Fabio
Martini
29/12/'04
"SOTTO QUESTO CIELO BLU"
La notte mi difende,
come sempre.
La sua mano
copre il mio cuore
come un sorso d’acqua,
come un sonno ristoratore
o un gatto a far le fusa.
Scrivo in versi
quasi sempre, appollaiato
sul lato oscuro della via.
Ma a volte,
tra le curve ripide
e il pendio, mi trasformo
in scrittore di prosa
e scrivo frasi senza musica o rime.
E da sempre
mentre scrivo,
ascolto canzoni… il mio segreto.
Scorrono le dita
sulla tastiera e quante cose
ha scritto per me.
Quant'ore dedicate
ai miei brevi viaggi,
al mio girovagar assorto,
alle mie voglie più nascoste.
Sfogo naturale,
voler scrivere.
Esorcizzando questo mondo
inutile e ingiusto
che di questi “in”
si potrebbero inondare
fogli di parole
e mille altri panegirici.
Ebbene… stanotte scrivo per te,
amico mio.
Importante scritto
dirai tu,
in questo di fine 2004,
ad un amico lontano.
Come una mano aperta a salutarti
o un fazzoletto sventolato
o una serie di tempeste
in mari di predicati,
oggetti, suoi complementi
e soggetti, qui posati.
Da dove cominciare?
Potrei iniziare
che ero ragazzino.
Un mattino in una stanza.
Una chitarra da suonare,
cantandoci sopra.
Oppure, che lì
trovo un vecchio libro
di canzoni tradotte,
testo a fronte, “Canti di rabbia”
o qualcosa del genere
di un certo Dylan Bob.
Che se mi giro
da qualche parte ora,
magari lo ritrovo
dietro a qualche fila sovrapposta,
tra i libri, mai più letti.
Ma capovolgiamo il sogno.
Prendo un caffè e intanto,
parlo con te, che chissà
dove sei, ma so chi sei.
E mentre parlo con te
e ascolto di te
di te mi distraggo,
mentre ne scrivo.
E che mentre scrivo di te,
parlo di me.
Di un uomo preoccupato,
con un animo
altrettanto assorto
da questi tempi.
Che nulla han dietro
e nulla di fronte.
Con il cuore impegnato
e una donna che beve champagne.
Che strana storia, vero?
Eppur sembrerà che parli
di donne in carne ed ossa?
No. Niente affatto.
Qui si parla di fortuna,
dea distratta
oppure di sfortuna
delle più incaponite.
Cose da imprecazione.
In un declinare istintivo
che quasi porta via.
La sua pelle bianca,
gli occhi assassini.
Come non farsi distrarre? Noi,
ben vestiti dentro,
ma che non serve.
Sarebbe meglio, dirai,
sporchi dentro
e belli fuori, ma questo,
non è da noi.
Noi, sempre in attesa
del vecchio treno,
dal color grigiovago,
di polvere e fango incrostato,
col fumo nero che riempie
le carrozze dietro.
Che fischia alle stazioni,
altrettanto anonime.
Insomma un treno
che non c’è o almeno,
oggi, non c’è più.
Io sempre ad aspettarlo.
Dormo in stazione.
Che mi portano il caffè,
senza alcun disturbo.
Lo prendo bollente, io
con due cucchiai colmi
di zucchero di canna.
Certo, penserete…
meglio questo,
che star sul patibolo
con il collo strizzato al cappio.
Che poi,
gente in giro
che mi aspetta… ce n’è.
Eppure io sorrido
che prima o poi,
riderò anch’io, di loro.
Le cose stan così
e le accetto
come sono.
Ma prima o poi
si scatenerà l’inferno.
Qui tutti impazziranno,
ad infilar l’ombrello
nell’ombelico dell’altro
o meglio ancora,
sotto l’osso sacro.
Più semplice da dietro;
più portati
che a stare lì a far parole.
Questi son tempi molto strani.
Tutti a saltare come matti,
che non sanno neppure loro
stare fermi, sempre a dirsi
e convincersi
di esser immobili.
Io sto qui legato stretto,
ma fuori da tutto.
Una volta ero un uomo libero,
almeno, così io pensavo
e mi muovevo.
Ma forse troppo
mi son mosso.
Che magari ora è meglio
stare qui,
seduto a guardare
la gente che passa.
Prima mi preoccupavo,
a volte, lo faccio ancora.
Ma da un po’
che sono qui legato,
mi rendo conto che l’ottica
e’ cambiata.
Che forse sono loro
i preoccupati. Io sorrido.
Poi oggi, è una bella giornata
di sole
e in fondo, proprio in fondo,
chi me la fa fare,
di muovere le mani
e scodinzolare,
la mia seconda coda.
E’ il posto che non mi fa bene.
Questo stretto marciapiede
davanti al negozio
di frutta e verdura.
Con la signora che sorride
mentre fuma
e parla al cellulare grattando
una tessera a scalare,
da dieci.
Anche lei, pare, sia
molto preoccupata.
Tutti quei numeri
uno dietro l’altro
che la fa confondere
e poi quegli occhiali,
che le cadono lungo il naso
e la stanghetta rotta.
E mentre io penso.
Scendo coi denti e i piedi,
dalla gamba sinistra
anteriore della sedia
su cui sono seduto.
Adesso, sono messo
sul “poggiapiedi”.
A cavalcioni dondolo,
il bambino dentro me.
Che vedo passare la gente
dal lato dove sta
in genere il cervello.
Sento i ragionamenti
e i rumori delle suole
delle scarpe rotte
e della leggenda
del cuore spaventato,
nell’usaegetta
della tripla lama
bislunga.
Ho deciso… cambio posizione.
Viva la fantasia.
Resto appeso.
Ecco, che farò…
Mi appendo per le braccia.
Anche se non piace stare qui.
Preferirei essere all’Oscar
a Hollywood
a farmi una emozionante
immersione di folla,
che osanni il mio nuovo film
o la mia colonna sonora,
di questa pellicola muta.
Forse sono addirittura
nella città sbagliata,
oppure sono nella terra
di quello che non doveva calpestarla.
Sulla terra del passo
che non doveva esser fatto
o della testa che non avrebbe
dovuto pensare.
Ma tornando a noi.
Era meglio se osservavo
oltre la strada.
Mi era, infatti
parso, di aver notato,
un muoversi nascosto
dietro a quell’angolo
al fianco del muro
sinistro della chiesa;
quella delle campane
che non smettono mai.
Eppure credo
sia una abitudine,
per me scrivere,
per il prete suonare,
per il cantante urlare
e per il viandante camminare.
Mi sembrava un indovino,
vestito da ballo cubano
o un pittore
che prende
lezioni da un brasiliano.
Ma forse, i miei occhi
hanno frainteso.
Forse sarà il caso,
che adesso
vada a ritirare
l’abito lungo per stasera.
Niente abiti corti,
stasera.
Devo vestirmi in lungo,
stasera.
Qui all’angolo ci sono
due nuovi negozi.
Uno di un bosniaco,
che ha perso l’unica figlia e
la moglie
nel corso della sua vita
e della guerra
ed è rimasto solo.
Vende sogni e carte false
ai bari e per chi
cerca fortuna,
l'attività è florida.
L’altro, è di una afgana
che vende burqa
per i prossimi anni
oscuri,
ma non ha ancora ingranato.
La gente fatica a pensare
un futuro peggiore.
Li devo visitare,
un saluto di benvenuto,
da me, che sono del posto,
potrebbe essere di conforto.
Ora ditemi voi,
se non ho ragione.
Non pensate che soltanto
uno stupido, qui
da queste parti,
potrebbe pensare di avere
qualcosa ancora da provare?
Eppure io, non mi sento stupido.
Magari disattento
oppure un po’ stanco.
A volte non faccio caso
alle parole ed ai concetti.
Ma d’acqua sotto i ponti
n’è passata,
avrei dovuto rendermi conto
delle cose.
Pure un sacco d’altra roba
n’è passata, lì di sotto.
Vecchie lavatrici abbandonate,
latte di vernice
colore del rosso più porpora,
oppure studi approfonditi
su come risparmiare
spendendone o delle ferie
con i soldi della banca.
Calma, calma, non vi alzate tutti,
sono solo di passaggio, qui
su questo marciapiede.
Un passaggio tra i tanti;
come un autostop continuo.
Che salgo e scendo,
da ogni auto che parte.
Eppure in questo modo
ho camminato molto,
non so quanto,
ma è certo che ho camminato.
Magari la strada non era buona,
ma ormai l’avevo inforcata e poi,
come si fa a capire gli errori,
se non li percorri?
Ma che noia adesso,
dover tornare indietro.
Ormai è fatta. Vado avanti.
Ma se la Bibbia dice
che il mondo
sta per saltare per aria,
consideratemi un fuggitivo.
Il tempo di slegarmi
da questo scotch da pacchi
che mi avvolge i polsi
e poi via.
Attenzione però, certe cose
sono troppo bollenti
perché le si possano toccare.
Forse non molti
potrebbero reggere
il contraccolpo
dei cambiamenti in atto.
L’animo umano e’ straordinario.
Forse e’ meglio che alcuni,
continuino a tenere tutto fermo.
Ma qualcuno lo dica chiaro,
almeno una volta.
Che non si può vincere
con la mano perdente.
I tempi stanno cambiando
e forse non basterà più
la terra sotto i nostri piedi.
Che ci vogliano forse, altre terre
o altre lingue o altri orizzonti?
Che la signora del negozio
sia contenta
che ha ricaricato
il cellulare.
Che il brasiliano
giochi al pallone
con la perpetua del prete.
Che la chiesa suoni
le sue campane.
Credo che adesso,
cercherò
di averti più vicina
e che magari sorridendo
in due funzioni meglio,
che farlo soli,
davanti allo specchio.
A volte ci vuole poco
per ferire una persona
e io, che sono stato ferito
mille volte a morte. A me,
ci vuole ancora meno
per ferirmi.
Anche se non lo do mai a vedere
e curo le mie ferite in silenzio.
Ma molti non s’accorgono,
che si può ferire qualcuno,
anche senza farlo apposta;
trasportati da eterna nostalgia
o dal tempo che passa.
Insomma,
se volessimo vedere
tutte le varianti al tema,
ci starebbero tutte
a trovare quella giusta,
per quello
che di volta in volta
vogliamo dimostrare,
pur d’aver ragione,
e sicurezze accanto.
E se i prossimi sessanta secondi,
durassero un’eternità?
Ci avete pensato mai?
Se tutto restasse
in questa via. Chiuso
come in un incantesimo.
Con la lavanderia
di fianco alla chiesa
e qui davanti, la signora
con le stanghette
degli occhiali in mano
e io su questa sedia legato
e imbavagliato,
che guardo i piedi dei passanti.
Visto che non resta altro.
Che oltre l’angolo,
il brasiliano insegni
alla perpetua del prete
ballar la lambada
col pittore
o che il bosniaco
tenga per mano l’afgana…
tutti questi sessanta minuti
durassero eternamente.
Credo che cambierebbero
molte cose.
Non ci sarebbe più
la fretta e magari
si potrebbe andare
più lentamente.
Potrei slegarmi,
allora scendere
in fondo alla strada,
al confine
dei sessanta minuti,
comprare le sigarette
e non preoccuparmi
di niente che non mi riguardi.
Oppure tutto questo
sarebbe ancora una volta
soltanto, un’altra
incredibile bugia?
Che sono innamorato folle
di una donna che mi piace
anche più
della squadra del cuore
oppure della mamma,
ormai è risaputo.
Neppure la tabaccaia
che fa i complimenti,
oppure il mendicante
davanti ai gradini della chiesa,
potrebbero darmi
migliori consigli,
così impaziente che sono
di commettere
altri nuovi errori
di percorso.
Resto qui
come al solito
a braccia aperte.
Colpitemi se vi va,
invulnerabile come sempre,
bevo per voi
dal collo della bottiglia.
Mentre lontano
sventolano ancora, le mie
mitiche bandiere al vento.
E prima di addormentarmi
amore mio,
ti accarezzerò il viso
dicendo ti amo
ancora una volta…
sotto questo, cielo blu.
26/11/'04
Sulla mia auto cabrio
Scelgo ancora...
correr qui.
Nuova fiammante
color del fuoco,
rosso,
più rosso che mai.
Il sibilo al mio fianco
è il vento che parla,
ascolto "High water"
dentro questo fuoco
ma è la storia di un uomo solo
la storia di una notte
che vola via.
La strada è segnata,
si chiama Highway sulla via,
una specie di ballata
da “Love and theft”
guardo giù
chi bercia è Dylan.
Carico la droga che Dio solo lo sa,
io sopraffino scelgo
la parallela
di questa vita mia…
Per la storia di un uomo solo
che così solo non si può.
Canto come un matto
il volante tra le mani.
Cambio automatico
e volo
chi mi ferma più.
Leggo mentre sogno
i fogli che si sbriciolano
agli occhi
sopra l’asfalto
di questa road.
La notte, grigia e nera
è storia comune.
Pure un uomo solo
fa la sua storia,
anche in una notte
che come stanotte,
vola, via
...così
Credere e mai smettere,
e ancora una volta scrivere.
Scegliere le parole
e stenderne tappeto
e credere,
senza lasciare nulla al caso.
Volere, sempre desiderare…
che scivoli via
impregnando di stilo il foglio.
Stenderne parole che sai
solo passaggio,
desiderare la quintessenza di un qualcosa
che sfugge a volte...
e non torna più.
Discernere,
per quel che si possa immaginare
e immaginarne
ciò che si possa discernerne.
Abbandonarsi alla scrittura
che sfoghi via
che qualcosa resti.
Sognare e ancora sognare
che lasci qualcosa di cui sognarne.
Trascinarsi pesantemente sulle gambe,
a volte, oltre ogni dove.
Sgretolarne l’endecasillabo
sciorinandone l’armonia.
Scrollare il verso oltre la sacra montagna
e crederci
e ancora crederci,
perché nulla sia mai perduto...
Questa è la mia poesia.
Ricordi
come scorreva
la sabbia tra le nostre dita?
La notte, che volava via
tra le note di “Celtic rain”,
accarezzava i nostri corpi.
Mi accompagnavano i tuoi occhi scuri
e sullo stesso sentiero,
tu ancora
mi fai sognare... come allora.
Una tua carezza, a volte
mi porta via, io immobile...
ruberei per i tuoi occhi.
Dico “dai andiamo che se no piango”
E tu “che scemo che sei... perché ?”
Il rumore del traffico,
un’auto che passa e suona,
corriamo sul giallo...
tu che ridi ancora.
In alto lassù...
due bandiere alle nostre finestre.
Questa paura di veder tutto sfumare
per legge naturale delle cose,
che tutto ha un vertice
e una caduta.
Vivo questo istante come fosse eterno,
che mai nulla,
mai nulla mai,
possa sfuggire via.
Che si fermasse il tempo,
che non si invecchiasse più,
highlander per sempre tu...
ed io...
Ho scritto fiumi di parole d’amore
senza mai riuscire
a parlarti d’amore.
Non sono riuscito mai
a scalfirti veramente
e scoprirti una lacrima
da cui pensarmi.
Ho suonato sugli organi di chiesa
le melodie più dolci
che lasciassero immobili i cuori
che dagli spessi muri,
tornassero a te così giganti,
che entrassero nella tua anima
senza un permesso.
Come una farfalla,
ho volato,
sopra il periplo del tuo cuore,
sperando di distoglierti dagli altri amori
e mai ho lasciato un segno… mai.
Eppure son qui che urlo amore,
ma tu, non senti la mia voce,
o non la senti più.
In me rimbalza invece,
che mi stordisce,
che penetra tra le mie rughe
e scorre tra il mio sangue.
Inginocchiato sulla nuda terra,
urlo gli ultimi urli che ho in gola
e anche tu lo so…mi ami,
ma troppo in silenzio.
Che purtroppo,
anch’io qui,
seppur vicino,
non ti sento.
Abitavo in via Fieschi,
lì, al sesto piano.
Tra Ponticello
e via Madre di Dio.
Col suo lavatoio,
la casa di Paganini,
e i fabbri.
All’aperto,
un po’ più distanti
sotto le mura,
c’erano loro.
A torso nudo
grembiule di cuoio
martello in mano.
Battevano il tempo
sui ferri roventi.
Non ho mai fatto loro una foto
...Peccato.
Oggi,
non c’è nulla di allora,
oppure poco.
C’era un maglio al lavoro
...lento.
Prima sul tetto
poi giù di colpo sul pavimento.
Dal piano alto
trascinava giù
i piani sotto.
L’atto finale restava in polvere.
Smorzata appena
da un getto d’acqua.
Qualche foto l’avevo.
Ormai però
non so più dove sono...
peccato ancora.
Ma i ricordi son tutti con me
stretti a me,
tra i gesti miei,
nel mio parlare,
nel quotidiano
mio ricordare.
Infatti di sera,
che del suo buio
a volte abuso,
io mi ritrovo
a cercar dettagli
su quel suo vicolo
o su quei suoi visi
o sulla scala che io scendevo
o sullo scorcio dietro la piazza.
Ma i dettagli
di allora ormai,
se non li ho persi del tutto
li sto perdendo nel tempo...
tu...
per me.
Io… un mare,
calmo, limpido e sereno
o tempesta,
che nell’impeto pervado
tutto quel che ho di dentro.
Io… un cielo,
luminoso e terso a volte
o di grandine riverso
o di neve che io ammanto
o di sole brucio e ardo
tutto quel che male osservo.
Io… un fiume,
che del corso mi trasporto
dolce a volte o dirompente
nel tuo oceano mi getto
e di te così m’avvolgo.
Io… tuo lago
che mi quieto a domandarti
le risposte naturali
che mi pongo.
Senza onda ne battigia,
solo limo che arricchisca
il tuo cuore e che ti sazi,
se potessi.
Io… inferno,
purgatorio e paradiso
che non scelgo per piacere
ma per indole irrequieta
piena,
madida di tutto quel che posso,
mai ci riesco.
Io… da solo,
che sorrido se ti vedo.
Io... amore, tua difesa.
Io… tuo Fabio,
come te.
Io... sono qui,
tutto e nulla.
I tuoi mari, i tuoi cieli,
i tuoi fiumi, i tuoi laghi,
i tuoi inferni e paradisi
Purgatori che hai con me,
sola e sempre anche tu
rigettata a ricercarmi
tu... mio battito
tu... difesa.
Tu, a me così vicina
sempre uguale,
sempre stessa…
solo e sempre mia presenza,
mio sentiero
primo ed unico motivo
...di mia vita.
Mare, fuoco e spine amore mio
sono qualcosa che arriva dal profondo.
mare dove si naviga tutti i giorni,
mare di ipocrisia e correzione dell’errore,
mare di tristezza di alcuni giorni
che vorresti che tutto passasse veloce,
che la luna tornasse ad aprire il cielo.
mare di amore
che vorrebbe la tua presenza
in questa casa così vuota quando non ci sei.
E allora venga la notte venga il buio
tanto non c’e’ nulla di più buio della tua assenza.
Venga un cuore di tristezza che mi lasci almeno il tuo ricordo
per addormentarmi sereno, di averti vicina almeno nel sogno.
mare di cerchi di fuoco allora,
che mi scaldino ovunque, tra stanza e cucina
fuoco della tua vicinanza che mi riempie il cuore quando tu ci sei
fuoco della gelosia quando gli occhi degli altri ti guardano
fuoco che scotta il cuore e il pensiero, fuoco d’amore,
fuoco tesoro la dove tu passi ogni istante dei tuoi pensieri
fuoco di cielo, fuoco di sole che emana il tuo cuore
quando pensi a me anche a distanza di chilometri.
fuoco e cuore e spine,
avvolte sopra il capo come una corona,
spine per sentirne il dolore
spine di una rosa rossa
spine di una speranza che vorrebbe essere eterna della tua presenza,
spine di un frutto dalla polpa dolce e densa,
ancora una volta nato
tra il fuoco del sole e il mare
di una terra dove non è mai inverno
tra un parlare strano
e un amore infinito.
allora si che il sole
appoggia il suo cuore sul mare,
e il fuoco che emana crea spine
tra natura e il suo apparire,
ancora una volta
davanti al sole chiedo giustizia
che la vita sia serena per sempre
e che tu sia con me....
...che tu sia con me tra il mare, il fuoco e le spine
per tutta la vita… e cosi sia.
Quando tu sei lontana, qui tutto
sembra vuoto e liscio
come un bottone senz'asola,
una vite senza fine,
una lacrima appesa,
o un treno in ritardo.
Come un’anima spersa
attendo che torni
come una nuvola sola,
como un gato sin gata.
La Gioconda tu sei
o il gabbiano di Bach
le mie cinque della sera
o la mia “Imagine”,
il mio nome della rosa,
un flamenco gitano,
od un moto nel vento,
la mia giacca migliore,
Roma di notte
o la bella Madrid.
Oppure semplicemente tu sei,
la mia poesia…
più bella del mondo.
Un’onda,
cuor di mattino Natale settantaquattro,
Schiuma e tempesta di anni d’estate
di vita volata,
Ad oggi,
risacca di spiaggia, ancora bagnata,
mai asciugata.
Fiore d’inverno di monte lontano,
sbanda la via,
Tra il freddo del vento che taglia la pelle,
saltata,
Sbocciata stagione appena appassita,
Mai più fiorirà.
Nuvola in cielo
di cumulo lembi composta,
Passata una pioggia appena posata tra noi,
Svanita da noi,
sorriso in sorriso
sfuggita,
Mai pioverà.
Come la neve si posa tra i venti del nord
restando sospesa,
Bianca che il freddo aspetta con noia,
tetra notte in arrivo,
Silenzio fermata
di prima lenta stagione, la primavera,
mai fermerà.
Vento degli anni appena iniziati,
inizi scolpiti d’errori,
Volata con noi speranza di viaggi
distratto negati,
Nessuno tra noi potendo,
pensava possibile e vano,
Non volerà.
Forse ormai di stella la notte d’estate
che vola e si perde,
Tasche del cielo,
stagione d’amori negati neppure velati,
Ancora una perla in quelle del mare
mai coglierà.
Oppure una stella che stando a guardare,
sorride a nostri errori d’età’,
vorremmo una perla ad esser guardata,
restando ammirati tesoro del cielo,
Di frutti cresciuti,
rancori di vita
magari evitati oppure strappati
Non tornerà.
Soltanto ricordo,
profondo ricordo,
Natale settantaquattro,
Attesa tremenda, dal cielo voluto
che il cielo non ha cancellato,
Saluto di stella più bella
tra gli anni di nostro passato,
Lampo, uragano e pietra,
rubino o smeraldo...
ancora tra noi.
Ho visto gente camminare su strade
che neppure un pazzo
avrebbe calpestato mai,
eppure vivono...
e vivono credendo chissà cosa,
eppure vivono credendo
chissà che.
Sempre per sempre io...
sarò dall’altra parte
a calpestare l’opposto
e nell’abbidubbi morirò.
Ancora una volta sorvolo
il pensiero della mente
e colgo l’occasione che sfugge via
per portarmi... chissà.
Guardo la fuga degli animali
e la foresta in fiamme
dietro la giostra dei pensieri
il destino mi fa camminare
vitreandomi al giogo dei pensieri
nell’aggettivo del mondo,
e così va.
L’oggi si perde nel sangue
e dona il sangue come vino,
come se le cose si perdessero
nel centro dell'universo e via.
Nulla si slancia e nulla
si porge, al cuore che comanda.
Nulla si perde nella nenia
del tempo sulla corrente
e suona la porta del diavolo
e del suo cantare rantolo,
mentre butta il fuoco alla porta,
sul colore del rosso del fuoco.
Nulla si guarda,
se si guarda, è sangue scintillare.
Uomini che chiudono altri uomini
senza ossigeno per respirare
e la radio spande ancora il suono
che il tuo cane abbaia.
Il bambino stringe la tua mano,
lui che aspetta e ti guarda,
non sa….
raccontaglielo tu allora
(tu che hai capito tutto)
dello schifo che sarà…
diglielo, e poi dillo anche a me...
io sono qui che aspetto...
Ancora qui,
sempre inchiodato
a questo rostro,
ancor da solo
sempre al mio posto,
come un punto passeggero
speme al cielo
che mai cada
pioggieria.
E gloria sia
al culmine,
che piantino
cuori e vite tra noi
e poi…
che Dio urli pure
quanto vuole
e che non senta,
se a Lui duole,
ma pur sempre
sia mira
e resti in noi
almeno l’urlo di chi ancora
qualcosa aspira.
Gioco da sempre,
ancor pur sempre
al passo
dei quattro eterni lai,
qui al porto dove
sempre più navi
che troppo spesso
non salpan mai.
Seguo la notte
di luna lunera,
falce che spera
e fili d’argento.
L’ombra accompagno
sera per sera
e a lei io sarò
sempre accanto.
Ancora investito
da questo buio
si spaventi il sole,
se deve,
sempre più in alto
camminerò,
se necessario,
ancora una volta,
nulla e poi nulla,
mai (nulla) mi fermerà.
Sotterrino i tanti,
Riesumano i santi
in questa sudicia
città di stupidi.
Crescan magnolie
si scelgano martiri
si faccia pure
quel che si vuole,
ma mai e poi mai
mi unirò con questi.
Quest'ultima decima
de la volontà
di questo comando,
con me non passa
e non passerà.
Sia classe di vita
che saluti chi
arriva mai sazio e mai via,
oppure che mai s’abbassi
a questo cambio di guardia
di volontà
più occulta.
Proclamo ribellione,
sì, proclamo…
che sia (per Dio)
contro l’ignoranza
più dedita e consunta.
Cristo resti in croce,
piuttosto,
se questo può salvarci
ancora.
Che si sia qui noi,
almeno
a sceglier di scrivere,
qualcosa,
che possa aprir le valvole
e si consenta
il passaggio tra le nostre dita
delle parole alle libertà
più semplici di vita,
all’obbligo,
spazio tributo,
inutilmente da molti
perduto.
Nulla e poi nulla
mai sia vietato
in questo mondo
di ladri e nichilisti
poveri ignobili
questuanti del nulla,
benpensanti e arricchiti.
E preferisco allora
come son io,
di non dover chieder
a nessuno mai,
perché ricco sono di mio
quando scrivo
e mi lascio trasportare
come adesso,
di onestà del cuore
che si spanda
nell’aria straordinaria
e intellettuale,
di questo eterno
mio e solo mio,
indimenticabile mattino
che è così ch’è…
la mia vita.
Che splendida giornata
oggi, amore mio.
Un mare di occhi scuri
e tu che scherzi e ridi
ed io che impazzisco,
che se dovessi mai
vederti andare via,
come farei io
senza te.
Sarà che stai giocando
E quando sempre giochi
chi ti ferma più.
Sarà l' immensità
di questo tuo sorriso
che non lascerei mai
pur di vederlo sempre.
Sarà questa passione
che possa dire mai,
riempire questo foglio
che coli come olio
che scivolino frasi
già mille volte dette,
parole mie di sempre
che non mi stanco mai
di dirle solo a te.
Sarà per questo sole
uguale a quella volta,
sarà la primavera
che vorrei
semplicemente
si fermasse qui.
sarà per questo vento
che ci accarezza gli occhi
e che si spazza via
questo inverno primo
lontani io e te.
Ma siamo ancora qui…
E oggi amore mio
ti amo così tanto
che, così tanto io,
non ti ho amato mai…
CHE SUONINO LE CAMPANE DEL CIELO.
Le campane suonino questa notte,
lampi, tuoni e temporale, portino via
la malasorte di questa guerra
che è la vita nostra.
Cada quindi... acqua dal cielo,
scorra per le strade
che camminiamo per fato voluto.
Per voler divino
di giorni sempre uguali... inutili.
Scelte dei giorni migliori, buttate,
grame improvvisazioni non volute,
accolte, indesiderate.
Pulisca stanotte
gli errori, non volendo, commessi.
Che se pioggia deve esser... sia
per necessità terrestre.
Noi qui sotto,
braccia aperte, zuppi a occhi chiusi
mostriamo il volto alle gocce.
Ci beva la terra, mineralizzi le pieghe
di nostra vita. Che sia ancora ciclo ininterrotto
dal cielo al cielo, dalle insolenze
del quotidiano andare… le nostre cose.
Tornino i cuccioli nostri a crederci,
nostro ruscello secco di letto e arido.
Che questo nettare sia, per l’anima
che portiamo nell’ultima tasca,
dimenticato l’unico motivo per cui
siamo qui
Volere di un Dio, che ci prova da sempre
e noi mai accontentiamo.
Ci perdoni per quello che siamo,
di più abbiamo mostrato,
che non sappiamo…
fare.
Come sei bella stamani… Genova,
qui a Santa Chiara.
Cielo chiaro e terso
mare infinito davanti a me
che mi stringe il cuore,
che abbasso gli occhi
per non consumarti
agli occhi d'altri,
dopo me, ad ammirarti.
Siamo noi due, adesso.
Tu carezzata dall’onde,
io venuto stamani
qui, a salutarti.
Si, vado via, amore mio.
E di così, più bella,
non potevo trovarti mai.
Lascio molto.
Mesti ricordi a volte,
uno tra pochi
che torna costante,
nodo nella mia triste gola:
mio padre.
Quell’ultimo suo viaggio
sopra l’ambulanza bianca
da qui all’eternità, che mi chiedeva
d'aiutarlo a sollevarsi…
“che voglio vedere il mare”.
Oppure felici:
gli occhi di Nadia
che avevamo vent’anni,
oppure Isabel
che ne avevo quaranta, ormai;
come passa il tempo…
Ti lascio stamani
fin dove porta questa vita mia
che mai si ferma.
Tu sarai sempre qui…
vero? Si... ci sarai.
Lasciami adesso
il tuo suono a memoria
che io porti con me, sempre e ovunque,
risacca di mare... carezza del cuore.
Lasciati scrivere ora,
così come faccio
quest’istante che resta.
Che possa toccarti ora
come volto, il cieco tocca.
Che possa restarmi impresso
Il tuo viso al tatto,
tra le dita delle mani mie.
Che tu sempre sia uguale
al mio ritorno,
o che almeno,
sempre: “tu sia”.
Che possa comunque trovarti
qui a questo scoglio sdraiata…
sempre...
bella così,
come adesso.
Se è vero com’è vero
che io a te ancora
darei la vita intera,
la metterei nelle tue mani
come allora…
Confesso che ugualmente
io ripercorrerei
passo dopo passo
quel che
vivo ancora.
Uguale come allora,
il sogno rivivrei
come un gatto
sopra un tetto.
E se “El catalan”
lì non fosse più,
lo riedificherei uguale.
Con le mie mani nude,
in quella via,
(la stessa via…)
di allora.
Uguale, salirei
le scale sue di legno
lì fino al terzo piano.
Nel cuore della notte
ti amerei ancora,
come allora...
e dopo,
scriverei
come ho fatto adesso
una poesia, che
ricomincerei così:
Se è vero com’è vero
che io a te ancora
darei la vita intera,
la metterei nelle tue mani
come allora…
Lontano,
più lontano degl’occhi di mio padre,
fiumi grandi,
sponde perse alla vista.
Noi, qui tra tanti
spingiamo tronchi alla corrente,
mattino e sera.
Il freddo punge, ghiaccio e neve.
Lontano,
molto più dietro di questo vetro,
ricordo il tempo
del muschio nei boschi.
Non ricordo le voci,
ma pioveva,
tuonava,
rombava il cielo.
Occhi bassi a guardare,
pesci passare sotto di noi.
Piste distratte,
tratti lunghi e ritorni...
Avverto nel ricordo
un senso inquieto
di pericolo.
Scantinati,
fango e acqua,
vecchi e stanchi,
baracche fredde,
tronchi tagliati,
quercie umane, animali da bosco,
scopritori di terre.
Srotoliamo sfortune trovate.
E’ cosi’ che ricordo,
vorrei non pensare.
Vado avanti,
tagliare e tagliare,
rumori della mente vi sento,
qui intorno a me,
seduto anch’io...
tra voi.
Un sole pallido s’accosta al cielo di Spagna,
sabbia e arena, l’anello profuma di rosa
lanciata al balcone d’antico inchino.
Alla muleta, calpestano il terreno intorno,
attendono si segni l’ora che sia da incominciare.
Sembra che la sera d’istante si fermi, Garcia sorride.
Nell’aria il brusio che l’odore trasforma,
la banderilla brilla dove la morte è vita.
Tauromachia si porge ai suoi ritmi sordi.
L’ingresso s’apre e stende già un velo, comunque sia.
Soltanto brusio e urla interrotte a volte e sorde.
Sapore e stupore, arde la rossa stoffa stesa ventaglio.
Silenzio, strappo di pica, collo che striscia, movimenti austeri.
Sangue che cola che macchi quel gesto d’elegante cura,
vivo il cuore batte, di strozzata folla è l’urlo.
Vibra di un colpo, la vittima cade e scalcia.
Diverso lui, sta girato, rivolto al tumulto urlo,
la spada fende l’aria, dritta la punta al cielo.
Di colpo, improvviso schietto, sbalza da terra e vola,
resta riverso a terra: Ignacio Sanchez Mejias
si piega sui ginocchi, si alza, barcolla e poi ricade… per sempre.
Alle cinque della sera, sgomenta in silenzio l’arena piange,
la Spagna piange, Il suo poeta piange (il suo giovane poeta piange).
Ora un bimbo lentamente porta un lenzuolo bianco…
alle cinque della sera
…passandogli accanto.
Ricordi quella rupe
a Lanzarote
rivolta la sua spiaggia
alla Graziosa?
Ricordi che
dicesti:
“E se
cadessi”?
Allora ti risposi: “Io,
ti seguirei”.
E ancora oggi io
ti seguirei,
nulla senza te
sarebbe uguale,
se un giorno tu dovessi
andare via…
volando allora io,
ti seguirei.
Piuttosto che restare
qui a contare,
Le notti che non portan
più mattini,
Verrei via insieme a te
amore mio,
e insieme a te
io lì... continuerei.
Di quella sera ricordo
il malinconico lamento dell'imposta che il vento
sbatteva contro il muro
e si perdeva.
E quell'ultimo
tuo cenno del viso così quieto e sereno
mi sfugge
dietro al fumo del motore sulla strada
all'ombra di quell'insegna di benzina.
Ma non sarebbe per me una sorpresa oggi,
vederti seduto sul quel gradino
mentre scendo le scale che dalla strada
portano al borgo.
I riflessi della luna
sull'acqua, nei ricordi sono chiari,
ma nessuna luce più giunge dal molo
mentre ancora in fondo al sentiero là nel mare,
le lampare aspettano gli amanti come lucciole in estate
a Portofino.
Guardo le onde
andare, venire e andare,
vedo i ricordi fermi nel tempo...
e ho ancora negli occhi la barca sospinta dal vento,
ma l'ho persa ormai e il tempo l'è passato accanto.
Ma qualcosa ancora resta pa’...
...Resta il tuo sorriso
ritratto sul muro,
i tuoi vestiti appesi in solaio,
restano lettere sovrapposte nel cassetto e fotografie…
rimane purtroppo anche il silenzio,
ho dimenticato la tua voce in qualche anfratto
misterioso della mente.
Ma quel pomeriggio al porto
eravamo noi
tu sorridevi e si passava il tempo
ed io così voglio pensarti.
Da li
per me...
tu andavi via per mare mentre veniva sera....