Claudio Iannicella


 Napoli

 

 

Chissà Cos'è Che Sono

 

 

Chissà cos’è che sono,

forse, il tremolio d’un soffio

sopra la cenere annerita dal

tempo, oppure un vento

esiziale sopra un’esistenza

flebile come fiamma d’ardore,

la pioggia sopra una panca,

un gioco che sogna col bambino,

un parco nel quale guardare

gente stesa sull’erba più ottusa,

chissà cos’è che sono,

forse la celebrazione di un rito

teso agli occhi imploranti

perdono, per giunta fasullo,

agli occhi di miopi clessidre,

credevan che fosse già finito

e forse lo ero ancor prima

del loro universale giudizio

 

 

 

 

 

Il Matrimonio

 

 

Fuggii a bere nell’arco

della mocciosa fontana,

fuggii a bere ed era spento

tutto, finanche il lampione

che illuminava l’acqua,

sguardo intraprendeva

soltanto sedute insane,

v’era natura morta

v’era giovinezza abortita,

nelle grida d’uno che forse

imitava il mio disfarmi

dall’efficacia di mille

volti e percorrere il volo

d’urla e ripensamenti,

mi piegavo, nessuno,

nessuno sapeva dove fossi,

in quel lasso marmoreo,

duro come percorrere

la città al mattino, senz’ombra,

non eravamo mai stati

fottuti all’interno d’un disegno,

nessuno mai aveva preparato

i nostri letti, né detto “si”

ai nostri matrimoni,

errato fu il giudizio, è vero,

ma cosa avremmo potuto

dire, noi, mancanti d’astuzia,

se non, “succederà domani

ciò che oggi ti è svenuto”.

Non mantengo ancora

la promessa, eppure ancora

sono in tempo, non mi diedi

un limite, fosti tu a parlare

per me, facendomi credere

che truccandoti saresti

divenuta silente e forte,

mentre non eri meglio

di quelle fragili more

che sedevano sui rovi

dinanzi al palazzo nel quale

io vivo, non comprammo

casa, nessuno ebbe il coraggio

di dirti che mi ami, nessuno,

è degno d’altrui empatia,

sparerei al cielo e colpirei

il restante di te, minuto,

spicciolo, sovrastimato.

Amore perdonami se l’altare

ho lasciato a metà, sull’uragano

che bada a mandare giù i pezzi

d’un altare sul quale avevamo

pensato di stenderti, sedarti,

abbandonarti al tuo sesso.

Amore, perdonami se ti ho

lasciata sola, col prete che

predicava le sue voglie, nudo

d’ogni peccato che non sia

quello lì, dì un si anche per me.

 

 

 

 

 

Donandoti il Mio Angelo e Sperando Che Dimentichi il Suo Ruolo in Te

 

 

Nessuno si è accorto

che non ho ricordo

che consapevole

mi volga ad un’altra

rotta che non sia

l’isola di te, sacrale.

Abbiamo tutti

pregato un esorcista

che ci liberasse

dal più profondo

amore, corrisposto

o meno, mortale

comunque, amore,

mio amore, senza

il quale ella soccombe

ed io temo di non

poterle vivere accanto.

Poco a poco sono stato

a giurare di lasciare stare,

un cane, come un angelo,

che mai più proteggerà

ché convinzione ho perso.

Infondo so che sei inodore

infondo so che non sei,

e, addirittura, della mancata

esistenza degli angeli,

eppure in te ho creduto,

e per questo cedo te

ad un prezzo inaudito

che la piazza in festa

permettersi non può,

e se c’è qualcuno in grado

d’averti col denaro

verrà derubato di ogni

somma in cattività.

Se non fosse cielo

avrebbe un termine raro

 

 

 

 

 

Giusto Se Lesta Dovessi Morire

 

 

Giusto se lesta dovessi morire

seppellisco il sorriso finale

che grate altre gesta non insegna,

fuggo assieme al tremore che fu,

si, ebbi timore di denso sguardo

indugiante, e greve, e giovane,

assai vecchio per qualche Dio stolto,

bruciando la faccia dal freddo forte

quello ferito e girante cieco

picchia la gola che vorrebbe dire

una voce flebile che di viltà

afferma e si ferma estatica,

sul crocifisso siede una bara,

poi il donatore di sangue caldo

sbotta co i fremiti ormai noti

a distogliere occhi dalla notte

irremovibile come mai lo è

stata sino al prosieguo anziano

di lei, madre e vedova accanto

alla siepe delle fotografie

spoglie al mare colorato verde,

di  tempo, avido, e di vita, sazio

 

 

 

 

 

Perdonami Se Altro Non Sono Riuscito a Dire, Per Inerzia o, Forse, Giusta Ignoranza

 

 

Perdonami

se altro non

riesco a dire,

rudemente

ignorante, io,

per poggiare

parole sul

nostro dialogo

che più assapora

turgidi gusti

d’inerzia

e passività

costruita

dal da farsi.

Per poggiare

parole sul

nostro dialogo,

un monologo,

finisci d’esser

gaio, mutilato

reperto d’una

guerra malsana

finita col perdersi

tutti, nemmeno

commozione

si riconosce

dopo i tonfi

e gli sbuffi

ch’aria concede

 

 

 

 

 

Fui Uno dei Primi a Comperare Quel Volto Appeso all'Asta

 

 

Fui uno dei primi a comperare

quel volto appeso all’asta,

fui un errore anche solo

nello sbagliare, concedendo

un sostare, un sonno, nulla

che renda onora al riposo,

placante vivida sete gelida,

monotono dire è nell’abisso,

d’altronde dentro una gabbia

è meglio non affermare che

urlare, ché non v’è pronto

nessuno a sentire schiave

grida, né chiavi che sussurrano

il suono delle campane

domenicali, quelle funeree

e livide di fiori che, rosei,

mettono in risalto una morte

in una valle di natura finita.

Lascio a voi eleggerlo a dio,

a me ucciderlo, basta.

 

 

 

 

 

Il Mio Futuro Già l’Ho Tenuto

 

 

Saliscendi di stupidi,

tatuati sui volti,

e gli angeli cadevano

dalle transenne,

forse muoiono,

e, precisamente,

un angelo, il mio,

non so di quella,

il mio angelo,

io non so di quella,

né di me, eppure

sono qui e senza

sbocchi dai quali

ferire, fissavo

la prima tenebra

che mi stava davanti,

mi fissava, lasciai

cadere le palpebre

come coltelli,

la colpii piano

facendo male

a piccoli passi.

Badavo molto

al passato remoto

qualche tempo fa,

e sempre baderò,

ché il mio futuro

già l’ho tenuto,

anziché respirare

vado e inciampo

nell’aria polverosa

di ieri, imperterrito

nelle visioni della

mente, nonostante

non abbia passato,

ma fantasia indiscreta

nell’inventarmi

qualcosa di simile