Fortuna Della Porta
1
Quando
accoccolo il sangue a scrivere rime
Mi
colgo rabdomante del mio sentire
E
alla radice dell’anima appiglio la vena
O
esploratore estatico dipano il filo
Nella
foresta inviolata con l’alito della vita.
Se
non scrivo di poesia perdo me e le ore
Che
si torcono in un mazzo di pruni
Goccia
il mio soffio romito nella scultura
Dei
tasti incolonnati sul vassoio dei pixel
Allora
s’aprono gli occhi colmi di grazia
Perché
se non scrivo di poesia non penso.
Non
mi trovo.
Ma,
presunto poeta senza una scuola
Quando
nego i sensi al groppo del mondo
Ho
solo amici, a dimora, di tempo consunto
Che
bevono con me caffè di liquirizia
Racchiusi
in epitaffio ornato di allori.
All’orlo
della pagina, di giorno e di notte,
Quando
sanguina il sole e abbacina gli occhi
O
sosta luce dentro il barlume degli astri
Ospito
cori a sfogliare dal nulla della tomba
Impigliati nella tela di una raccolta
Con
traduzione a fronte dove incipia l’eterno
E
io insieme pur in pasto a un esercito di mostri
Riccardo
Reis ride e io inseguo per consolarmi.
2
Per
strade chiuse in un chicco di riso
Per
strade lasciate dal flutto, inorgogliose
Straniere, night in the sockets rounds,
Pulsa
la notte-vino spillata dietro il sipario
Rabbrividisce
un pensiero dai capelli taciti
Di
specchi deformanti la spiga di grano
Qui
in questa strada sporcata da tutti i tempi
Da
ogni premonizione e da avanzanti futuri
Divorati
in piccolo grumo da tutti gli istanti
Un
gatto ronfa e un orfano al muro del pianto
Un
suono non oltrepassa lo spessore del marmo
Per
strade gelate per pietre tombali per cento peccati
Per
strade la notte-agonia si perde sostanza
Impicca
l’avventura all’albero del doppio falso
Per
strade nude desiderio sanguinolento di carne
E
farsi-sfarsi delle-nelle lattiginose acacie.
3
Dove
sono i vivi?
Fanno
rumore scurrile come la morte.
Attraverso
i rumori dei vivi,
Rumori
di escrementi,
flatulenze,
risucchi gastrici
E’
più arzillo un fiore
che
ha già scrollato la corolla e poi tace.
I
vivi occupano acquario
Di
nitore incerto
Bocche
spalancate per tacere
Occhi
aggroppati
Alghe
a legacci
Inceppati
E
sarebbero già morti
Senza
ossigenazione obbligata.
Non
alcuna domanda
L’apparenza
gode sensuale
Apparato
Ostentato
Troppo
ingombrante e silente
Scavare
la crosta a piccone
Scoccato
Nell’acquario
umano nessuno a vedere
Accadere
Come
se anch’io fossi morta
Non
mi rassegno
Alla ricognizione
Annaspo
per liberarmi.
A
salvarmi.
4
Ma se questo giorno fosse l'ultimo vero
E qualcuno avesse in mente di svenare
Il mio essere nell'essere stato
Non scaccerei una mosca dalla scena finale
Invece sprangherei a lume ogni varco
Da cui a fuggire mia anima germana:
-amami ancora un poco, piantala, per la
miseria!-
Metti in chiaro una volta per tutte, anzi
adesso,
Cosa mai ci guadagnavo indifferenziata
Nell'eternità che meco non ha filato i
patti.
Già allora circonfusa di lacrime
predestinate?
5
Dieresi
spalancate da Walt Whitman, il primo,
Comincio
da lui,
La
sua epica intrisa di futuro, sul carezzevole poema del fiume,
Il suo inno per la
nazione
Il
solido anelito cui attaccò se stesso, il suo talento e, mio capitano,
I suoi
amori non reticenti
Il
mistero della Dickinson ripiegata sul suo mistero
Sigillo vitale
Di un’anima che esprime l’inesprimibile -e
tutti gli apici-
Tocco
addomesticato
Da
iniziatica sul bateau di Rimbaud, il mio visionario,
Scorrazzare fuori di me
Tra
gli idiomi e le iperboli e il parossismo come fascio di salice
Nella
terra desolata.
Di
Poe e Walcott e Omero e Dante per superarli
In
malora il mio sacrilegio
Vanga
per scavare poesia in voragine immensa
Di
un’immensità ancora più vasta
E
un monumento che tocchi il cielo e lingue che si ricompongano
6
Piove stamani. Il cielo è
un subisso
Di
urla e ignominie. Greve in cagnesco
Sui
pini dal saldo piede e sulle baracche peste
Un
avventore a raccattagini attende
Cincischiando
pozzanghere, a fronte
Di
vento in tralice, pugno di ferro,
Sotto
cupoletta lanceolata, allo scompiglio.
Per
adesso crapule di scarpe, ciarpame
Teli
multitinte in pugnace trasferimento.
Ma
le maschere non demordono mai,
Maschere,
dal giro a scatto,
Logore
d’assenza, roride a cospirazioni,
Assillano
la pianura a fiati sciolti
Con
cip nel cervello per funzioni globulari.
Dietro
alcuna maschera mai mi sobbarco
Impudenza
non basta e non attendo confische
Propendo
all’indicibile dei guazzabugli umani
Né
da scriteriata li annuncio conclusivi.
Mi
piacerebbe sgarbugliare solo di me,
Oggi,
in afasia, accanto al lamierino a cascata,
Con
la natura amica, -come mi geme la malinconia!-
Nera
di fuliggine, pronuba e consigliera
Investigo i miei ispessiti mascheramenti,
La
forra a pascere degli sprofondamenti
Dov’è
il sale più sordo delle mie miniere
L’oscuro
il perverso il miserabile, gole e dirupi,
Doppia
elica elicoidale, cacofonia pedestre,
E
quanti tripli, quadrupli a trapunta.
Soffro
marcio e sabbia a filtrare i pori
A
trivellare mi prostro, m’importa di farmi a pezzi,
Piallo
pali a sostegno e lucerne all’elmetto.
Pioggia,
traditrice, non tingermi di nerofumo
Regalami
una falla nel cumolo. Via, basta per oggi.
Oggi
mi spiaci, poetese, meglio mi serro.
7
F.D.P Ode pour
l’election de son sepulcre
Clio
occhilucenti, ecco la mia urna mondata,
deponila
sulla riva gigliata della risacca volubile
aqua
laudatur sit et mare e la sabbia di silice
accerchiala di tua mano al fico d’india là in cima
intrapreso
di roccia e molli acuminate midolla
della
mia morte risorta rimbombano le orecchie.
Al
sacello traslucido di luce vesperale
o
biacca colore d’arenile Clio, sii
saggia,
dissuggella
sinuosa il cuneo della mia conchiglia
sollazza
l’ermetico impolverato pallottolarmi
e
dunque astuccio d’aria alzarmi in ala vagante
E
tronco di quercia incava per depormici
in fama
Uccelli,
grilli, a trillare della dissoluzione
giapprima
pascunt et alunt meam animan ad libitum
j’ai trouvé une goutte de vermeille en fin
do
it, immortala la mia secca grancassa dalle ore aduse
tempus
tacendi nessun serto da posteri o Muse.
8
Quella mitraglia
quando ingoia un destino
Laggiù
Un muro
quando cade dall’alto
Una pietra
Sigilla
quando l’alba manca la luce
Il Silenzio
Incontra
quando la notte si ghiaccia
Giorno
Dopo
Giorno
quando la fine è più tossica
Bombe
deserto-bombe
Tombe
9
La
mia bocca è triste. Che avrà la bocca
Collo mi cade.
Che intende dire
Mi
cuce il labbro una spina di fuoco
Un
sole fradicio appena spillato
Ha
rispedito alla fonda i raggi
L’albero
crolla di tubercolosi
L’aere
tace rinchiuso a martello
Filacce elettriche per sbarramento
Secco di piombo trancia il respiro
Aprile
si è riscoperto d’inverno
La
stanza gela, gela il rumore,
Vola la mensola, tentenna il cielo,
L’afasia
scava un burrone profondo
Per
convertirci il mio affanno muto
La
mente sforbicia les mots e tace
Stamani
sì il mio bit ha ceduto
E
non ho zero da opporre. Muoio.
10
Sono
la tempra della prima rima
che
mi abbagliò tra le dita
A
sett’anni o giù di lì
Piccina
carente ocarina
All’onere
della parola
Marmo
che fissa emozione
Fuoco
che brucia passione
Palude
che affoga dolore
Lebbra
del selvaggio destino
Occhi
che bruciano vero
Occhi
di gesso occhi di clown
Dietro
un mangiatore di fuoco
Ultimo
canto del cigno
A
scrigno sulla sua perdita
Uomini
mostri e uomini vati
Creature
dai cento peccati
Rughe
che sbranano
Mano
che infradicia insonnie
Canizie
imperlata di pioggia
Brandelli
del sangue
Spezie
avvelenanti
Presentimenti
sgomenti
Affetti
deforestati
Giorni
puntigliosi pirati
Canto
questo musico canto
Al
segno-vanto che m’iscrive.
11
Tenebre
sento che il mio disarmato
Verso
è leggero e non prosciuga il mare,
Butta
via la preghiera, vola come
tenera
piuma sulla convenzione
Della
mia mente ordinaria, batto
I
polsi a sorte affinché fuoriesca
E
fruttifichi e stia la mia parola
A
quella degli altri. Il singulto
Del
mondo bevo, defloro la notte
Il
crepacuore di Iside sussurro
Per
ripartire il pane delle fate.
L’onirico
mio candore muliebre
Consegnerò
ad un angelo puro
Su
una collina di mille o più anni
Da
affrancare alla stasi di sangue,
Il
pensiero a morte delle pietre
Posate
lungo i fiumi come agnelli
Cadere
nelle lacrime infauste
A
meretrice che svende di fame
E
piacere, assaggiare insconfitta
Viscere
spurie a un penitente
Girare
al secolo la toppa buia
Avverminata
di nessuna paura
Con
la chiave a croce della vita,
In
simultanea zaffata d’inferno
Quando
la terra siglerò col dono
Di
profeta sarò allora un poeta.
12
Nell’ombra
della pineta tacita s’agguanta
L’afa
sdolce d’agosto come lenzuoli umidi
E
non una freccia di vento insinua il piede
Tra
cipii di passeracei, anche la lucertola tace.
Nell’ora
della calura vale lo scrollo della cicala
Ai
timpani con le ali a cocca, trilla la sua vittoria
Beffarda
ultrice sul vigore della pista
tracciata
Prima
della spossatezza, prima che si perdessero
I
propositi delle prime luci. Sono arse le ninfe
gli
gnomi e gli elfi nel fradicio ribollire d’agosto
E
una tara sospesa e spettrale accudisce il bosco.
Sfatto
il terreno ruggine schierato dalle formiche
Pesa
oltre la chioma-ombrella un pallidissimo cielo
Con
una musica che non si regge, abbacinata e greve,
Tace
il ritmo del mare oltre il corredo di sabbia
Perché
Tritone ha abbandonato i flutti e Eolo l’otre
Ogni
sostanza si è cangiata in onta o risucchio
E
non c’è chi possa guardare intorno e puntellarsi
sull’esilio
immobile di un libro scritto di ignoto.
Si
sfaldano i lacerti mentali contro l’inevidenza
Danza
alla gravità a decrescere la bonaccia del corpo
Derelitto
in nuova estraneità, ma pure di questo mondo.
E’
lo sceneggiatore che oggi fa fuoco e domani neve
E
ci sforza a ogn’ora con l’esile staffile del suo grimaldello
E
parla oscuro in incognita, ci risparmia o ci doppia
Nulla
che rassicuri il brivido che d’agosto ti prende
13
Musona
Catalettica
Casa
sventrata accanto al mio garage
A
vista di chiodi e muffe
Muschi
scoscesi
Abitata
dai gatti la casa abbandonata
Senza
intermediari
Senz’anima
E
senza fantasmi.
La
peso in palmo di mano
Senza
abitanti
Senza
dormienza
Come
mi chiede
Maledetta
di sola materia
La
casa diroccata
Come
una putrefazione
Non
fianchi di papaia
Guance
d’avocado
Tegumenti
rossi
Come
proprio un cadavere.
14
Al
chiodo di questa stanza,
Scavata
di sale e di sabbia,
Deposta
nell’ovunque,
Di
capelli e cavalli selvaggi
Ogni
valvola pulsa e il cuore
Mi
langue.
È
il mio signore!
Badate
che mi esalta la compagnia
Ah,
i cinquanta figli di Priamo
Mai
incontrati, mai visti
Nella
mia minerale costanza
Ho
un frustino per domare i volteggi
Un
ciuco è il mio equilibrista
Anche
un adulatore,
spesso
burlone,
Rosso
come un bonbon, mio cuoricino,
Capriole
di clown, il mangiafuoco,
Come
volano certi birilli, cari miei.
Coccodrilli
a scaglie quadrate
Appigliano
dappertutto
Secondo
l’usanza.
L’umidore
La
foresta di fiati, i peccati per lo più
Di
gente esaltata
Sospirando un dolce al limone
Qualcuno
scia una banchisa di passi
E
un aski dal doppio iride apre la danza.
Cola
il sudore
E
mani si agitano mi salutano mi fanno largo
Che
non mi diano un vicino banale
Quelle
donnette piagnucolose dentro una ruga
Senza
precettore
Odor
di bucato e stiro a vapore
Ecco
sfoglio la slitta come una margherita
O
il candore
Di
un figlio
Nel profumo chiassoso di questo consesso
Oziare
nel parapiglia è la mia stravaganza
Senza
pudore
Lontanando
il mondo come una coppa di rabbia
Il
treno deraglia lo stesso col suo bagaglio
Oppure
si blocca prima chi lo può dire
Argino
il tutto con un punto fermo. Oddio,
Qui
ride ad oltranza
Un
mulinante parato di fiori
Propiziatore,
Proust
verrebbe a testimonianza?
Una
signora là fuori canticchia
Ha
il bucato ad asciugare in terrazza
Dieci
gradi di cielo, mai abbastanza
È
tutto ciò che mi posso concedere.
Ipnotizzatore
Sguardo
della fortuna da un occhio di lapislazzuli
Intrecciato
di spago e perline, talismano,
Beffatore,
Bracconiere
di credulità lo sfido a divinarmi.
Qui
nuda in mezzo alla folla,
Nella
traccia lasciata dai beduini
Scalza
Se un deserto è pulito come uno spillo
In
una notte di ogni accampamento
Cielo
caduto, fuoco precipitato
Talvolta
livore
Nell’
unico viaggio del cammelliere
Tempeste
di nubi e mercati d’oriente
La
sera muore
In
compiuta sostanza
Peripli
cremisi, occhi di bistro
Ove
mi conduce la fantasia
Roma
al suo apice, paccottiglia di lusso
Oggi
come ieri
E
rasi di fagiani farciti, la cena di Trimalcione,
Qui
celebro un funerale, ma quanti siamo, accidenti,
Una
costola di Mozart, la sinfonia dal nuovo mondo.
Interlocutore
Del
Paradiso
Mi
segue dall’altro vuoto
John
Donne con un saio d’organza
Mi
parla d’amore e destini,
Shopenhauer
mi chiude la notte.
Passo
ai miei complici il sabba
Si
strugge Leopardi alle stelle dell’Orsa
E
un frullo nella mia stanza avanza
Che
lascio a sgranare
Il
tempo di guardarmi passare
15
Non
gettare amore nelle mie scabre parole
Non
volgere il tuo cuore alla disattenzione.
Mente
la guancia rossa che ti implora
Trattami
col disprezzo di un supplizio
Se
ti pungo, arretra. Non ne vale la pena
Non
battere a tutte le porte non mi schiudo
Non
sono in nessun luogo non merito conforto
Non
conosce la mia intimità il sigillo del
sole
Non
sono l’angelo alato delle antiche vetrate
Nella
mia falesia di porfido manca la pace
Non
merito la strenna della tua innocenza
E
quindi scelgo parole adunche e spezzate
Sigillate come cristalli ora per raggelarti
Pietrame
rappreso uscito dalla mia carne
Eppure
perdo versi perché tu mi ritrovi
Un lume inchioderà la menzogna e la notte.
16
Quaresima
la mia onore ai grandi
Villon, per esempio, impiccato
Incappucciato
Con
l’ umile testamento pronto
Appena
in grazia
Appena
morto
Una lingua di fuoco arse la terra.
Chi
non ricorda il cataclisma?
Per
il sublime Dante, morente
Prematuro
Già
esiliato
Sbatte
il rombo delle cordigliere
Prefiche
vi urlano insazie
Una
sùbita onda arrovescia
Dall’Arno
al suo bel San Giovanni
Cadono a braci stelle e pianeti,
Scrollano
Pietà
sull’orizzonte ignudo
Nunc
perpetua nox diuturna fera.
Poi morì anche Yeats e di nuovo
Latrano
pipistrelli a torma,
Tane
cacciarono volpi, i nidi
La
cova
Caddero
pezzi di monti, piombi
E
arcani.
Appunto,
dovrei solo tacere
Per
inettitudine
E
sbarrare il rigo al ridicolo
Del
gracile ingombro che verso
Si
arroga
Ma
diedi anch’io un primo bacio
Levità
che mi prese in rosario
Come
mina che ruba e fantasma
E
sangue agitato da sgherri
Vorticanti
E
due scogli dalle mie perfette
Acque
nostalgiche
Sono
due neri sassi rugati
Che
da sempre appelliamo fratelli
Si
gettano ancora i monelli?
Nata
nello smeraldo del mare
Sotto
un fico di verderame
Sudato
Equoreo
di cristalli di sale,
Liquida
Storia e Mito nell’ambra
Quando Sibilla al vaticinio
Nella
chiusa coperta dell’antro
Si
vede da lontano Vulcano
Dalla
mia bianca casa estuaria
Trapungere
alla brace lo scudo
E
accanto Teti premurosa
A
sventolarsi
Soprattutto
all’etere sagolo
Invisibili
mute domande
Eterne
irrisolte.
Anche
se all’anima mia ignosco
E
io stessa vi ragno la spocchia
Fra
poco mancherò e-tanto serve-
Voi,
Che
in vero non siete mai morti,
Almeno
secondate in refuso
Mia
bubbola di sopravvivenza.
17
Renitente
sorriso da un ritratto
Di
fanciullesco impaccio
Su
due lustri occhi a riccioloni
trepida
triglietta in ansietà
Appesa
alla tracolla di una borsa
la
formicola mia madre crosciava
nottetempo
a crochè
alle
scarpine d’ordinanza
e
le calzette avvoltolate, bianche,
Davanti
a un muro inassegnabile
Di
parietaria e calce rubata
un
uccellino rimpannuccia
meno
sprovveduto e perplesso
Si
capisce che non sapevo
che
avrei bruciato dal lunedì alla
domenica
E
sarei triplicata a palme aperte
visto
mitraglie e loro disfatto
Soppiantare
il patteggiamento
braccine
seccate fendere i lampi
pance
ingozzate di inedia e malaria
ossi
di lebbre multinazionali
esplodere
gli ectoplasmi della
fantasia
Il
raggio verde, malinteso
occitanico
incolpevoli
terremoti e croci
rastremati
sull’imprevidenza
La
mia volontà resiliente e ribelle
L’oceano
dei sortilegi
e
la Cortina di ferro
Che
lusinga per opporre un rifiuto
Il
Mutamento, nata al dopoguerra
Da
famiglia operaia in forza
di
martello e cazzuola ma non
analfabeta.
La
mia torrida testa insonne
a
vorticare
Pur
convolata a tutte le tare
Da
lì a poco noleggiavo scandaglio,
un
nume,
con
l’orecchio al suolo ove pure
adesso
m’incaglio
E
poi il maschile di me che penetra
Il
cardine di ogni pagina
innumere.
18
Mastro
Geppetto orbicolò gli occhietti
Dal
ceppo di un legno
lazzeruolo
Il
naso e l’omero attecchì
Con
viti alacri e conformi
Gli
pinse un ciuffo impomatato
Sovra
l’ala dei globuli burloni
Col
bitume al colmo e ciglia
in
specie di persona
Monologante
gli mosse i primi
Passi,
nei trucioli cominciarono
A
scappare
Lo
imboccò di penuria
Gli
apprettò la giacchetta
Lo
perdonò
Gli
rifece i piedi strinati
Lo
riperdonò
E
vagabondo di scarpa e di senno
Lo
sciagurato
Allocato
in ciuco
scarrupato
da cane
ruminato
dalla balena e rigettato
Prima
del noviziato
Azzeccato
e fatato
di
carne e di status
Didascalico
monello
l’inchiostro
terso.
Pinocchio
nondimeno
è
antiverso
Nasce
in bocciolo e si accasa
Nunc
ipsum in legna cerasa, almeno
Ci
fa.
19
L’epifania
è negata
Alla
liscia libellula del treno-tempo
Che
corre a perdifiato il rullo
Su
due binari di fosforo
oppure
è il giracosmo
grossier