Franco Casadei
nato a Bertinoro (Forlì-Cesena) nel 1946, medico, vive e lavora a Cesena.
Vincitore per la poesia singola inedita:
- Premio Nazionale “Antonio Veggiani” (Cesena, 2000)
Vincitore con silloge inedita:
- Premio Internazionale “Centro Giovani e Poesia” di Triuggio (2003)
- Premio speciale della Giuria al Concorso “Città di Salò” (2003).
Vincitore per il volume edito di liriche “I giorni ruvidi vetri”:
- Premio “Emma Piantanida” (Legnano, 2003)
Vincitore per la poesia dialettale:
- Premio “Rumagna in poesia”, per la migliore interpretazione (Cesena, 2004)
Pubblicazione del volume di liriche “I giorni ruvidi vetri” (Società Editrice “Il Ponte Vecchio” di Cesena, € 6.00) nel settembre 2003.
Diverse poesie sono state pubblicate in antologie e riviste specializzate.
Dopo una ferita
Dopo una ferita
senza redenzione
e il pianto della sera
m’hai regalato
l’ombra d’uno sguardo
il vento non sa perché,
non si sofferma,
l’aria che m’avvolge
mi rischiara
nulla è simile al tuo viso
nell’ora del tramonto,
a casa mia non pioverà
anche se il cielo è nero
non svanire
dopo questo approdo.
Bruno e Rosalba*
Quel mattino, dopo la fiumana,
la riva sfaldata al gioco
delle vostre corse ingenue,
non siete tornati
e io, di tre anni, tre giorni
sulle ginocchia di mia madre
abbracciato al suo dolore.
.
Adagiati su legni di porta
dalla bocca un rivolo
sottile di bava, di melma
gente dai casali, dai vigneti
e donne e vecchie
un mormorio sommesso per l’aia
chi si segnava, chi portava acqua
chi lenzuoli e fiori
due uomini in nero dagli sguardi lunghi
e io, tre giorni su quel grembo
duro di singhiozzi
in attesa d’un risveglio
come quando Rosalba e Bruno
si fingevano, per gioco, morti
stagioni di silenzio, di respiri
grandi come il vuoto
troppo lungo il gioco…
non aspetto più i loro scherzi
i salti con la corda
mia sorella che mi spettinava
quel 21 settembre
piangevo per venire al fiume,
avreste custodito i miei tre anni,
vi avrei salvato, forse,
forse avete salvato me.
*Nel 1949, Rosalba e Bruno di 11 e 12 anni, annegarono insieme nel
torrente Ausa che attraversa il terreno di proprietà
della famiglia sulle colline romagnole
Tu non sai le volte, quante,
negli anni che non si contano…
al mattino presto
che mondo sarebbe senza te che dormi?
Ti guardo per le scale
quando corri e ti danza la veste…
tu non sai i pensieri coltivati
quando accenni a una mossa di ballo
o dici battute che mi fanno ridere
e non lo do a vedere
peccato
tu non avverta il messaggio
come allora vedo i capelli sottili
lunghi adornare le tue timidezze
e i passeggi sottobraccio d’estate
nei paesini d’Umbria, la sera
giocare all’amore
anche ora,
stremata da questue senza riposi,
sei la ragazza del banco davanti
non sai, stasera al ritorno
vorrei che tu sapessi…
*A mia moglie, già compagna di scuola
La biscia si sguscia
se striscia la coscia
che a mo’ di ganascia
la fascia e la struscia
sia a Brescia che a Cascia
avviene che poscia
sull’uscio che fruscia
più dentro s’incoscia
su e giù se la liscia
la prende, la lascia
la biscia è ormai fucs(c)ia,
come colpo di ascia
che fende, che sfascia
sganascia, scudiscia,
come bomba d’ustascia
s’inarca, poi scroscia
esplode, scompiscia,
finché poi s’ammoscia,
fra angoscia ed ambascia
s’accascia, s’affloscia,
infine s’inguscia…
buonanotte Katiuscia.
Le rondini
sospese
All’imbrunire a novembre
il cielo della torre
nero, all’improvviso,
d’ali
convenuto all’appello da gronde
e da giardini si schiera
lo stormo e segue fra mille,
uno
volteggia il condottiero
in ampie curve, s’alza
vira, s’agita la flotta
in giri di rodaggio
nel fremere dell’aria,
un’obbedienza ordinata
si fa geometria leggera
la memoria d’un altrove
nell’ora dell’andare,
le rondini sospese
fra partire e stare.
I fiori del vento
Alle siepi di fiori
che bordano i viali
di ville e giardini
preferisco i papaveri
fra le crepe d’asfalto,
fatti di niente…
i fiori nei campi
seminati dal vento,
bellezza imprevista,
vita che preme
abbondanza non nostra…
Notte a Siviglia
Attraversare Siviglia all’estremità
delle ore… un colore speciale
chiese bianche e torri decorate,
la Giralda che spia i segreti di strade e taverne
sfidano la notte le ragazze brune
adorne di scialli a lunghe frange
ed un flamenco smorzato lungo il fiume
i giardini odorosi d’arancio, fiori …
Vento a gennaio
Il vento insolente di gennaio,
carta vetrata sugli scialli,
graffia le cortecce gelate
d’alberi e giardini,
piega le abetaie sui crinali
avvezzi alle tormente.
Dove nasce il vento,
cosa oltre il punto
che demarca il volo?
Una nota, al risveglio
o nel viaggio assopito d’un treno,
la carezza d’un seno
come goccia che accade
echeggia all’orecchio un abbozzo,
accordo che prelude al concerto
talora la musica avviene…
Fra rovi inestricabili di rettili, di grilli
le rive del torrente
hanno inghiottito all’alba
il vostro sangue chiaro
nella gola del bosco
il grido di mia madre…
a Collinello, a rintocco
la campana grande
sul crinale Polenta,
la pieve di mattone rosso
e qualche macchia bianca,
di sasso…
*Nel 1949, Rosalba e Bruno,
fratellini dell’autore,
annegarono insieme nel
torrente Ausa
che attraversa, fra Polenta e
Collinello di Bertinoro,
il terreno di proprietà della
famiglia.
Marzo al mercato
Tutto in una notte, stamattina
un cielo d’un azzurro nuovo
e al mercato del rione
è primavera d’improvviso
una folla di mamme e casalinghe,
impastranate ancora nei giacconi scuri,
posano borse gonfie di verdure
e dietro le tende sbilenche dei furgoni
provano gonne corte, magliette un po’ scollate,
si sorridono su specchi improvvisati
con orecchini d’oro finto, finto corallo
le donne, una mattina di marzo
hanno voglia ancora di essere belle.
Mercoledì delle
ceneri
A Messa, in fila per le ceneri, anche i bambini
una piccola chiesa, adorna di madonne dalle guance rosa,
a passi lenti per sentirsi dire parole strane:
ricordati che sei polvere e del giorno che verrà
“che roba è?” chiede un bimbo incuriosito,
sghignazzano i ragazzi di ritorno ai banchi:
polvere? ma se siamo così vivi…
e appena fuori a correre, a inseguirsi
come rondini al tramonto
che giostrano impazzite attorno ai campanili
corrono, davanti alla stessa chiesa
come settant’anni fa queste donne curve
che lentamente vanno verso casa
sta scritto sul portale:
“Il tempo che passa è Dio che viene”.
La tirannia d’un giorno di fatica
si fa leggera al pensiero
che stasera starò in casa
la tavola, in cucina, ancora da pulire
in un angolo di sedia
aprirò la posta, un accenno di giornale
mentre rassetti, ogni cosa ha un suo posto,
mi piace sentire la tua voce
il tuo aprire ante e cassetti
sfiancata dalle ore ti siedi, lì, a due metri
col telecomando che esplora
fra talk show e notiziari
c’è qualcosa di regalato in quella quiete
sembra tempo perso, inutile
fra monosillabi di sguardi
si sta bene e non sai che sia…
Verso l’Eremo di
Camaldoli
…il sole che trema tra i rami di faggio,
brilla l’argento degli abeti al vento,
e scivolìo d’acque sotto letti di foglie
frulli d’ali d’insetti, d’animali
e il mio cammino lento…
all’eremo un silenzio con le sue memorie
la croce sul crinale
sono tutto lì, anche il mio dolore…
Anche d’inverno
…quasi esangue, anche d’inverno,
il sole sulle vetrate a fronte
s’addensa in un riflesso,
abbagliante nel grigiore
come Dio che finge d’assentarsi
e manda il suo bagliore
dentro le ore scure…
Clochard
Una ciotola di cibo sotto il ponte
del cavalcavia, cibo per gatti…
anche un cucchiaio, una coperta
fra bottiglie rotte
estate, inverno, lui non si muove
quando non fuma o beve, dorme
e al mattino d’inverno sembra sempre morto
parla da solo, senza tetto o amici
forse di sé gli è rimasto il nome, e la memoria
in un dolore che non sa dire…
…per quale strada si arriva sotto un ponte
a mangiare dalla ciotola d’un cane?
Già, l’alcool, ma quale strappo prima!
I tuoi occhi aspri
pongono quesiti
che inquietano il respiro
ti provoca il mio tacere,
pretendi una risposta
che ti faccia male
fisso nel muro
un punto inesistente,
una via di fuga
che non mi soccorre.