveva schifo di me che ero risorto
mentre a lui si preparava morte.
Messaggio di poesia tentata solo per te,
a mo’ di un addio che non vorrei lo fosse.
L’ultimo nostro incontro non fu
Né mai lo sono stati gli altri
Un incontro di amore. Sempre
Questi appuntamenti affannati
Dalla paura che fossero mancati
Appuntamenti. E dalla voglia insana
Che fossero appuntamenti
Trascurati e trascurabili,
Incontri tra compagni di viaggio,
Innamorati del viaggio e smaniosi
Di arrivare nei luoghi conosciuti.
E non chiedermi quali, ognuno
Porta con sé le stimmate
Dei luoghi conosciuti
E all’altro ignoti.
Sta scritto: Caino e Abele andavano
parlandosi nei campi, poi
Caino si avventò su Abele
e lo uccise. Quali parole si dissero,
i due fratelli, in quel loro parlarsi
che fu l'ultimo? Fu questione tra loro,
non sta scritto, di un appuntamento
di qualche loro
amore mancato..
Fine messaggio allegato
due nuove poesie di F. Cerulli pubblicate il 9/4/'03
Hai visto in faccia qualche sentimento
Ti sei pentita mai del non peccato
Hai mai fornicato nella nebbia
Ti sei guardata mai dentro il mio specchio
Hai mai giurato di giurare il falso
E di tacere eternamente il vero
Sei mai stata la madre della notte
La notte dove perdono le madri
Gli anni dei figli e la malinconia
Che afferra i fianchi e che li morde a sangue
Hai mai sognato di sognare in sogno
Vegliando l’amore tuo caduto in guerra
Medaglia d’oro al valore violento
Hai mai peccato con tutta te stessa
Hai mai tremato come quella foglia
Che sente il vento e scappa via dal vento
Trasportata dal vento,
Sei mai stata una monaca in convento
Una puttana dentro un lupanare
Una goccia di mare dentro il mare
Una voglia sfinita, stravogliata….
Dopo la morte di teresa d’avila, il
profumo divenne così forte che le consorelle, secondo quanto esse riferirono,
furono colte da emicrania e dovettero aprire una finestra. ( from madrid to purgatory).
Se quel primo apparire del miracolo
Rubato all’agonia fu per donne da donna
E quale domina donna fu apparire
Di dolore che suole accompagnarsi
A turbe muliebri, mestrui e menopause
Di che profumo era denso quel profumo
Che di morte non era né mai più di vita
Né di putrefazione ché non si addice
Alla carne dei santi il putrefarsi…
Da quali fiori della carne di Teresa
Dal grembo suo non vergine eppur casto
Dalle ali delle sue ascelle depilate
Per lunghi digiuni e repentine
Estasi orgasmate nel pensare allo Sposo
Sposo di lei geloso e lui di lei, nel chiostro
Dei pensieri strasanti del peccato
Fattosi croce e cilicio, croce e bacio
Nel chiostro del convento mitigato
Da quali carni di sorelle morte prima
Senza l’estrema unzione del Piacere
Quel profumo nasceva che morire
Non voleva e poteva, e da quali
Ammalati pensieri che alle consorelle
Cerchiavano la testa di un dolore
Che si placava appena alle finestre
Spalancate sul mondo, immondo mondo
Di donne amate e amanti, sciagurate
Le evase dai chiostri e le dannate
Alla vergogna della carne donne amanti
Non amanti di Lui, ma di persona umana
E della sua caduca piacenza e fuggitiva
Forse il profumo che in notti di pioggia
Quando il vento s’immischia alle pinete
Gioviali della solare anche di notte Ischia
Viene dai troni di pietra, dalla stanza
Delle monache assettate, insegnanti
Di morte alle novizie nel castello aragonese
Dove cantava e godeva oscena vita
Perché non vita e ascesi, il corpo di corpo
Di Vittoria Colonna. Donna anch’essa,
E domina, a Teresa sorella, ad ascesi
Com’essa adusa, e ad estasi diverse,
Eguali solo ad essere perverse
Per qualche troppo amore
Una nuova poesia pubblicata il 10\3\'03
dio mio come si sfilacciava quella nuvola
contro la luce del tramonto, e quel cavallo
bianco pezzato visto in controluce
quanti galoppi aveva perso al sole
di questo marzo. La tua casa stava
sospesa al panorama; alla finestra
tu guardavi te stessa, ti eri specchio
per riflettere l' ultimo arrossarsi
di un tramonto diviso, ti eri specchio
alle gambe nervose, al grembo
prosciugato di amore, alle tue labbra
ferite di ferite da baciare.
dio mio come ti somigliava quella nuvola
che si sperdeva e si faceva stoffa
per riscoprirti finalmente nuda...
tre poesie pubblicate il 19\12\’02
Già dalla strada sento che stasera
sarà una sera tutta differente,
molto differente dalle altre
vissute male, e non so se sarà
una sera peggiore o una migliore
e più ammagata e nostra.
Sulle scale mi schiarisco la voce
con un colpo di tosse, mi passo
le mani sui capelli a scriminarli,
e non ricordo se avevo suonato
quando hai aperto la porta.
Eri pallida in viso, quasi smorta,
e la vestaglia che mostrava un seno
ti nascondeva l’altro nel suo velo.
Io non ho detto parola di parola
e tu mi hai frastornato di silenzio.
Poi la voce di lui che ti chiamava
piena di voglia e fumo e d’impazienza
ha rotto il ghiaccio. Le parole
che avevo preparato, forse d’amore,
sono volate via, nelle contorte
spirali del mio cuore interrotto,
del mio ventre assalito dai crampi,
i miei soliti crampi, il mio solito cuore.
Messaggio di poesia tentata solo per te, a mo’ di un addio che non vorrei lo fosse.
L’ultimo nostro incontro non fu
Né mai lo sono stati gli altri
Un incontro di amore. Sempre
Questi appuntamenti affannati
Dalla paura che fossero mancati
Appuntamenti. E dalla voglia insana
Che fossero appuntamenti
Trascurati e trascurabili,
Incontri tra compagni di viaggio,
Innamorati del viaggio e smaniosi
Di arrivare nei luoghi conosciuti.
E non chiedermi quali, ognuno
Porta con sé le stimmate
Dei luoghi conosciuti
E all’altro ignoti.
ho asciugato il mio sperma ai suoi caoelli
prima che li stringesse a treccia a bionda treccia
le ho accarezzato il seno, e poi la freccia
dell'odio mio l'ha trapassato
cone se fosse stato il sacro
sacro cuore di qualche gesù.
avevo perso il libro di preghiere
ed ho provato ad inventarle,
rosari, litanie, dominus tecum,
e la messa è finita andate in pace
a quel punto io, soltanto io,
ho provato la stupida paura
di essere dio,
quello del settimo giorno.
quello del settimo sigillo.
e le ho chiesto perdono ed era morta,
e le ho chiesto piangendo l'indulgenza
di uno sguardo.
ma la donna che è morta, è cieca dentro.
due poesie pubblicate il 26\12\'02
Passerà questa stagione malintesa
Passerà questa stagione malintesa
Passeranno le frasi non volute capire
Le non dette e le dette a fare male
Passerà perché dio vuole che passi
Questo tuo odio malato e rancoroso
Questo mio modo odioso di volerti
Passerà perché passa la stagione
Dello star male inutilmente e torna
La stagione delle nostre prime uniche e vere
Parole intimidite di un qualcosa
Che forse era l’amore di una strana
Nostra specie d’amore.
Erano quattro giorni ormai e quattro notti,
Erano quattro giorni ormai e quattro notti,
lunghe per me e brevi a chi mi era restato
sulla terra parente amico amore amato
amante e quasi mi ero davvero abituato
ad essere morto lì nel mio sepolcro sigillato
all’ombra di quattro cedri e di una palma.
Poi mi giunse all’orecchio un parlottìo,
quasi un tubare di tortore o lo scorrere
di un fiume lento, ed erano le voci
delle sorelle mie marta e maria.
Maria, delle sorelle mie la più sagace
diceva che dissigillar sepolcri
porta male, che non serviva a niente
proprio a niente, ed era giusto il lutto.
Tanto, la sentivo dire con chiarezza,
il corpo di Lazzaro nostro è ormai distrutto
dal baciarlo quei vermi che sappiamo.
Poi quella voce di quel vecchio amico,
che si chiamava, sì, lo riconobbi
proprio da quella voce, Gesù di nazzarette,
prese a dire chi crede non è morto
e se credete voi ve lo riporto
alla vita dell’orto e del bestiame.
Io non potevo farmi udire, non volevo
Dare spavento alle sorelle mie
Che giustamente mi avevano a morto,
ma avrei voluto dire di lasciarmi
con le mie fasce lì e con la mia pace.
Ma quell’amico, inesorabile nella sua
Smania di voler essere il dio di un dio
Padrone della morte, fece riaprire
Le porte del sepolcro, e la sua voce
Con tono non so se di amore o di minaccia
Mi disse Lazzaro cammina: e io presi il passo
Di quella vita che non avevo amato,
e lasciai quella pace sconosciuta.
Grande fu la meraviglia della gente,
confuse un po’ di gioia le sorelle
e solo cristo vinceva quella guerra
con la sua santa stregoneria.
Poi non ricordo più come ho vissuto
La mia vita risorta: l’altro giorno
Rileggendo per caso un versetto di Luca,
ho saputo che fui una sera a cena,
ma in disparte, con quel mio amico
ormai famoso, con quel gesù
che adesso si chiamava gesù cristo
e che non mi rivolse la parola, forse
aveva schifo di me che ero risorto
mentre a lui si preparava morte.
pubblicata il 5\1\'03
Tutti a cena stasera
alla casa del padre di Marco
Nella sala più grande, la sala
Pronta ed ammobiliata
Al piano nobile.
Non è richiesto abito scuro,
Nella casa del padre di Marco,
Ma solo si chiede che il vestire
Sia parco, adatto alla cena,
Che è, dicono, l’ultima
prima che l’ospite parta.
L’Ultima Cena.
Ciascuno porti una brocca,
L’ospite ha già fatto cuocere
Il Pane, e dall’uva di Gerico
Ha fatto spremere il vino.
Un vino di Gerico, del 33 dopo cristo,
è stata, sembra, una buona annata.
Ho chiesto il permesso, se non disturba,
di portare Maria Maddalena: concesso,
anche se è Cena per soli uomini, a patto
che la donna resti in disparte,
non semini desiderio e zizzania,
e sia pronta, a cena ultimata,
a sparecchiare la mensa,
la misera mensa,
e l’Immensa.
Al tavolo grande siedono ( curiosa
Come tutte le donne di Palestina, ha
Voluto contarli, Maria Maddalena)
Siedono in tredici ( il numero della
Sfortuna, bisbiglia al mio orecchio,
Superstiziosa come tutte le donne
Di malaffare, Maria Maddalena )
Si sente soltanto un parlare sommesso,
Si prepara qualche convegno, forse
Qualche sommossa: dagli occhi
Dell’uomo biondo scendono lagrime,
E’ la tristezza del vino bevuto, o
forse non vuole partire. Un tale
( Si chiama Giuda, Maria Maddalena sa tutto)
Gli grida ad un tratto: concedimi
Di non doverti tradire. Ma l’uomo biondo
E’ distratto, confabula con il più giovane,
Che gli assomiglia ( è Giovanni, mi dice
La mia indocile spia, dicono sia suo fratello,
ma penso che sia l’efebo amante,
sussurra spietata e intrigante Maria
Maddalena). La cena prosegue alla stanca,
Nessuno mangia,
Manca ogni traccia di cibo, soltanto
Quel pezzo di pane, quel calice colmo
Di un Gerico del 33 dopo cristo.
Poi l’ospite biondo ( per certo, secondo
Maria Maddalena che il mondo
Ha girato per via del suo immondo
Mestiere, per certo è un tedesco)
Si alza con quella sua aria
Triste da vittima, accarezza
Del desco la fiorita tovaglia,
E la chioma del suo Giovanni:
Poi spezza il pane e lo mangia,
Lo mangia tutto, poi odora
La coppa di vino, e lo beve,
Lo beve tutto. Par di capire
Che parli di carne, e di sangue.
Sarà magari la lista della
Prossima cena ( ma non doveva
Essere l’ultima, sussurra
Maria Maddalena?).
Lui solo dunque ha mangiato,
Mangiato e bevuto.
Che strana cena, siamo tutti
A stomaco asciutto.
Ma siamo sazi e stracolmi.
Pietro, quello della pescheria,
Si lascia sfuggire un rutto,
Ma il biondo sorride, perdona
Quell’ultima villania.
La festa è finita, i tredici
Vanno, penso, alle loro case
Giù verso il lago.
Maria Maddalena, nottambula
Impenitente, pretende
Di andare in piscina
A Siloe. Un sorso di sidro,
Mi dice, e poi tutti a nanna.
Mi sembra che sia molto triste,
Maria Maddalena: la cena
L’ha forse turbata. So già
Che stanotte sul bordo della piscina
Noi non faremo all’amore.