Ernani Natarella
Ernani Natarella
nasce a Lanciano (CH) nel marzo del
1966, ha pubblicato
una raccolta di racconti
"Discarica
d'amore", di cui ha realizzato anche una
versione radiofonica;
sta per uscire una saga s/f
dedicata a un Messia
e collabora con riviste
letterarie: Il Foglio
letterario, Ganimedia, L'Isola
del tesoro,
Niederngasse, Fondazione.
Taccio
a volte,
e dico molto di
più...
...E ancora giungi
notte per deludermi...
Quante ne conto
Che il peso più non
sopporto
Che ad appoggiarle
per trovar sollievo
Non basterebbero
tutte le stelle
Segui i solchi
graffiati sul mio cuore
Sono esse strade
Che portano dritte a
te
Infima complice
Che di cielo ti fai
scialle
Di solo una cosa io
ti prego
Non regalarmi più
illusioni
Lascia che tutto si
riveli per quel che è
E non per quello che
i tuoi pallidi raggi
Trasformano
Ma son parole che di
sabbia hanno l'anima
Che al solo
pronunciarle si dissolveranno in stagioni
tristi
E già so che
riapparirai
Dove nessuno ti può
toccare
Per consigliarmi e
danneggiare
E quello che di me fa
risoluto
Alla luce tua
tramuterà
Per divenir ancora
malinconico
E respirare la tua
complicità infima luna
Che di amori
sbagliati mi darai l'eternità...
Tra rumori a me
distanti
Scacciati dal
cocciuto mio regresso
Dalla fermezza mia
stupito
Distillo a pregiate
gocce
Quel che io ho amato
e ancora amo adesso
Perduta ai margini
come una bugia
Avanza funambolica
Cercando maschere tra
danze
Per mutare dietro
esse
E diventare maschera
lei stessa
Ma è il mio scheletro
a parlare
E quando lo fa
succedere
Bisogna far l'inchino
Per onestà
Non per rispetto al
suo declino
Non la scaccio e non
l'accolgo
Sol la rispetto
E tutto mi è naturale
Come fu il porgere
alle labbra acqua
Per dissetare le seti
acerbe
E rido e la
schernisco
Quando tenta di far
giungere gli odori dei fiori
secchi sul marmo
E i corvi neri con in
bocca i vermi
Io ho vissuto ma
soprattutto amato
E per questo amato
fui
E non fan di me
I rimpianti
Fiore secco e fragile
Facile a sgretolarsi
Perché mi accingo a
finirne il mio viaggio... senza
DERIVE
Naufrago
Convinto delle mie
incertezze
Sicuro che non valga
la pena l'approdo
Se al mio occhio
Niente e nessuno
Sostituisce quelle
spiagge di vetri infranti
La paura è padrona
Perché tutto di me
comprende
Che quelle rive
brillanti ma menzognere
Non sono l'estremo
del mio sguardo
Ma derive
Dell'ombra di me
stesso
Perché dunque
Reputarsi fragili
Quando riconosciute
le debolezze proprie
Non se ne fa mistero
Tra oceani di
presuntuosi
Che le loro ignorano
Forse è lei l'unica
forza
Ciò che ora conscio
Anche se tremante io
possiedo
La consapevolezza
della mia essenza
Che come polvere
Decora il vuoto
Naufrago
E a che scopo
approdare
Vedo solo spiagge di
vetri infranti
Più dolorose del
perdersi
Quando il perdersi
È la propria natura
02 ’03