Donatella Maino

 

 

 

Biografia

 

Sono nata e vivo a Trento, dove lavoro come operatrice ambientale. Ho conseguito diploma si segretaria d'azienda non potendo frequentare scuole ad indirizzo umanistico. Mi sono sentita defraudata e da autodidatta ho percorso e percorro la strada che mi è più congeniale. Sono presente su diverse Antologie edite dalle Case Editrici Il Filo e Aletti Editore. Il 16 dicembre scorso ho pubblicato la mia prima raccolta di poesie: "Di rami e foglie".

 

http://www.ilfiloonline.it/autori/2005/dicembre/maino.asp

 

 

http://donatellamaino.com

 

 

 

 

 

 

 

Di rami e foglie

 

Quando l'abbozzo all'opera si fa in ginocchio
alle ore d'ansia ingigantite dagli occhiali di ieri
scavo attorno ai villaggi scoprendo spelonche
incise a graffiti dai guerrieri della verità.

 

La fitta presenza di piante nell'età delle foreste,
di tutto ciò che mi appartiene, fruste di rami
piombano le parole a boccoli di carne.

 

"Sulla verga un'unica foglia si concede all'aria."

 

 

Dal Porto di Palos

 

Lacrime cadono in vesciche d'anima dentro

la nave che salpa dal porto di Palos,

che porta sacchi ruvidi a forma di labbra.

 

Baleni di luminarie maturano l'amore a poppa

                                          in cesti foderati di vuoto

ma è la notte che la lingua sbatte i pioli

della scala di legno.

 

Agli osti la mescita dentro fredde cambuse

da biancheggiare.

Agli dei la preghiera per qualcosa di terreno

da abbracciare.

 

 

La lettera scarlatta

 

Non m'accontento più di mormorare il nome
per farti balsamo alle pieghe,
isolati morsi d'ingresso alla mia casa.

 

Pulsa l'arteria temporale nell'arpeggio
all'inguine mio ventriloquo... dio, dio
parlami di te.

 

Forse che io amo rapprendere l'umore
nella conca di donna caduta
al punto croce della lettera scarlatta?

 

 

Dall’interno del sicomoro

 

Sono morta a crampi d'anima
ascoltando il grillo del focolare,
il gorgoglio del paiolo,
il notturno di chopin che dolce dolce
non ripara la bambola rotta
dai tuoi molluschi addominali.

 

Scabro e insipido
come il rovescio di un guanto
il tuo frac all'espiazione di quel segno
della croce alla fine della messa.

 

Ballo il sirtaki della demenza
in cattività al sicomoro cercando granelli

di vita esule nel fico nero.

 

Lascerò me stessa in te,
compassione alla mia sofferenza.

 

 

Ejoyyourself

 

Che amore, quel maestro
con l'occhio sinistro semichiuso
da cerniere d'ironia...

 

Gioca di rigore in diagonale all'orologio,
segna il goal della parola al controcanto
dell'ancella calva che cammina il fango.
 
Posa la giacca sulle spalle del rancore
divide il pane e l'acqua benedetta al tricolore.

 

Che amore, che amore quel cane
col mazzolin di fiori in bocca,
sonnecchia sulla porta di casa
bestemmia al nero della luna
s'annoda la coda, morde amorevole
la zampa alla barbona tutta riccioli e folklore,
si, si, è pipì d'amore.

 

 

 

 

Se(s)santa-sei

 

M'allungai sulla poltrona
pensando che non potevo sfuggire la realtà
più di quanto i miei piedi non riuscissero a soffiarmi il naso.

 

Si era levato un po' di vento, guardavo il budino di more,
lui allungò il braccio e mi raccolse a sé.

 

Contai i bottoni della sua camicia, erano sette ossa
che premevano il mio seno ciclopico, pensai ai porci
con la coda biforcuta, chiusi gli occhi in avaria di mare.

 

Il lunedì cambiavo sempre le lenzuola,
spolveravo la biblioteca, pensando di farlo divertire
attaccandomi al trapezio con una gamba sola.

 

Poi squillò il telefono: era mia madre morta
nel sessantadue. Oggi, adesso, si, adesso
ti aspetto alla fermata del se(s)santa-sei.

 

 

Bolero

 

Versai il gin in un vaso di fiori già morti,
scesi la scala illuminata dal  rosso delle ceneri
ascoltando le ultime battute del bolero di Ravel.

 

Le braccia del bambino mi si strinsero al collo,
era senza peso, sentii le sue vene sulla guancia.

 

Avevo Auschwitz appeso al tergicristallo,
e nel cruscotto la radio, Dio da capire.

 

Buio, il cielo era buio al drappo tolto del coupé,
mi ricordai dell'africa, delle pance gonfie d'aria,
dei soggetti senza predicati
che muoiono nel complemento d'essere zavorra
al dirigibile:

 

spinami la schiena, mia signora dell'alba
che a colazione mi servono la cena.

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E poi un brusio

 

Vorrei c o n t a r e gli anni 
su pettini privi di denti,
dimenticando orfanatrofi
ristrutturati ad osterie
dove spartiti d' imenetomie
si gonfiano all'unghia del pollice verso.

 

Un rumore secco poi un brusio.

 

 

Mare

 

Viali di robinie e strade sterrate nelle vene,
ah... quella campagna a waterloo
appena sotto guaina rameggi rosso-blu
a liquefarsi quel naufragar m'è dolce...
 
*The hill slopes gently down to the sea*

 

clinica

 

di trapianti a spigole sottovuoto
in guizzi d'antico mare comparati a elettroliti,

impulsi rallentati a mezza spanna di cuore.

 

 

Il silenzio della mezz’avita

 

La leggerezza del zeffiro
porta il clangore dei corni dissepolti
nel silenzio della mezzavita nascosta
in piccole donne curve
che usano ancora cenere
per immacolare lenzuola stese
fino alla croce dei pali.

 

Se le asole rimangono vuote
ai cuscini di pe(n)ne
meglio urlare al tempo che si fermi.

 

 

L’Amazzone

 

Un vuoto ideale
accompagna l'amazzone
alla bellezza dei sensi
violentati nei libri alchemici
dall'ermafrodita ferito a morte
tra le betulle dei presentimenti.

 

si traveste da principe, stende la veronica
che vezzeggia la sensualità dell'errore
da cui è posseduta poi smorza il morso
del feticcio e invoca la grazia del sonno.

 

la luna è spulata urna di cenere
caligine monaca dove verminiscono
i frutti delle restanti forme del rio.

 

 

Parigi

 

Poche cose alla fine:
un vestito, un mazzo di grano,
confetti a cuore e zig zag di parole
per un giorno ancora una volta al passato.

 

Un uomo, un anello da consumare
immergendo le mani in secche di terra,
candele al voto per la forra tra i solchi.

 

Nessuno risponde  al futuro, oggi e poi dopo chissà.

 

Fra un bacio e un sorriso sospeso
allo scialle un po' demodè
ritorni a pelle di pesca,
chanel e lenzuola di raso:

 

è parigi sul boulevard autunnale,
intrecci di giallo sbiadito al rosso dell'olmo
che piange la linfa smarrita alla foglia.

 

 

Partérre

 

Vecchio cocchiere senza carrozza,
frusti alla corsa la pariglia spaiata,
sei stratega barocco nei musei dei dintorni.

 

Il disegno tramuta il grigio nei colori
della bianca folgore, anni labili in scatole
e caramelle di naftalina liberty.
 
Premi nell'ampolla amniotica
obliterando biglietti del rimedio
al minuetto dei mali.

 

Domani, magari domani, a rivederci
senza copie alle quinte del teatro,
voleremo partèrre privi d'ali.

 

 

Maestrale in urlo

 

Ti amo negli spazi vuoti,
in fruscio di correnti d'aria
 
d'asfodeli e salici infecondi
che s'accompagnano alla sferza
del maestrale in urlo.
 
Ti amo fino a ripeterti in me stessa,
fino alle doglie, fino a penetrarmi
di te con le nude mani dell'attesa.

 

 

Perché la pioggia

 

Perchè devo farmi tutto il tragitto di ritorno
amando quei passeri sul filo come perline grigie
che mi porto al collo?

 

Perchè mi sono unta di peccati al banchetto dei filistei
maturando l'integrazione all'infanzia su parole seccate,
laccate nei lagher di compendio alle istruzioni per l'uso.

 

Perchè la pioggia debordante ai tramezzi della torre
non sia sostanza alla violenza dell'ultimo ghetto.

 

 

D’ostriche e perle

 

Hai  immerso la verga nella bocca spalancata
dov'esce una strana schiuma di perle.

 

E' la fine del terzo atto, la rabbia s'incendia.

 

Com'è incantevole
il fondo dell'oceano selvaggio:
palazzi acquatici che si muovono
insieme ai miei passi.

 

Mille ostriche
s'aprono alle onde verdi e luminose
bordate di porpora all'orlo.

 

Attorte colonne d'antichi resti
erose da mille salamandre
aprono il sipario al quarto atto di assenza.

 

 

Alla croce di S.Andrea

 

Sparuta lampada appesa al palo
il vestito da donna che penzola
sul bianco e il rosso
alla croce di S. Andrea.

 

Poi Rose e Verbene a petali di rovere,
piccoli foruncoli di vedovili grigiori.

 

Lontani gli occhi nella notte,
sprizzi di zolfanelli
soffusi d'azzurro che arriva dall'ovest.
 
Ma ciò che è vivo agogna
tempestare di pugni le pareti.

 

 

Ulisse

 

(vigne) (grappoli) (danze)
i veli candidi cadono

(ardori) (furie) (stragi)
in sciagurata memoria

(sorte) (cielo) (turbine)
dal petto di mia madre,

(nascita) (flutti) (mare)
accettazione al suo letto di schiava,

(ventre) (mutanti) (serpi)
mele rosse all'inguine in-tatto

(troiani) (vene) (paglia)
:c'è una bambola nel cavallo di Ulisse.

 

 

Non ti muovere

 

Nulla, nulla, non ti muovere,
ormai la frase è spezzata,
una parentesi e poi ancora una parentesi
ha corroso la lingua, l'anima,
più non scorre sangue nell'io insolente.

 

Imperversa la tua voce,
mi viene in mente l'urlo aperto cinque anni fa
mentre mi denigravo cadendo nella neve 
davanti ad una sporca locanda.
Ero acqua sciolta al male dal tuo viso atteggiato.

 

Ancora l'insegna m'invita:
un affrettarsi di passi su e giù 
agli angoli del cervello, all'imbarco per l'isola.

 

Così resto in silenzio e chino il capo sul petto
che mutilato disegna metà dello scempio.

 

 

Seta di Persia

 

Ho sognato di scrivere
chiusa nel Gelo del nord:
Ogmios cercava una fanciulla innocente
che si flagellasse a pensieri di cristallo.

 

Poi, nelle pieghe sinuose della fronte,
Seta di Persia vergata a caratteri arcani
 - dentro -
qualcosa da Ammazzare.

 

Mi umilia il dolore per le colpe veniali
la mia condanna diventa un tuo privilegio,
fino a quando incurante di me
mi decanto in Oggetto.

 

Ho acceso le candele a Gennaio stanotte alle quattro.

 

 

L’ora e l’allora

 

Come da un bicchiere stracolmo
la goccia, il tempo cade.

 

Com'è nuda la Terra
e quanto gira...

 

le mie lacrime in giardino, mio figlio
che getta l'ombra via via
sempre più lunga sull'erba di quel viale...

 

calpesto donne dai capelli sfibrati
e i loro seni cadenti coi figli ancora appesi.

 

Ora il grano è tagliato?

 

C'è un frattempo di non più
o forse non ancora.

 

Cucirò insieme l'ora e l'allora?

 

 

 

E in cima alla casa…

 

Seguo una chiazza di sole,
una vela oltre le foglie d'alloro,
nel mio letto chiudo possessi
paga di nocche serrate.

 

Mi scorrono addosso boschi di faggio,
donne che strizzano gli occhi su rammendi

a filo vagante che congiunge una cosa con l'altra.

 

E in cima alla casa una serva che ride.

 

Se avessi usato il doping per correre

nelle gare importanti,

se mi fossi unta d'anguilla nelle lagune

anch'io canterei le mi offerte servili

a quel dio che non ho mai conosciuto.

 

 

Un petalo azzurro

 

Perchè questa donna cena da sola?

 

Si è incipriata il naso tre volte

scivolando in foreste lontane
che soffiano l'urlo
dello sciacallo al chiaro di luna.

 

Sulle spalle un drappo che brucia
il lampo di una lama che cade

prima di raggiungere il mare:

 

schegge d'ossa, un petalo azzurro, una quercia
che il ghiaccio trascina.

 

 

Languida notte be bop (liberamente tratta da i “Sotterranei” di J. Kerouac

 

Beat generation

 

Charlie Parker:
languida notte be bop.

 

La storia a scale strette
sulle note del sax,
nella tetra luce rosso fioco
d'america...

 

I binari che corrono sulle ossa
degli antenati e schizzano succhi
nella St. Petersburg di Dostoevskij e...

 

una poesia di Baudelaire
non vale il suo dolore.

 

Avranno messo terra azzurra
sulla sua tomba?

 

E' un brivido di vento il fallo
che s'affloscia al centro del mondo.

 

J. Kerouac – Donatella Maino

 

 

 For there I was

 

Lo spasimo stringe...
un sussulto che sgorga il nome di Dio.

 

Cado nel nulla fertile
ascoltando il silenzio del colmo
che muore lontano dal tuo corpo
appena goduto.

 

Il finito mantiene un rapporto

con ciò che lo supera.

 

For there I was.

 

La memoria è il gesto dell'arte?

 

 

Una ciocca d’alga

 

Bianco di porcellana a fili d'oro il the
della passione che macchia la cartolina
fermata dall'agoraio aperto
a mille punte d'acciaio
mentre l'uragano scaraventa le parole
da un fianco all'altro del ventre
profanato dal forcipe color del verderame.


Senza risposta corporea
la voce che attraversa il mondo solitario
rompendosi contro le rocce,
al culmine di ogni respiro diventa singhiozzo.

 

Dovrò amare quest'uomo
che attraversa il ponte ogni notte
per strappare le ali alla falena?

 

Un veliero scivola d'argentei veli
verso un'isola striata di freddo silenzio.

 

Una ciocca d'alga galleggia ancora...

 

 

Scarpe sporche e filosofia

 

Alla porta del reame
la vecchia sdentata porge la mano
sul tessuto del senso,
nell'intervallo della finzione,
trasforma trascendenza in esperienza.


Scarpe sporche e filosofia
bivaccano su guanciali di pietra
sottraendo la moneta 
a candidi spiriti di marmo.

Il suono dell'organo sfila

l'ultimo spicciolo d'inferno.
fra le mani storte d'artrite.
 

Per quattro giorni piovono briciole,
il quinto giorno

cadono i miei occhiali da miope
sul sagrato del suo immobile gelo. 

 

 

La donna ragno

 

Ragno, io, donna
che tesse l'eterna agonia:

 

trascino l'ernia del dorso
nel cerchio
che è raggio al quadrato
per trecentoquattordici versi,
l'area dell'aria a me consentita.
 
La morte trova il suo doppio in amore
 - costretta -
a precisarsi in astute menzogne:
rimandi e inversioni di ruoli
negli afrori delle fangaie.

 

E alla debole luce del sogno,
da dietro il banco degli imputati,
m'abbraccio giudice di me stessa.

 

 

Possessi d’ambra

 

Un fiammifero 
che illumina la palpebra
infrange i suggelli del sonno
e rosso e leggero
rifluisce il latte alla vita.

 

Guarda, oh guarda... il cielo è mutato,
la neve caduta è garza in strato leggero,

 

ci passo attraverso con lo spillo di un nome.

 

Con pagana indifferenza
la mezzanotte batte il dodicesimo colpo,
danzo con gli zoccoli gialli di luce
per non cascare dall'orlo del mondo.

 

Non aprire la porta
per costringermi a vivere il corpo: 
in lui s'aprono possessi d'ambra 

maculati a farfalle fossili.

 

 

Maddalena

 

Vide un falò sulla rena, si unì ai pescatori
che lanciavano reti nel mare di Galilea.

 

Alle fiamme concesse le vesti perchè
si spegnessero in shilouette di fumo 
al giallo rogo d'occhi
di puttana che ama di negro.

 

- Ah Pescatore, dimmi dei pani e dei pesci
e dell'acqua in vino alle nozze di Caanan...

tu sei l'ultimo commento al paradiso? -

 

Orme d'amore sull'acqua fino al tramonto
poi non la videro più.

 

 

E’ lungo rameggio

 

Con quella fatica di mani,
da tempo scomparse
e quel fatto
che non mi ha tanto sorpresa,
seppellisco residui d' unghie
mangiate dai tarli fino alla carne.

 

(Mi amo vestita da uomo,
sento il mio grembo che grida
la flessibilità del ginocchio)

 

Sul bordo del fiume osservo
il profilo del salice
che bagna il ramo più basso
nella corrente triviale.

 

E' lungo rameggio arrivare al silenzio.

 

 

Afrodite

 

L'edificio sconfina
in quadrifogli d'amanti
scolpiti nei bassorilievi
a reti di segni geografici.

 

(lunga lista di nomi parlanti
infiorano sdruciti taccuini)

 

Non è perduto o mancato
l'uomo denim aftershave
che rifugge Afrodite
nella disfatta troiana.

 

Donatella Maino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'istante esterno

La voglia d'aria fresca
mi sferza la pelle,
m'esilio in vicoli, cortili
e contrade dove
gli umori mi trovano gitana
che va raccontando storie
e segreti, divinando
la donna che penetra il serpente.

Estraggo quarzi in miti
d'aurore a strati geologici
mentre i marosi tuonano
all'anca della quercia riversa:
nel piacere dell'ebbrezza panica
sbavo, senza connessione,
una tomba di parole. 


E che nessuno esuma il pugnale
della dea ubriaca perchè col sangue
non si salvano i vinti.

 

 

 


In un diverso villaggio

Cammino a scossoni nel vaniloquio, 
nella sciocchezza violentemente taciuta
in stenografie d'acquavite che fanno risuonare 
nel falso la nota vera nascosta in accordo minore,
in linguaggio consunto dall'imperfetta claustrazione
del silenzio. 

Ventricoli diventano operai del dio 
dell'esistenza che si affaccia
sulla pagina bianca perforando la mente
a punta di trapano in trasmittenza. 

Solcano il viso le gocce di fiele, urtano movimenti 
di muscoli, di nervi e di rughe in catene
di ferro a circolo di sangue:


sorge nella profondità oscura della pupilla il fuoco divorante 
dell'eros che incarna vendetta nell'abiezione di poesia.

 

 

 

 


Capriole di pensieri

Capriole di pensieri


Sanguina la luna, 
il cielo si accartoccia
su scorze di areoliti 
caduti
nelle vecchie piazze.

Guardo in tralice
dalla porta socchiusa,
l'altra metà di ciò
che non conosco
ma poche sono le parole
che scarabocchio
in capriole di pensieri.

Quando la luce sospetta
la propria fine si celebra
in estroso racconto,
punge la carta 
dove si proiettano ombre
di moribonde candele
e ninfee grottesche
strappate 
alle acque dell'alba.

 

 


Come la noce nasconde il gheriglio

Dalla finestra, che dimentico
di chiudere,
mi vengono a trovare
i rami invecchiati dell'albero;

guardano assenze di famiglia
e mancanze d'amore:
nei ritratti sono ancora vive;

ascoltano la pendola
che suona, le ore rimaste,
in coro al pianoforte
che in autonomia
pigia i tasti neri:
grevi note che ingoiano
i volti cancellati 
dalla morte. 

Io:
lavoro d'ago al telaio,
raccolgo i fili per l'intreccio 
al pizzo d'inverno
perchè la trama
tiene lontani l'odio e l'amore.

Nascondo, 
come la noce il gheriglio,
i molti incisi,
al solito ritmo ebbro e volubile. 

 



Gocce di laudano

Gocce di laudano
nella più profonda 
delle ferite
che è felicità 
conosciuta
nell'orto
dove le zigne
ora fioriscono
d'inverno
in sclerotica atmosfera
di sapore funerario
che hanno 
le cose ripetute.

I colpevoli imitano
il sacrificio di Cristo
in decisioni etiche
alla morale
di penne cedevoli,
giocano a sciangai
ritornando in vita
con una sillaba
che ne valga tre.

Le parole cadono
fino al retrocedere
dei servitori
che affondano le mani
dove luce non giunge.

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Tu mi ami di merletti e seta

Tu mi ami
di merletti e seta, 
di risate e vizi.

Viviamo la notte
come fosse prato 
di quadrifoglio
al crepuscolo
di piccole croci.

Esili ponti
uniscono manoscritti,
cimeli di nomi gravi
e di santi trasfigurati
d'incontro al mio Vero.

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L'acqua salvata

L'acqua salvata
ristagna alle conchiglie
che adornano gli occhi
dissimulando
maledizione e risparmio;

la voce è soprafatta
dalla lontananza degli anni,
fustigata
da numeri fruttati ai delitti;

piovono presagi
in gocce di cabala
schiumate 
al sarcasmo dei dardi.

Nel chiuso dell'abside
creo ali di farfalla
che trattengo
al filo di gelatina
con mollette d'ironia:

gomena d'ormeggio
alle velature bluastre
che fregiano i miei sorrisi.

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Abbozzi alla malsana arte

Sono stretta 
nella mia giacchetta corta,
nel tossico di miele
del pastore che tasta
e interroga le pietre:

arriva da altrove
a rovesciare i laici canti:
acèfali versi posati
su tovaglie lorde ai vespri 
che lupeggiano sufficienza.

Lasciami vivere
su questa spanna di terra
che tu chiami taccuini
d'abbozzi alla malsana arte
di periferia:

tarde romanze in grigio,
aspre schegge ruvide
che imbrattano la lingua
sul belvedere della notte
dove la candela ha il suo ladro
nel sole.

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Il buffone e il manichino

Sono amore di ruvida grana che spezza 
le mani al manichino che affonda
nell'erba falciata da stridule lame:

ho cuore con elica nelle deserte passioni,
nelle afose parole, nelle gravide immagini:

se io scrivo come cammino ristagno 
idiozia nel fingermi viva;

sgomenta alla viltà delle carni, 
ricamo gatti di seta al controllo del tatto
che ama il dolore della bugia impaginata:

tuono eloquenza alla foresta pagana 
con arnesi da forca come esperto buffone.

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Repulisiti me domine

L'ape intirizzita, a primavera,
svola dalle sottane dei santi.
Langue il calore dei sensi
fissando il vuoto dei cieli:
rare nuvole al passo e novizie parole
nella luce del sole morente.


Si rapprende il carminio del trucco,
il sangue va raggelando
alla rosa in grazia d' amore che apre
i petali in ludibrie preghiere:

repulisti me domine.


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I sogni

Mi tingo di biacca lunare
quando reggo 
quel che resta dei sogni
nell'atmosfera accasciata,
nella sonnolenza che spira
fiammate d'ebbrezza
cui seguono giorni di cenere:

e come animale restio
il sogno dorme accucciato
nell'onere del passato.

Smarrita, penso
al gocciolio delle sere perse
a dipanarmi gomitolo:

anche la corda si vergognava
del cappio stretto al collo
in sortilegio d'incesto che ora più
non vive nell'era del feudo
quand'anche i sogni, 
in labirinti di cieli distinti,
mi possedevano 
con sperticata ragione 
d'essere allegrezza infantile.

La bellezza delle bende
non è balsamo alle piaghe
nè unguento alle rancide glorie.

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La medusa che (s)veste la vita

Contrabbando dettati rugosi nella ricerca insaziabile 
di sofferenza,
nei barbarismi sovente distorti da cenci di suono.

I miei versi palustri amano l'orgoglio del corpo,
la nausea del rito comune, i sentieri battuti, 
il sepolcreto della mezzanotte profonda. 

Mi perdono la carestia d'anni grassi contandomi
l'assenza di vertebre, riporto alla somma 
lo zero possente computato in mezze maniche
da medusa che (s)veste la vita.


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Ritratto antico

Ispirata da una fotografia sbiadita dal tempo che ritrae i miei genitori nel giorno del loro matrimonio (anno1928)




Lei è lì, con gli stivaletti che rallegrano 
i piedi alla propria miseria.
L'abito tira sui petto, nel respiro ansioso
sbocciano roselline sgualcite dall'usura,
le narici dilatate fremono la penetrazione
della pura superficie.

Lui è lì, appena ombrato da un nero di baffetti,
la bocca semichiusa, la mano discreta
si accontenta di sfiorarla.

Il motivo si fonde e stride in cento strumenti, 
esegue la propria parte e poi di nuovo 
si sparpaglia in solennità liturgica 
finchè arriva all'origine del mondo.

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Come della febbre il rossore

Fuggiasche straccione le nubi,
al tramonto sgargianti 
come della febbre il rossore.

Una donna paga la coda alle comete
in filigrana di appelli perchè non strappino
i denti agli astri che s'adombrano
indovini smagati alla certezza del carnevale.

S'è saziata in un giorno
nella città del sogno, il colorismo sbrigliato
apre corridoi senza uscita,
accende stufe spente e campanelli disinnestati.

S'aliena l'imbarco all'america, 
annega nell'inchiostro 
dove la barchetta di carta naviga all'indole 
in mattinali di parole nude.

La felce nera segna il lutto alla sonnolenza 
ma ancora le coltri si agitano
e le lenzuola non smettono di lievitare.

Donatella Maino





 

 

 

Scarpe scompagnate

Cammino controvento
fra l'erba che sembra aspirare
l'ultimo refolo alle colline.
La malinconia
come un filo sottile
avvolge in spire
il petto:
la menzogna avverte
l'abisso in lisa 
e spettrale eleganza?

Il mio terzo anello
mi chiede un balzo quantico:
portami, dunque, dove già sei,
fra corpi nudi e tronchi
a braccia spalancate
come alberi intrisi
allo stagionare delle piogge. 

il calcare e l'acido
diventano gesso
che indurisce orme
di scarpe scompagnate:
è l'intarsio del lungo cammino?

Tutto, anche la morte, si placa
nella ritmica dias-sistolica,
che incita 
la continuità della scrittura:
lontana 
dai fasti dei grandi,
dalle miserie di classe
cancello i caratteri umbratili
torturati alla spina del dubbio.

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La Lauretta

All'alba del diventare istriona
proletaria,
avevi il labbro lucido
e un lento canticchiare
di vanità 
all'olmo sottocasa:
eri un congegno esile,
dipinto alla buona, animato 
da una chiavetta al soldo
e da una candela rubata
alla Madonna della salute;

sconfitta,
maledici il giorno
che diventasti orcio incrinato
al vischioso irrompere
della questua industriale;

ora passeggi nel parco
al ritmo scandito
dai palmi sulle reni
lavati nell'ultimo bicchiere
di cera e profumo svenduto
al fotografo 
dalle palpebre sottili come carta; 

t'inghiotte la tenebra
nel suo ammasso inestricabile,
poi alzi gli occhi al cielo, distratta:
non vedi quegli occhi dilatati
nel viso da svezzare.

Mentre deridi
la retorica romantica,
mastichi a bocca aperta
per dare aria 
al boccone rovente. 

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Delirio di coscienza

Tutto ormai mi identifica:
mi sono rasata i capelli
e cinto il capo d'edere e viole:
scrivo l'elogio pensando
che l'amore 
non è sentimento pieno:

nasce dalla sconfitta:
nella lacerazione del labbro, 
nell'abbandono dell'aquila,
nella caduta frammentata
nel baratro a piccoli passi.

Sono nella rosa dei beati
a confermare 
la mia impotenza?

Non ho mai guardato
il volto amato:
era solo il riflesso del mio.

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Quando lascio il deserto

Il mio ventre 
è stanza vuota,
risonante: riecheggiano 
richiami di pelle
e di nodi
al tempo che ripiega.

La nicchia,
che custodisce
l'ardente lampada,
pronuncia la parola
appena sotto l'ombelico:

sente il passo dei cavalli,
camminano l'adagio 
d'umidose foglie:

si forma la bolla 
d'aria insonne, 
il bisbiglio incessante, 
il mormorio interrotto
da fragole di bosco
alle labbra risorte.

I fuochi 
non si spengono mai
finché l'irradiazione 
dimora ferma
nella tua mano.

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Quale sia il tuo male

L'amore che in me
dell'illusione è signore
ha il cuore e le mani
del colore bambino.

Dove non c'è più luogo
trema allo scatto
la pupilla priva
d'acqua si corrode
alla vita: l'iride geme 
il martirio dell'assenza.

Quale sia il tuo male
lo prendo sopra di me:
reciterò i salmi
della prostituta
che si congiunge a Dio
vestita di soli stracci
e bottoni
che aprono e chiudono
il vero.

Trasformerò il ferro
in argento
e l'argento in oro:
di tutte le metafore
ho perso il significato.

Fisso lo sguardo
alla prossimità dei veli
dove nascono e muoiono
tutte le lingue.

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Al tumulo maschere e violini

Schiacciami contro il muro,
scosta la mia sottana
riempi di gemme 
l'orecchio del mondo,
piegherò le ginocchia;

sentirai la cantilena 
della mia chioma
che gocciola a terra
la rugiada calda, 
imparerò
a non temere l'infinito
perchè sono io la fine
di tutte le cose.

Fai rollare i tamburi 
del perdono, uccidimi!

Scaglia la pietra 
dell'infamia.
Ne trarrò unguento
d'orgoglio
da porre sulle fiamme.

Diranno di me:
aveva memorizzato i trucchi
che in feroce servilità
scivolano via sull'olio;

è stata uccisa dal neon,
ha vissuto nell'ombra, 
dov'era solita cantare
al germinare della terra,
nascondendo la carne
dentro armature di pane
fregiate a palme e datteri.

Al tumulo la maschera, 
che sempre ghigna e mente
il violino dell'inganno.

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Inverni e tulipani

Nel destarmi alla brevità,
sono piena d'inverni.
Ci sono due lune ad illuminare
serate d'attesa
che non si appoggiano a nulla:
trasfigurano le forme
ai bordi del sentiero;

tulipani appaiono dal nulla
a colorare la bocca 
e il corpo calpestato
della madre.

Tutto ciò
che ritorna dal dolore 
torna per trovare una voce
negli emboli
seccati dietro la lingua
delle figlie violate
che ancora mangiano
biscotti a cuor di mela
con denti corrosi
in punte di freccia.

Le notti dalle lenti oscure
mi tingono le dita, la faccia
dal pallore di cipria, 
riluttante
al capestro dell'alba.

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Se mai furono venti...

Sei mai furono venti,
- gli anni -
allora io di certo
nè età, nè ruga 
vedo sulla mia fronte.

Avevo capelli di giacinto
e un lieve bussare d'anima
perchè un filo d'erba
non è più facile a farsi
di una quercia.

Se io potessi, con morsi
a ritroso,
divorare la pannocchia:
la virtù inganna,
il desiderio scompare
al poeta 
quando un'infelice parola
cerca solo riparo.

Ora, ciò che conto, 
seguendo
la marea salente,
sono i giorni emigrati
al piacere negato.

In mezze proprietà
di folti alberi
che ombreggiano
la volta dei caduti,
i passeri 
beccheranno ancora
insetti sul terreno.

Nella vita di sopra,
quando una donna muore,
bevono al petto colmo,
fanno funerali senza fiori.

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Vagiti d'ombre

Tutto quello che amo
lo amo da sola,
asciugando poesie
da deporre, 
da non far cadere
fra l'erba incanutita.

Parlo al mio guanciale
nel profondo della veglia,
potando il fremito 
delle dita intorpidite
a tormentare diagnosi
e vagiti d'ombre
in crescente schiera:
bambini, gin,
amore e D'io.

Se strada porta a strada
dubito del mio ritorno
alle pareti del sacello
dove ho appeso 
in grappolo il silenzio 
e finta quiete.

Disdegno la moneta,
m'angustia esserne priva.

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Oltre il crinale dei canti

Ho conosciuto il peso 
dell'uomo,
le sue mani
a stringermi il collo.
Fra i seni, a mezzo passo
dal senno, è colata 
una bottiglia di rhum:
era il giorno speciale
della lingua di gatto.

Non avevo mai varcato
il crinale dei canti
all'ora prima, 
il galoppo dell'ibrido cane
sferzava le costole:
io guardavo gli aereoplani.

Ho cercato i nomi
di chi scorre il vento:
li ho visti scomparire
alle gengive del riso stolto.

Gli schizzi raffreddano
le formiche rosse
che s c a v a n o
lunghe gallerie.

Se il sonno
mi portasse alla stazione
potrei inventare 
una cerimonia di commiato
ma il treno cigola ancora
dietro i suoi occhi opachi
di cataratta.

Ci sarà ragione
di credere che io sia morta
presso la mia tomba
e il suo bastone.

===================

Fiori di brina

Fiori di brina i baci dati 
fra mari e montagne,
volo di stormo all'unico nome.

Sparito l'effetto, pago la spesa
di elettricità e candele
evanescenti 
all'immagine del santo,
pellegrino
in grani di assenza.

Tra due quadri
dello stesso pittore
amo riverniciare la seggiola
in primo piano
dove posai i miei fianchi
in quell'ora d'attesa
bruciante e accecata;

... ma forse è soltanto
un racconto incompleto, 
un singhiozzo al mio petto
che odora di latte.

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Come lievito che penetra il pane

Sono schiaffeggiata
dai miei capelli bianchi
sciolti in realtà piane
ispessiti da tutti gli sguardi
che il tempo ha posato.

Mi confesso in ritratti verbali
col frastuono delle mie chiacchere:
l'esistenza non è solo ventre
ma tradire pensieri,
scoprire misteri fermi
alla mente che inghiotte il futuro.

Piccole scintille si fondono
come il lievito che penetra il pane
a dilatare giovinezza in trapianto.

==========================

C'è un tempo selvaggio quassù

Il fiume 
non nasce inquinato,
attraversa ghiacciai
e grotte inesplorate
per investigare enigmi
che in parodia solenne
nasconde e rivela.

Si offre alla donna,
percorre la sua strada
senza dita, senza mani,
cerca la misura 
nella macchia 
che lascia la penna
fino a quando lei diventa
il mondo che conosce. 

Estrae succhi di fantasia
dal viaggio impetuoso,
trasforma 
sapienza di favole,
tarsia s'insinua
nella tarsia
fino al delta dove urla
l'amplesso.

C'è un tempo selvaggio,
quassù, nei boschi del nord.

======================

Fusi ai margini del nostro terrore

Tu sei oppio 
della dimenticanza,
tu, eretico
delle altezze invisibili, 
tu in esilio in fondo
al futuro,
tu che strappi
e accosti figure
tu che togli lo spazio
alle immagini,
tu che gratti l'oro
all'ottone,
tu che smussi
il quadrato in cerchio.

Tu e anch'io
quando arriviamo
al punto segreto.

Siamo due volti
espressi in antitesi
fusi ai margini
del nostro terrore.

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Stille d'olio ardente

Stille d'olio 
ardono la pelle
che sboccia fiori 
al mio peccato
di crederti ancora
in fondo all'abisso.

Genero rugiada
e inesperienza,
processioni bianche
ritornano
nel giogo di libertà
ma tu rimani
un nome.

Ho tessuto il drappo
alle allusioni pagane,
ho condannato mio figlio
alle ragioni nobili
della tua capacità
di forma e conoscenza.

Dentro la creazione
crocicchi all'esistere
parrocchia temporale
o migrazione al rotolo
di cielo dove
mercanti e carovane
non contano più i giorni.

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L'acqua salvata

L'acqua salvata
ristagna alle conchiglie
che adornano gli occhi
dissimulando
maledizione e risparmio;

la voce è soprafatta
dalla lontananza degli anni,
fustigata
da numeri fruttati ai delitti;

piovono presagi
in gocce di cabala
schiumate 
al sarcasmo dei dardi.

Nel chiuso dell'abside
creo ali di farfalla
che trattengo
al filo di gelatina
con mollette d'ironia:

gomena d'ormeggio
alle velature bluastre
che fregiano i miei sorrisi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Saggio extempore

L'albero che non incalza 
i suoi succhi
e sta sereno nelle tempeste 
di fine estate,
in empatia sapienzale, 
diventa ciò che è;

impallidisce le fronde alle paludi
se il ristagno riflette 
l'irrequietezza torbida,
guarda 
le grandi pianure silenziose
quando alludono 
all'orizzonte sgombro;

si converte in potenza che si chiude
e si congeda dal monaco se il salmo
è un ostacolo fra lui e Dio.

Nello spazio che mi compenetra
io cresco guardando fuori
ma è in me che cresce l'albero.

La donna si eterna nell'uomo,
in esso cerca l'Infinito,
che trova solo attraverso
il finito: perdersi nella materia
è sparire dalla propria vita. 

Nel lungo e doloro processo,
alla soglia dell'autonomia,
scrivo nel grembo gestante
la nobile fame d'amore. 

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Oltre le mura

Pieno d'anima 
nel più intimo degli specchi
svelato al segreto 
della confessione:
nasce dall'amore 
per i versi rotondi, 
per la tensione delle linee,
contro lo sfondo del nulla.

Scrivo l'ultima parola
come fosse quella giusta
fra le molte 
che si affollano
nella penna dell'incertezza:
il principio soffre impigliato
in oppressione, non si risolve
nel gemito, 
ritorna fra le mura: 
sono carcere di tedio, di quiete,
placata da una mano senza nervi.

Niente è più triste dell'odio
per chi non sa odiare,
niente è più crudele del narcisismo
per chi non ama se stesso.

L'astrazione
è un grande corpo femminile
dannato alla violazione dei limiti.

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Leccio

Hai nella voce un odore di neve:
il tuo battere inesausto
alle porte del mistero
è vuoto come un sogno
che nulla interrompe.

Così vuole Dio:
nessun altare o immagine
davanti a cui pregare.

I tuoi pensieri si sfilacciano
tra le mani
e l'universo si appiattisce sulla carta.

Allora,
con queste parole tronche, ferite
ci ritroviamo in turbe di baccanti
che gettano ragni
nella tela di altri ragni:
tutto ciò che è scritto significa.

Cammini la tua storia
affondando le fauci nel collo
delle lettere in sudditanza
al gergo
che esalta il proprio arbitrio.

Degli uomini è il mondo fragile
che come spora inconsapevole 
si nutre
alle radici del Leccio. 

======================

L'addensarsi del gelo

Siamo stati due pezzi
uniti 
dall'ultima vite
che lega la coda
all'aritmia fibrosa
di scosse e rimbalzi.

Usavamo un filo
per misurarci contro il muro
in lacerazione infantile: metà 
dei miei capelli sono bianchi
alla tua scriminatura.

Sono sposa sconosciuta
al carteggio d'amore,
hai rischiato di uccidermi
fra il blu cobalto
e i triangoli bianchi
dei tuoi lunghi respiri.

Nel ventre abbiamo ancora
un po' d'acqua ma è gennaio:
senti anche tu
l'addensarsi del gelo?

======================

Favola bianca

I monti sono vestiti d'ermellino,
i pellicani di piume hanno coperto 
la terra,
il cielo indossa un manto 
di candida pelliccia, 
gli strati dell'alchimia bicolore
hanno nascosto il rubino
in cuore alla pietra:

io narro di una favola bianca,
come la perla o la veste
di chi prega.

Se gli astri fossero miei scribi
se il mio inchiostro fosse la notte
scriverei di te fino all'ultimo giudizio: 
sarebbe flagellazione al rito,
rombo di nube alla piramide.

=======================

Fuoco d'etere

Ho soffiato sul fuoco con la mia bocca, 
l'ho nutrito con legna verde:
ancora umida a(l)temporale;

al crocicchio dei pericoli,
dove il rogo diventa debole,
bevo le ultime tre gocce di vino: 

di tutti i miei peccati 
amo i lividori della notte
che cedono alle nebbie rosate
dell'alba: libero capitelli di marmo, 
dove il fuoco arde in suffragio
a meridiani che slegano amore;

dentro le steppe 
dell'etere, spio la dignità
del giusto fino al trionfo risorgente
in micro granuli, sottratti al diaspro.

Donatella Maino





 

 

 

 

 

 

 

 

Agnusdei

Graffiano come artigli 
gli occhi dell'usuraio
che mi guardano dietro 
il ventaglio del padrone:
sono adombrati
dall'antica lanterna
che li trasforma 
in lampi e baleni.

Sono pescatore di perle
in apnea sfinita:
sul fondo del mare 
solo cilici e agnusdei.

Apro i mantici 
a cercare alito
nel vento, ascolto 
il suo respiro lento e ritmato
dai giochi delle dita
che mi cercano e mi sfuggono
nel confronto dispari:
le mie tempie sono braci
all'esigenza di trovare
una forma che mi circoscriva.

L' Anima è tradita
dentro il sepolcro del corpo, 
non inventa più ragioni 
alla miseria: è pece sciolta
al fuoco del barbaro.

========================

Frangie

Fogli bianchi
scritti di rosso, per me,
dalla Vita,
come io non potrò
mai scrivere di Lei
quando alleggerisco
il peso
che in sintesi catartica
traccia formule liberatorie.

Vorrei scrivere parole
che siano organicamente
inserite nel silenzio
non per coprirlo
ma per sgravare
la pena, meglio
di quanto non possano fare
le frange inamidate
dell'intima analisi.

Gli spazi bianchi,
che la brevità del verso
lascia intorno a sé,
rendono sensibile
la distanza, il vuoto.

Partecipo fisicamente
alla condensazione
dei significati con il metro
degli amori, degli inganni
gonfiati
come piante 
con foglie crudeli
e il fusto carnoso,
aggrappate alla terra
fin dove gli artigli
diventano radici
in simboli muti.

====================

Genetliaco (24.12.04)

Nessun segno mi benedisse
quel giorno che gridai
di meraviglia
nella cappella consacrata
al caso: ero lo sguardo distratto
della natura dentro una culla:
il roveto ardente e la nuvola di fuoco
consumarono il presepe di cartone
in tiepidi resti di cenere.

Conto il tempo tra mimi e buffoni
che s'attendano alla vite rossiccia:
strani mediatori del bianco e del nero.

Dove si raduna l'onda delle greggi,
scorticata da rovi selvaggi
i bambini aspettano ancora
fiumi di latte, sono agnelli
in offerta alla grotta di Betlemme.

Se nessuna cometa illumina 
la mia notte, dimentico la meta:
m'affido ai freschi venti della sera,
al profumo dei fiori, alle radici,
che tratteggiano su fogli di carta
il senso della mia esistenza.

Poeta forse?
Forse solo preghiera
sgranata all'inginocchiatoio
della chiesa, dove il cerchio
si chiude alla croce dell'avvento.

 

 

 

 

 

nuovi testi editi il 7/12/'04

Poesia all'inguine

E' al centro del cerchio
il santuario del castigo
dove ogni notte getto via
un'altra pelle.

Oggi si celebra il possesso 
che si stacca dal possesso
e l'amore 
che si scioglie dall'amore:
sono pellegrini
spogli di ritegno
drenati dagli anni infittiti;

voglio essere molle, duttile cera
quando il principe del mio regno
si concederà al piacere 
della smania impura;

nel vecchio repertorio
saremo amanti di cartone
che (s)'offrono fiori artificiali:

la poesia all'inguine
è grembiale
di foglie color del minio,
parole in delirio
alla molteplice mano
che ora scrive in terra battuta.

======================

Champagne

Dov'è la logica della sintassi,
la precisione dei significati,
il rigore dei nessi,
la possente originalità
della locuzione?

Il poeta vestirà sempre
i poveri, mangerà assieme
a loro pane e lacrime,
fermerà il tempo degli orologi
inventerà la danza 
degli aquiloni 
che si agganciano
ai rostri gravidi
dei pellicani in volo, avrà
la guancia sinistra rossa
e quella destra pallida,
al tic tac delle nacchere
confonderà il suo cuore.

Con un impasto sconnesso
di rottami verbali,
come all'agio effimero
dello champagne,
calamiterà immagini
alle sbarre fissate
con chiavarde di sangue.

Sarà mercante d'anime
che si fa il segno della croce
sorseggiando la propria saliva:

diventerà personaggio d'inverno
dentro l'involucro luminoso
del gelo, dove gli accorti
non arrivano mai.

=========================

Lettera in versi

Osservo l'intensità
del tuo labbro screpolato
alla parola che nella brevità
del tratto, copre denti da felino;
dalla tua bocca esce 
un vento che asciuga la gola
in rapsodia di maestrale:
stelle d'assenza calano dentro
di me nel soppesare l'entità
dei fallimenti:
i fiori alti attendevano
il calore per alzare il capo
e per sbocciare, fecondati
al liquido del tuo seme.

Nasce un pensiero 
che pensa solo a se stesso
e fronda le proprie menzogne
in sensi obbedienti
richiamati da simboli ossessivi
che si dissolvono in polvere di minuti.

Raccolgo i doni che della frusta
sono tocco in minore,
carico il fratello sulle spalle,
nella festa di acque e muschi,
purifico l'ampolla
incrostata di ruggine.

Qui, nella casa del piacere,
dove la voce del narratore
arriva in onde lanuginose,
dove tutti i contrari si sciolgono,
qui, sono albero che scrolla
i suoi frutti: si spalmano al suolo
in fragore di sillabe e accenti.

Il ramo secco
che passa indenne nel fuoco
poi si innamora delle fiamme,
prigioniero di un ritratto
che sta sulle porte del sonno.

 

 

 

25/11/'04

 


Basilisco

Ti tolgo gli stracci da naufrago,
quel profilo d'amore imperfetto,
quella voce fiorita,
l'ardore torpido dell'estate
piegato all'urto del tempo;

strappati le vesti uomo,
fin dove io non arrivo
con le amorevoli brezze,
con la sostanza
color del vino scuro:
assomigli sempre a te stesso
quando fingi la vita.

Sei il segno o l'anticipo
del basilisco che immobile
uccide col sibilo?

Scambiamoci gli occhi,
rimettiamoci 
i sandali persi dove
l'erba stenta ma 
non
è ancora appassita.

=================

Ode ad Ermete


Ermete:
padre e maestro
dei miei folli 
e acuti clangori;

principe e principio
dei miei enigmi,
della forza di fuga:

col sangue acceso 
dal vino, benedetto
all'acquasantiera
delle mie lacrime,
partorisco parole
alla crisalide,
vinco le mura
della necessità
e mai riposo alle tempie.

E poi lenite e irrise dal tempo,
che resta di queste poesie?

Il narrare impetuoso
e fragile
ascende tra monti
e crepacci
gareggiando
con la leggerezza dei venti
nello spacco
dell' ampio burrone.

Misteri raccolti nei labirinti
pieni di radici, di veleni
gettati in grotte insondabili,
ornati di fiocchi alle braccia,
di nastri che occultano il vero:

negli antri delle ispirazioni,
nella smania impura,
Ermete bugiardo
indora il prodigio. 

=====================

Luna

Quando guardo
la gravida luna
che attraversa il silenzio
degli spazi,
m'assorbo come 
al seno della madre.

Muoio di fame
nell'abbondanza 
che mi circonda:
mi cibo al tuo vile fuoco
quando sono umile donna
fra comunità di eguali
mantenute 
in covili di fiaccole.

Nuda, spoglia
di tutte le scorze,
iniziata al saio sterile
dei sensi opachi,
dei selvaggi piaceri morti
sul tuo petto,
con la bocca 
ancora bagnata
dal latte profanato 
ai tuoi capezzoli,
ti strappo a morsi
l'ultima orazione.

Donatella Maino





 

 

 

 

 

Si fonde nel piombo
chi mi ha posseduta 
nei giochi della notte
inondando d'acqua 
che non bagna e non disseta
gli spettri muti, 
castigati al ristoro lontano.

Dura la crosta del pane
che costringe le dita
a spezzare parole morte
in mille rughe di terreno,
quando un monte nasce
all'istante e più non serve
lo scudo o la spada.

I figli appesi ai miei fianchi 
pregano miele alla rupe,
inventano olio alla roccia: 
araldi di nuovi sepolcri,
convulsi alle foglie 
di arbusti materni.

Donatella, 15 novembre 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le pareti della mente

 

Cadono le pareti della mente

sono abitata dall'immagine

che rompe le barriere agli occhi,

fluisce lava, in silenzio,

a ricevere qualsiasi forma:

continuo a respirare sopra di me

in molti tempi e luoghi

con la memoria in goccie d'umori.

Mi beffo nel contrario,

amo le mie parole ammucchiate a terra,

divento storna, stendo l'arco al dardo,

divarico la massa immaginaria

dove i germi diventeranno albero

o foresta incisa all'unghia,

dove arde il desiderio metafisico.

 

In piedi, davanti al letto

delle mie malattie

rinuncio a conoscerne i segreti.

 

====================================

 

Mea culpa

 

 

Mi scavo nell'anima la nera colpa

con parole non ancora defunte,

nel processo mi occulto

in accenti e peccati

a forma di cuore.

 

La mia camicia e strappata

dalle lunghe braccia dei rami

incontrati in quel bosco,

dove giudici invadono gli incubi

che mi vogliono colpevole e dannata.

 

Sono roventi queste tarde fioriture

negli sprazzi di luce

che illuminano il mio cielo notturno.

 

L'autunno rovescia torrenti d'ocra

e gravi sussurri

m'incitano alla caduta.

 

 

Il dolore è sottochiave,

nascosto tra le pieghe

delle lenzuola vergini,

dove ogni tua parola

è un attributo

alla mia sporca coscienza.

 

 

Voglio conoscere

il sottosuolo della città di fumo,

cantare, mangiare e bere nelle taverne,

redimermi nei prostiboli,

fino a dissolvere me stessa in fumo,

voglio essere aspirata

dalle narici

del mio compagno in spirito.

 

====================================

 

Cappelli a cilindro

 

Voglio penetrarti, esserti parte,

imparare quello che insegno

in libera metrica

di palpebre arrossate;

 

a sorpassarmi bottiglie

di farmaci, travestite

da omini col cappello

a cilindro, svuotate all'ala

della colomba.

 

Scrittura che porta sapore

d'ore passate

a crepitar parole in aria

 - accese tutte assieme -

per cambiarmi il cuore

                        in pubblico.

 

Nel mentre, distante una fiasca di sidro,

cucio gli strappi ad impulsi di card(i)o

che nella carne spingono l'ago.