nata in provincia di Mantova nel 1956. Vive in Inghilterra dal 1980 dove insegna
italiano presso un’università londinese.
laureata in lingue. Ha vissuto in
Sud America per tre anni ed ha ottenuto un Master in Letteratura
Latino-Americana presso l’universita’ King College di Londra. Ha pubblicato in
varie riviste letterarie, sia in prosa che in poesia, insieme a tre volumi di
versi. Ha ottenuto vari primi premi a concorsi nazionali di poesia e narrativa.
Origini
Scivolare
fuori dal tempo.
Ritrovare
le pianure frustate dalla pioggia,
fiumi
primordiali,
orme
di pantera.
La
pozza d’acqua dove ho imparato a bere,
il
lago dove ero un piccolo pesce.
Voglio
sapere del sangue
che
mi scorreva dentro prima di esistere.
Molto
prima,
alla
radice del tempo,
quando
il corpo si risvegliava
cantando
come un pettirosso.
Più
lontano,
più
lontano dell’amarti,
quando
sfioravamo il suono delle cose
come
pipistrelli
e
sentivamo sul viso e sugli occhi
il
cielo
l’aria
gli
alberi.
Dimenticare
chi siamo stati.
Dimenticare
chi siamo.
Potremmo
anche toccarci adesso.
O
solo tacere
stringerci
forte le mani,
restare
in silenzio a guardarci.
La
bocca soffre un volo incerto.
Siamo
impalpabili e chiari come l’acqua, o il respiro.
E
tutto cade con un rumore lento,
nelle
vene si spande un gemito ancestrale.
Solo
il corpo ricorda
mentre
nasciamo dalla memoria,
dall’oscura
profondità dei sogni.
Solo
un guizzo di vita.
Solo
un presagio luminoso
per
tornare a una calda trasparenza di placenta,
al
buio profondo e sicuro della notte.
Il
rumore del sangue.
E la
fame,
il
freddo,
il
sapore di latte che cercavo nel tuo bacio.
La lama
verticale della luna
sul
contorno impreciso delle cose.
E la
sete silenziosa di una foglia,
una
piccola lucertola che trema fra le gambe.
Non
sappiamo altro di noi.
Solo
tracce del passato,
desideri
sconosciuti nascosti in fondo agli occhi.
Ma
ancora mi commuove il ricordo del tuo corpo,
la
curva sicura del tuo braccio nudo.
Se
mettessi la tua mano sui miei fianchi
ritroveresti
la tiepida traccia del tuo respiro.
E non
è perchè piove stanotte.
Per
pensarti abbracciato alle sue gambe,
o per i
silenzi carichi di domani che le regali.
È un
cammino a ritroso
dove
prendono forma
pensieri
lasciati cadere,
uno ad
uno,
al
battito nervoso delle ciglia.
Il CD
che gira a vuoto nello stereo.
Un’altra
moka di caffé sul fornello.
Un'altra
sigaretta.
Non fa
rumore la sofferenza:
si
attacca alle cose,
ai
polsi
agli
occhi.
alle
tempie.
Scivola
sui vetri rigati.
E fra
poco mi laverò i denti
senza
il coraggio di guardarmi allo specchio.
Spegnerò
la luci.
Andrò
a letto.
Ancora
una volta farò finta di morire.
Sfuggono
i suoni fra le dita,
vivi
come pesci.
Cola lo
sguardo sulle cose
e
mi riverso nei gesti mille volte ripetuti,
nelle
parole che si fondono alle ossa.
Diluirsi
nell’orma di chi fummo,
nella
traccia di chi siamo.
Calce
viva dove affondare gli occhi,
dove
coprire ilsangue,
i
resti di un cuore ferito.
Impronta
lieve.
Calco
perfetto.
Rimane
solo un’immagine bianca.
La
traccia immobile
di
un’anima liberata dalla carne,
senza
memoria.
Fatta
poesia.
L’attrice
Fissava
lo specchio del camerino.
Fissava
i suoi occhi verdi ed argento.
“Cinque
minuti, poi sei di scena!”
gridò
una voce roca.
Cinque
minuti.
Silenzio.
Luci.
Soldatini
di stagno sul palcoscenico.
Shakespeare
ti commuoverà fino alle lacrime stanotte.
Ofelia
si toccava il ventre.
Ofelia
era bianca di luna.
Fissava
lo specchio: i suoi occhi grandi, i suoi occhi vuoti.
“Ieri
ho abortito durante la pausa del pranzo – mi disse –
Sai,
al Marie Stopes, nel West End: 200 Sterline.
Un’ora
e sei fuori.”
“E
lui?”
“Lui
non lo sa. È stata una scopata.
Nient’altro.”
E
Amleto bussò alla porta:
“Catherine
andiamo, tocca a noi!”
L’ho
chiamata ieri sera.
Ha
detto che prende Prozac;
che
perde i capelli.
Mi
ha detto che dalla sua finestra
vedeva
tante antenne,
nuvole
bianche,
un
uccello morto sui tetti di Kensington.
Ha
detto che il vino non serve.
Le
ho chiesto molte cose.
Ha
risposto
forse
forse
forse.
Canzone
Gitana
Versami
vino rosso sulla gola.
Morsica
la mia bocca
fammi
danzare al suono di serpenti e di violini.
Cantami
amore
di
storie antiche di sangue e di coltelli.
Impreca
contro il cielo
affonda
la tua bocca nei miei fianchi.
Ma
poi coprimi di sguardi e di silenzi.
Inonda
il mio ventre di gemiti e preghiere.
Perchè
nella mia carne ho rinchiuso la tua vita,
nelle
unghie ancora porto il ricordo dell’arena
dove
raccolsi pietre,
dove
gridai mille parole d’amore e gelosia.
Versami
ancora vino rosso sulla gola.
Perchè
io di vento e di dolore sono fatta.
Voglio
sentire il tuo respiro fra i capelli.
Voglio
sentire ancora il tuo furore:
che
scorra in me:
che
bruci,
che
bruci ancora lungo le mie vene!
Notte
Arance
rosse
Calce
bianca
Gli
occhi verdi della luna.
Batte
il buio su ore di pietra
con
una malinconia senza rimedio.
Non
c’è nessuno stanotte
per
narrare fiabe di stelle e banditi.
Un
insetto cade nell’estasi di una lampadina accesa.
Anche
la morte a volte è una dolcissima abitudine.
Eden
Correvo
fra i vigneti
senza
lasciare orme sulla terra.
Brillavo
di sudore, d’argento e di licheni.
Ero
inquietudine,
una
dolcissima paura,
novilunio
che lento scivolava sulla pelle.
E
il serpente strisciò fra i seni e le mie gambe
grondando
di lascivia,
sussurando
un canto di braci e tentazione.
Fissai
l’amore e Dio dritto negli occhi.
Un
fiore si schiuse nel mio ventre,
il
sangue si sciolse come mosto nelle vene.
E
fu un morbido intreccio di due corpi,
un
profumo di resina e di miele.
Rimasi
languida, di polline coperta,
dischiusa
come il frutto maturo di settembre.
Più
non era il tempo dell’infanzia,
il
tempo di ginestre, d’innocenza e attesa.
Caddi
alla terra dell’esilio baciandogli la bocca.
Caddi al silenzio, nel grido di falchi e di gabbiani.
In un piccolo spazio di suoni
La
parola precipita.
Scivolo
in un silenzio di rose
mi
fermo sulla soglia del suono
indugio
al limite del nome.
Solo
un gesto:
il
cerchio nell’aria
l’accenno
di una danza.
La
poesia è mancanza.
È
il respiro concavo
dove
depongo
una
susina
una
piuma,
una piccola pietra di fiume.
Cercando Itaca
Ha un
mare che mai cambia:
riporta
la stessa onda sulla pietra
senza
sussulti nuovi,
senza
più bufere.
che
scende al mare ogni mattina.
Frantuma
la testa di una dea,
calpesta
i suoi occhi di alabastro
poi
si getta nell’acqua e nuota con i pesci.
La
mia Itaca ha seni di madreperla
e
un sesso chiaro, di bambina.
Ha
uno sguardo d’ametista
e
distinguere il buio dalla luce,
il
silenzio e la parola.
Di
notte balla nuda e si accarezza il viso.
Le
trema il corpo dopo una lunga corsa,
si
porta tutta la mia vita chiusa nella bocca.
Ti
cerco
in
ogni uomo che non ha saputo amarmi.
Lento,
inutile patwork.
Ago
arrugginito
Vuoto
che non so colmare.
A
tentoni, in un cortile buio.
Solo
voci.
Mille
mani mi toccano.
Giro
su me stessa.
Ancora
ancora.
Le
mie dita sgretolano muri.
Dove
sono…
Dove
sono?
Fili
di naylon tesi sul passato.
Ninna-nanna
in un pomeriggio lontano.
Cantavi
“l’uomo in frack”.
Io
zitta zitta, sulle tue ginocchia.
Ordine
del giorno:
rimettere
a posto i pezzi che mancano.
Che
sono sempre mancati.
Fra
me
E
te.
Rettificare
l’errore.
Rettificare
l’errore.
Rettificare
l’errore.
E
strappo l’amore con le unghie,
come
la polpa di un frutto acerbo.
Ho
palpebre imbastite papà.
La
tua orma mi calpesta il cuore.
Joshua
costruiva violini
Dicono
fosse un po’ strano.
Un
vecchio solitario
silenzioso,
forse
ebreo.
La
piccola bottega
fra
un albero e un McDonald.
Polvere
ed eco di salotti barocchi,
Bach
e Vivaldi,
burger
& ketch-up.
C’era
uno specchio ossidato sul muro
un
minuetto coperto di polvere,
profumo
di resine e legno.
“Buongiorno
signora.
Si
ricordi di cerare le corde
e
attenzione a quel ‘sol’.”
“Potrebbe
andar peggio” diceva.
O
scuoteva la testa: “Guardi che tempo fa!”
Poi
silenzio,
di
nuovo silenzio.
Un
adagio in penombra.
Un
lento ricamo di vita.
Una
nota su un filo d’argento.