Danilo Grasso

 

 

 

Dopo Cena

 

Mia madre racconta spesso

di  quando va all’ospizio

a trovare le  vecchine.

Dice che sono le sue migliori amiche.

 

Mia madre ha cinquantuno anni.

 

Dice che le sue coetanee sono troppo competitive,

si  trova meglio con le vecchiette.

 

Non è una situazione di comodo,

no,

le vecchine sono meno conflittuali,

hanno fatto tante scelte,

sono disilluse (come mia madre).

 

Capisce molte cose mia madre.

 

Mia madre parla sempre del padre,

 mio nonno.

 

Spesso parlava per frasi fatte,

mio nonno,

proprio come i saggi,

 

mio nonno Francesco.

 

Questa sera il nonno ha parlato,

 

per bocca di mia madre.

(mi sono emozionato perché mia madre si è emozionata).

 

Ha detto:

 “Se fai del bene, scordatene,

 se fai del male, pensaci”.

 

È un  invito a non esaurirci,

a trasformare il ferro in legno.

 

Certo la figura del nonno,

è un po’ idealizzata

(ne sono consapevole),

ma non importa.

Non mi emozionerei altrimenti.

 

Mio fratello,

quando mia madre racconta del nonno,

dice:

“Ma quante cose diceva il nonno Francesco!”.

“Tante”, risponde mia madre,

“Mi ha insegnato tante cose”, riprende mia madre.

 

Mio fratello guarda mio padre:

“Anche papà dice tante cose!”,

 

Alessandro scherza.

 

Nostro padre parla poco,

ma che importa, lo capiamo e lo ringraziamo per questo.

 

“Grazie babbo per esserti svelato celandoti!”

 

Chi parla troppo si nasconde,

si fa su 

per non smascherarsi.

 

Un giorno, sarà qualche mese ormai,

un signore (Eugenio si chiama),

uno che dice di essere un pittore,

mi ha fermato e mi ha detto:

“Conosco tuo padre,

è uno giusto lui,

io e tuo padre siamo di quelli

che non parlano mai

ma che hanno fatto grandi cose.

Io gli credo.

 

Eugenio abita in un paesino accanto al nostro,

beve molto,

prende psicofarmaci,

il padre è stato un ottimo musicista jazz,

ha suonato in tutta Europa,

(adoro il jazz.),

conosco solo queste cose di lui,

 

non mi piace molto come persona,

ma gli credo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Robert.

 

Quella sera c’era anche Robert,

era seduto sul fondo del locale,

con barba lunga e vino rosso.

 

Franca, diceva di Robert,

che non si trattava di un postino qualunque.

 

Robert, insieme alle lettere,

consegnava sempre anche se stesso.

 

Poi c’era quel batterista jazz,

smilzo e bronchitico, febbricitante.

Perdeva spesso il tempo,

come aveva smesso di sperare,

c’era la donna che amava (forse)

e c’era la figlia.

 

C’era un gruppo di ragazzi

Che in quel periodo vedevo sempre in biblioteca

E che mi salutavano solo quando mi trovavo lì,

come se si fosse uomini a seconda del luogo.

 

C’erano gli altri musicisti, sigarette lunghe, corte e

Senza filtro.

 

C’era poca luce, mattoni a vista, buon vino,

La cera sulle bottiglie.

 

Quando me ne sono andato,

Robert era ancora seduto al suo posto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Erre” ovvero “trapezio rettangolo”

 

 

Raccolgo

Lungo il giorno

Pensieri interessanti

Per i miei sogni notturni

 

Ricerco

Senza tregua

La possibilità

Di essere ispirato

 

Rimango

Di stucco

Quando m’accorgo

Che non corrisponde al vero

 

Riposo

Nuovamente

In attesa

D’ essere allarmato da un’altra illusione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il signore, la cui madre abita accanto a me.

 

 

La mia mano

Nella sua, piangeva.

 

La malattia, la morte,

Desideravano giovinezza.

 

Così, la stretta si è fatta forte.

 

Appena arrivato

L’ ho trovato sulla sedia a rotelle

 

Ogni passo avrebbe tolto un po’ di respiro

Per questo doveva usarla.

 

La voce era diversa

I piedi gonfi

Più saggio

Più uomo.

E’ necessario essere in principio di morte per possedere quegli occhi?

Per padroneggiare gli anni?

Per risolvere garbugli così complessi?

Per aver così paura da non chiamarla nemmeno paura?

(e non avercela più?)

 

abbiamo parlocchiato un po’,

non sapevo che fare,

mi impegnava troppo,

la mia nella sua mano

(la mano di un uomo che deve morire e lo sa)

non vorrei sembrare affascinato,

un mostro assetato,

il fatto è che non si può non scrivere una poesia

dopo un incontro così, è impossibile

non sputare sulla carta quella desolazione

 

non importa quello che  mi ha detto

sono le sue lacrime e la sua stretta

che contano.

Conta che poi se n’è andato,

con la moglie che spingeva la carrozzella.

 

Ci siamo salutati.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Raggranello” ovvero “ ? “

 

Sottoscrivo

 

apponendo la mia firma

su un’ insenatura marina

 

(colori appariscenti ed odori gradevoli)

 

sono un vino poco alcolico

mi metto sovente in forse

 

nella parte di cielo

dove sempre riposa il sole

le mie sensazioni depongono le uova

le mie conoscenze elementari

si rannicchiano e si chiudono in sé

come gomitoli

 

cercando sazianti risposte

mi mantengo capricciosamente vivo

 

dopo anni di lavoro

raggranello poco alla volta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VISIONE POST ATOMICA  (ANTIPOETICA)

 

Nello scantinato di un vecchio palazzo

A riflettere  sulla nostra condizione

Ci trovammo,

soli,

con tutti gli altri.

 

Nessuna risposta,

(aspettiamo Godot).

 

Era successo.

 

Vuoto, sconforto,

Disillusioni.

 

Dormiamo? Dormiamo!.

 

Dalla finestrella che dava sulla  piazza,

(quello che rimaneva della piazza):

 

Una bimba con lunghe trecce,

una sedia a dondolo,

libri consumati (la copertina verde)

di fronte, una chiesa.

 

Deserto,

tutto il resto.

 

Nonostante le cose

che l’uomo ha costruito,

 

la persone sono morte,

 

ora, centro e periferia, sono la stessa cosa.

 

 

 

DI UNA ZANZARA

 

Triste presa di coscienza

In una notte di fine estate

 

(ultimi giorni di agosto,

indossavamo già una maglia di cotone

 a maniche lunghe

all’ una e venti della notte)

 

Tre giovani discorrevano

Di istinti e vergogne

 

Sulla mano

Una zanzara si nutriva

Del mio sangue

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caduta nel vuoto

 

Con le mani

Non potendo sostenermi

Né a destra

Né a sinistra

 

Cado nel vuoto

 

La discesa è fluida

Rapida, violenta

Acceca la vista

Risveglia il pensiero

 

Scivolando,

rimane il ricordo,

 

illusione durevole

nel momento vissuta

 

illusione

 

come questo cadere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 e 50 (quando desideri che i sogni continuino)

 

Questa mattina,

erano le otto e cinquanta

quando mi sono svegliato.

 

E’ stato il telefono,

 

io mi sarei alzato alle nove, nove e quindici.

 

Una voce di donna

Una società fornitrice di gas

Voleva parlare con un signore

Che abita accanto a noi

(immagino non abbia il telefono)

 

non mi sarei alzato altrimenti

 

sognavo di essere su una strana automobile

in una città meravigliosa

immensa

ponti, palazzi, case,

costruiti (tutto) in rosso, con mattoni a vista.

 

Risalivo un ponte,

La strada era chiusa tra due gigantesche librerie

(milioni di libri)

cercavo disperatamente un vecchio testo,

di dottrine politiche,

 

quando è squillato il telefono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sogno che continua  a sonno interrotto

 

Non mi era mai successo

Di tornare a dormire

E ricominciare un sogno

Lasciato a metà

 

Questa mattina,

dopo quel trillo fastidioso

è accaduto

 

mi sono ritrovato sulla stessa strada

lo stesso ponte

le stesse colossali librerie sui lati

la stessa automobile

lo stesso testo da cercare

 

 

 

non scordatevi mai

che interrompendo un sogno a metà,

la vostra  auto - probabilmente - 

non funzionerà più

 

e non potrete vedere il resto di una meravigliosa città

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il patto con la vecchina del balcone accanto

 

 

Mentre luglio si veste d’ autunno

E la mia attesa

Di fumo,

 

 

stringo un patto con la vecchina

 

debbo chiamarla se comincia a piovere

(lei andrà a schiacciare il suo pisolino del pomeriggio)

 

salverò i suoi panni stesi.

 

 

Ho appena terminato una sigaretta

Dal balcone vedo il temporale arrivare

 

Andrò a riposare anch’io

 

Forse manco di lealtà

(i panni se mi addormento prenderanno la pioggia)

 

ma sono stanco e il telefono si è messo a squillare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La morte di una donna che spesso vedevo in giro

 

 

 Ritorno alla mia scrivania

 

 

Col mio terrore della morte

Col terrore della mia morte

 

Mi siedo

Sposto il giornale

Da un angolo all’altro

 per non pensare

 

Penso a come terminare

Questa inutile poesia (poesia?)

 

Quasi certamente si chiuderà con un punto .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A caccia di quotidiani

 

 

Il signore della biblioteca

somiglia ad uno di quegli  scheletri

che gli studenti di medicina

usano per il corso di anatomia

 

oggi si è seduto accanto a me

giocherella  a sciogliere in bocca una caramella,

 

dal rumore sembrerebbe un pezzetto di granito.

I suoi denti con la sua lingua

hanno ormai ingaggiato una partita a tennis.

 

Adesso chiederà il suo quotidiano preferito,

dirà che deve andare a recuperare il nipote a scuola,

che quindi gli spetta il giornale,

 sarà insistente e fastidioso

 

Invece mi guarda,

ride e mi dice:

“E’ mancino lei!”

 

io rispondo:

“Si, sono mancino”

 

ride di nuovo,

 

se ne và verso l’uscita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omaggio ad una donna speciale e alla scrittura di R. Carver

 

 

Penso che il suo nome sia Piera,

 

(certo,

concordo, 

un nome poco poetico,

ma la poesia non è solo armonia,

la poesia sta ai margini,

con chi deve essere cantato)

 

il cognome non lo ricordo precisamente (comincia forse per “m”).

 

Magra da spavento,

stretta nei suoi vestiti stretti.

 

When I Was Child,

 

la vedevo fumare la pipa

 

(mi pareva così strano,

non sapevo ancora si trattasse di una donna speciale).

 

Spesso,

in un caffè della città,

si avvicinava al juke-box,

inseriva una moneta

e ascoltava emozionata “Spunta la luna dal monte”

 

(solo allora, ho compreso la sua vita).

 

Ora passeggia su e giù

per quella salita,

 

quella che da bimbo immaginavo essere senza fine;

 

vive in una comunità, adesso.

 

Ha perso tutto,

per questo è speciale.

 

(Questo genere di cose si comprendono solo crescendo)

 

 

Aveva due genitori,

una “127” grigia e una casetta.

 

Un buon uomo si è preso cura dei suoi pochi danari,

ha venduto la sua casa

e forse anche l’auto

 

(ma chi se l’è comprata una macchina del genere).

 

 

Ogni tanto,

quando Piera può,

passa a ringraziarlo.

 

Oh…

La ricordo dopo un  incidente,

aveva il collarino

e sorseggiava una birra rossa da un bicchiere a calice

(uno strano bicchiere per una birra),

 

La trovavo tremendamente  consapevole di sé,

in quel momento.

 

Ora passeggia o spinge la sua bicicletta

su per la salita, quella che porta alla comunità.

 

Non sa di avere la mia stima,

né di essere meglio

di tante ragazze che si vedono in tv.