Daniela Raimondi

Daniela@raimondi.fsnet.co.uk

 

nata in provincia di Mantova nel 1956.  Vive in Inghilterra dal 1980 dove insegna italiano presso un’università londinese.  laureata in lingue.  Ha vissuto in Sud America per tre anni ed ha ottenuto un Master in Letteratura Latino-Americana presso l’universita’ King College di Londra. Ha pubblicato in varie riviste letterarie, sia in prosa che in poesia, insieme a tre volumi di versi. Ha ottenuto vari primi premi a concorsi nazionali di poesia e narrativa.

 

alcune ottime poesie di questa interessantissima scrittrice pubblicate il 13\3\'03

 

Origini

 

 

 

Scivolare fuori dal tempo.

Ritrovare le pianure frustate dalla pioggia,

fiumi primordiali,

orme di pantera.

La pozza d’acqua dove ho imparato a bere,

il lago dove ero un piccolo pesce.

Voglio sapere del sangue

che mi scorreva dentro prima di esistere.

Molto prima,

alla radice del tempo,

quando il corpo si risvegliava

cantando come un pettirosso.

Più lontano,

più lontano dell’amarti,

quando sfioravamo il suono delle cose

come pipistrelli

e sentivamo sul viso e sugli occhi

il cielo

l’aria

gli alberi.

 

Dimenticare chi siamo stati.

Dimenticare chi siamo.

Potremmo anche toccarci adesso.

O solo tacere

stringerci forte le mani,

restare in silenzio a guardarci.

 

La bocca soffre un volo incerto.

Siamo impalpabili e chiari come l’acqua, o il respiro.

E tutto cade con un rumore lento,

nelle vene si spande un gemito ancestrale.

Solo il corpo ricorda

mentre nasciamo dalla memoria,

dall’oscura profondità dei sogni.

Solo un guizzo di vita.

Solo un presagio luminoso

per tornare a una calda trasparenza di placenta,

al buio profondo e sicuro della notte.


 

 

Tracce

 

 

 

Il rumore del sangue.

E la fame,

il freddo,

il sapore di latte che cercavo nel tuo bacio.

La lama verticale della luna

sul contorno impreciso delle cose.

E la sete silenziosa di una foglia,

una piccola lucertola che trema fra le gambe.

 

Non sappiamo altro di noi.

Solo tracce del passato,

desideri sconosciuti nascosti in fondo agli occhi. 

Ma ancora mi commuove il ricordo del tuo corpo,

la curva sicura del tuo braccio nudo.

Se mettessi la tua mano sui miei fianchi

ritroveresti la tiepida traccia del tuo respiro.

 

 

 


Notte di pioggia con caffé senza zucchero.

 

 

 

E non è perchè piove stanotte.

Per pensarti abbracciato alle sue gambe,

o per i silenzi carichi di domani che le regali.

È un cammino a ritroso

dove prendono forma

pensieri lasciati cadere,

uno ad uno,

al battito nervoso delle ciglia.

 

Il CD che gira a vuoto nello stereo.

Un’altra moka di caffé sul fornello.

Un'altra sigaretta.

 

Non fa rumore la sofferenza:

si attacca alle cose,

ai polsi

agli occhi.

alle tempie.

Scivola sui vetri rigati.

 

E fra poco mi laverò i denti

senza il coraggio di guardarmi allo specchio.

Spegnerò la luci.

Andrò a letto.

Ancora una volta farò finta di morire.


 

 

 

Calco

 

 

 

Sfuggono i suoni fra le dita,

vivi come pesci.

Cola lo sguardo sulle cose

e mi riverso nei gesti mille volte ripetuti,

nelle parole che si fondono alle ossa.

Diluirsi nell’orma di chi fummo,

nella traccia di chi siamo.

Calce viva dove affondare gli occhi,

dove coprire ilsangue,

i resti di un cuore ferito.

 

Impronta lieve.

Calco perfetto.

 

Rimane solo un’immagine bianca.

La traccia immobile

di un’anima liberata dalla carne,

senza memoria.

Fatta poesia.

 

 

 

 

 


L’attrice

 

 

 

Fissava lo specchio del camerino.

Fissava i suoi occhi verdi ed argento.

“Cinque minuti, poi sei di scena!”

gridò una voce roca.

 

Cinque minuti.

Silenzio. 

Luci. 

Soldatini di stagno sul palcoscenico.

Shakespeare ti commuoverà fino alle lacrime stanotte.

Ofelia si toccava il ventre.

Ofelia era bianca di luna.

 

Fissava lo specchio: i suoi occhi grandi, i suoi occhi vuoti.

“Ieri ho abortito durante la pausa del pranzo – mi disse –

Sai, al Marie Stopes, nel West End: 200 Sterline. 

Un’ora e sei fuori.”

 

“E lui?” 

“Lui non lo sa.  È stata una scopata.  Nient’altro.”

E Amleto bussò alla porta:

“Catherine andiamo, tocca a noi!”

 

L’ho chiamata ieri sera.

Ha detto che prende Prozac;

che perde i capelli. 

Mi ha detto che dalla sua finestra

vedeva tante antenne,

nuvole bianche,

un uccello morto sui tetti di Kensington.

Ha detto che il vino non serve.

Le ho chiesto molte cose.

Ha risposto

forse

forse

forse.


 

 

 

Canzone Gitana

 

 

 

Versami vino rosso sulla gola.

Morsica la mia bocca

fammi danzare al suono di serpenti e di violini.

Cantami amore

di storie antiche di sangue e di coltelli.

Impreca contro il cielo

affonda la tua bocca nei miei fianchi.

 

Ma poi coprimi di sguardi e di silenzi.

Inonda il mio ventre di gemiti e preghiere.

Perchè nella mia carne ho rinchiuso la tua vita,

nelle unghie ancora porto il ricordo dell’arena

dove raccolsi pietre,

dove gridai mille parole d’amore e gelosia.

 

Versami ancora vino rosso sulla gola.

Perchè io di vento e di dolore sono fatta.

 

Voglio sentire il tuo respiro fra i capelli.

Voglio sentire ancora il tuo furore:

che scorra in me:

che bruci,

che bruci ancora lungo le mie vene!

 

 

 

   

 

 


Notte

 

 

 

Arance rosse

Calce bianca

Gli occhi verdi della luna.

 

Batte il buio su ore di pietra

con una malinconia senza rimedio.

Non c’è nessuno stanotte

per narrare fiabe di stelle e banditi.

 

Un insetto cade nell’estasi di una lampadina accesa.

Anche la morte a volte è una dolcissima abitudine.

 

 

 

 


Eden

 

 

 

Correvo fra i vigneti

senza lasciare orme sulla terra.

Brillavo di sudore, d’argento e di licheni.

Ero inquietudine,

una dolcissima paura,

novilunio che lento scivolava sulla pelle.

 

E il serpente strisciò fra i seni e le mie gambe

grondando di lascivia,

sussurando un canto di braci e tentazione.

Fissai l’amore e Dio dritto negli occhi.

Un fiore si schiuse nel mio ventre,

il sangue si sciolse come mosto nelle vene.

 

E fu un morbido intreccio di due corpi,

un profumo di resina e di miele.

Rimasi languida, di polline coperta,

dischiusa come il frutto maturo di settembre.

Più non era il tempo dell’infanzia,

il tempo di ginestre, d’innocenza e attesa.

Caddi alla terra dell’esilio baciandogli la bocca.

Caddi al silenzio, nel grido di falchi e di gabbiani.

 

 

 

 

 


In un piccolo spazio di suoni

 

 

 

La parola precipita.

Scivolo in un silenzio di rose

mi fermo sulla soglia del suono

indugio al limite del nome.

 

Solo un gesto:

il cerchio nell’aria

l’accenno di una danza.

 

La poesia è mancanza.

È il respiro concavo

dove depongo

una susina

una piuma,

una piccola pietra di fiume.

 

 

 

 

 


Cercando Itaca

La mia isola ha occhi chiari

e un corpo luminoso.

Ha un mare che mai cambia:

riporta la stessa onda sulla pietra

senza sussulti nuovi,

senza più bufere.  

 

 

C’è una ragazza con il vestito rosso

che scende al mare ogni mattina.

Frantuma la testa di una dea,

calpesta i suoi occhi di alabastro

poi si getta nell’acqua e nuota con i pesci.

 

La mia Itaca ha seni di madreperla

e un sesso chiaro, di bambina.

Ha uno sguardo d’ametista

e distinguere il buio dalla luce,

il silenzio e la parola.

Di notte balla nuda e si accarezza il viso.

Le trema il corpo dopo una lunga corsa,

si porta tutta la mia vita chiusa nella bocca.

 


 

 

Padre

 

 

 

Ti cerco

in ogni uomo che non ha saputo amarmi.

Lento, inutile patwork.

Ago arrugginito

Vuoto che non so colmare.

A tentoni, in un cortile buio.

Solo voci.

Mille mani mi toccano.

Giro su me stessa.

Ancora

ancora.

Le mie dita sgretolano muri.

Dove sono…

Dove sono?

Fili di naylon tesi sul passato.

Ninna-nanna in un pomeriggio lontano.

Cantavi “l’uomo in frack”.

Io zitta zitta, sulle tue ginocchia.

 

Ordine del giorno:

rimettere a posto i pezzi che mancano.

Che sono sempre mancati.

Fra me

E te.

 

Rettificare l’errore.

Rettificare l’errore.

Rettificare l’errore.

 

E strappo l’amore con le unghie,

come la polpa di un frutto acerbo.

 

Ho palpebre imbastite papà.

La tua orma mi calpesta il cuore.

 

   

 

 


Joshua costruiva violini

 

 

 

Dicono fosse un po’ strano.

Un vecchio solitario

silenzioso,

forse ebreo. 

La piccola bottega

fra un albero e un McDonald.

Polvere ed eco di salotti barocchi,

Bach e Vivaldi,

burger & ketch-up.

C’era uno specchio ossidato sul muro

un minuetto coperto di polvere,

profumo di resine e legno.

 

“Buongiorno signora. 

Si ricordi di cerare le corde

e attenzione a quel ‘sol’.”

“Potrebbe andar peggio” diceva.

O scuoteva la testa: “Guardi che tempo fa!”

 

Poi silenzio,

di nuovo silenzio.

 

Un adagio in penombra.

Un lento ricamo di vita.

Una nota su un filo d’argento.