Fabio Martini

 

 

 

 

29/12/'04

 

 

"SOTTO QUESTO CIELO BLU" 

 

La notte mi difende,

come sempre.

La sua mano

copre il mio cuore

come un sorso d’acqua,

come un sonno ristoratore

o un gatto a far le fusa.

 

Scrivo in versi

quasi sempre, appollaiato

sul lato oscuro della via.

Ma a volte,

tra le curve ripide

e il pendio, mi trasformo

in scrittore di prosa

e scrivo frasi senza musica o rime.

E da sempre

mentre scrivo,

ascolto canzoni… il mio segreto.

 

Scorrono le dita

sulla tastiera e quante cose

ha scritto per me.

Quant'ore dedicate

ai miei brevi viaggi,

al mio girovagar assorto,

alle mie voglie più nascoste.

Sfogo naturale,

voler scrivere.

Esorcizzando questo mondo

inutile e ingiusto

che di questi “in”

si potrebbero inondare

fogli di parole

e mille altri panegirici.

 

Ebbene… stanotte scrivo per te,

amico mio.

Importante scritto

dirai tu,

in questo di fine 2004,

ad un amico lontano.

Come una mano aperta a salutarti

o un fazzoletto sventolato

o una serie di tempeste

in mari di predicati,

oggetti, suoi complementi

e soggetti, qui posati.

 

Da dove cominciare?

Potrei iniziare

che ero ragazzino.

Un mattino in una stanza.

Una chitarra da suonare,

cantandoci sopra.

Oppure, che lì

trovo un vecchio libro

di canzoni tradotte,

testo a fronte, “Canti di rabbia”

o qualcosa del genere

di un certo Dylan Bob.

Che se mi giro

da qualche parte ora,

magari lo ritrovo

dietro a qualche fila sovrapposta,

tra i libri, mai più letti.

 

Ma capovolgiamo il sogno.

Prendo un caffè e intanto,

parlo con te, che chissà

dove sei, ma so chi sei.

E mentre parlo con te

e ascolto di te

di te mi distraggo,

mentre ne scrivo.

E che mentre scrivo di te,

parlo di me.

 

Di un uomo preoccupato,

con un animo

altrettanto assorto

da questi tempi.

Che nulla han dietro

e nulla di fronte.

Con il cuore impegnato

e una donna che beve champagne.

 

Che strana storia, vero?

Eppur sembrerà che parli

di donne in carne ed ossa?

No. Niente affatto.

Qui si parla di fortuna,

dea distratta

oppure di sfortuna

delle più incaponite.

Cose da imprecazione.

In un declinare istintivo

che quasi porta via.

 

La sua pelle bianca,

gli occhi assassini.

Come non farsi distrarre? Noi,

ben vestiti dentro,

ma che non serve.

Sarebbe meglio, dirai,

sporchi dentro

e belli fuori, ma questo,

non è da noi.

 

Noi, sempre in attesa

del vecchio treno,

dal color grigiovago,

di polvere e fango incrostato,

col fumo nero che riempie

le carrozze dietro.

Che fischia alle stazioni,

altrettanto anonime.

Insomma un treno

che non c’è o almeno,

oggi, non c’è più.

 

Io sempre ad aspettarlo.

Dormo in stazione.

Che mi portano il caffè,

senza alcun disturbo.

Lo prendo bollente, io

con due cucchiai colmi

di zucchero di canna.

Certo, penserete…

meglio questo,

che star sul patibolo

con il collo strizzato al cappio.

Che poi,

gente in giro

che mi aspetta… ce n’è.

Eppure io sorrido

che prima o poi,

riderò anch’io, di loro.

 

Le cose stan così

e le accetto

come sono.

Ma prima o poi

si scatenerà l’inferno.

Qui tutti impazziranno,

ad infilar l’ombrello

nell’ombelico dell’altro

o meglio ancora,

sotto l’osso sacro.

Più semplice da dietro;

più portati

che a stare lì a far parole.

 

Questi son tempi molto strani.

Tutti a saltare come matti,

che non sanno neppure loro

stare fermi, sempre a dirsi

e convincersi

di esser immobili.

Io sto qui legato stretto,

ma fuori da tutto.

Una volta ero un uomo libero,

almeno, così io pensavo

e mi muovevo.

Ma forse troppo

mi son mosso.

Che magari ora è meglio

stare qui,

seduto a guardare

la gente che passa.

 

Prima mi preoccupavo,

a volte, lo faccio ancora.

Ma da un po’

che sono qui legato,

mi rendo conto che l’ottica

e’ cambiata.

Che forse sono loro

i preoccupati. Io sorrido.

Poi oggi, è una bella giornata

di sole

e in fondo, proprio in fondo,

chi me la fa fare,

di muovere le mani

e scodinzolare,

la mia seconda coda.

 

E’ il posto che non mi fa bene.

Questo stretto marciapiede

davanti al negozio

di frutta e verdura.

Con la signora che sorride

mentre fuma

e parla al cellulare grattando

una tessera a scalare,

da dieci.

Anche lei, pare, sia

molto preoccupata.

 

Tutti quei numeri

uno dietro l’altro

che la fa confondere

e poi quegli occhiali,

che le cadono lungo il naso

e la stanghetta rotta.

E mentre io penso.

Scendo coi denti e i piedi,

dalla gamba sinistra

anteriore della sedia

su cui sono seduto.

Adesso, sono messo

sul “poggiapiedi”.

A cavalcioni dondolo,

il bambino dentro me.

Che vedo passare la gente

dal lato dove sta

in genere il cervello.

Sento i ragionamenti

e i rumori delle suole

delle scarpe rotte

e della leggenda

del cuore spaventato,

nell’usaegetta

della tripla lama

bislunga.

 

Ho deciso… cambio posizione.

Viva la fantasia.

Resto appeso.

Ecco, che farò…

Mi appendo per le braccia.

Anche se non piace stare qui.

Preferirei essere all’Oscar

a Hollywood

a farmi una emozionante

immersione di folla,

che osanni il mio nuovo film

o la mia colonna sonora,

di questa pellicola muta.

 

Forse sono addirittura

nella città sbagliata,

oppure sono nella terra

di quello che non doveva calpestarla.

Sulla terra del passo

che non doveva esser fatto

o della testa che non avrebbe

dovuto pensare.

 

Ma tornando a noi.

Era meglio se osservavo

oltre la strada.

Mi era, infatti

parso, di aver notato,

un muoversi nascosto

dietro a quell’angolo

al fianco del muro

sinistro della chiesa;

quella delle campane

che non smettono mai.

Eppure credo

sia una abitudine,

per me scrivere,

per il prete suonare,

per il cantante urlare

e per il viandante camminare.

 

Mi sembrava un indovino,

vestito da ballo cubano

o un pittore

che prende

lezioni da un brasiliano.

Ma forse, i miei occhi

hanno frainteso.

Forse sarà il caso,

che adesso

vada a ritirare

l’abito lungo per stasera.

Niente abiti corti,

stasera.

Devo vestirmi in lungo,

stasera.

 

Qui all’angolo ci sono

due nuovi negozi.

Uno di un bosniaco,

che ha perso l’unica figlia e

la moglie

nel corso della sua vita

e della guerra

ed è rimasto solo.

Vende sogni e carte false

ai bari e per chi

cerca fortuna,

l'attività è florida.

 

L’altro, è di una afgana

che vende burqa

per i prossimi anni

oscuri,

ma non ha ancora ingranato.

La gente fatica a pensare

un futuro peggiore.

Li devo visitare,

un saluto di benvenuto,

da me, che sono del posto,

potrebbe essere di conforto.

 

Ora ditemi voi,

se non ho ragione.

Non pensate che soltanto

uno stupido, qui

da queste parti,

potrebbe pensare di avere

qualcosa ancora da provare?

Eppure io, non mi sento stupido.

Magari disattento

oppure un po’ stanco.

A volte non faccio caso

alle parole ed ai concetti.

 

Ma d’acqua sotto i ponti

n’è passata,

avrei dovuto rendermi conto

delle cose.

Pure un sacco d’altra roba

n’è passata, lì di sotto.

Vecchie lavatrici abbandonate,

latte di vernice

colore del rosso più porpora,

oppure studi approfonditi

su come risparmiare

spendendone o delle ferie

con i soldi della banca.

 

Calma, calma, non vi alzate tutti,

sono solo di passaggio, qui

su questo marciapiede.

Un passaggio tra i tanti;

come un autostop continuo.

Che salgo e scendo,

da ogni auto che parte.

 

Eppure in questo modo

ho camminato molto,

non so quanto,

ma è certo che ho camminato.

Magari la strada non era buona,

ma ormai l’avevo inforcata e poi,

come si fa a capire gli errori,

se non li percorri?

Ma che noia adesso,

dover tornare indietro.

Ormai è fatta. Vado avanti.

 

Ma se la Bibbia dice

che il mondo

sta per saltare per aria,

consideratemi un fuggitivo.

Il tempo di slegarmi

da questo scotch da pacchi

che mi avvolge i polsi

e poi via.

 

Attenzione però, certe cose

sono troppo bollenti

perché le si possano toccare.

Forse non molti

potrebbero reggere

il contraccolpo

dei cambiamenti in atto.

L’animo umano e’ straordinario.

Forse e’ meglio che alcuni,

continuino a tenere tutto fermo.

 

Ma qualcuno lo dica chiaro,

almeno una volta.

Che non si può vincere

con la mano perdente.

I tempi stanno cambiando

e forse non basterà più

la terra sotto i nostri piedi.

Che ci vogliano forse, altre terre

o altre lingue o altri orizzonti?

 

Che la signora del negozio

sia contenta

che ha ricaricato

il cellulare.

Che il brasiliano

giochi al pallone

con la perpetua del prete.

Che la chiesa suoni

le sue campane.

Credo che adesso,

cercherò

di averti più vicina

e che magari sorridendo

in due funzioni meglio,

che farlo soli,

davanti allo specchio.

 

A volte ci vuole poco

per ferire una persona

e io, che sono stato ferito

mille volte a morte. A me,

ci vuole ancora meno

per ferirmi.

Anche se non lo do mai a vedere

e curo le mie ferite in silenzio.

Ma molti non s’accorgono,

che si può ferire qualcuno,

anche senza farlo apposta;

trasportati da eterna nostalgia

o dal tempo che passa.

 

Insomma,

se volessimo vedere

tutte le varianti al tema,

ci starebbero tutte

a trovare quella giusta,

per quello

che di volta in volta

vogliamo dimostrare,

pur d’aver ragione,

e sicurezze accanto.

 

E se i prossimi sessanta secondi,

durassero un’eternità?

Ci avete pensato mai?

Se tutto restasse

in questa via. Chiuso

come in un incantesimo.

Con la lavanderia

di fianco alla chiesa

e qui davanti, la signora

con le stanghette

degli occhiali in mano

e io su questa sedia legato

e imbavagliato,

che guardo i piedi dei passanti.

Visto che non resta altro.

 

Che oltre l’angolo,

il brasiliano insegni

alla perpetua del prete

ballar la lambada

col pittore

o che il bosniaco

tenga per mano l’afgana…

tutti questi sessanta minuti

durassero eternamente.

Credo che cambierebbero

molte cose.

Non ci sarebbe più

la fretta e magari

si potrebbe andare

più lentamente.

Potrei slegarmi,

allora scendere

in fondo alla strada,

al confine

dei sessanta minuti,

comprare le sigarette

e non preoccuparmi

di niente che non mi riguardi.

 

Oppure tutto questo

sarebbe ancora una volta

soltanto, un’altra

incredibile bugia?

Che sono innamorato folle

di una donna che mi piace

anche più

della squadra del cuore

oppure della mamma,

ormai è risaputo.

 

Neppure la tabaccaia

che fa i complimenti,

oppure il mendicante

davanti ai gradini della chiesa,

potrebbero darmi

migliori consigli,

così impaziente che sono

di commettere

altri nuovi errori

di percorso.

Resto qui

come al solito

a braccia aperte.

Colpitemi se vi va,

invulnerabile come sempre,

bevo per voi

dal collo della bottiglia.

Mentre lontano

sventolano ancora, le mie

mitiche bandiere al vento.

E prima di addormentarmi

amore mio,

ti accarezzerò il viso

dicendo ti amo

ancora una volta…

 

sotto questo, cielo blu.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

26/11/'04

 

UNA SPECIE DI BALLATA DA "LOVE AND THEFT"

 

Sulla mia auto cabrio

Scelgo ancora...

correr qui.

Nuova fiammante

color del fuoco,

rosso,

più rosso che mai.

 

Il sibilo al mio fianco

è il vento che parla,

ascolto "High water"

dentro questo fuoco

ma è la storia di un uomo solo

la storia di una notte

che vola via.

 

La strada è segnata,

si chiama Highway sulla via,

una specie di ballata

da “Love and theft”

guardo giù

chi bercia è Dylan.

 

Carico la droga che Dio solo lo sa,

io sopraffino scelgo

la parallela

di questa vita mia…

Per la storia di un uomo solo

che così solo non si può.

 

Canto come un matto

il volante tra le mani.

Cambio automatico

e volo

chi mi ferma più.

Leggo mentre sogno

i fogli che si sbriciolano

agli occhi

sopra l’asfalto

di questa road.

 

La notte, grigia e nera

è storia comune.

Pure un uomo solo

fa la sua storia,

anche in una notte

che come stanotte,

vola, via

...così

 

 

 

QUESTA E’ LA MIA POESIA

 

Credere e mai smettere,

e ancora una volta scrivere.

Scegliere le parole

e stenderne tappeto

e credere,

senza lasciare nulla al caso.

 

Volere, sempre desiderare…

che scivoli via

impregnando di stilo il foglio.

Stenderne parole che sai

solo passaggio,

desiderare la quintessenza di un qualcosa

che sfugge a volte...

e non torna più.

 

Discernere,

per quel che si possa immaginare

e immaginarne

ciò che si possa discernerne.

 

Abbandonarsi alla scrittura

che sfoghi via

che qualcosa resti.

Sognare e ancora sognare

che lasci qualcosa di cui sognarne.

Trascinarsi pesantemente sulle gambe,

a volte, oltre ogni dove.

Sgretolarne l’endecasillabo

sciorinandone l’armonia.

 

Scrollare il verso oltre la sacra montagna

e crederci

e ancora crederci,

perché nulla sia mai perduto...

 

Questa è la mia poesia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"CELTIC RAIN"

 

Ricordi

come scorreva

la sabbia tra le nostre dita?

La notte, che volava via

tra le note di “Celtic rain”,

accarezzava i nostri corpi.

 

Mi accompagnavano i tuoi occhi scuri

e sullo stesso sentiero,

tu ancora

mi fai sognare... come allora.

Una tua carezza, a volte

mi porta via, io immobile...

ruberei per i tuoi occhi.

 

Dico “dai andiamo che se no piango”

E tu “che scemo che sei... perché ?”

Il rumore del traffico,

un’auto che passa e suona,

corriamo sul giallo...

tu che ridi ancora.

In alto lassù...

due bandiere alle nostre finestre.

 

Questa paura di veder tutto sfumare

per legge naturale delle cose,

che tutto ha un vertice

e una caduta.

Vivo questo istante come fosse eterno,

che mai nulla,

mai nulla mai,

possa sfuggire via.

Che si fermasse il tempo,

che non si invecchiasse più,

highlander per sempre tu...

 

ed io...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIUMI DI PAROLE D’AMORE

 

Ho scritto fiumi di parole d’amore

senza mai riuscire

a parlarti d’amore.

 

Non sono riuscito mai

a scalfirti veramente

e scoprirti una lacrima

da cui pensarmi.

 

Ho suonato sugli organi di chiesa

le melodie più dolci

che lasciassero immobili i cuori

che dagli spessi muri,

tornassero a te così giganti,

che entrassero nella tua anima

senza un permesso.

 

Come una farfalla,

ho volato,

sopra il periplo del tuo cuore,

sperando di distoglierti dagli altri amori

e mai ho lasciato un segno… mai.

 

Eppure son qui che urlo amore,

ma tu, non senti la mia voce,

o non la senti più.

In me rimbalza invece,

che mi stordisce,

che penetra tra le mie rughe

e scorre tra il mio sangue.

 

Inginocchiato sulla nuda terra,

urlo gli ultimi urli che ho in gola

e anche tu lo so…mi ami,

ma troppo in silenzio.

Che purtroppo,

anch’io qui,

seppur vicino,

 

non ti sento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL VIAGGIATORE DI CARTOLINE

 

Abitavo in via Fieschi,

lì, al sesto piano.

Tra Ponticello

e via Madre di Dio.

Col suo lavatoio,

la casa di Paganini,

e i fabbri.

 

All’aperto,

un po’ più distanti

sotto le mura,

c’erano loro.

A torso nudo

grembiule di cuoio

martello in mano.

Battevano il tempo

sui ferri roventi.

 

Non ho mai fatto loro una foto

...Peccato.

 

Oggi,

non c’è nulla di allora,

oppure poco.

C’era un maglio al lavoro

...lento.

Prima sul tetto

poi giù di colpo sul pavimento.

Dal piano alto

trascinava giù

i piani sotto.

L’atto finale restava in polvere.

Smorzata appena

da un getto d’acqua.

 

Qualche foto l’avevo.

Ormai però

non so più dove sono...

peccato ancora.

 

Ma i ricordi son tutti con me

stretti a me,

tra i gesti miei,

nel mio parlare,

nel quotidiano

mio ricordare.

 

Infatti di sera,

che del suo buio

a volte abuso,

io mi ritrovo

a cercar dettagli

su quel suo vicolo

o su quei suoi visi

o sulla scala che io scendevo

o sullo scorcio dietro la piazza.

 

Ma i dettagli

di allora ormai,

se non li ho persi del tutto

li sto perdendo nel tempo...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tu... per me. 

 

Io… un mare,

calmo, limpido e sereno

o tempesta,

che nell’impeto pervado

tutto quel che ho di dentro.

 

Io… un cielo,

luminoso e terso a volte

o di grandine riverso

o di neve che io ammanto

o di sole brucio e ardo

tutto quel che male osservo.

 

Io… un fiume,

che del corso mi trasporto

dolce a volte o dirompente

nel tuo oceano mi getto

e di te così m’avvolgo.

 

Io… tuo lago

che mi quieto a domandarti

le risposte naturali

che mi pongo.

Senza onda ne battigia,

solo limo che arricchisca

il tuo cuore e che ti sazi,

se potessi.

 

Io… inferno,

purgatorio e paradiso

che non scelgo per piacere

ma per indole irrequieta

piena,

madida di tutto quel che posso,

mai ci riesco.

 

Io… da solo,

che sorrido se ti vedo.

Io... amore, tua difesa.

Io… tuo Fabio,

come te.

Io... sono qui,

tutto e nulla.

 

I tuoi mari, i tuoi cieli,

i tuoi fiumi, i tuoi laghi,

i tuoi inferni e paradisi

Purgatori che hai con me,

sola e sempre anche tu

rigettata a ricercarmi

tu... mio battito

tu... difesa.

 

Tu, a me così vicina

sempre uguale,

sempre stessa…

solo e sempre mia presenza,

mio sentiero

primo ed unico motivo

 

...di mia vita.

 

 

 

FUOCO, MARE E SPINE

 

Mare, fuoco e spine amore mio

sono qualcosa che arriva dal profondo.

mare dove si naviga tutti i giorni,

mare di ipocrisia e correzione dell’errore,

mare di tristezza di alcuni giorni

che vorresti che tutto passasse veloce,

che la luna tornasse ad aprire il cielo.

 

mare di amore

che vorrebbe la tua presenza

in questa casa così vuota quando non ci sei.

E allora venga la notte venga il buio

tanto non c’e’ nulla di più buio della tua assenza.

Venga un cuore di tristezza che mi lasci almeno il tuo ricordo

per addormentarmi sereno, di averti vicina almeno nel sogno.

 

mare di cerchi di fuoco allora,

che mi scaldino ovunque, tra stanza e cucina

fuoco della tua vicinanza che mi riempie il cuore quando tu ci sei

fuoco della gelosia quando gli occhi degli altri ti guardano

fuoco che scotta il cuore e il pensiero, fuoco d’amore,

fuoco tesoro la dove tu passi ogni istante dei tuoi pensieri

fuoco di cielo, fuoco di sole che emana il tuo cuore

quando pensi a me anche a distanza di chilometri.

 

fuoco e cuore e spine,

avvolte sopra il capo come una corona,

spine per sentirne il dolore

spine di una rosa rossa

spine di una speranza che vorrebbe essere eterna della tua presenza,

spine di un frutto dalla polpa dolce e densa,

ancora una volta nato

tra il fuoco del sole e il mare

di una terra dove non è mai inverno

tra un parlare strano

e un amore infinito.

 

allora si che il sole

appoggia il suo cuore sul mare,

e il fuoco che emana crea spine

tra natura e il suo apparire,

ancora una volta

davanti al sole chiedo giustizia

che la vita sia serena per sempre

e che tu sia con me....

...che tu sia con me tra il mare, il fuoco e le spine

per tutta la vita… e cosi sia.

 

 

 

LA POESIA PIU’ BELLA DEL MONDO

 

Quando tu sei lontana, qui tutto

sembra vuoto e liscio

come un bottone senz'asola,

una vite senza fine,

una lacrima appesa,

o un treno in ritardo.

 

Come un’anima spersa

attendo che torni

come una nuvola sola,

como un gato sin gata.

 

La Gioconda tu sei

o il gabbiano di Bach

le mie cinque della sera

o la mia “Imagine”,

il mio nome della rosa,

un flamenco gitano,

od un moto nel vento,

la mia giacca migliore,

Roma di notte

o la bella Madrid.

 

Oppure semplicemente tu sei,

la mia poesia…

più bella del mondo.

 

 

 

ROSITA

 

Un’onda,

cuor di mattino Natale settantaquattro,

Schiuma e tempesta di anni d’estate

di vita volata,

Ad oggi,

risacca di spiaggia, ancora bagnata,

mai asciugata.

 

Fiore d’inverno di monte lontano,

sbanda la via,

Tra il freddo del vento che taglia la pelle,

saltata,

Sbocciata stagione appena appassita,

Mai più fiorirà.

 

Nuvola in cielo

di cumulo lembi composta,

Passata una pioggia appena posata tra noi,

Svanita da noi,

sorriso in sorriso

sfuggita,

Mai pioverà.

 

Come la neve si posa tra i venti del nord

restando sospesa,

Bianca che il freddo aspetta con noia,

tetra notte in arrivo,

Silenzio fermata

di prima lenta stagione, la primavera,

mai fermerà.

 

Vento degli anni appena iniziati,

inizi scolpiti d’errori,

Volata con noi speranza di viaggi

distratto negati,

Nessuno tra noi potendo,

pensava possibile e vano,

Non volerà.

 

Forse ormai di stella la notte d’estate

che vola e si perde,

Tasche del cielo,

stagione d’amori negati neppure velati,

Ancora una perla in quelle del mare

mai coglierà.

 

Oppure una stella che stando a guardare,

sorride a nostri errori d’età’,

vorremmo una perla ad esser guardata,

restando ammirati tesoro del cielo,

Di frutti cresciuti,

rancori di vita

magari evitati oppure strappati

Non tornerà.

 

Soltanto ricordo,

profondo ricordo,

Natale settantaquattro,

Attesa tremenda, dal cielo voluto

che il cielo non ha cancellato,

Saluto di stella più bella

tra gli anni di nostro passato,

Lampo, uragano e pietra,

rubino o smeraldo...

 

ancora tra noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

DIGLIELO TU, DELLO SCHIFO CHE SARA’

 

Ho visto gente camminare su strade

che neppure un pazzo

avrebbe calpestato mai,

eppure vivono...

e vivono credendo chissà cosa,

eppure vivono credendo

chissà che.

Sempre per sempre io...

sarò dall’altra parte

a calpestare l’opposto

e nell’abbidubbi morirò.

 

Ancora una volta sorvolo

il pensiero della mente

e colgo l’occasione che sfugge via

per portarmi... chissà.

Guardo la fuga degli animali

e la foresta in fiamme

dietro la giostra dei pensieri

il destino mi fa camminare

vitreandomi al giogo dei pensieri

nell’aggettivo del mondo,

e così va.

 

L’oggi si perde nel sangue

e dona il sangue come vino,

come se le cose si perdessero

nel centro dell'universo e via.

Nulla si slancia e nulla

si porge, al cuore che comanda.

Nulla si perde nella nenia

del tempo sulla corrente

e suona la porta del diavolo

e del suo cantare rantolo,

mentre butta il fuoco alla porta,

sul colore del rosso del fuoco.

 

Nulla si guarda,

se si guarda, è sangue scintillare.

Uomini che chiudono altri uomini

senza ossigeno per respirare

e la radio spande ancora il suono

che il tuo cane abbaia.

Il bambino stringe la tua mano,

lui che aspetta e ti guarda,

non sa….

raccontaglielo tu allora

(tu che hai capito tutto)

dello schifo che sarà…

 

diglielo, e poi dillo anche a me...

io sono qui che aspetto...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SONO ANCORA QUI

 

Ancora qui,

sempre inchiodato

a questo rostro,

ancor da solo

sempre al mio posto,

come un punto passeggero

speme al cielo

che mai cada

pioggieria.

E gloria sia

al culmine,

che piantino

cuori e vite tra noi

e poi…

che Dio urli pure

quanto vuole

e che non senta,

se a Lui duole,

ma pur sempre

sia mira

e resti in noi

almeno l’urlo di chi ancora

qualcosa aspira.

 

Gioco da sempre,

ancor pur sempre

al passo

dei quattro eterni lai,

qui al porto dove

sempre più navi

che troppo spesso

non salpan mai.

Seguo la notte

di luna lunera,

falce che spera

e fili d’argento.

L’ombra accompagno

sera per sera

e a lei io sarò

sempre accanto.

 

Ancora investito

da questo buio

si spaventi il sole,

se deve,

sempre più in alto

camminerò,

se necessario,

ancora una volta,

nulla e poi nulla,

mai (nulla) mi fermerà.

Sotterrino i tanti,

Riesumano i santi

in questa sudicia

città di stupidi.

Crescan magnolie

si scelgano martiri

si faccia pure

quel che si vuole,

ma mai e poi mai

mi unirò con questi.

 

Quest'ultima decima

de la volontà

di questo comando,

con me non passa

e non passerà.

Sia classe di vita

che saluti chi

arriva mai sazio e mai via,

oppure che mai s’abbassi

a questo cambio di guardia

di volontà

più occulta.

 

Proclamo ribellione,

sì, proclamo…

che sia (per Dio)

contro l’ignoranza

più dedita e consunta.

Cristo resti in croce,

piuttosto,

se questo può salvarci

ancora.

Che si sia qui noi,

almeno

a sceglier di scrivere,

qualcosa,

che possa aprir le valvole

e si consenta

il passaggio tra le nostre dita

delle parole alle libertà

più semplici di vita,

all’obbligo,

spazio tributo,

inutilmente da molti

perduto.

 

Nulla e poi nulla

mai sia vietato

in questo mondo

di ladri e nichilisti

poveri ignobili

questuanti del nulla,

benpensanti e arricchiti.

E preferisco allora

come son io,

di non dover chieder

a nessuno mai,

perché ricco sono di mio

quando scrivo

e mi lascio trasportare

come adesso,

di onestà del cuore

che si spanda

nell’aria straordinaria

e intellettuale,

di questo eterno

mio e solo mio,

indimenticabile mattino

che è così ch’è…

 

la mia vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COSI’ TANTO IO... NON TI HO AMATO MAI

 

Che splendida giornata

oggi, amore mio.

Un mare di occhi scuri

e tu che scherzi e ridi

ed io che impazzisco,

che se dovessi mai

vederti andare via,

come farei io

senza te.

 

Sarà che stai giocando

E quando sempre giochi

chi ti ferma più.

Sarà l' immensità

di questo tuo sorriso

che non lascerei mai

pur di vederlo sempre.

 

Sarà questa passione

che possa dire mai,

riempire questo foglio

che coli come olio

che scivolino frasi

già mille volte dette,

parole mie di sempre

che non mi stanco mai

di dirle solo a te.

 

Sarà per questo sole

uguale a quella volta,

sarà la primavera

che vorrei

semplicemente

si fermasse qui.

 

sarà per questo vento

che ci accarezza gli occhi

e che si spazza via

questo inverno primo

lontani io e te.

 

Ma siamo ancora qui…

 

E oggi amore mio

ti amo così tanto

che, così tanto io,

non ti ho amato mai…

 

 

 

 

 

CHE SUONINO LE CAMPANE DEL CIELO.          

 

Le campane suonino questa notte,

lampi, tuoni e temporale, portino via

la malasorte di questa guerra

che è la vita nostra.

 

Cada quindi... acqua dal cielo,

scorra per le strade

che camminiamo per fato voluto.

Per voler divino

di giorni sempre uguali... inutili.

Scelte dei giorni migliori, buttate,

grame improvvisazioni non volute,

accolte, indesiderate.

 

Pulisca stanotte

gli errori, non volendo, commessi.

Che se pioggia deve esser... sia

per necessità terrestre.

Noi qui sotto,

braccia aperte, zuppi a occhi chiusi

mostriamo il volto alle gocce.

 

Ci beva la terra, mineralizzi le pieghe

di nostra vita. Che sia ancora ciclo ininterrotto

dal cielo al cielo, dalle insolenze

del quotidiano andare… le nostre cose.

 

Tornino i cuccioli nostri a crederci,

nostro ruscello secco di letto e arido.

Che questo nettare sia, per l’anima

che portiamo nell’ultima tasca,

dimenticato l’unico motivo per cui

siamo qui

 

Volere di un Dio, che ci prova da sempre

e noi mai accontentiamo.

Ci perdoni per quello che siamo,

di più abbiamo mostrato,

che non sappiamo…

 

fare.

 

 

 

 

 

 

 

GENOVA ADDIO

 

Come sei bella stamani… Genova,

qui a Santa Chiara.

Cielo chiaro e terso

mare infinito davanti a me

che mi stringe il cuore,

che abbasso gli occhi

per non consumarti

agli occhi d'altri,

dopo me, ad ammirarti.

 

Siamo noi due, adesso.

Tu carezzata dall’onde,

io venuto stamani

qui, a salutarti.

Si, vado via, amore mio.

E di così, più bella,

non potevo trovarti mai.

 

Lascio molto.

Mesti ricordi a volte,

uno tra pochi

che torna costante,

nodo nella mia triste gola:

mio padre.

Quell’ultimo suo viaggio

sopra l’ambulanza bianca

da qui all’eternità, che mi chiedeva

d'aiutarlo a sollevarsi…

“che voglio vedere il mare”.

 

Oppure felici:

gli occhi di Nadia

che avevamo vent’anni,

oppure Isabel

che ne avevo quaranta, ormai;

come passa il tempo…

Ti lascio stamani

fin dove porta questa vita mia

che mai si ferma.

Tu sarai sempre qui…

vero? Si... ci sarai.

 

Lasciami adesso

il tuo suono a memoria

che io porti con me, sempre e ovunque,

risacca di mare... carezza del cuore.

Lasciati scrivere ora,

così come faccio

quest’istante che resta.

Che possa toccarti ora

come volto, il cieco tocca.

Che possa restarmi impresso

Il tuo viso al tatto,

tra le dita delle mani mie.

 

Che tu sempre sia uguale

al mio ritorno,

o che almeno,

sempre: “tu sia”.

Che possa comunque trovarti

qui a questo scoglio sdraiata…

sempre...

bella così,

 

come adesso.

 

 

 

 

 

"UGUALE COME ALLORA"

 

Se è vero com’è vero

che io a te ancora

darei la vita intera,

la metterei nelle tue mani

come allora…

 

Confesso che ugualmente

io ripercorrerei

passo dopo passo

quel che

vivo ancora.

Uguale come allora,

il sogno rivivrei

come un gatto

sopra un tetto.

 

E se “El catalan”

lì non fosse più,

lo riedificherei uguale.

Con le mie mani nude,

in quella via,

(la stessa via…)

di allora.

 

Uguale, salirei

le scale sue di legno

lì fino al terzo piano.

Nel cuore della notte

ti amerei ancora,

come allora...

 

e dopo,

scriverei

come ho fatto adesso

una poesia, che

ricomincerei così:

 

Se è vero com’è vero

che io a te ancora

darei la vita intera,

la metterei nelle tue mani

come allora…

 

 

 

 

 

"IL TEMPO DEL MUSCHIO NEI BOSCHI, QUANDO VI PENSO"

 

Lontano,

più lontano degl’occhi di mio padre,

fiumi grandi,

sponde perse alla vista.

Noi, qui tra tanti

spingiamo tronchi alla corrente,

mattino e sera.

Il freddo punge, ghiaccio e neve.

 

Lontano,

molto più dietro di questo vetro,

ricordo il tempo

del muschio nei boschi.

Non ricordo le voci,

ma pioveva,

tuonava,

rombava il cielo.

 

Occhi bassi a guardare,

pesci passare sotto di noi.

Piste distratte,

tratti lunghi e ritorni...

Avverto nel ricordo

un senso inquieto

di pericolo.

 

Scantinati,

fango e acqua,

vecchi e stanchi,

baracche fredde,

tronchi tagliati,

quercie umane, animali da bosco,

scopritori di terre.

Srotoliamo sfortune trovate.

 

E’ cosi’ che ricordo,

vorrei non pensare.

Vado avanti,

tagliare e tagliare,

rumori della mente vi sento,

qui intorno a me,

seduto anch’io...

 

tra voi.

 

 

 

 

IN MEMORIA DI IGNACIO SANCHEZ MEJIAS

 

Un sole pallido s’accosta al cielo di Spagna,

sabbia e arena, l’anello profuma di rosa

lanciata al balcone d’antico inchino.

 

Alla muleta, calpestano il terreno intorno,

attendono si segni l’ora che sia da incominciare.

Sembra che la sera d’istante si fermi, Garcia sorride.

 

Nell’aria il brusio che l’odore trasforma,

la banderilla brilla dove la morte è vita.

Tauromachia si porge ai suoi ritmi sordi.

 

L’ingresso s’apre e stende già un velo, comunque sia.

Soltanto brusio e urla interrotte a volte e sorde.

Sapore e stupore, arde la rossa stoffa stesa ventaglio.

 

Silenzio, strappo di pica, collo che striscia, movimenti austeri.

Sangue che cola che macchi quel gesto d’elegante cura,

vivo il cuore batte, di strozzata folla è l’urlo.

 

Vibra di un colpo, la vittima cade e scalcia.

Diverso lui, sta girato, rivolto al tumulto urlo,

la spada fende l’aria, dritta la punta al cielo.

 

Di colpo, improvviso schietto, sbalza da terra e vola,

resta riverso a terra: Ignacio Sanchez Mejias

si piega sui ginocchi, si alza, barcolla e poi ricade… per sempre.

 

Alle cinque della sera, sgomenta in silenzio l’arena piange,

la Spagna piange, Il suo poeta piange (il suo giovane poeta piange).

Ora un bimbo lentamente porta un lenzuolo bianco…

 

alle cinque della sera

…passandogli accanto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SE UN GIORNO TU DOVESSI… ANDARE VIA

 

 

Ricordi quella rupe

a Lanzarote

rivolta la sua spiaggia

alla Graziosa?

Ricordi che dicesti:

“E se cadessi”?

Allora ti risposi: “Io,

ti seguirei”.

 

E ancora oggi io

ti seguirei,

nulla senza te

sarebbe uguale,

se un giorno tu dovessi

andare via…

volando allora io,

ti seguirei.

 

Piuttosto che restare

qui a contare,

Le notti che non portan

più mattini,

Verrei via insieme a te

amore mio,

e insieme a te

io lì... continuerei.

 

 

 

 

 

CIAO PA'

 

 

Di quella sera ricordo

il malinconico lamento dell'imposta che il vento sbatteva contro il muro

e si perdeva.

 

E quell'ultimo tuo cenno del viso così quieto e sereno

mi sfugge

dietro al fumo del motore sulla strada

all'ombra di quell'insegna di benzina.

 

Ma non sarebbe per me una sorpresa oggi,

vederti seduto sul quel gradino

mentre scendo le scale che dalla strada

portano al borgo.

 

I riflessi della luna sull'acqua, nei ricordi sono chiari,

ma nessuna luce più giunge dal molo

mentre ancora in fondo al sentiero là nel mare,

le lampare aspettano gli amanti come lucciole in estate

a Portofino.

 

Guardo le onde andare, venire e andare,

vedo i ricordi fermi nel tempo...

e ho ancora negli occhi la barca sospinta dal vento,

ma l'ho persa ormai e il tempo l'è passato accanto.

 

Ma qualcosa ancora resta pa’...

 

...Resta il tuo sorriso ritratto sul muro,

i tuoi vestiti appesi in solaio,

restano lettere sovrapposte nel cassetto e fotografie…

rimane purtroppo anche il silenzio,

ho dimenticato la tua voce in qualche anfratto misterioso della mente.

 

Ma quel pomeriggio al porto eravamo noi

tu sorridevi e si passava il tempo

ed io così voglio pensarti.

 

Da li per me...

tu andavi via per mare mentre veniva sera....