Christian Briziobello
…26 anni…nato a Rieti, profonda provincia alto-laziale…dal conseguimento della maggiore età Roma è diventata la mia matrigna…aspirante sociologo fuoricorso…cinefilo incostante…cinofilo militante nel comitato di liberazione del cane da punkabbestia e freakkettoni…scrivo poesie dal 2001…dal 2003 mi diletto a raccontare frammenti di esistenze sottoforma di racconto…contatti umani:
TRANSUMANZA
Questo
silenzio bianco ci osserva.
Cola
come rimmel
dalle
pareti spogliate di noi,
vagine
intonse
che
ritrovano chirurgicamente
la
verginità perduta,
spugne
strizzate della nostra intimità,
per
assorbirne
di
nuova e sconosciuta.
Il
presente
si
inietta avido
di
domani.
Questo
silenzio bianco ci osserva,
unici
custodi erranti
degli
attimi
che
ci hanno condotto fin qui.
NONECARE
Devastati,
sfiniti,
da
purificazioni,
fittizi
riti di passaggio.
Dolore
scirocco
secca
occhi,
parole
in gola
dissolvono
futili,
autocoscienti.
Ingiallendo
sbiadiranno
ricordi,
istantanee
sepolte nell'indifferenza
intrise
d'innocente viltà.
Così
ci
troverete,
complici
concubine.
Devastati,
sfiniti,
in
ginocchio.
TENSIONE
TEDIOSA
Risalendo
correnti
spazi
vuoti s’inseguono,
vuoti
pieni d’isteria.
Pagare
per morire,
pagare
per lasciarsi morire,
arrendersi
alla vita violenta,
alle
sue incomprensibili perversioni.
In
fuga,
dall’ossessivo
inseguirsi
delle
domeniche pomeriggio.
Solo,
di
nuovo.
Un
parcheggio,
unico
interlocutore.
LITIO
Il
tuo carpiato
contro la batteria inerme,
chitarra stretta tra le braccia,
si è insinuato,
stuprandolo,
tra le pieghe
del mio immaginario puberale.
E’dentro
quei pochi fotogrammi
che tutto si è risolto.
E’ stato
in quel preciso istante
che ho scelto
quello
che sarei diventato.
O almeno
è
così
che
mi piace ricordare
che
sia andata.
AGUZZATE
LA VISTA
Se
osservi oltre
puoi
intravedere,
tra
le stoviglie lorde
accatastate
dentro il lavabo,
tra
gli schizzi sbiaditi di dentifricio
aggrappati
allo specchio,
tra
le macchie di birra distrattamente calpestata
sul
terrazzo,
riflettersi
il mio oggi.
MASSIMO VOLUME
Lungo queste stanze
cerchi concentrici
si frantumano
e si ricompongono
con cadenza irregolare.
Le ore,
impazienti,
sfuggono
al controllo del Tempo,
corone di un rosario
maneggiate
dalle dita abitudinarie
di una vecchia.
L’aggressione
della nuova stagione
è inaspettata
quanto innaturale:
è un’onda anomala
proveniente dall’oblio
che travolge
e devasta
ogni emozione.
E’ riesumare
carcasse di ricordi
maldestramente sepolti.
E’ riassaporare
la solitudine
che si annida sordida
sotto un sottile strato
scrostato d’indipendenza.
N
. E . (NORTH-EAST)
Sospesi.
Una
dimensione parallela
senza
spazio,
senza
tempo,
dipinta
con colori pastello
morbidi
ed avvolgenti,
al
gusto,
all’olfatto.
La tua
fragranza
è una
seconda pelle
che
aderisce,
leggera,
alla
mia
sgretolando
certezze docili,
impalcature
di un’esistenza,
con un
colpo sordo.
Non ho
risposte
perché
non ho bisogno di domande,
non ho
nulla da raccontare
perché
non ho bisogno di un passato.
Noi
due,
elementi
eterogenei
di
un’innaturale addizione,
amalgamati,
complementari.
E
fuori,
e
intorno,
il
vuoto che avanza.
Posaceneri
traboccano inutilità,
unico segno di passaggio.
L’indolenza
si aggrappa,
tenace,
ai nostri indumenti male interpretati,
ad ogni singolo oggetto.
Come le vite
che stancamente
ci trasciniamo dietro.
Come la morte
dentro quelle stanze.
Specchio nudo.
Riflesso,
rifletto.
Vicinanze fisiche
accentuano
distanze abissali,
fratture insanabili.
Rincorro
me stesso
dentro deserti cementificati.
Discreto,
increspo
la linearità
di questi attimi sospesi.
Caducità degli orpelli,
ori barocchi,
fuochi fatui
di ascese illusorie
esaltati dai vostri egoismi.
Posso vedere,
ora,
la banalità
annidarsi
dietro la sacralità sterile
di gesti quotidiani
protesi all’infinito,
la futilità malcelata
di riti collettivi
subiti in estrema solitudine.
ANEL(L)O (1926-2003)
Cerchi di afferrare
il tempo
sfuggente,
acqua
che le tue
mani esperte
non possono
trattenere.
Ore ormai scadute
ti hanno
eroso
come scogli
carezzati da onde
impietose.
Non c’è leggerezza
nella tua
fragilità di bimbo,
non c’è
leggerezza
nella tua
ancestrale paura di Uomo.
All’orizzonte
la
complice concubina
attende,
paziente,
di
avvolgerti nel suo gelido abbraccio
mentre,
incerto ed
indifeso,
tendi al
crepuscolo.
L'inadeguato
sudario
riproduce all'infinito
questi attimi di grazia:
la profana sindone
di due corpi
disciolti in uno.
Intorno è silenzio.
Inquietante come quello
che segue la mattanza.
Della stanza,
senza i tuoi umori
ad attraversarla,
rimane solo questo:
il deserto
di una moquette blue spento sporca.
STILLICIDI
della tua
assenza
colpisce e
stordisce,
inattesa.
i
contorni indecisi della notte
insinuandosi
dentro ore
grondanti buio,
umori,
sfumature.
Avevo indossato la pelle
migliore
per
accoglierti
nel vuoto
vellutato
che
nascondo al mondo,
dentro.
Ed invece
scivoliamo via,
sulle nostre
sicurezze di cartilagine,
coscienti
che non
saremo già più domani.
Dovrei ucciderti,
la mano
trema,
dovrei
ucciderti,
perché ho
bisogno
di
qualcosa da ricordare.