Francesco Salvador

 

 

 

Francesco Salvador è nato a Vittorio Veneto il 10 Marzo 1957, abita a Venezia, è insegnante a Mestre in una scuola elementare.

Ha esordito come poeta nel 1984 con tre poesie pubblicate in un settimanale locale.

Nel 1985 sono uscite le sue due prime raccolte di liriche: “Vuoto a perdere”, stampato in proprio e “Senza un cenno d’intesa”, edito dalla tipografia Folin di Venezia.

Nel 1985 inizia una saltuaria ma costante collaborazione – che dura tutt’ora, con il quindicinale “Il Gazzettino Illustrato” di Venezia.

Nel 1986 pubblica alcune poesie in riviste di varia umanità.

Nel 1987 pubblica “Le sere piegate” sempre da Folin e “Poesie”, una “Mini raccolta” inserita in un numero de “Il Gazzettino Illustrato”, in quell’anno vince il premio “Voltaire”, il primo concorso nazionale di liriche svoltosi a S.Donà di Piave ( Ve ).

Altre poesie appaiono in periodici e mensili.

Nel 1988 pubblica “Reti distese”, ancora una volta da Folin, è finalista in quell’anno al premio “Regioni Panorama” che si svolge a Mestre, continua la collaborazione con giornali e riviste.

Intanto ottiene anche qualche importante recensione.

Nel 1989 smette di pubblicare con l’editore – tipografo Folin e diventa collaboratore del “Club Letterario italiano” di Latina.

Con questa associazione culturale ha pubblicato finora le seguenti opere: “L’ufficio postale ed altri racconti” – 1989 ( fuori commercio ), “La donna coi fiori di cera”- 1989 ( sei poesie come supplemento del mensile “ Cl ”, organo dell’associazione artistica), come sempre appaiono poesie sue in periodici e mensili.

vince in quell’anno a Napoli due premi speciali dell’associazione U.A.O.C. ( Unione Autori Operatori Culturali ), l’associazione ha sede a Marigliano, nei pressi di Napoli.

Nel 1990 vince di nuovo a Napoli il premio speciale “Poeta dell’anno” e pubblica il volumetto di versi “Liriche”, presso le edizioni Master di Padova.

Continua la collaborazione per giornali e riviste anche nel 1991.

Nel 1992 pubblica, sempre per le edizioni del Club Letterario italiano, “Verranno un giorno a chiederti” ( fuori commercio ), in quell’anno vince a Latina il premio “Poesie d’Italia”.

Nel 1993 continuano le collaborazioni con prose e  poesie a mensili e periodici.

Così pure avviene nel 1994, quando vince, sempre a Napoli il “Premio Honoris Causa per la Poesia” ed escono ancora per le edizioni del Club Letterario Italiano “Sulla piattaforma del lampo” ( fuori commercio ) e “Quel palazzo sul Canal Grande ed altre prose” ( fuori commercio ).

Continuano le recensioni positive a suo favore e le collaborazioni volontarie a periodici di stampa.

Nel 1995 si notano ancora numerose collaborazioni in mensili e periodici.

Lo stesso avviene nel 1996, quando pubblica come supplemento di un numero della rivista “Club” la silloge “La casa di campagna” ( fuori commercio ).

Nel 1997 pubblica per la Fioretti Editore “Dall’integro specchio” che raggiunge un lusinghiero successo di critica.

Nel 1998 continua, come sempre la collaborazione a periodici e quindicinali letterari.

Nel 1999 appare per la prima volta in un Sito Internet di letteratura per iniziativa del “Club degli Autori” di Melegnano ( Milano ).

Nel 2000, come sempre poesie e prose appaiono in diverse riviste di letteratura così pure avviene nel 2001, anno in cui è inserito con una silloge di dieci poesie nell’antologia “Il calamaio” edita da Book Editore ed è presente in altri tre Siti di Letteratura con poesie e prose e in quell’anno pubblica anche in nuovi periodici di versi.

E’ presente anche in diverse antologie assieme ad autori di prestigio del panorama poetico nazionale ed internazionale fra cui Mario Luzi, Roberto Mussapi, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Giampiero Neri, Giuseppe Conte, Franco Loi.

Sue liriche sono state lette in emittenti radiofoniche private.

Gli è stata dedicata, in passato, una trasmissione radiofonica, messa in onda da Radio Carpini di Mestre.

Continua con grande soddisfazione la sua attività letteraria.

Nel 2001 ha pubblicato lettere, recensioni, poesie anche in “Apollo e le sue rime” rivista dell’associazione culturale romana “Articolo 33” ( che ora ha cessato di esistere ) , già presente anche in internet, che aveva fra i suoi collaboratori Dario Fo, Franca Rame e Jacopo Fo.

Nel 2002, ha continuato a pubblicare in modo più assiduo nei siti internet di letteratura, ha comunque continuato a collaborare con riviste e periodici cartacei.

 

 

 

ZIBALDONE FRA REALTA’ E FANTASIA


Ricordo di vacanze

 

La camera è carina, una singola spaziosa con bagno, televisione, minifrigo.

Confort che oggi non si negano a nessuno o quasi.

C’è un terrazzino da cui si vede  un piccolo corso d’acqua, ora non ce n’è molta, le alture: colline o montagne verdi sono tutt’attorno.

Si sta bene, le terme sono così, devono essere così: luogo di cura più che di turismo.

Luogo frequentato nei tempi andati, ora un po’ meno.

Ci sono tante persone anziane, anch’io lo sono, se non per l’età anagrafica certamente per il fisico.

Non so se la cosa è irreversibile, ma se così fosse accettiamo la sorte come viene.

Un giorno spero di fare qualcosa per il mio corpo, qualche cura, qualche dieta, vedremo.

Ora non ne ho voglia.

Su una delle pareti della stanza c’è un quadro: “Il pavone”, il disegno è molto bello, le piume troneggiano sul suo corpo, quasi lo annientano con il loro fascino.

Ora capisco il termine pavoneggiarsi: esibire la propria bellezza, ma la sostanza poi?

Il pavone è nato per questo, forse non sta bene imitarlo.

Ai piccolissimi giardini, a tarda sera cantano su basi musicali, sembrano dei professionisti, ma probabilmente non lo sono.

Domani verrà l’ora di andarsene, così ho deciso.

Penso a quando eravamo in tanti, in altro luogo, più famigliare, sempre in collina, com’erano belli quei giorni, nessuno li potrà più restituire.

S. Lorenzo, paesino ridente, in collina, così lo vedevo, con altri occhi in altri tempi.

Nella piazzetta della chiesa si poteva giocare a pallone, nei caldi pomeriggi d’estate.

In alcuni periodi dell’anno c’erano le sagre della cittadina a valle.

Si camminava per circa cinque chilometri all’andata e per altrettanti al ritorno, era normale.

La sagra di Santa Augusta, colori, allegria, giostre bancarelle, dopo qualche ora, al ritorno, si decantava la stanchezza di una giornata senza brutti pensieri.

 

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Chi resta nella storia

 

Se qualcuno per la strada chiede ad un passante chi era Alfonso Gatto, quest’ultimo quasi sicuramente risponderebbe che non lo sa.

A meno che non sia uno studioso di Poesia.

Il personaggio citato infatti appartiene alla Storia della Letteratura, o meglio, più precisamente, della Poesia. Se qualcuno chiederà, fra qualche anno o in epoca lontana nel futuro, chi era Francesco Salvador ( dubito che succeda ), al classico passante della strada, ugualmente risponderà che non lo sa.

Eppure anch’io ho una mia storia, di uomo e di poeta.

Cosa cambia?

Abbiamo tutti una storia scritta, anche se nessuno o pochi la ricordano o la ricorderanno.

 

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Incontri con personaggi famosi

 

Ho incontrato Giorgio Gaber che avrò avuto dieci anni.

A quel tempo abitavo a Lido di Venezia e andavo spesso a giocare, al pomeriggio, al parco “Quattro Fontane”, situato vicino all’omonimo Hotel, non so se parco e Hotel ci siano ancora.

mentre lì stavo giocando a pallone, con altri miei amici, uno di questi si era accorto che per la strada stava passando Giorgio Gaber, subito i miei compagni di giochi andarono ad assediarlo per avere l’autografo.

Nessuno aveva carta e penna e quindi mi pare che di autografi non ne furono fatti.

Alla fine, prima di andare in albergo, il cantante si mise a giocare a calcio con noi ragazzini, ricordo di avergli persino passato il pallone.

 

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Era l’anno 1975 circa, io in quel periodo lavoravo all’albergo Danieli di Venezia come “Commissioniere” ( praticamente come fattorino ).

Un giorno entrò in albergo con altri suoi amici Cristian De Sica, in quel tempo era un personaggio emergente dell spettacolo, subito i più anziani del lavoro mi lasciarono l’incarico di accompagnarlo successivamente al motoscafo che lo avrebbe portato presumibilmente al Lido.

Ridacchiando, uno dei miei colleghi disse: - ” Vai che poi ti darà una mancia consistente!”

Quando venne il momento lo accompagnai al “mezzo” con i suoi amici, prima di salire in motoscafo tutti mi salutarono gentilmente, ma non vidi nessuna mancia.

 

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Di Paolo Rossi, re del mondiale 1982, ricordo solo che l’ho incontrato a Vicenza intorno al 1999 o 2000 circa.

Stava ridendo con dei suoi amici fuori da una macelleria, gli ho chiesto l’autografo, lui gentilmente me l’ha scritto chiedendomi “A chi lo devo dedicare ? ”

“A Francesco” dissi io.

Ricordo la sua stretta di mano, troppo forte per la mia.

   

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Aforismi

 

Non mi sono mai costruito un altare e la sera non mi metto a pregare di fronte alla mia immagine, sono ben altri i miei interessi.

Di adulatori di sé  stessi, comunque, oggi, se ne contano parecchi.

 

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La gentilezza può nascondere un bisogno di conforto, non sempre viene interpretata così.

Succede che venga vista come debolezza.

 

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Basta ripeterla all’infinito e una musica, per quanta brutta, diventerà la più venduta.

Prova a fare una trasmissione basata sul nulla o sulla slealtà, amplificala e ripetila e sarà un successo.

Ma questo non vuol dire che tutto ciò sia positivo, tutt’altro.

 

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Siamo eterni per il solo fatto d’aver vissuto.

 

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Quel comico non fa ridere, recita una farsa che per lui è un dramma.

 

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Quando la disperazione t’assale puoi sempre pensare che il mondo non sia reale oppure che la vita è breve.

 

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Non è importante essere amati dagli altri, l’importante è essere amati da sé stessi.

 

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In vacanza con me stesso per compagnia resisto tre o quattro giorni al massimo, poi ho bisogno di altra gente con cui dialogare.

 

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Gli incontri che non vorresti si verificassero avvengono, quelli che vorresti vivere non avvengono mai.

 

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Qual è il comportamento del fedele?

Quello di andare a messa fingendo di pentirsi dei propri peccati?

Quello di pregare col cuore gonfio quando nessuno lo vede ?

 

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Il finto epilettico chiede la carità, la sua parte la sa a memoria, sono gli altri a rimanere spiazzati.

 

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Chi cerca di essere diverso dagli altri e quindi non vuole assomigliare all’uomo comune, seguendo l’esempio della canzone che va di moda, diventa solo parte della massa e nient’altro, come quelli che partono alle due di notte per le vacanze pensando ci sia meno traffico.

 

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Chi è solo del tutto?

L’eremita dialoga con Dio, gli emarginati fra loro.

Le uniche persone senza amici sono gli oratori che parlano al vento, nel mondo se ne contano di queste figure !

 

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Molti vivono come se fossero eterni.

Non sanno che l’unica eternità è quella spirituale, per chi ci crede.

 

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Il pesce nell’acquario, gioia del padrone, in verticale sulla superficie è immersa la bocca, forse cerca cibo, il padrone dimentica di nutrire la propria intimità.

 

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L’istinto di sopravvivenza c’è nell’uomo, nella formica, nel castoro.

Nel primo c’è sempre qualche altro che ne determina le modalità per conservare l’esistenza, nei secondi e nei terzi no.

Per questo l’uomo è uno schiavo.

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Lottare è giusto ma ricorda: qualunque cosa succeda c’è sempre un rimedio.

 

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Richieste e risposte, le prime senza sorrisi, le seconde con volti disponibili, sereni.

Il giorno dopo è tutto il contrario: bella la dialettica!

 

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Vivono come fossero eterni, poi s’accorgono che ciò non è possibile, allora fanno figli e i figli fanno figli per lo stesso motivo, solo lo scoppio della Terra li potrebbe fregare.  

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Tremare per nulla, quando il fisico collassa.

Tremare per qualcosa che si crede aver fatto male.

Poi si scopre che non ne valeva la pena.

 

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Solo chi ama o vuol bene non s’accorge dell’aspetto fisico ma solo di quello interiore.

 

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Tante unioni si reggono sulla suggestione che tutto vada bene o sulla praticità che è propria della società a responsabilità limitata.

 

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Essere grandi persone non significa essere famosi, la condizione per diventarlo è la coerenza

 

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Ciò che conta per essere accettati è l’apparenza e non la sostanza: d’altra parte la società chiede immagine non consistenza.

 

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Ernesto Calindri, grande attore di Teatro, con buone incursioni nel Cinema, sorseggiava in una pubblicità un noto aperitivo in mezzo al traffico cittadino.

“Contro il logorio della vita moderna”, la cosa all’epoca sembrava astrusa.

Mi sono trovato rilassarmi in una panchina fra auto che andavano e venivano.

 

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Certe donne sono come i bambini, non si rendono conto di ferire con frasi pronunciate all’improvviso in modo estemporaneo e malevolo.

 

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L’inquilino ( prosa gialla )

 

Sì signor commissario, lo conoscevo bene l’inquilino del piano di sopra: arrivava la sera con le borse di plastica, probabilmente la spesa.

Mi salutava, un tipo educato, avrà avuto sessant’anni, un giovanotto rispetto a me, sa, io ne ho compiuti novanta da poco.

Io abito al piano terra, sono un po’ la portinaia, mai che mi abbia dato problemi o chiesto un favore, buongiorno buonasera e basta.

Certo signor commissario, io mi sono offerta a volte di  rassettare la sua casa, pensi non vi sono mai entrata, lui non voleva, diceva che si arrangiava da solo.

Intanto il tempo passava, io sono ancora in salute, avrei potuto aiutarlo in casa, niente.

Era pensionato, visite non ne riceveva.

Non so che mestiere facesse prima di andare in pensione, forse lavorava come impiegato.

Io ho visto la sua casa oggi, quando lei commissario mi ha permesso d’entrare e sinceramente sono rimasta sbalordita, tutto quel disordine.

Sì è vero ogni tanto ero curiosa, salivo fino al suo pianerottolo, per sentire all’interno cosa succedeva ma non si sentiva niente.

Abitava qui da un paio d’anni.

Così anche quel giorno sono salita, ho sentito puzza di gas allora ho chiamato i pompieri che sono entrati e hanno visto lui morto soffocato.

Poi dopo la polizia, cioè lei si è occupata del caso, dice che potrebbe essere un omicidio, presumo tutto sia rimasto com’era quel giorno che lei mi ha fatto entrare credendo che io potessi darle una mano per risolvere il caso, ma il caso è bel che risolto signor commissario, è suicidio e basta.

Arrivederci signor commissario, se non ha più bisogno di me io vado.

Meno male, non ne potevo più di stare in quel posto, comunque l’ ho fatto fesso quel poliziotto.

Non lo sa che io avevo le chiavi dell’appartamento di sopra, mi è bastato entrarvi a notte fonda, aprire il gas, uscire e il gioco era fatto.

Così gli sta bene a quello stronzo.

Arriva due anni fa dicendo che è mio figlio, che ne ha le prove, per un po’ mi commuovo, gli do anche dei soldi.

Poi scopro attraverso un articolo di giornale che mio figlio vero, quello che avevo abbandonato, era morto qualche anno prima in un incidente stradale.

Meglio così, il medico dice che ho una salute di ferro, posso vivere ancora qualche anno tranquillamente, qualcuno mi dirà: e i rimorsi?

E cosa sono i rimorsi?

 

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Pancrazio ( prosa gialla )

 

Pancrazio abita nel mio paese in un borgo di case dove ormai, tranne lui, non c’è più nessuno.

Vive solo, ha cinquant’anni, un fisico atletico, è un contadino che da parecchio tempo lavora come giardiniere  del Comune della cittadina sottostante.

Non è sempre stato fortunato in vita sua.

ha dovuto penare per trovare un posto fisso ma ora da qualche anno sembra contento.

Il lavoro di mattina, gli amici la domenica.

Insomma tutto bene.

C’era quella sua cugina giunta dall’america che è rimasta da lui qualche giorno, io l’ho detto al commissario che non l’avevo vista partire, io abito in paese e per partire aveva dovuto fare l’unica strada che c’e’, parlando con lui mi aveva detto che la sua parente sarebbe partita a mezzanotte, sarebbe giunta con la macchina a Tessera e da lì sarebbe partita con l’aereo per l’America, gliel’ ho detto al commissario che io a quell’ora sono sempre sveglio, sono alla finestra o in giardino e lì sto fino a notte fonda, quella tra l’altro era l’unica strada che poteva fare.

Gliel’ ho detto al commissario che non erano cose che mi riguardavano, che ho saputo tra l’altro  che la ragazza non aveva parenti, che mi dispiaceva di avergli messo la pulce nell’orecchio e che sarei stato a disposizione.

L’ ho fatto fesso il commissario.

Se sapesse come sono andate le cose.

Quando farà i controlli scoprirà il cadavere della donna nell’orto di  Pancrazio.

Sapete cosa ho fatto?

In effetti quella sera la cugina passò per quella strada all’ora detta.

Io mi sono messo in mezzo facendo finta di avere bisogno di aiuto.

La ragazza è scesa dall’auto e si è offerta di aiutarmi, io le ho detto che mia moglie stava male, che non avevo né il telefono fisso né il cellulare, se poteva entrare in casa intanto.

Lei entrò.

Dentro non c’era mia moglie, anche perché non sono sposato, comunque le sono saltato addosso ma lei resisteva, è caduta su uno spigolo del tavolo del salotto, è rimasta secca.

Con lucidità ho pulito tutto per bene, ho caricato il cadavere in macchina , la sua,  portandomi dietro un badile, sono tornato indietro, lì vanno tutti a letto con le galline, nessuno sentiva niente.

Ho scavato nell’orto di Pancrazio, ho buttato là il cadavere.

Poi l’auto l’ ho guidata fino a una scarpata lì vicino e l’ ho fatta andare di sotto.

Per fortuna non si è incendiata, era invisibile in mezzo quella zona boschiva, poi sono tornato a casa, ovviamente a piedi.

Beh, che ne dite?

Sono stato bravo no!

Peccato non ho potuto avere la cugina di Pancrazio.

Purtroppo ho ancora un anno di vita al massimo, mi hanno diagnosticato un tumore che non mi darà scampo.

Trascorrerlo fuori o in galera quello che mi resta per me è lo stesso.

Quando questa lettera verrà letta dopo la mia morte, all’inferno mi farò delle belle risate.

 

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Realtà o fantasia ?  

 

Sì ho sbagliato tante volte in vita mia, ma se non fossi vissuto così non avrei vissuto per niente.

Solo donne mercenarie!

Qualcuno potrebbe dire.

Quasi sempre, tranne una volta o due.

Ma se non le avessi cercate, come avrei vissuto?

Le donne non mi hanno mai guardato, non so perché visto che non ero brutto.

Anche ora ce ne sono di peggiori di me.

E’ un destino strano il mio.

Mi è mancato e mi manca l’abbraccio di una donna, di una fidanzata diciamo, le carezze i baci.

Perché ho sempre o quasi dovuto pagare per averli.

Ogni volta che mi avvicinano o mi avvicino a una donna questa si allontanava o si allontana.

Come si fa a insistere?

E’ come cercare di riempire d’acqua un secchio bucato.

Certo ho mangiato troppo, è vero e l’ ho fatto per riempire il vuoto o chiamiamolo bisogno d’amore che c’è sempre stato in me.

Anche l’assenza d’amici ti porta a sentire questo vuoto.

Quando ne avevo non sentivo il bisogno di mangiare più del necessario.

Gli amici se ne sono andati, il corpo si è invecchiato, appesantito.

Se mi volto indietro non mi pare di avere avuto amici sinceri.

Qualcuno può dire che avrei dovuto insistere di più con le donne, che forse avrei avuto più fortuna, che sono stato un rinunciatario.

Se avessi insistito di più non sarebbe successo nulla ugualmente.

Se fossi l’unico concorrente ad un concorso di bellezza o di altro tipo sono convinto che arriverei secondo.

La vita è fatta di coincidenze, di treni o di altri mezzi da prendere, quando se ne perde una si rischia di perdere anche le altre.

C’è un deserto intorno a me, è fatto di indifferenza di impossibilità di avere.

C’è la distanza tenuta con discrezione e bon ton da chi potrebbe essere al mio fianco ma non lo vuole.

Non lo dice apertamente con le parole, lo dice col comportamento.

L’estate, le vacanze e le feste in genere, sono i periodi più duri per chi è solo.

 

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Aforisma

 

La gente cerca la compagnia solo per interesse personale, anche l’amicizia non esiste, figuriamoci l’ amore.

Chi dice d’amare in realtà vuole usare l’oggetto del desiderio.

L’amore così chiamato è la forma peggiore di egoismo.

 

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La notorietà circoscritta

 

La notorietà circoscritta esalta chi la gode.

Il guaio è che chi si trova al centro dell’attenzione crede di essere importante.

Il barbiere podista ci tiene a far sapere che ha partecipato a questa o a quella maratona.

Ai clienti esibisce con orgoglio gli attestati di partecipazione, le foto con lui impegnato in un allungo, in salita, in discesa. gli avventori gli chiedono notizie ed eccolo pronto a dare spiegazioni, è al centro dell’universo, si sente un dio.

E come quello ce ne sono tanti, tutti piccoli pezzi di un padreterno esploso nel momento del big bang che hanno poi inondato il pianeta che prima di esplodere aveva creato.

Ed io che non ho bisogno di applausi chi sono?

 

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IL BARBONE CURIOSO

 

Armenio si risvegliò di colpo, aveva la bocca amara e un prurito sulla testa semicalva, stette alcuni secondi come assorto in uno stato di attonito malinconico stupore, si guardò intorno e dopo un po’, alla luce di una luna pallida si ricordò chi era: un barbone che aveva in dote alcune coperte, poco vestiario, fornito dalla natura di un corpo tozzo, un viso grosso e dolce, dei radi capelli e una grande curiosità del mondo inserita nella sua età indecifrabile.

Aveva dormito tutto il giorno sotto quel ponte e non aveva provato freddo, accanto a lui la bottiglia era vuota.

Un cane guaiva accanto al suo padrone morto, Armenio pensò di chiamare qualcuno, ma chi?

Chiamò il 113 e avvertì dell’accaduto, poi s’incamminò verso la parte vecchia della città.                                                                                

Erano zone misteriose, che gli hanno sempre usato una cortesia particolare, facendogli scoprire cose nuove e magiche.

Giunto nella parte devastata dalla guerra e mai ricostruita, entrò nella bettola che ben conosceva: “Da nana” e quando entrò era una tarda serata d’inverno, il fumo andava e veniva ai tavolini dove c’erano giocatori di carte, solitari tristi, prede di chissà quali disgrazie, sembrava un localaccio malfamato di fine ottocento ma non era così.

Dopo un po’ Armenio si sedette in fondo alla sala ordinò da bere e tornò a guardarsi intorno.

In mezzo a tutto quel fumo, poco dopo, vide apparire sulla porta una donna dall’età indecifrabile, piccola di statura, vestita di nero con una borsa a tracolla, due grossi orecchini ai lobi degli orecchi.

Appena entrata si guardò intorno come per cercare qualcuno, dopo aver visto Armenio gli si avvicinò sedendosi però ad un tavolo più distante, cominciò ad estrarre degli oggetti dalla sua borsa.

Armenio guardava stupito.

La vecchia o giovane donna posò sul tavolo dapprima una candela rosa, poi estrasse lentamente una tazza di caffè nera, una cannuccia e una bottiglietta contenente un liquido violaceo, mise tutto sul tavolo continuando a fissare l’uomo stupito di fronte a lei.

Un attimo dopo cercò di attirare l’attenzione dei presenti dicendo:-“Attenzione attenzione, chi vuol passare una giornata in un posto bellissimo?”

La gente intorno subito dopo aver udito si rimise a giocare a carte, a parlare, a bere, a sonnecchiare, solamente Armenio, sempre più incuriosito, si alzo dal suo tavolo ed andò a sedersi a quello della strega, se così si poteva chiamare.

-Che cosa vendi?- Esordì.

-Io! Nulla! Faccio magie, ne vuoi approfittare ?

Rispose la fattucchiera.

-In che modo?- s’informò il barbone.

-Mi basta una bottiglia di quello buono per me, se me la paghi ti faccio trascorrere con la mia magia una bellissima giornata- disse la maga.

Poiché il nostro amico era sempre stato una persona curiosa decise di accettare, pagò la bottiglia e seguì- dopo che l’ebbe consegnata alla maga- la stessa fuori dal locale in una baracca poco distante.                         

Entrati la donna, fece accomodare il barbone ad un tavolo, lei si mise seduta di fronte a lui e inizio la magia estraendo gli oggetti che aveva riposto nella borsa poco prima e disse:

-Vedi questa stanza così povera e disadorna, può darti la felicità anche se per poco, ma non si può mai sapere, fai quello che dico.

Versò il liquido nella tazza, accese la candela, diede la cannuccia in mano all’uomo e gli disse di succhiare il liquido della tazza.

Armenio obbedì e quando ebbe finito di bere si addormentò.

Si risvegliò in un parco molto bello con tanti fiori variopinti e ruscelli artificiali che sembravano veri.

Lì trascorse il suo giorno fantastico, i vestiti tornarono misteriosamente

puliti e lui stesso lo era, non credeva ai suoi occhi.

Quando ritornò nel nostro mondo, si ritrovò però sotto lo stesso ponte, la bottiglia era vuota, della fattucchiera neppure l’ombra.

- Accidenti- pensò- che razza di intruglio mi avrà dato quella megera ?

Ma accanto a lui notò due di quei fiori inconfondibili che si trovavano in quel posto meraviglioso in cui era stato, era la prova che non aveva sognato.

Sentiva il profumo della natura sui suoi vestiti e su tutto il corpo, l’aria era grigia, cominciava a nevicare, faceva freddo, si strinse dentro il suo cappotto, si alzò in piedi, le gambe incominciavano a fargli un po’ male;

-Maledizione, stavo meglio in quel parco – pensò.

-Chissà se la mia vita potrà ancora cambiare un giorno, chissà…- disse a voce alta.

La sua mente ritornò a quando aveva una professione, faceva l’impiegato e viveva felice con la sua famiglia, aveva una moglie e due figli, due maschi,

ancora piccoli quando accadde la tragedia.

Un incidente d’auto ha distrutto per sempre la sua vita, morirono tutti tranne lui, ora doveva sopportare quel ricordo straziante, una penitenza a volte troppo grande da sopportare.

La neve scendeva ora più forte che mai e Armenio si avviò, come faceva ormai da molto tempo, alla vecchia osteria.

Quando vi entrò notò un’atmosfera natalizia  e diversamente non poteva essere visto che ci trovavamo alla vigilia del venticinque dicembre: sull’angolo alla  destra del locale, l’albero di Natale era abbellito a dovere, poco più distante c’era la stufa a legna che dava un sano calore.

Le facce erano quasi le stesse di sempre, le occupazioni degli avventori anche: il gioco a carte, il chiacchierare, il pensare, il sonnecchiare.

-Eccomi di nuovo qui- pensò                                                            

-Questa ormai è la mia famiglia, tutta questa gente non lo sa ma ho solo i volti di questa sala al mondo ed è anche molto per me.

Mentre parlava fra sé e sé  si sedette ad un tavolo dopo aver ordinato un fiasco di vino, nel frattempo iniziò a sfogliare il giornale che trovò lì sopra e fu incuriosito da una notizia:”GRANDE GARA PODISTICA REGIONALE, lo stipendio di un mese da impiegato verrà assegnato a chi vincerà questa manifestazione”.

Sorrise pensando “Se vincessi vivrei un po’ meglio almeno per un mese”.

Intanto l’oste gli portò il vino, dopo aver bevuto il primo bicchiere iniziò a sentire una strana musica di campanelli provenire dall’esterno del locale, per qualche secondo tutti zittirono, il gestore del locale andò ad aprire la porta per vedere che cosa stesse succedendo in strada.

Si sentì uno stridio sinistro, la neve aveva lasciato il posto alla nebbia , la strada era come sempre poco illuminata e piena di fango.

Il padrone era già rientrato e stava per chiudere la porta quando un gatto dal pelo rosso entrò veloce nella stamberga.

-Accidenti- disse uno dei clienti

-Qui i gatti non li vogliamo!-

-Ma andiamo – ribattè un altro

-In fondo che male ti fa , sta solo cercando un po’ di calore, lascialo stare.  

Il chiacchierio riprese come prima e tutti tornarono alle proprie attività,

il gatto nel frattempo era andato ad accoccolarsi vicino ad Armenio che sonnecchiando lo stava per scacciare.

Ci ripensò e lo lasciò stare, aveva qualcosa di simpatico quel felino, perché dopo un po’ il quadrupede si strofinò  su una gamba dell’infelice, lasciando così il marchio della sua amicizia in quell’essere ormai privo di speranze nel domani, che dopo un minuto si addormentò sul tavolino.

Quando si risvegliò  saranno passati una ventina di minuti e si sentiva una forza incredibile in tutto il corpo, lo cosa lo sorprese moltissimo e rimase seduto a pensare, guardò il giornale sul tavolo, rilesse la notizia della gara podistica e sorridendo disse :”Perché no? perché non tentare, domani mi iscrivo.”

Ritornò in seguito alla sua dimora sotto il ponte, si guardò in giro, vide in alto l’ultima stella della notte e si addormentò.

Il giorno dopo,fresco come una rosa, si avviò alla partenza della gara sotto lo sguardo attonito degli altri concorrenti, del pubblico e della giuria.

Si cambiò dietro una casa vicina, ora in pantaloncini, canottiera e numero sul petto, era pronto per affrontare la prova, erano venti chilometri da percorrere in una giornata fredda e piovigginosa .                               

La partenza fu data, i concorrenti erano più di cento e tutti ridevano di lui per il suo aspetto per nulla atletico.

“Ridete, ridete, tanto lo so che vincerò io, è scritto nel destino, forse qualcuno lassù in cielo mi sta aiutando, spero che qualcuno mi ami almeno lassù.”

In realtà probabilmente c’era qualcuno che lo amava anche quaggiù sulla Terra, visto che alla fine riuscì a vincere la gara e a prendere il premio: un mese di stipendio da impiegato.

“Questo me lo faccio bastare per più di un mese.” Pensò.

“Almeno per un po’ potrò fare una vita decente.”

E così fece per più di un mese: si comprò qualche indumento nuovo, mangiò regolarmente ogni giorno, ridusse il consumo di alcool, ora beveva  un po’ meno e si sentiva più pulito dentro e fuori.

Per più di un mese smise di andare all’osteria, passava invece parecchio tempo sulle colline circostanti ammirando la natura e pensando anche alle cose belle della vita.

Ma, si sa, tutto finisce, anche le cose  belle terminano e vi era in lui ancora l’eco della festa dopo la sua vittoria, le strette di mano, i complimenti, quando ritornò un giorno lentamente e malinconicamente verso l’osteria “Da Nana”, intorno a lui ancora fumo, nebbia catapecchie e davanti una strada fangosa da percorrere, quella di sempre, il passo ritornò ad essere incerto, il corpo pesante, la stanchezza cominciò ad impadronirsi di lui chissà dove saranno finiti il gatto e la strega?

E se fossero la stessa creatura?

Per un po’ di tempo riprese la vita di sempre quando, un giorno, accadde un’altra magia.

Camminando per la parte vecchia della città, ma lontano dall’osteria, vide una fontana, gli venne sete, si avvicinò e bevve a lunghe sorsate.

L’energia ritornò in lui, si ricordò del gatto e della strega, gli venne voglia di visitare la parte nuova della città, ci andò attraversando strade, stradine, vide negozi, un signore gli si avvicinò chiedendogli che ore erano e allontanandosi dopo avere avuto la risposta, si tolse il cappello e ringraziò.

Armenio si guardò in uno specchio e si vide cambiato, vestito bene, in giacca e cravatta.                                                                                   

“ Ecco, quel signore è stato così gentile con me, sarà che vivo in questo mondo magico, chissà fino a quanto durerà?”                      

Frugò nella tasca interna della giacca e trovo un sacco di soldi in banconote di grosso e piccolo taglio “Ora qualche sfizio me lo posso ancora togliere.” pensò.

“Andrò al cinema, poi mi comprerò un bel libro, poi andrò a mangiare.”

Mentre sognava si avviò ad un cinema, era un film giallo quello che vide, poi, saranno statele sei di sera, entrò in una libreria dove comprò un bel libro di favole.

Lesse la pagina di copertina, il volume era intitolato “la piccola fiammiferaia”, una storia che aveva già letto da piccolo, che finiva male ma che a lui piaceva molto lo stesso.

Dopo aver letto la favola si commosse, si accorse che era tardi, s’incamminò ancora in quelle strade magiche, si guardò in una vetrina, era ancora bello e vestito bene e pensò “ Bene, non mi posso lamentare per ora, sono le ventidue  passate, cosa sarà domani? meglio non pensarci.”

Si trovò senza saperlo in una piazza dove un’orchestrina suonava canzoni allegre, c’era una festa per anziani, ad un capannone vicino vendevano cose da mangiare, si fermò assorto o forse rapito da quell’aria di allegria ed era felice, per un po’ sperò che quello stato d’animo durasse in eterno, il tempo passava, erano le ventitré, sentì che doveva ritornare al suo posto di sempre e si avviò lentamente alla sua mèta.

Giunto a destinazione si preparò per dormire, pregò che qualcuno lo aiutasse a risollevarsi dal suo stato di miseria, poi, lentamente si addormentò.

Nessuno sa cosa sognò Armenio quella notte, comunque il giorno dopo si risvegliò e un senso di tristezza lo pervase tutto, sentiva che qualcosa di brutto stava per accadergli, il sogno era forse finito o forse continuava per lui un periodo buio e malinconico.

“Accidenti, sento che qualcosa di brutto mi sta per accadere, mah d’altra parte che fare? La vita ha le carte mischiate e a volte bisogna fare buon viso a cattivo gioco, già ma com’è difficile vivere.”

Tutto ciò ed altro pensava l’omino e come per abitudine si avviò verso la solita locanda, prima di giungere al suo locale vide una vecchietta vestita di stracci che aveva con sé delle grosse borse della spesa e Armenio si offrì di portarle fino alla sua casa.

La nonna acconsentì e ringraziò , invitando lo straccione gentile a bere un caffè a casa sua, Armenio accettò.

“Come vi chiamate?” Chiese la donna.                                     

“Armenio.” Rispose l’uomo.

“Come mai siete in questa situazione penosa?” Domandò la signora.

“E’ una lunga storia ora ve la racconto.”

E iniziò a narrare senza tralasciare nulla del suo passato, confidando ogni cosa a quella persona che sembrava così gentile e tenera.

Il caffè era pronto, la donna servì quel liquido nero nelle tazzine, prima di bere,  Armenio vide un giornale sulla poltrona vicina dove c’era scritto:” Tre barboni assassinati nella città vecchia, avvelenati con sostanze sconosciute, anche tracce di caffè sono state riscontrate dopo le analisi effettuate dalla scientifica.”

“ Signora mi scusi ma mi sono ricordato ora di un impegno che ho fra pochi minuti.”

Armenio fuggì dalla casa, lasciando esterrefatta  la vecchietta, prima però di uscire, vide la vecchia che con rabbia sbattè la tazzina per terra e il liquido che già corrodeva il pavimento.

“ Perbacco! Me la sono vista brutta un’altra volta, meglio andare dai miei amici all’osteria.”

Disse correndo verso la sua mèta.

Giunto sul posto tirò un sospiro di sollievo, seduto al suo solito tavolo pensò:”Che bello essere tra gente che non ti fa del male”.

Si guardò in giro, vide i soliti quattro seduti al tavolino accanto al bancone che giocavano a carte, un quartetto di simpatici vecchietti, ad un altro tavolo un giovane alcolizzato che sonnecchiava, nel terzo tavolo un barbone e la sua compagna che parlavano, bevevano, litigavano e facevano pace e altri individui in altri tavoli, dietro il bancone c’era l’oste che asciugava i bicchieri lavati, grasso e pelato, piccolo e taciturno, dal volto bonario, sui cinquant’anni.

“ Che bel quadretto.” Pensò Armenio.

“Dove si sta meglio di qui? Il calore umano non si trova in altri luoghi, fuori c’è il mondo cattivo.”

Convinto di questo, trascorse un altro giorno in quello che per lui era il suo luogo ideale, poi ritornò sotto il suo ponte per dormire fino a che non sentì i clacson di auto lontane che strombazzavano felici o arrabbiate.

Il nuovo giorno non era né carne né pesce,l’aria era fine ma non si sapeva cosa preannunciava, se pioggia, neve, grandine o bel tempo.

l’abitudine lo portava quasi sempre nei soliti luoghi, ma quel giorno aveva voglia di visitare una strada mai vista che si chiamava “Via dei Tranelli”.

“Che strano nome”. Penso Armenio mentre percorreva quella zona.

“Chissà cosa avrà di particolare, perché si chiamerà così, chi avrà avuto la brillante idea di chiamarla in questo modo, a me sembra un nome buffissimo.”                                                                                        

Si fermò davanti a una tabaccheria e si ricordò di essere senza sigarette, allora decise di entrare e di comprare un pacchetto di Nazionali.

Appena entrato vide dietro il banco il padrone del locale: era alto, magro, con lunghi capelli bianchi, gli occhi chiari e un’espressione furba da faina,

il locale era anche una rivendita di giornali e riviste.

- Mi scusi, volevo un pacchetto di  nazionali. – Esordì il barbone.

-Nazionali…Nazionali- borbottò il gestore guardando sugli scaffali alle sue spalle e proseguendo – ecco  le Nazionali, ma…vorrebbe provare delle sigarette speciali? Sono arrivate nuove nuove dalla Cina, sono fantastiche.-

E guardando con aria di complicità Armenio gli sorrise con occhi spiritosi.

Il nostro amico, che come sappiamo era curioso di natura, decise di provare quel tabacco.

-Venga nel retrobottega, qui chiudiamo un attimo, voglio il suo parere, si vede che lei è un intenditore, venga…-

L’omino sfortunato, sempre più stupito, seguì con lo sguardo lo spilungone che chiudeva la porta del locale mettendo il cartellino “Torno subito” alla maniglia e seguì l’uomo nel retrobottega pieno di scatole e scatoloni.

Il negoziante estrasse da un cassetto di un vecchio armadio una scatoletta a forma di parallelepipedo di color verde smeraldo, l’appoggio su un tavolino e poi sfregandosi le mani

-Ora lei assaporerà il miglior tabacco che sia mai stato messo in commercio. Mi correggo, che verrà messo in commercio…Domani

…Domani, infatti queste sigarette che vedrà ho la licenza di venderle domani…Domani.

E finì il discorso con una risata isterica che fece rabbrividire il barbone che tuttavia non tradì nessuna emozione o sentimento.

Il magrolino, segaligno, allampanato personaggio, aprì lentamente la scatola ed estrasse un pacchetto di sigarette rosa, ruppe il pacchetto, estrasse un rotolino di tabacco avvolto in una carta gialla, una bella cicca da vendere.

-Tenga, fumi, non abbia timori. –

-Ma veramente io…E va bene mi faccia accendere.             

Nel frattempo si sentì il rumore di una porta fracassata e si videro due agenti nel retrobottega.

-Fermi tutti, non accenda quella sigaretta non ne deve aspirare nemmeno una boccata se non vuol morire! –

I due gendarmi ammanettarono il tabaccaio e lo portarono via, fuori dalla porta della rivendita uno degli agenti spiegò all’omino che quello era un pazzo criminale da tempo ricercato, che aveva già fatto morire parecchia gente avvelenandola col tabacco “Ultimo Stadio”.

Le analisi poi rivelarono la micidialità di quelle sigarette e il tabaccaio pazzo fu condannato all’ergastolo.

-Perdiana! Non posso certo dire d’aver avuto una vita noiosa: cose belle e brutte me ne sono capitate tante in questi ultimi tempi, non so se esserne contento rammaricato, ma, così va il mondo. –

Tutto ciò pensava Armenio mentre tornava sui suoi passi.

Per strada si vedevano le prime maschere, le prime stelle filanti, i primi coriandoli: era iniziato il carnevale e al suo posto sotto al ponte quella sera,

come sempre, amò guardare attorno a lui le stelle e la luna gli facevano compagnia, ancora una volta si addormentò senza accorgersi, fece sogni ed incubi fra cui uno ricorrente: la sua famiglia distrutta in quel maledetto incidente.

La notte passò e quando l’omino si risvegliò gli sembrò d’aver dormito per una settimana, in realtà erano solo le sei di mattina.

Si alzò vedendo accanto a lui gli escrementi di un cane randagio, sterco già vecchio, puzza d’ogni tipo ammorbava l’aria.

“maledizione che brutto risveglio, ma non può andare sempre bene.”

Disse sorridendo.

Dopo un’oretta era già sulla strada, il suo luogo- rifugio lo aspettava, era un punto d’appoggio, una sicurezza per lui che non aveva nulla, aveva un nome che conosciamo bene “Da Nana”, l’unica cosa che gli rimaneva era il calore di quel locale.

Un approdo sicuro per poveri esseri feriti dalla vita.

Per strada un ometto vendeva i biglietti della lotteria di carnevale.

“Comprate i biglietti, comprate, tentate la fortuna!”

La voce usciva stridula e Armenio incuriosito dagli scherzi della sorte e poiché il giorno prima parecchia gente gli aveva fatto la carità, decise di comprare un biglietto della fortuna e continuò per il suo cammino fino alla bettola conosciuta.                                                                          

Quando arrivò sulla soglia trovò un atmosfera diversa dal solito: festoni appesi sui muri, stelle filanti da una parte all’altra del soffitto, gente che cantava, lui fece le stesse azioni di sempre, bevve il suo vino, si guardò intorno, pensò a cose belle e brutte, più brutte che belle per la verità, non

ha mai potuto dimenticare quel maledetto incidente che gli ha sconvolto la vita per sempre.

Qualcosa, per essere sinceri, lo teneva appeso a questo mondo, una speranza che mai lo aveva abbandonato.

Il tempo si dice è un gran medico, per lui però non era stato di grande aiuto i suoi ricordi erano sempre vivi soprattutto quelli che gli facevano male.

Il tempo volava, arrivò la sera e Armenio si addormentò e sognò, sognò molto, sogni in bianco e nero e uno a colori che gli restò impresso.

Si trovava in una vallata, intorno tutto verde, fiori, farfalle, acqua fresca e dissetante e tantissima gioia.

Ad un tratto vide venirgli incontro sua moglie e i suoi figli.

Lui chiese:”Cosa fate qui? E’ da tanto che non vi vedo, e una lacrima gli scese sul viso.

“Non piangere.” Disse sua moglie

“Vedrai che la tua vita cambierà e tornerai ad essere felice per il resto dei tuoi giorni.”

“E come potrei senza di voi?”

I suoi figli non parlavano, erano belli come gli aveva visti l’ultima volta, svanirono subito e per ultima svanì la sua donna.

Si svegliò all’improvviso con le lacrime agli occhi, l’osteria stava chiudendo e lui se ne andò.

Qualche giorno dopo, passando davanti a una vetrina di un bar aperto vide la televisione accesa,

stava leggendo i numeri dei biglietti della lotteria che avevano vinto.

Entrò, estrasse il suo biglietto, il presentatore stava leggendo proprio il suo numero, era ricco, in un secondo era diventato ricco, si ricordò del sogno bellissimo che aveva fatto, qualcuno dal cielo lo aveva aiutato, adesso sapeva chi era.

Ritornò per l’ultima volta al suo giaciglio ma il giorno dopo andò ad incassare la vincita che mise in banca e per parecchi anni visse di rendita in una bella casa, la vita era tornata a sorridergli, regalò qualcosa agli amici della “Sua osteria”, ritornò dopo tanti anni in quei luoghi dove aveva

vissuto per molto tempo ma non trovò più l’atmosfera di allora, niente più magie, niente più miracoli, era diventato una persona normale che non attirava più su di sé ne fortune ne sfortune, nulla tutto scorreva tranquillo.

Una notte un angelo lo venne a prendere nella sua bella casa, era vestito di bianco, a parte l’abito assomigliava a quello del film “La vita è meravigliosa”, Armenio capì che era il momento di andare, non protestò, si guardò intorno, chiuse gli occhi felice perché  sapeva che sarebbe andato a trovare i suoi cari, si addormentò sorridendo iniziando così l’ultimo viaggio, il più bello che avesse mai intrapreso, il suo angelo custode lo guidò fino al suo nuovo mondo.

 

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Pensieri fra fantasia e realtà

 

Aforisma

 

 

Una donna violentata nella periferia di una grande città, venne, dopo che era accaduto il fatto, intervistata, il solito giornalista imbecille le chiese che cosa aveva provato, lei rispose:”La cosa che più mi ha fatto  male è stata quando i miei violentatori hanno detto che in fondo non ero poi un gran che, e loro cosa credevano di essere? Dei superdotati forse? Vi assicuro che non è così!”

Come avrà proseguito il cronista ottuso?

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Aforisma

 

Puoi girare tutto il mondo senza imparare nulla è una possibilità meno remota di quanto si possa immaginare.

 

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Aforisma

 

Quando  nostro nonno

 

 

Quando  nostro nonno, per un Natale lontano, da me e mio fratello ha ricevuto un accendino in regalo, commosso ci ha  ringraziato ed ha aggiunto:” Bene, questo lo userò, quando avrò finito i fiammiferi “.

La praticità, nell’uomo intelligente e saggio, vince sulla moda.

 

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Aforisma

 

Ogni volta che uno si propone in modo semplice ed umile di fronte al prossimo, quest’ultimo, anche se non sembra, assume un atteggiamento arrogante nei confronti del primo, quasi a volere sottolineare la sua presunta superiorità e questo perché viviamo in un mondo di apparenze, dove gentilezza vera non regna.

 

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Aforisma

 

Fra persone comuni

 

Se qualcuno ritiene che tu sei superiore a lui, in qualche modo, stai certo, che farà di tutto per non fartelo notare: cambierà argomento al momento opportuno purché serva al suo scopo.

 

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La casa dei nonni materni era in collina, vicina ad altre case in mezzo a tanto verde.

C’era la cucina, uno stanzino dove si tenevano le cose da mangiare, il tinello, un’altra stanza, la più fresca della casa dove c’erano salami, soppresse, vino.

Fuori poco distante c’era la stalla con una mucca.

Dietro la casa trovavano posto i conigli e le galline.

Io sono nato là, ci tornavo d’estate fino ai tredici, quattordici anni.

Dico ci tornavo perché quando avevo circa un anno, i miei sono andati ad abitare a Lido di Venezia ovviamente con me.

I nonni erano persone povere di mezzi che hanno sempre dovuto fare i conti con una vita difficile, erano però ricchi di dignità e di onestà, doti che credo di aver appreso anche da loro.

Avevano la coscienza del valore della parola data che per loro era sacra.

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Francesco Salvador è nato a Vittorio Veneto il 10 Marzo 1957, abita a Venezia, insegna in una scuola elementare di Mestre.

Pubblica le sue poesie dal 1984, ricordiamo fra le altre le raccolte di versi “Senza un cenno d’intesa” ( Folin – Venezia – 1985 ); “Le sere piegate” ( Folin – Venezia – 1987 ); “Reti distese” ( Folin – Venezia – 1988 ); “Liriche” ( Master – Padova 1990 );

“Dall’integro specchio” ( Fioretti – Latina – 1997 ); “Per non dimenticare d’avere amato” ( Nicola Calabria 2004 – Patti ). Ha ottenuto premi, recensioni, note critiche anche da autorevoli personaggi del panorama letterario nazionale.

E’ stato ed è presente con molti suoi elaborati in Siti Internet di Letteratura.

 

Una nuova raccolta di ottime poesie pubblicate il 23/9/'03 

Poesie dal caldo africano

 

 

 

Un po’ per invidia

 

 

Un po’ per invidia

un po’ per indifferenza

mi hanno messo da parte.

come se bastasse questo

a cancellare l’esistenza

di un uomo.

Nonostante ciò i risvegli

sono ancora belli

c’è ancora molto da fare

 e da dire.

 

 

 

Sono le stesse

 

Sono le stesse

campane a suonare

in tutte le città,

a dirmi “Tutto il

mondo è paese”

eppure non sono

ancora stanco

di visitarlo

anche se

per l’ennesima volta

l’ ho rivisto.

 

 

Come il volo di una mosca?

 

 

Se la mia vita fosse

come il volo di una mosca

avrei l’eternità nelle mani:

sarei ricordato anche quando

la mia specie sarà estinta.

Ma sono solo un uomo,

unico, irripetibile,

clonazione permettendo,

ed è per questo

che di me

non resterà nulla,

invidio la mosca

sulla mia mano,

questa sera,

davanti al più sognato tramonto.

 

 

E’ tanto

 

E’ tanto

poter camminare

lo vedo ora

che un artista

con la pianola

senza gambe

attende i turisti

per suonare

sul marciapiede.

 

 

Un euro per i pensieri

 

Un euro per i pensieri

di un contadino

di uno sperduto

villaggio messicano

seduto nella bettola

del posto fra mosche,

birra, polvere, sguardo

perso nel vuoto,

l’annuncio di un temporale,

caldo che non smette.

Un altro euro

per conoscere i pensieri

dell’attore – comparsa

che lo impersonava,

presumo fossero:” Quando

potrò tornarmene a casa?

Accidenti al mutuo,

sono ancora all’inizio”.

Il sogno ci aiuta

nel parto