Fausto Cerulli

nato a Cantalice, Rieti, il 20.0.1940

 

 

 

nuove poesie edite il 1/12/'04

 

 

 

 

 

Canto per valeria n. 2

 

Nella tua lunga distanza  dalla mia strana

voglia di te, sai come mi fu improvviso

vederti con un altro, e tu guardarlo

con tenerezza e quella sera bevvi

vino cattivo come se tu mi avessi

tradito. Tu che non sapevi di me

se non  per qualche sguardo

prolungato, o forse non avevi neppure

notato quel mio sguardo. Ed io

che avevo riguardo alla mia storia

d’amore con te, storia inventata,

frastagliata di pensieri  stranamente

casti per me che casto non sono

stato mai. Una sera ti fui vicino

che quasi ti sfioravo ad un concerto

di musica jazz: ricordo sempre

un tuo piede calzato di una calza

a rete, che batteva il tempo, e

il tuo profilo che mi batteva

contro le tempie.  Così ti ero

vicino tra la folla che ti potevo

sentire il profumo della nuca,

un misto di verbena e di agrifoglio,

e forse era soltanto il tuo profumo

della pelle . Ricordo anche la musica

straziante suonata da un pianista

giovanissimo. Ed io lo odiavo

perché tu lo guardavi, e l’avrei

voluto morto perché vedevo

che il tuo volto era assorto

al suo tocco d’artista.  Ricordo

che ti sfiorai una spalla, mentre

la folla sfollava: tu non lo hai

mai saputo, io non l’ho mai

dimenticato quel momento

di intimità carpita subdolamente

tra il tutto e il niente di una

sera che a me fu QUELLA SERA

ed a te non fu altro che un niente

di una sera di niente. La follia

di un amore sa essere sapiente

anche di questo .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Canto per Valeria n. 1

 

Tu che abitavi dove poi la strada si

addentra nella  sera, e allegre collegiali

di san paolo si confidano amori

inventati e amori fatti con le dita

dentro una notte troppo lunga,

ed un giardino insolito dentro

questa città  getta profumi e colori

come una sfida al tufo insonnolito,

ed aspettavo che tu uscissi guardinga

delle tue mani lunghe affusolate, del

tuo passo felpato, e di quel poco trucco

che ti faceva splendere  gli occhi

già lucenti di quel verde che non ho

mai visto in altri occhi, aspro

e cangiante come di una gatta

docile solo a se stessa ed a se stessa

fedele di silenzi, di  sguardi sempre

meravigliati,  di voler stare in gioco

con pensieri a gomitolo facendosi

le fusa come solo una gatta

si sa fare la fusa. Io so che ti chiamavi

Valeria, che non mi avresti amato mai,

che ci distanziavamo in secoli

di vita da me vissuta e a te

da vivere. Eppure ti aspettavo,

paziente come si attende un funerale

od un corteo nuziale. E tu no, tu

non uscivi mai. Eri già uscita

per la tua vita di fanciulla,

per i tuoi amori tutto tuoi. Oppure

in qualche stanza alluvionavi

di pensieri la tua mente di vergine

che si trastulla di dita e di rossetti

messi a fingersi donna. Speravo

che piovesse, che il giardino

uccidesse tutti i fiori, che i profumi

si inacidissero. Speravo che tu

saresti stata sempre nella casa

che non conoscevo, ma lontana

dagli occhi degli altri. Ero geloso

dell’aria, della gente che ti avrebbe

guardata senza amarti come

ti amavo io che non ti amavo,

ma ti tenevo al piedistallo

tra  voglia e  nostalgia.

Pensavo a una Giulietta

morta all’inizio della vita,

ferita dal non essere mai

stata ferita. Dio quanta luce,

dio quanta voce in quel mio stare

in silenziosa attesa, sapendo

che non ti avrei mai sfiorato.

Dio mio, quanto ti ho amato

senza dirtelo, sai, senza dirmelo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di questo si nutrono

Quando vengono

Sulla terra gli angeli

A cercare il pane

Degli uomini

Ed hanno forti

Le ali e leggere

Al volo finché

Non le zavorra

La voglia

Di una donna

Che ali non ha

Ma duri i seni

E tenero

Il ventre.

E di questo

Muoiono sai

Gli angeli

E sono loro

I bambini

Che muoiono

Troppo presto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E poi per cominciare

finiscila di ansimare, non

ti ammazzeranno mica,

ah no, non ti ameranno

e non ti ammazzeranno,

puoi sbucare in piena

depressione del Gobi, ti

sentirai come a casa tua.

Ti aspetterò qui,

tranquillo, tranquillo

per te. No, sono solo,

solo sono, sono io

che me ne vado, questa

volta sono io. Io

mi metterò in un angolo

e mi pettinerò la barba, per

essere più bello. Un po’

più bello almeno se le cose

potessero andare così.

Tu mi dirai vieni angioletto

è ora di andare a casa.

E domani mi metterò

la cravatta blu, con le stelle,

e la mettevo, finita la notte.

Dio, se potessi

ricominciare da dove

tutto si è spento, e si è spenta

anche la memoria di questo

spegnersi,  e una gran fiamma

e poi il buio, un grande

enorme spasimo  e poi niente,

niente più peso, né spazio

da percorrere da anima ad

anima, non so.  e adesso

qui, e quale adesso qui,

un enorme istante, come

se fosse il paradiso. E la mente

lenta, lenta, quasi ferma.

Anche le parole si fermano,

il soggetto muore

prima di raggiungere il Verbo,

ed il Verbo si è fatto carne. Qualcosa

di asciutto. O liquido, o una

melma. Come prima

della vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Frankfurt.

Alla stazione ferroviaria ampia e solenne

Come un’architettura del Reich  hai

L’impressione di una varia umanità

Desolata . una vecchia con l’aria

Trista di una nazista che insista

Ad esserlo ha sul cappello una croce

Uncinata, la gente la guarda incantata

Da tanto coraggio. Le ragazze di

Francoforte hanno di  bello

Che sono belle ed hanno

Di brutto che sono morte.

Alloggiavo in un albergo

Sulla collina che sembrava

Un castello tipo disneyland.

Non era né brutto né bello,

era stupidamente falso,

Dalla finestra la Francoforte

Di notte assomigliava a tutte

Le città quando le vedi di

Notte dall’alto. Spiccava di molta

Luce il teatro della danza.

Dalla mia stanza si vedeva

Anche la torre della Pilsen

Birra. La mia lei volle

Che la fotografassi vestita

Di un anello e di una collana

Rossa di corallo finto.

Ho regalato poi quella foto

Ad un tassista turco

Che fumava da turco

E bestemmiava da italiano.

 

 

 

 

 

 

Ieri sono stato morto, me ne sono

accorto all’improvviso quando

ho visto quel tuo sorriso strano

definitivo sul tuo viso

rigato di lagrime  finte,

attente a non attentare

al rimmel ed al fard,

ed ho visto che ero vestito

di grigio scuro io che vesto

sempre sportivo sul casual

e i piedi erano costretti

ad essere piedi da quelle

scarpe di come si dice

ah sì di vernice e qualcuno

mi aveva annodato

al collo che porto libero

sempre-almeno quello-

una cravatta che sembravo

un eroe di un romanzo

di Susanna Tamaro. Sentivo

un odore di fiori, un parlottio

di persone che dicevano

sì sarà stato anche cattivo

ma in fondo in fondo

era buono, e poi adesso

comunque è morto

e pace all’anima sua.

Una lei che mi amava

e  non era riamata- succede-

diceva ma quale anima, ma

quale pace., Urlava,

mi sono svegliato

da una catalessi.

Mi ha salvato l’amore

di una donna

che non ho mai amata.

L’odio può fare miracoli,

Lazzaro ne sa qualcosa.

 

 

 

 

 

 

Io le ricordo bene le pene le paure

le voglie insane di quella

nostra estate in Zambia. Avevamo

a disposizione , in quanto coppia,

un villino con doppia

servitù, il boy, come si chiama

in gergo  il maschio negro

che serve a tutte le occasioni

di voglia e di servizio

e la mamy, che stira e stura

e fa qualche servizio ficale

a cui il boy non è preposto,

essendo il suo posto

posto tra le natiche

bianche dell’uomo

e della donna bianca..

Era un’ estate stanca, di

poco e freddo sole, il

sole che non scalda

l’altezza dell’altopiano

zambiano che è alto e piano

per far  precipitare

l’acqua dello zambesi

che nasce dal lago vittoria

e si invittoria  nelle victoria

fall’s , e sembra un eruzione

di gocce successiva

ad una erezione straviva.

Ti feci mille foto,

eri vestita da esploratrice,

con quella gonna pantalone

che ti faceva donna

con la gonna e ti faceva

uomo per via de pantalone

e non sapevo mai, ricordo,

quella notte se fotterti

la fica o farmi fottere

il culo dal tuo cazzo

che non avevi, dico del cazzo

perché il culo lo avevi ed

era ormai paonazzo

per via dei morsi

e dei succhiotti naticali.

Quella notte in quell’albergo

che stava straffacciato

sulle victoria falls

e si sentiva il rimbombo

del’acqua che precipitava

come lava infuriata

sapemmo che gli indigeni

danno alle falls un nome

strano e  molto folle

e molto vero.

Loro per via di quel suono

che suona in sempiterno

parlano dell’acqua che suona.

Quella notte eravamo stranamente

eccitati ma non facemmo sesso,

eravamo ossessionati

dalla musica sinfonica

in crescendo dell’acqua

che precipitava pre ci pi

ta va. La lava d’acqua.

Un puro orgasmo che la natura

regalava a se stessa.

Un onanismo di natura.

 

 

 

 

 

 

 

Ottobre stamattina assomigliava a settembre quando ancora andiamo al lago

di bolsena a guardare le anatre che portano a spasso sulla sabbia i loro piccoli,

e sembra che non li guardino ma se vanno in acqua li rincorrono e quella

ragazza tedesca che sa di essere bella ma non le importa ha sempre quella

gonna corta che le scopre le cosce fino all’inguine mentre va in bicicletta

lentamente tra gli oleandri e non sai se sono gli oleandri a respirare lei

o lei gli oleandri e i profumi sono acutissimi come frustate date in giusta

misura e le donne mature hanno pieno il seno ed ampi i fianchi e non somigliano

a santa cristina che fu affogata con una pietra al collo nel lago e il lago non

la volle morta e la riportò a riva e allora la cacciarono in una cella piena di vipere ma le vipere si attorcigliarono al suo corpo di vergine per accarezzarlo senza veleno

e allora le tagliarono la testa e la testa di santa cristina è diventata l’isola

bisentina dove un principe cosiddetto del drago fa eseguire concerti per i suoi amici scelti e per chi si avventura a nuoto senza morire dalla spiaggia dorata di bolsena

a quella roccia galleggiante di tufo con sopra tutto quel verde e la punta di

un campanile goticoarabonormanno e tu che non vuoi mai prendere il traghetto

per l’isola ma preferisci che faccia notte sulla spiaggia deserta ormai e ti spogli

nuda e fai il  bagno nell’acqua ancora tiepida e dopo mi fai l’amore.

 

 

 

Una confessione una professione di fede in me.

 

Nascondo una bottiglia di vino

In un angolo nascosto di porano,

la bottiglia  la cambio,

porano è sempre quella

da quando mi hai lasciato

o ti ho lasciata , sai

da quando bevo così tanto

ogni tanto mi sfaldo

mi sfaccio, mi sfascio

e mi rifaccio ma mi

rifaccio male, quasi

godo a farmi peggio

di quello che  sono stato

quando ci facevamo

tutto il bene del male.

Ho bevuto per bere

senza gustare

il vino, Poi

all’improvviso

mi è apparsa una ragazza

con una giacca azzurra

molto stretta, un jeans

che sembrava la pelle

di pelle sulle natiche.

dentro una piazza  pazza

di nebbia  e rabbia

Quella ragazza giocava

con un cane molto nero,

immagino di razza,

Le ho detto sembra

un’inquadratura

di un film di  godard,

peccato che il mio sguardo

non sia una cinepresa

 Lei mi sapeva

forse di qualche fama

strana, mi ha detto

in quel letto di nebbia:

per prendermi non devi

cineprendermi. Le

ho sorriso, ma io

pensavo a te.

Sono un perdente di razza

da quando ho perso te

Mi aspettava come fosse

la mia famiglia adottiva

quella bottiglia di vino

Da bere per morire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di questo si nutrono

Quando vengono

Sulla terra gli angeli

A cercare il pane

Degli uomini

Ed hanno forti

Le ali e leggere

Al volo finché

Non le zavorra

La voglia

Di una donna

Che ali non ha

Ma duri i seni

E tenero

Il ventre.

E di questo

Muoiono sai

Gli angeli

E sono loro

I bambini

Che muoiono

Troppo presto.

 

 

 

***

 


La musica la senti che ti suscita

Strani pensieri, la musica

Che canta le tue vene, la

Musica che va la musica

Che viene. La musica

La musica

La musi

Ca



La musica, ah

La tua

Musica.

La nostra

Musica

A ah. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trovarsi, una scommessa

Con il sesso sottomesso

Alle regole di un appuntamento

Immancabile ma attento

Alle ore ed ai minuti.

Penetrarsi, una promessa

Di dita, lingue, occhi

Voraci, braccia

Fendenti carne calda.

Lasciarsi, una paura

Che scivola sui chiodi

Della distanza 

Programmata

Prossima futura.

L’amore è sullo sfondo,

Panorama a se stesso.

 

due nuove poesie edite il 8/4/'04

 

Lazzaro lazzarone

 

Erano quattro giorni ormai e quattro notti,

lunghe per me e brevi a chi mi era restato

sulla terra parente amico amore amato

amante e quasi mi ero davvero abituato

ad essere morto lì nel mio sepolcro sigillato

all’ombra di quattro cedri e di una palma.

 

Poi mi giunse all’orecchio un parlottìo,

quasi un tubare di tortore o lo scorrere

di un fiume lento, ed erano le voci

delle sorelle mie marta e maria.

 

Maria, delle sorelle mie la più sagace

diceva che dissigillar sepolcri

porta male, che non serviva a niente

proprio a niente, ed  era giusto il lutto.

Tanto, la sentivo dire con chiarezza,

il corpo di Lazzaro nostro è ormai distrutto

dal baciarlo quei vermi che sappiamo.

 

Poi quella voce di quel vecchio amico,

che si chiamava, sì, lo riconobbi

proprio da  quella voce, Gesù di nazzarette,

prese a dire chi crede non è morto

e se credete voi ve lo riporto

alla vita dell’orto e del bestiame.

 

Io non potevo farmi udire, non volevo

Dare spavento alle sorelle mie

Che giustamente mi avevano a morto,

ma avrei voluto dire di lasciarmi

con le mie fasce lì e con la mia pace.

 

Ma quell’amico, inesorabile nella sua

Smania di voler essere il dio di un dio

Padrone della morte, fece riaprire

Le porte del sepolcro, e la sua voce

 

Con tono non so se di amore o di minaccia

Mi disse Lazzaro cammina: e io presi il passo

Di quella vita che non avevo amato,

e lasciai quella pace sconosciuta.

 

Grande fu la meraviglia della gente,

confuse un po’ di gioia le sorelle

e solo cristo vinceva quella guerra

con la sua santa stregoneria.

 

Poi non ricordo più come ho vissuto

La mia vita risorta: l’altro giorno

Rileggendo per caso un versetto di Luca,

ho saputo che fui una sera a cena,

ma in disparte, con quel mio amico

ormai famoso, con quel gesù

che adesso si chiamava gesù cristo

 

e che non mi rivolse la parola, forse

aveva schifo di me che ero risorto

mentre a lui si preparava morte.

 

 

 

 

 

 

 

 


Messaggio di poesia tentata solo per te,

a mo’ di un addio che non vorrei lo fosse. 




L’ultimo nostro incontro non fu

Né mai lo sono stati gli altri

Un incontro di amore. Sempre

Questi appuntamenti affannati

Dalla paura che fossero mancati

Appuntamenti. E dalla voglia insana

Che fossero appuntamenti

Trascurati e trascurabili,

Incontri tra compagni di viaggio,

Innamorati del viaggio e smaniosi

Di arrivare nei luoghi conosciuti.

E non chiedermi quali, ognuno

Porta con sé le stimmate

Dei luoghi conosciuti

E all’altro ignoti.

Sta scritto: Caino e Abele andavano 

parlandosi nei campi, poi

Caino si avventò su Abele

e lo uccise. Quali parole si dissero,

i due fratelli, in quel loro parlarsi

che fu l'ultimo? Fu questione tra loro,

non sta scritto, di un appuntamento

di qualche loro

amore mancato.. 

 

Fine messaggio allegato

 

 

 

 

 

 

due nuove poesie di F. Cerulli pubblicate il 9/4/'03

 

Hai visto in faccia qualche sentimento

Ti sei pentita mai del non peccato

Hai mai fornicato nella nebbia

Ti sei guardata mai dentro il mio specchio

Hai mai giurato di giurare il falso

E di tacere eternamente il vero

Sei mai stata la madre della notte

La notte dove perdono le madri

Gli anni dei figli e la malinconia

Che afferra i fianchi e che li morde a  sangue

Hai mai sognato di sognare in sogno

Vegliando l’amore tuo caduto in guerra

Medaglia d’oro al valore violento

Hai mai peccato con tutta te stessa

Hai mai tremato come quella foglia

Che sente il vento e scappa via dal vento

Trasportata dal vento,

Sei mai stata una monaca in convento

Una puttana dentro un lupanare

Una goccia di mare dentro il mare

Una voglia sfinita, stravogliata….

 

 

 

 

 

 

 

Dopo la morte di teresa d’avila, il profumo divenne così forte che le consorelle, secondo quanto esse riferirono, furono colte da emicrania e dovettero aprire una finestra. ( from madrid to purgatory).

 

Se quel primo apparire del miracolo

Rubato all’agonia fu per donne da donna

E quale domina donna fu apparire

Di dolore che suole accompagnarsi

A turbe muliebri, mestrui e menopause

Di che profumo era denso quel profumo

Che di morte non era né mai più di vita

Né di putrefazione ché non si addice

Alla carne dei santi il putrefarsi…

 

Da quali fiori della carne di Teresa

Dal grembo suo non vergine eppur casto

Dalle ali delle sue ascelle depilate

Per lunghi digiuni e repentine

Estasi orgasmate nel pensare allo Sposo

Sposo di lei geloso e lui di lei, nel chiostro

Dei pensieri strasanti del peccato

Fattosi croce e cilicio, croce e bacio

Nel chiostro del convento mitigato

 

Da quali carni di sorelle morte prima

Senza l’estrema unzione del Piacere

Quel profumo nasceva che morire

Non voleva e poteva, e da quali

Ammalati pensieri che alle consorelle

Cerchiavano la testa di un dolore

Che si placava appena alle finestre

Spalancate sul mondo, immondo mondo

Di donne amate e amanti, sciagurate

Le evase dai chiostri e le dannate

Alla vergogna della carne donne amanti

Non amanti di Lui, ma di persona umana

E della sua caduca piacenza e fuggitiva

 

Forse il profumo che in notti di pioggia

Quando il vento s’immischia alle pinete

Gioviali della solare anche di notte Ischia

Viene dai troni di pietra, dalla stanza

Delle monache assettate, insegnanti

Di morte alle novizie nel castello aragonese

Dove cantava e godeva oscena vita

Perché non vita e ascesi, il corpo di corpo

Di Vittoria Colonna. Donna anch’essa,

E domina, a Teresa sorella, ad ascesi

Com’essa adusa, e ad estasi diverse,

Eguali solo ad essere perverse

Per qualche troppo amore

 

 

 

 

 

Una nuova poesia pubblicata il 10\3\'03

 


dio mio come si sfilacciava quella nuvola
contro la luce del tramonto, e quel cavallo
bianco pezzato visto in controluce
quanti galoppi aveva perso al sole
di questo marzo. La tua casa stava
sospesa al panorama; alla finestra
tu guardavi te stessa, ti eri specchio
per riflettere l' ultimo arrossarsi
di un tramonto diviso, ti eri specchio
alle gambe nervose, al grembo
prosciugato di amore, alle tue labbra
ferite di ferite da baciare.
dio mio come ti somigliava quella nuvola
che si sperdeva e si faceva stoffa
per riscoprirti finalmente nuda...

 

 

 

tre poesie pubblicate il 19\12\’02

 

 

 

Già dalla strada sento che stasera

sarà una sera tutta differente,

molto differente dalle altre

vissute male, e non so se sarà

una sera peggiore o una migliore

e più ammagata e nostra.

Sulle scale mi schiarisco la voce

con un colpo di tosse, mi passo

le mani sui capelli a scriminarli,

e non ricordo se avevo suonato

quando hai aperto la porta.

Eri pallida in viso, quasi smorta,

e la vestaglia che mostrava un seno

ti nascondeva l’altro nel suo velo.

Io non ho detto parola di parola

e tu mi hai frastornato di silenzio.

Poi la voce di lui che ti chiamava

piena di voglia e fumo e d’impazienza

ha rotto il ghiaccio. Le parole

che avevo preparato, forse d’amore,

sono volate via, nelle contorte

spirali del mio cuore interrotto,

del mio ventre assalito dai crampi,

i miei soliti crampi, il mio solito cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Messaggio di poesia tentata solo per te, a mo’ di un addio che non vorrei lo fosse.

 

L’ultimo nostro incontro non fu

Né mai lo sono stati gli altri

Un incontro di amore. Sempre

Questi appuntamenti affannati

Dalla paura che fossero mancati

Appuntamenti. E dalla voglia insana

Che fossero appuntamenti

Trascurati e trascurabili,

Incontri tra compagni di viaggio,

Innamorati del viaggio e smaniosi

Di arrivare nei luoghi conosciuti.

E non chiedermi quali, ognuno

Porta con sé le stimmate

Dei luoghi conosciuti

E all’altro ignoti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ho asciugato il mio sperma ai suoi caoelli

prima che li  stringesse a treccia a bionda treccia

le ho accarezzato il seno, e  poi la freccia

dell'odio mio l'ha trapassato

cone se fosse stato il sacro

sacro cuore di qualche gesù.

 

avevo perso il libro di preghiere

ed ho provato ad inventarle,

rosari, litanie, dominus tecum,

e la messa è finita andate in pace

 

a quel punto io, soltanto io,

ho provato la stupida paura

di essere dio,

quello del settimo giorno.

 

quello del settimo sigillo.

 

e le ho chiesto perdono ed era morta,

e le ho chiesto piangendo l'indulgenza

di uno sguardo.

 

ma la donna che è morta, è cieca dentro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

due poesie pubblicate il 26\12\'02

 

Passerà questa stagione malintesa

 

 

Passerà questa stagione malintesa

Passeranno le frasi non volute capire

Le non dette e le dette a fare male

 

Passerà perché dio vuole che passi

Questo tuo odio malato e rancoroso

Questo mio modo odioso di volerti

 

Passerà perché passa la stagione

Dello star male inutilmente e torna

La stagione delle nostre prime uniche e vere

Parole intimidite di un qualcosa

Che forse era l’amore di una strana

 

Nostra specie d’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Erano quattro giorni ormai e quattro notti,





Erano quattro giorni ormai e quattro notti,
lunghe per me e brevi a chi mi era restato
sulla terra parente amico amore amato
amante e quasi mi ero davvero abituato
ad essere morto lì nel mio sepolcro sigillato
all’ombra di quattro cedri e di una palma.

Poi mi giunse all’orecchio un parlottìo,
quasi un tubare di tortore o lo scorrere
di un fiume lento, ed erano le voci
delle sorelle mie marta e maria.

Maria, delle sorelle mie la più sagace
diceva che dissigillar sepolcri
porta male, che non serviva a niente
proprio a niente, ed era giusto il lutto.
Tanto, la sentivo dire con chiarezza,
il corpo di Lazzaro nostro è ormai distrutto
dal baciarlo quei vermi che sappiamo.

Poi quella voce di quel vecchio amico,
che si chiamava, sì, lo riconobbi
proprio da quella voce, Gesù di nazzarette,
prese a dire chi crede non è morto
e se credete voi ve lo riporto
alla vita dell’orto e del bestiame.

Io non potevo farmi udire, non volevo
Dare spavento alle sorelle mie
Che giustamente mi avevano a morto,
ma avrei voluto dire di lasciarmi
con le mie fasce lì e con la mia pace.

Ma quell’amico, inesorabile nella sua
Smania di voler essere il dio di un dio
Padrone della morte, fece riaprire
Le porte del sepolcro, e la sua voce

Con tono non so se di amore o di minaccia
Mi disse Lazzaro cammina: e io presi il passo
Di quella vita che non avevo amato,
e lasciai quella pace sconosciuta.

Grande fu la meraviglia della gente,
confuse un po’ di gioia le sorelle
e solo cristo vinceva quella guerra
con la sua santa stregoneria.

Poi non ricordo più come ho vissuto
La mia vita risorta: l’altro giorno
Rileggendo per caso un versetto di Luca,
ho saputo che fui una sera a cena,
ma in disparte, con quel mio amico
ormai famoso, con quel gesù 
che adesso si chiamava gesù cristo

e che non mi rivolse la parola, forse
aveva schifo di me che ero risorto
mentre a lui si preparava morte.

 

 

 

 

 

 

pubblicata il 5\1\'03



Tutti a cena stasera
alla casa del padre di Marco

Nella sala più grande, la sala

Pronta ed ammobiliata

Al piano nobile.

Non è richiesto abito scuro,

Nella casa del padre di Marco,

Ma solo si chiede che il vestire

Sia parco, adatto alla cena,

Che è, dicono, l’ultima

prima che l’ospite parta.

L’Ultima Cena.

Ciascuno porti una brocca,

L’ospite ha già fatto cuocere

Il Pane, e dall’uva di Gerico

Ha fatto spremere il vino.

Un vino di Gerico, del 33 dopo cristo,

è stata, sembra, una buona annata.



Ho chiesto il permesso, se non disturba,

di portare Maria Maddalena: concesso,

anche se è Cena per soli uomini, a patto

che la donna resti in disparte,

non semini desiderio e zizzania,

e sia pronta, a cena ultimata,

a sparecchiare la mensa,

la misera mensa,

e l’Immensa.



Al tavolo grande siedono ( curiosa

Come tutte le donne di Palestina, ha

Voluto contarli, Maria Maddalena) 

Siedono in tredici ( il numero della

Sfortuna, bisbiglia al mio orecchio,

Superstiziosa come tutte le donne

Di malaffare, Maria Maddalena )



Si sente soltanto un parlare sommesso,

Si prepara qualche convegno, forse

Qualche sommossa: dagli occhi

Dell’uomo biondo scendono lagrime,

E’ la tristezza del vino bevuto, o

forse non vuole partire. Un tale

( Si chiama Giuda, Maria Maddalena sa tutto)

Gli grida ad un tratto: concedimi

Di non doverti tradire. Ma l’uomo biondo

E’ distratto, confabula con il più giovane,

Che gli assomiglia ( è Giovanni, mi dice

La mia indocile spia, dicono sia suo fratello,

ma penso che sia l’efebo amante,

sussurra spietata e intrigante Maria

Maddalena). La cena prosegue alla stanca,

Nessuno mangia,

Manca ogni traccia di cibo, soltanto

Quel pezzo di pane, quel calice colmo

Di un Gerico del 33 dopo cristo.



Poi l’ospite biondo ( per certo, secondo

Maria Maddalena che il mondo 

Ha girato per via del suo immondo

Mestiere, per certo è un tedesco)

Si alza con quella sua aria

Triste da vittima, accarezza

Del desco la fiorita tovaglia,

E la chioma del suo Giovanni:

Poi spezza il pane e lo mangia,

Lo mangia tutto, poi odora

La coppa di vino, e lo beve,

Lo beve tutto. Par di capire

Che parli di carne, e di sangue.

Sarà magari la lista della

Prossima cena ( ma non doveva

Essere l’ultima, sussurra

Maria Maddalena?).



Lui solo dunque ha mangiato,

Mangiato e bevuto.

Che strana cena, siamo tutti

A stomaco asciutto.

Ma siamo sazi e stracolmi.

Pietro, quello della pescheria,

Si lascia sfuggire un rutto,

Ma il biondo sorride, perdona

Quell’ultima villania.



La festa è finita, i tredici

Vanno, penso, alle loro case

Giù verso il lago.



Maria Maddalena, nottambula

Impenitente, pretende

Di andare in piscina

A Siloe. Un sorso di sidro,

Mi dice, e poi tutti a nanna.



Mi sembra che sia molto triste,

Maria Maddalena: la cena 

L’ha forse turbata. So già

Che stanotte sul bordo della piscina

Noi non faremo all’amore.