Francesco Salvador
Francesco Salvador è nato a Vittorio Veneto il 10 Marzo
1957, abita a Venezia, è insegnante a Mestre in una scuola elementare.
Ha esordito come poeta nel 1984 con tre poesie pubblicate in
un settimanale locale.
Nel 1985 sono uscite le sue due prime raccolte di liriche:
“Vuoto a perdere”, stampato in proprio e “Senza un cenno d’intesa”, edito dalla
tipografia Folin di Venezia.
Nel 1985 inizia una saltuaria ma costante collaborazione –
che dura tutt’ora, con il quindicinale “Il Gazzettino Illustrato” di Venezia.
Nel 1986 pubblica alcune poesie in riviste di varia umanità.
Nel 1987 pubblica “Le sere piegate” sempre da Folin e
“Poesie”, una “Mini raccolta” inserita in un numero de “Il Gazzettino
Illustrato”, in quell’anno vince il premio “Voltaire”, il primo concorso
nazionale di liriche svoltosi a S.Donà di Piave ( Ve ).
Altre poesie appaiono in periodici e mensili.
Nel 1988 pubblica “Reti distese”, ancora una volta da Folin,
è finalista in quell’anno al premio “Regioni Panorama” che si svolge a Mestre,
continua la collaborazione con giornali e riviste.
Intanto ottiene anche qualche importante recensione.
Nel 1989 smette di pubblicare con l’editore – tipografo
Folin e diventa collaboratore del “Club Letterario italiano” di Latina.
Con questa associazione culturale ha pubblicato finora le
seguenti opere: “L’ufficio postale ed altri racconti” – 1989 ( fuori commercio
), “La donna coi fiori di cera”- 1989 ( sei poesie come supplemento del mensile
“ Cl ”, organo dell’associazione artistica), come sempre appaiono poesie sue in
periodici e mensili.
vince in quell’anno a Napoli due premi speciali
dell’associazione U.A.O.C. ( Unione Autori Operatori Culturali ),
l’associazione ha sede a Marigliano, nei pressi di Napoli.
Nel 1990 vince di nuovo a Napoli il premio speciale “Poeta
dell’anno” e pubblica il volumetto di versi “Liriche”, presso le edizioni
Master di Padova.
Continua la collaborazione per giornali e riviste anche nel
1991.
Nel 1992 pubblica, sempre per le edizioni del Club
Letterario italiano, “Verranno un giorno a chiederti” ( fuori commercio ), in
quell’anno vince a Latina il premio “Poesie d’Italia”.
Nel 1993 continuano le collaborazioni con prose e poesie a mensili e periodici.
Così pure avviene nel 1994, quando vince, sempre a Napoli il
“Premio Honoris Causa per la Poesia” ed escono ancora per le edizioni del Club
Letterario Italiano “Sulla piattaforma del lampo” ( fuori commercio ) e “Quel
palazzo sul Canal Grande ed altre prose” ( fuori commercio ).
Continuano le recensioni positive a suo favore e le
collaborazioni volontarie a periodici di stampa.
Nel 1995 si notano ancora numerose collaborazioni in mensili
e periodici.
Lo stesso avviene nel 1996, quando pubblica come supplemento
di un numero della rivista “Club” la silloge “La casa di campagna” ( fuori
commercio ).
Nel 1997 pubblica per la Fioretti Editore “Dall’integro
specchio” che raggiunge un lusinghiero successo di critica.
Nel 1998 continua, come sempre la collaborazione a periodici
e quindicinali letterari.
Nel 1999 appare per la prima volta in un Sito Internet di
letteratura per iniziativa del “Club degli Autori” di Melegnano ( Milano ).
Nel 2000, come sempre poesie e prose appaiono in diverse
riviste di letteratura così pure avviene nel 2001, anno in cui è inserito con
una silloge di dieci poesie nell’antologia “Il calamaio” edita da Book Editore
ed è presente in altri tre Siti di Letteratura con poesie e prose e in
quell’anno pubblica anche in nuovi periodici di versi.
E’ presente anche in diverse antologie assieme ad autori di
prestigio del panorama poetico nazionale ed internazionale fra cui Mario Luzi,
Roberto Mussapi, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Giampiero Neri, Giuseppe
Conte, Franco Loi.
Sue liriche sono state lette in emittenti radiofoniche
private.
Gli è stata dedicata, in passato, una trasmissione
radiofonica, messa in onda da Radio Carpini di Mestre.
Continua con grande soddisfazione la sua attività
letteraria.
Nel 2001 ha pubblicato lettere, recensioni, poesie anche in
“Apollo e le sue rime” rivista dell’associazione culturale romana “Articolo 33”
( che ora ha cessato di esistere ) , già presente anche in internet, che aveva
fra i suoi collaboratori Dario Fo, Franca Rame e Jacopo Fo.
Nel 2002, ha continuato a pubblicare in modo più assiduo nei
siti internet di letteratura, ha comunque continuato a collaborare con riviste
e periodici cartacei.
La
camera è carina, una singola spaziosa con bagno, televisione, minifrigo.
Confort
che oggi non si negano a nessuno o quasi.
C’è
un terrazzino da cui si vede un
piccolo corso d’acqua, ora non ce n’è molta, le alture: colline o montagne
verdi sono tutt’attorno.
Si
sta bene, le terme sono così, devono essere così: luogo di cura più che di
turismo.
Luogo
frequentato nei tempi andati, ora un po’ meno.
Ci
sono tante persone anziane, anch’io lo sono, se non per l’età anagrafica
certamente per il fisico.
Non
so se la cosa è irreversibile, ma se così fosse accettiamo la sorte come
viene.
Un
giorno spero di fare qualcosa per il mio corpo, qualche cura, qualche dieta,
vedremo.
Ora
non ne ho voglia.
Su
una delle pareti della stanza c’è un quadro: “Il pavone”, il disegno è
molto bello, le piume troneggiano sul suo corpo, quasi lo annientano con il loro
fascino.
Ora
capisco il termine pavoneggiarsi: esibire la propria bellezza, ma la sostanza
poi?
Il
pavone è nato per questo, forse non sta bene imitarlo.
Ai
piccolissimi giardini, a tarda sera cantano su basi musicali, sembrano dei
professionisti, ma probabilmente non lo sono.
Domani
verrà l’ora di andarsene, così ho deciso.
Penso
a quando eravamo in tanti, in altro luogo, più famigliare, sempre in collina,
com’erano belli quei giorni, nessuno li potrà più restituire.
S.
Lorenzo, paesino ridente, in collina, così lo vedevo, con altri occhi in altri
tempi.
Nella
piazzetta della chiesa si poteva giocare a pallone, nei caldi pomeriggi
d’estate.
In
alcuni periodi dell’anno c’erano le sagre della cittadina a valle.
Si
camminava per circa cinque chilometri all’andata e per altrettanti al ritorno,
era normale.
La
sagra di Santa Augusta, colori, allegria, giostre bancarelle, dopo qualche ora,
al ritorno, si decantava la stanchezza di una giornata senza brutti pensieri.
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Se
qualcuno per la strada chiede ad un passante chi era Alfonso Gatto, quest’ultimo
quasi sicuramente risponderebbe che non lo sa.
A
meno che non sia uno studioso di Poesia.
Il
personaggio citato infatti appartiene alla Storia della Letteratura, o meglio,
più precisamente, della Poesia. Se qualcuno chiederà, fra qualche anno o in
epoca lontana nel futuro, chi era Francesco Salvador ( dubito che succeda ), al
classico passante della strada, ugualmente risponderà che non lo sa.
Eppure
anch’io ho una mia storia, di uomo e di poeta.
Cosa
cambia?
Abbiamo
tutti una storia scritta, anche se nessuno o pochi la ricordano o la
ricorderanno.
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Ho
incontrato Giorgio Gaber che avrò avuto dieci anni.
A
quel tempo abitavo a Lido di Venezia e andavo spesso a giocare, al pomeriggio,
al parco “Quattro Fontane”, situato vicino all’omonimo Hotel, non so se
parco e Hotel ci siano ancora.
mentre
lì stavo giocando a pallone, con altri miei amici, uno di questi si era accorto
che per la strada stava passando Giorgio Gaber, subito i miei compagni di giochi
andarono ad assediarlo per avere l’autografo.
Nessuno
aveva carta e penna e quindi mi pare che di autografi non ne furono fatti.
Alla
fine, prima di andare in albergo, il cantante si mise a giocare a calcio con noi
ragazzini, ricordo di avergli persino passato il pallone.
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Era
l’anno 1975 circa, io in quel periodo lavoravo all’albergo Danieli di
Venezia come “Commissioniere” ( praticamente come fattorino ).
Un
giorno entrò in albergo con altri suoi amici Cristian De Sica, in quel tempo
era un personaggio emergente dell spettacolo, subito i più anziani del lavoro
mi lasciarono l’incarico di accompagnarlo successivamente al motoscafo che lo
avrebbe portato presumibilmente al Lido.
Ridacchiando,
uno dei miei colleghi disse: - ” Vai che poi ti darà una mancia
consistente!”
Quando
venne il momento lo accompagnai al “mezzo” con i suoi amici, prima di salire
in motoscafo tutti mi salutarono gentilmente, ma non vidi nessuna mancia.
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Di
Paolo Rossi, re del mondiale 1982, ricordo solo che l’ho incontrato a Vicenza
intorno al 1999 o 2000 circa.
Stava
ridendo con dei suoi amici fuori da una macelleria, gli ho chiesto
l’autografo, lui gentilmente me l’ha scritto chiedendomi “A chi lo devo
dedicare ? ”
“A
Francesco” dissi io.
Ricordo
la sua stretta di mano, troppo forte per la mia.
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Siamo
eterni per il solo fatto d’aver vissuto.
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Quel
comico non fa ridere, recita una farsa che per lui è un dramma.
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Quando
la disperazione t’assale puoi sempre pensare che il mondo non sia reale oppure
che la vita è breve.
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Non
è importante essere amati dagli altri, l’importante è essere amati da sé
stessi.
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In
vacanza con me stesso per compagnia resisto tre o quattro giorni al massimo, poi
ho bisogno di altra gente con cui dialogare.
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Gli
incontri che non vorresti si verificassero avvengono, quelli che vorresti vivere
non avvengono mai.
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Qual
è il comportamento del fedele?
Quello
di andare a messa fingendo di pentirsi dei propri peccati?
Quello
di pregare col cuore gonfio quando nessuno lo vede ?
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Il
finto epilettico chiede la carità, la sua parte la sa a memoria, sono gli altri
a rimanere spiazzati.
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Chi
cerca di essere diverso dagli altri e quindi non vuole assomigliare all’uomo
comune, seguendo l’esempio della canzone che va di moda, diventa solo parte
della massa e nient’altro, come quelli che partono alle due di notte per le
vacanze pensando ci sia meno traffico.
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Chi
è solo del tutto?
L’eremita
dialoga con Dio, gli emarginati fra loro.
Le
uniche persone senza amici sono gli oratori che parlano al vento, nel mondo se
ne contano di queste figure !
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Molti
vivono come se fossero eterni.
Non
sanno che l’unica eternità è quella spirituale, per chi ci crede.
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Il
pesce nell’acquario, gioia del padrone, in verticale sulla superficie è
immersa la bocca, forse cerca cibo, il padrone dimentica di nutrire la propria
intimità.
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L’istinto
di sopravvivenza c’è nell’uomo, nella formica, nel castoro.
Nel
primo c’è sempre qualche altro che ne determina le modalità per conservare
l’esistenza, nei secondi e nei terzi no.
Per
questo l’uomo è uno schiavo.
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Lottare
è giusto ma ricorda: qualunque cosa succeda c’è sempre un rimedio.
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Richieste
e risposte, le prime senza sorrisi, le seconde con volti disponibili, sereni.
Il
giorno dopo è tutto il contrario: bella la dialettica!
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Vivono
come fossero eterni, poi s’accorgono che ciò non è possibile, allora fanno
figli e i figli fanno figli per lo stesso motivo, solo lo scoppio della Terra li
potrebbe fregare.
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Tante
unioni si reggono sulla suggestione che tutto vada bene o sulla praticità che
è propria della società a responsabilità limitata.
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Essere
grandi persone non significa essere famosi, la condizione per diventarlo è la
coerenza
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Ciò
che conta per essere accettati è l’apparenza e non la sostanza: d’altra
parte la società chiede immagine non consistenza.
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Ernesto
Calindri, grande attore di Teatro, con buone incursioni nel Cinema, sorseggiava
in una pubblicità un noto aperitivo in mezzo al traffico cittadino.
“Contro
il logorio della vita moderna”, la cosa all’epoca sembrava astrusa.
Mi
sono trovato rilassarmi in una panchina fra auto che andavano e venivano.
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Certe
donne sono come i bambini, non si rendono conto di ferire con frasi pronunciate
all’improvviso in modo estemporaneo e malevolo.
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L’inquilino
( prosa gialla )
Sì
signor commissario, lo conoscevo bene l’inquilino del piano di sopra: arrivava
la sera con le borse di plastica, probabilmente la spesa.
Mi
salutava, un tipo educato, avrà avuto sessant’anni, un giovanotto rispetto a
me, sa, io ne ho compiuti novanta da poco.
Io
abito al piano terra, sono un po’ la portinaia, mai che mi abbia dato problemi
o chiesto un favore, buongiorno buonasera e basta.
Certo
signor commissario, io mi sono offerta a volte di rassettare la sua casa, pensi non vi sono mai entrata, lui
non voleva, diceva che si arrangiava da solo.
Intanto
il tempo passava, io sono ancora in salute, avrei potuto aiutarlo in casa,
niente.
Era
pensionato, visite non ne riceveva.
Non
so che mestiere facesse prima di andare in pensione, forse lavorava come
impiegato.
Io
ho visto la sua casa oggi, quando lei commissario mi ha permesso d’entrare e
sinceramente sono rimasta sbalordita, tutto quel disordine.
Sì
è vero ogni tanto ero curiosa, salivo fino al suo pianerottolo, per sentire
all’interno cosa succedeva ma non si sentiva niente.
Abitava
qui da un paio d’anni.
Così
anche quel giorno sono salita, ho sentito puzza di gas allora ho chiamato i
pompieri che sono entrati e hanno visto lui morto soffocato.
Poi
dopo la polizia, cioè lei si è occupata del caso, dice che potrebbe essere un
omicidio, presumo tutto sia rimasto com’era quel giorno che lei mi ha fatto
entrare credendo che io potessi darle una mano per risolvere il caso, ma il caso
è bel che risolto signor commissario, è suicidio e basta.
Arrivederci
signor commissario, se non ha più bisogno di me io vado.
Meno
male, non ne potevo più di stare in quel posto, comunque l’ ho fatto fesso
quel poliziotto.
Non
lo sa che io avevo le chiavi dell’appartamento di sopra, mi è bastato
entrarvi a notte fonda, aprire il gas, uscire e il gioco era fatto.
Così
gli sta bene a quello stronzo.
Arriva
due anni fa dicendo che è mio figlio, che ne ha le prove, per un po’ mi
commuovo, gli do anche dei soldi.
Poi
scopro attraverso un articolo di giornale che mio figlio vero, quello che avevo
abbandonato, era morto qualche anno prima in un incidente stradale.
Meglio
così, il medico dice che ho una salute di ferro, posso vivere ancora qualche
anno tranquillamente, qualcuno mi dirà: e i rimorsi?
E
cosa sono i rimorsi?
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Pancrazio
( prosa gialla )
Pancrazio
abita nel mio paese in un borgo di case dove ormai, tranne lui, non c’è più
nessuno.
Vive
solo, ha cinquant’anni, un fisico atletico, è un contadino che da parecchio
tempo lavora come giardiniere del
Comune della cittadina sottostante.
Non
è sempre stato fortunato in vita sua.
ha
dovuto penare per trovare un posto fisso ma ora da qualche anno sembra contento.
Il
lavoro di mattina, gli amici la domenica.
Insomma
tutto bene.
C’era
quella sua cugina giunta dall’america che è rimasta da lui qualche giorno, io
l’ho detto al commissario che non l’avevo vista partire, io abito in paese e
per partire aveva dovuto fare l’unica strada che c’e’, parlando con lui mi
aveva detto che la sua parente sarebbe partita a mezzanotte, sarebbe giunta con
la macchina a Tessera e da lì sarebbe partita con l’aereo per l’America,
gliel’ ho detto al commissario che io a quell’ora sono sempre sveglio, sono
alla finestra o in giardino e lì sto fino a notte fonda, quella tra l’altro
era l’unica strada che poteva fare.
Gliel’
ho detto al commissario che non erano cose che mi riguardavano, che ho saputo
tra l’altro che la ragazza non
aveva parenti, che mi dispiaceva di avergli messo la pulce nell’orecchio e che
sarei stato a disposizione.
L’
ho fatto fesso il commissario.
Se
sapesse come sono andate le cose.
Quando
farà i controlli scoprirà il cadavere della donna nell’orto di
Pancrazio.
Sapete
cosa ho fatto?
In
effetti quella sera la cugina passò per quella strada all’ora detta.
Io
mi sono messo in mezzo facendo finta di avere bisogno di aiuto.
La
ragazza è scesa dall’auto e si è offerta di aiutarmi, io le ho detto che mia
moglie stava male, che non avevo né il telefono fisso né il cellulare, se
poteva entrare in casa intanto.
Lei
entrò.
Dentro
non c’era mia moglie, anche perché non sono sposato, comunque le sono saltato
addosso ma lei resisteva, è caduta su uno spigolo del tavolo del salotto, è
rimasta secca.
Con
lucidità ho pulito tutto per bene, ho caricato il cadavere in macchina , la
sua, portandomi dietro un badile,
sono tornato indietro, lì vanno tutti a letto con le galline, nessuno sentiva
niente.
Ho
scavato nell’orto di Pancrazio, ho buttato là il cadavere.
Poi
l’auto l’ ho guidata fino a una scarpata lì vicino e l’ ho fatta andare
di sotto.
Per
fortuna non si è incendiata, era invisibile in mezzo quella zona boschiva, poi
sono tornato a casa, ovviamente a piedi.
Beh,
che ne dite?
Sono
stato bravo no!
Peccato
non ho potuto avere la cugina di Pancrazio.
Purtroppo
ho ancora un anno di vita al massimo, mi hanno diagnosticato un tumore che non
mi darà scampo.
Trascorrerlo
fuori o in galera quello che mi resta per me è lo stesso.
Quando
questa lettera verrà letta dopo la mia morte, all’inferno mi farò delle
belle risate.
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Realtà
o fantasia ?
Sì
ho sbagliato tante volte in vita mia, ma se non fossi vissuto così non avrei
vissuto per niente.
Solo
donne mercenarie!
Qualcuno
potrebbe dire.
Quasi
sempre, tranne una volta o due.
Ma
se non le avessi cercate, come avrei vissuto?
Le
donne non mi hanno mai guardato, non so perché visto che non ero brutto.
Anche
ora ce ne sono di peggiori di me.
E’
un destino strano il mio.
Mi
è mancato e mi manca l’abbraccio di una donna, di una fidanzata diciamo, le
carezze i baci.
Perché
ho sempre o quasi dovuto pagare per averli.
Ogni
volta che mi avvicinano o mi avvicino a una donna questa si allontanava o si
allontana.
Come
si fa a insistere?
E’
come cercare di riempire d’acqua un secchio bucato.
Certo
ho mangiato troppo, è vero e l’ ho fatto per riempire il vuoto o chiamiamolo
bisogno d’amore che c’è sempre stato in me.
Anche
l’assenza d’amici ti porta a sentire questo vuoto.
Quando
ne avevo non sentivo il bisogno di mangiare più del necessario.
Gli
amici se ne sono andati, il corpo si è invecchiato, appesantito.
Se
mi volto indietro non mi pare di avere avuto amici sinceri.
Qualcuno
può dire che avrei dovuto insistere di più con le donne, che forse avrei avuto
più fortuna, che sono stato un rinunciatario.
Se
avessi insistito di più non sarebbe successo nulla ugualmente.
Se
fossi l’unico concorrente ad un concorso di bellezza o di altro tipo sono
convinto che arriverei secondo.
La
vita è fatta di coincidenze, di treni o di altri mezzi da prendere, quando se
ne perde una si rischia di perdere anche le altre.
C’è
un deserto intorno a me, è fatto di indifferenza di impossibilità di avere.
C’è
la distanza tenuta con discrezione e bon ton da chi potrebbe essere al mio
fianco ma non lo vuole.
Non
lo dice apertamente con le parole, lo dice col comportamento.
L’estate,
le vacanze e le feste in genere, sono i periodi più duri per chi è solo.
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Aforisma
La
gente cerca la compagnia solo per interesse personale, anche l’amicizia non
esiste, figuriamoci l’ amore.
Chi
dice d’amare in realtà vuole usare l’oggetto del desiderio.
L’amore
così chiamato è la forma peggiore di egoismo.
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La
notorietà circoscritta
La
notorietà circoscritta esalta chi la gode.
Il
guaio è che chi si trova al centro dell’attenzione crede di essere
importante.
Il
barbiere podista ci tiene a far sapere che ha partecipato a questa o a quella
maratona.
Ai
clienti esibisce con orgoglio gli attestati di partecipazione, le foto con lui
impegnato in un allungo, in salita, in discesa. gli avventori gli chiedono
notizie ed eccolo pronto a dare spiegazioni, è al centro dell’universo, si
sente un dio.
E
come quello ce ne sono tanti, tutti piccoli pezzi di un padreterno esploso nel
momento del big bang che hanno poi inondato il pianeta che prima di esplodere
aveva creato.
Ed
io che non ho bisogno di applausi chi sono?
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IL
BARBONE CURIOSO
Armenio
si risvegliò di colpo, aveva la bocca amara e un prurito sulla testa semicalva,
stette alcuni secondi come assorto in uno stato di attonito malinconico stupore,
si guardò intorno e dopo un po’, alla luce di una luna pallida si ricordò
chi era: un barbone che aveva in dote alcune coperte, poco vestiario, fornito
dalla natura di un corpo tozzo, un viso grosso e dolce, dei radi capelli e una
grande curiosità del mondo inserita nella sua età indecifrabile.
Aveva
dormito tutto il giorno sotto quel ponte e non aveva provato freddo, accanto a
lui la bottiglia era vuota.
Un
cane guaiva accanto al suo padrone morto, Armenio pensò di chiamare qualcuno,
ma chi?
Chiamò
il 113 e avvertì dell’accaduto, poi s’incamminò verso la parte vecchia
della città.
Erano
zone misteriose, che gli hanno sempre usato una cortesia particolare, facendogli
scoprire cose nuove e magiche.
Giunto
nella parte devastata dalla guerra e mai ricostruita, entrò nella bettola che
ben conosceva: “Da nana” e quando entrò era una tarda serata d’inverno,
il fumo andava e veniva ai tavolini dove c’erano giocatori di carte, solitari
tristi, prede di chissà quali disgrazie, sembrava un localaccio malfamato di
fine ottocento ma non era così.
Dopo
un po’ Armenio si sedette in fondo alla sala ordinò da bere e tornò a
guardarsi intorno.
In
mezzo a tutto quel fumo, poco dopo, vide apparire sulla porta una donna
dall’età indecifrabile, piccola di statura, vestita di nero con una borsa a
tracolla, due grossi orecchini ai lobi degli orecchi.
Appena
entrata si guardò intorno come per cercare qualcuno, dopo aver visto Armenio
gli si avvicinò sedendosi però ad un tavolo più distante, cominciò ad
estrarre degli oggetti dalla sua borsa.
Armenio
guardava stupito.
La
vecchia o giovane donna posò sul tavolo dapprima una candela rosa, poi estrasse
lentamente una tazza di caffè nera, una cannuccia e una bottiglietta contenente
un liquido violaceo, mise tutto sul tavolo continuando a fissare l’uomo
stupito di fronte a lei.
Un
attimo dopo cercò di attirare l’attenzione dei presenti
dicendo:-“Attenzione attenzione, chi vuol passare una giornata in un posto
bellissimo?”
La
gente intorno subito dopo aver udito si rimise a giocare a carte, a parlare, a
bere, a sonnecchiare, solamente Armenio, sempre più incuriosito, si alzo dal
suo tavolo ed andò a sedersi a quello della strega, se così si poteva
chiamare.
-Che
cosa vendi?- Esordì.
-Io!
Nulla! Faccio magie, ne vuoi approfittare ?
Rispose
la fattucchiera.
-In
che modo?- s’informò il barbone.
-Mi
basta una bottiglia di quello buono per me, se me la paghi ti faccio trascorrere
con la mia magia una bellissima giornata- disse la maga.
Poiché
il nostro amico era sempre stato una persona curiosa decise di accettare, pagò
la bottiglia e seguì- dopo che l’ebbe consegnata alla maga- la stessa fuori
dal locale in una baracca poco distante.
Entrati
la donna, fece accomodare il barbone ad un tavolo, lei si mise seduta di fronte
a lui e inizio la magia estraendo gli oggetti che aveva riposto nella borsa poco
prima e disse:
-Vedi
questa stanza così povera e disadorna, può darti la felicità anche se per
poco, ma non si può mai sapere, fai quello che dico.
Versò
il liquido nella tazza, accese la candela, diede la cannuccia in mano all’uomo
e gli disse di succhiare il liquido della tazza.
Armenio
obbedì e quando ebbe finito di bere si addormentò.
Si
risvegliò in un parco molto bello con tanti fiori variopinti e ruscelli
artificiali che sembravano veri.
Lì
trascorse il suo giorno fantastico, i vestiti tornarono misteriosamente
puliti
e lui stesso lo era, non credeva ai suoi occhi.
Quando
ritornò nel nostro mondo, si ritrovò però sotto lo stesso ponte, la bottiglia
era vuota, della fattucchiera neppure l’ombra.
-
Accidenti- pensò- che razza di intruglio mi avrà dato quella megera ?
Ma
accanto a lui notò due di quei fiori inconfondibili che si trovavano in quel
posto meraviglioso in cui era stato, era la prova che non aveva sognato.
Sentiva
il profumo della natura sui suoi vestiti e su tutto il corpo, l’aria era
grigia, cominciava a nevicare, faceva freddo, si strinse dentro il suo cappotto,
si alzò in piedi, le gambe incominciavano a fargli un po’ male;
-Maledizione,
stavo meglio in quel parco – pensò.
-Chissà
se la mia vita potrà ancora cambiare un giorno, chissà…- disse a voce alta.
La
sua mente ritornò a quando aveva una professione, faceva l’impiegato e viveva
felice con la sua famiglia, aveva una moglie e due figli, due maschi,
ancora
piccoli quando accadde la tragedia.
Un
incidente d’auto ha distrutto per sempre la sua vita, morirono tutti tranne
lui, ora doveva sopportare quel ricordo straziante, una penitenza a volte troppo
grande da sopportare.
La
neve scendeva ora più forte che mai e Armenio si avviò, come faceva ormai da
molto tempo, alla vecchia osteria.
Quando
vi entrò notò un’atmosfera natalizia e
diversamente non poteva essere visto che ci trovavamo alla vigilia del
venticinque dicembre: sull’angolo alla destra
del locale, l’albero di Natale era abbellito a dovere, poco più distante
c’era la stufa a legna che dava un sano calore.
Le
facce erano quasi le stesse di sempre, le occupazioni degli avventori anche: il
gioco a carte, il chiacchierare, il pensare, il sonnecchiare.
-Eccomi
di nuovo qui- pensò
-Questa
ormai è la mia famiglia, tutta questa gente non lo sa ma ho solo i volti di
questa sala al mondo ed è anche molto per me.
Mentre
parlava fra sé e sé si sedette ad
un tavolo dopo aver ordinato un fiasco di vino, nel frattempo iniziò a
sfogliare il giornale che trovò lì sopra e fu incuriosito da una
notizia:”GRANDE GARA PODISTICA REGIONALE, lo stipendio di un mese da impiegato
verrà assegnato a chi vincerà questa manifestazione”.
Sorrise
pensando “Se vincessi vivrei un po’ meglio almeno per un mese”.
Intanto
l’oste gli portò il vino, dopo aver bevuto il primo bicchiere iniziò a
sentire una strana musica di campanelli provenire dall’esterno del locale, per
qualche secondo tutti zittirono, il gestore del locale andò ad aprire la porta
per vedere che cosa stesse succedendo in strada.
Si
sentì uno stridio sinistro, la neve aveva lasciato il posto alla nebbia , la
strada era come sempre poco illuminata e piena di fango.
Il
padrone era già rientrato e stava per chiudere la porta quando un gatto dal
pelo rosso entrò veloce nella stamberga.
-Accidenti-
disse uno dei clienti
-Qui
i gatti non li vogliamo!-
-Ma
andiamo – ribattè un altro
-In
fondo che male ti fa , sta solo cercando un po’ di calore, lascialo stare.
Il
chiacchierio riprese come prima e tutti tornarono alle proprie attività,
il
gatto nel frattempo era andato ad accoccolarsi vicino ad Armenio che
sonnecchiando lo stava per scacciare.
Ci
ripensò e lo lasciò stare, aveva qualcosa di simpatico quel felino, perché
dopo un po’ il quadrupede si strofinò su
una gamba dell’infelice, lasciando così il marchio della sua amicizia in
quell’essere ormai privo di speranze nel domani, che dopo un minuto si
addormentò sul tavolino.
Quando
si risvegliò saranno passati una
ventina di minuti e si sentiva una forza incredibile in tutto il corpo, lo cosa
lo sorprese moltissimo e rimase seduto a pensare, guardò il giornale sul
tavolo, rilesse la notizia della gara podistica e sorridendo disse :”Perché
no? perché non tentare, domani mi iscrivo.”
Ritornò
in seguito alla sua dimora sotto il ponte, si guardò in giro, vide in alto
l’ultima stella della notte e si addormentò.
Il
giorno dopo,fresco come una rosa, si avviò alla partenza della gara sotto lo
sguardo attonito degli altri concorrenti, del pubblico e della giuria.
Si
cambiò dietro una casa vicina, ora in pantaloncini, canottiera e numero sul
petto, era pronto per affrontare la prova, erano venti chilometri da percorrere
in una giornata fredda e piovigginosa .
La
partenza fu data, i concorrenti erano più di cento e tutti ridevano di lui per
il suo aspetto per nulla atletico.
“Ridete,
ridete, tanto lo so che vincerò io, è scritto nel destino, forse qualcuno lassù
in cielo mi sta aiutando, spero che qualcuno mi ami almeno lassù.”
In
realtà probabilmente c’era qualcuno che lo amava anche quaggiù sulla Terra,
visto che alla fine riuscì a vincere la gara e a prendere il premio: un mese di
stipendio da impiegato.
“Questo
me lo faccio bastare per più di un mese.” Pensò.
“Almeno
per un po’ potrò fare una vita decente.”
E
così fece per più di un mese: si comprò qualche indumento nuovo, mangiò
regolarmente ogni giorno, ridusse il consumo di alcool, ora beveva
un po’ meno e si sentiva più pulito dentro e fuori.
Per
più di un mese smise di andare all’osteria, passava invece parecchio tempo
sulle colline circostanti ammirando la natura e pensando anche alle cose belle
della vita.
Ma,
si sa, tutto finisce, anche le cose belle
terminano e vi era in lui ancora l’eco della festa dopo la sua vittoria, le
strette di mano, i complimenti, quando ritornò un giorno lentamente e
malinconicamente verso l’osteria “Da Nana”, intorno a lui ancora fumo,
nebbia catapecchie e davanti una strada fangosa da percorrere, quella di sempre,
il passo ritornò ad essere incerto, il corpo pesante, la stanchezza cominciò
ad impadronirsi di lui chissà dove saranno finiti il gatto e la strega?
E
se fossero la stessa creatura?
Per
un po’ di tempo riprese la vita di sempre quando, un giorno, accadde
un’altra magia.
Camminando
per la parte vecchia della città, ma lontano dall’osteria, vide una fontana,
gli venne sete, si avvicinò e bevve a lunghe sorsate.
L’energia
ritornò in lui, si ricordò del gatto e della strega, gli venne voglia di
visitare la parte nuova della città, ci andò attraversando strade, stradine,
vide negozi, un signore gli si avvicinò chiedendogli che ore erano e
allontanandosi dopo avere avuto la risposta, si tolse il cappello e ringraziò.
Armenio
si guardò in uno specchio e si vide cambiato, vestito bene, in giacca e
cravatta.
“
Ecco, quel signore è stato così gentile con me, sarà che vivo in questo mondo
magico, chissà fino a quanto durerà?”
Frugò
nella tasca interna della giacca e trovo un sacco di soldi in banconote di
grosso e piccolo taglio “Ora qualche sfizio me lo posso ancora togliere.”
pensò.
“Andrò
al cinema, poi mi comprerò un bel libro, poi andrò a mangiare.”
Mentre
sognava si avviò ad un cinema, era un film giallo quello che vide, poi, saranno
statele sei di sera, entrò in una libreria dove comprò un bel libro di favole.
Lesse
la pagina di copertina, il volume era intitolato “la piccola fiammiferaia”,
una storia che aveva già letto da piccolo, che finiva male ma che a lui piaceva
molto lo stesso.
Dopo
aver letto la favola si commosse, si accorse che era tardi, s’incamminò
ancora in quelle strade magiche, si guardò in una vetrina, era ancora bello e
vestito bene e pensò “ Bene, non mi posso lamentare per ora, sono le ventidue
passate, cosa sarà domani? meglio non pensarci.”
Si
trovò senza saperlo in una piazza dove un’orchestrina suonava canzoni
allegre, c’era una festa per anziani, ad un capannone vicino vendevano cose da
mangiare, si fermò assorto o forse rapito da quell’aria di allegria ed era
felice, per un po’ sperò che quello stato d’animo durasse in eterno, il
tempo passava, erano le ventitré, sentì che doveva ritornare al suo posto di
sempre e si avviò lentamente alla sua mèta.
Giunto
a destinazione si preparò per dormire, pregò che qualcuno lo aiutasse a
risollevarsi dal suo stato di miseria, poi, lentamente si addormentò.
Nessuno
sa cosa sognò Armenio quella notte, comunque il giorno dopo si risvegliò e un
senso di tristezza lo pervase tutto, sentiva che qualcosa di brutto stava per
accadergli, il sogno era forse finito o forse continuava per lui un periodo buio
e malinconico.
“Accidenti,
sento che qualcosa di brutto mi sta per accadere, mah d’altra parte che fare?
La vita ha le carte mischiate e a volte bisogna fare buon viso a cattivo gioco,
già ma com’è difficile vivere.”
Tutto
ciò ed altro pensava l’omino e come per abitudine si avviò verso la solita
locanda, prima di giungere al suo locale vide una vecchietta vestita di stracci
che aveva con sé delle grosse borse della spesa e Armenio si offrì di portarle
fino alla sua casa.
La
nonna acconsentì e ringraziò , invitando lo straccione gentile a bere un caffè
a casa sua, Armenio accettò.
“Come
vi chiamate?” Chiese la donna.
“Armenio.”
Rispose l’uomo.
“Come
mai siete in questa situazione penosa?” Domandò la signora.
“E’
una lunga storia ora ve la racconto.”
E
iniziò a narrare senza tralasciare nulla del suo passato, confidando ogni cosa
a quella persona che sembrava così gentile e tenera.
Il
caffè era pronto, la donna servì quel liquido nero nelle tazzine, prima di
bere, Armenio vide un giornale
sulla poltrona vicina dove c’era scritto:” Tre barboni assassinati nella
città vecchia, avvelenati con sostanze sconosciute, anche tracce di caffè sono
state riscontrate dopo le analisi effettuate dalla scientifica.”
“
Signora mi scusi ma mi sono ricordato ora di un impegno che ho fra pochi
minuti.”
Armenio
fuggì dalla casa, lasciando esterrefatta la
vecchietta, prima però di uscire, vide la vecchia che con rabbia sbattè la
tazzina per terra e il liquido che già corrodeva il pavimento.
“
Perbacco! Me la sono vista brutta un’altra volta, meglio andare dai miei amici
all’osteria.”
Disse
correndo verso la sua mèta.
Giunto
sul posto tirò un sospiro di sollievo, seduto al suo solito tavolo pensò:”Che
bello essere tra gente che non ti fa del male”.
Si
guardò in giro, vide i soliti quattro seduti al tavolino accanto al bancone che
giocavano a carte, un quartetto di simpatici vecchietti, ad un altro tavolo un
giovane alcolizzato che sonnecchiava, nel terzo tavolo un barbone e la sua
compagna che parlavano, bevevano, litigavano e facevano pace e altri individui
in altri tavoli, dietro il bancone c’era l’oste che asciugava i bicchieri
lavati, grasso e pelato, piccolo e taciturno, dal volto bonario, sui cinquant’anni.
“
Che bel quadretto.” Pensò Armenio.
“Dove
si sta meglio di qui? Il calore umano non si trova in altri luoghi, fuori c’è
il mondo cattivo.”
Convinto
di questo, trascorse un altro giorno in quello che per lui era il suo luogo
ideale, poi ritornò sotto il suo ponte per dormire fino a che non sentì i
clacson di auto lontane che strombazzavano felici o arrabbiate.
Il
nuovo giorno non era né carne né pesce,l’aria era fine ma non si sapeva cosa
preannunciava, se pioggia, neve, grandine o bel tempo.
l’abitudine
lo portava quasi sempre nei soliti luoghi, ma quel giorno aveva voglia di
visitare una strada mai vista che si chiamava “Via dei Tranelli”.
“Che
strano nome”. Penso Armenio mentre percorreva quella zona.
“Chissà
cosa avrà di particolare, perché si chiamerà così, chi avrà avuto la
brillante idea di chiamarla in questo modo, a me sembra un nome buffissimo.”
Si
fermò davanti a una tabaccheria e si ricordò di essere senza sigarette, allora
decise di entrare e di comprare un pacchetto di Nazionali.
Appena
entrato vide dietro il banco il padrone del locale: era alto, magro, con lunghi
capelli bianchi, gli occhi chiari e un’espressione furba da faina,
il
locale era anche una rivendita di giornali e riviste.
-
Mi scusi, volevo un pacchetto di nazionali.
– Esordì il barbone.
-Nazionali…Nazionali-
borbottò il gestore guardando sugli scaffali alle sue spalle e proseguendo –
ecco le Nazionali, ma…vorrebbe
provare delle sigarette speciali? Sono arrivate nuove nuove dalla Cina, sono
fantastiche.-
E
guardando con aria di complicità Armenio gli sorrise con occhi spiritosi.
Il
nostro amico, che come sappiamo era curioso di natura, decise di provare quel
tabacco.
-Venga
nel retrobottega, qui chiudiamo un attimo, voglio il suo parere, si vede che lei
è un intenditore, venga…-
L’omino
sfortunato, sempre più stupito, seguì con lo sguardo lo spilungone che
chiudeva la porta del locale mettendo il cartellino “Torno subito” alla
maniglia e seguì l’uomo nel retrobottega pieno di scatole e scatoloni.
Il
negoziante estrasse da un cassetto di un vecchio armadio una scatoletta a forma
di parallelepipedo di color verde smeraldo, l’appoggio su un tavolino e poi
sfregandosi le mani
-Ora
lei assaporerà il miglior tabacco che sia mai stato messo in commercio. Mi
correggo, che verrà messo in commercio…Domani
…Domani,
infatti queste sigarette che vedrà ho la licenza di venderle domani…Domani.
E
finì il discorso con una risata isterica che fece rabbrividire il barbone che
tuttavia non tradì nessuna emozione o sentimento.
Il
magrolino, segaligno, allampanato personaggio, aprì lentamente la scatola ed
estrasse un pacchetto di sigarette rosa, ruppe il pacchetto, estrasse un
rotolino di tabacco avvolto in una carta gialla, una bella cicca da vendere.
-Tenga,
fumi, non abbia timori. –
-Ma
veramente io…E va bene mi faccia accendere.
Nel
frattempo si sentì il rumore di una porta fracassata e si videro due agenti nel
retrobottega.
-Fermi
tutti, non accenda quella sigaretta non ne deve aspirare nemmeno una boccata se
non vuol morire! –
I
due gendarmi ammanettarono il tabaccaio e lo portarono via, fuori dalla porta
della rivendita uno degli agenti spiegò all’omino che quello era un pazzo
criminale da tempo ricercato, che aveva già fatto morire parecchia gente
avvelenandola col tabacco “Ultimo Stadio”.
Le
analisi poi rivelarono la micidialità di quelle sigarette e il tabaccaio pazzo
fu condannato all’ergastolo.
-Perdiana!
Non posso certo dire d’aver avuto una vita noiosa: cose belle e brutte me ne
sono capitate tante in questi ultimi tempi, non so se esserne contento
rammaricato, ma, così va il mondo. –
Tutto
ciò pensava Armenio mentre tornava sui suoi passi.
Per
strada si vedevano le prime maschere, le prime stelle filanti, i primi
coriandoli: era iniziato il carnevale e al suo posto sotto al ponte quella sera,
come
sempre, amò guardare attorno a lui le stelle e la luna gli facevano compagnia,
ancora una volta si addormentò senza accorgersi, fece sogni ed incubi fra cui
uno ricorrente: la sua famiglia distrutta in quel maledetto incidente.
La
notte passò e quando l’omino si risvegliò gli sembrò d’aver dormito per
una settimana, in realtà erano solo le sei di mattina.
Si
alzò vedendo accanto a lui gli escrementi di un cane randagio, sterco già
vecchio, puzza d’ogni tipo ammorbava l’aria.
“maledizione
che brutto risveglio, ma non può andare sempre bene.”
Disse
sorridendo.
Dopo
un’oretta era già sulla strada, il suo luogo- rifugio lo aspettava, era un
punto d’appoggio, una sicurezza per lui che non aveva nulla, aveva un nome che
conosciamo bene “Da Nana”, l’unica cosa che gli rimaneva era il calore di
quel locale.
Un
approdo sicuro per poveri esseri feriti dalla vita.
Per
strada un ometto vendeva i biglietti della lotteria di carnevale.
“Comprate
i biglietti, comprate, tentate la fortuna!”
La
voce usciva stridula e Armenio incuriosito dagli scherzi della sorte e poiché
il giorno prima parecchia gente gli aveva fatto la carità, decise di comprare
un biglietto della fortuna e continuò per il suo cammino fino alla bettola
conosciuta.
Quando
arrivò sulla soglia trovò un atmosfera diversa dal solito: festoni appesi sui
muri, stelle filanti da una parte all’altra del soffitto, gente che cantava,
lui fece le stesse azioni di sempre, bevve il suo vino, si guardò intorno, pensò
a cose belle e brutte, più brutte che belle per la verità, non
ha
mai potuto dimenticare quel maledetto incidente che gli ha sconvolto la vita per
sempre.
Qualcosa,
per essere sinceri, lo teneva appeso a questo mondo, una speranza che mai lo
aveva abbandonato.
Il
tempo si dice è un gran medico, per lui però non era stato di grande aiuto i
suoi ricordi erano sempre vivi soprattutto quelli che gli facevano male.
Il
tempo volava, arrivò la sera e Armenio si addormentò e sognò, sognò molto,
sogni in bianco e nero e uno a colori che gli restò impresso.
Si
trovava in una vallata, intorno tutto verde, fiori, farfalle, acqua fresca e
dissetante e tantissima gioia.
Ad
un tratto vide venirgli incontro sua moglie e i suoi figli.
Lui
chiese:”Cosa fate qui? E’ da tanto che non vi vedo, e una lacrima gli scese
sul viso.
“Non
piangere.” Disse sua moglie
“Vedrai
che la tua vita cambierà e tornerai ad essere felice per il resto dei tuoi
giorni.”
“E
come potrei senza di voi?”
I
suoi figli non parlavano, erano belli come gli aveva visti l’ultima volta,
svanirono subito e per ultima svanì la sua donna.
Si
svegliò all’improvviso con le lacrime agli occhi, l’osteria stava chiudendo
e lui se ne andò.
Qualche
giorno dopo, passando davanti a una vetrina di un bar aperto vide la televisione
accesa,
stava
leggendo i numeri dei biglietti della lotteria che avevano vinto.
Entrò,
estrasse il suo biglietto, il presentatore stava leggendo proprio il suo numero,
era ricco, in un secondo era diventato ricco, si ricordò del sogno bellissimo
che aveva fatto, qualcuno dal cielo lo aveva aiutato, adesso sapeva chi era.
Ritornò
per l’ultima volta al suo giaciglio ma il giorno dopo andò ad incassare la
vincita che mise in banca e per parecchi anni visse di rendita in una bella
casa, la vita era tornata a sorridergli, regalò qualcosa agli amici della
“Sua osteria”, ritornò dopo tanti anni in quei luoghi dove aveva
vissuto
per molto tempo ma non trovò più l’atmosfera di allora, niente più magie,
niente più miracoli, era diventato una persona normale che non attirava più su
di sé ne fortune ne sfortune, nulla tutto scorreva tranquillo.
Una
notte un angelo lo venne a prendere nella sua bella casa, era vestito di bianco,
a parte l’abito assomigliava a quello del film “La vita è meravigliosa”,
Armenio capì che era il momento di andare, non protestò, si guardò intorno,
chiuse gli occhi felice perché sapeva
che sarebbe andato a trovare i suoi cari, si addormentò sorridendo iniziando
così l’ultimo viaggio, il più bello che avesse mai intrapreso, il suo angelo
custode lo guidò fino al suo nuovo mondo.
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Pensieri
fra fantasia e realtà
Aforisma
Una
donna violentata nella periferia di una grande città, venne, dopo che era
accaduto il fatto, intervistata, il solito giornalista imbecille le chiese che
cosa aveva provato, lei rispose:”La cosa che più mi ha fatto
male è stata quando i miei violentatori hanno detto che in fondo non ero
poi un gran che, e loro cosa credevano di essere? Dei superdotati forse? Vi
assicuro che non è così!”
Come
avrà proseguito il cronista ottuso?
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Aforisma
Puoi
girare tutto il mondo senza imparare nulla è una possibilità meno remota di
quanto si possa immaginare.
………………………………………………………………………………………..
Quando
nostro nonno, per un Natale lontano, da me e mio fratello ha ricevuto un
accendino in regalo, commosso ci ha ringraziato
ed ha aggiunto:” Bene, questo lo userò, quando avrò finito i fiammiferi “.
La
praticità, nell’uomo intelligente e saggio, vince sulla moda.
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Ogni
volta che uno si propone in modo semplice ed umile di fronte al prossimo,
quest’ultimo, anche se non sembra, assume un atteggiamento arrogante nei
confronti del primo, quasi a volere sottolineare la sua presunta superiorità e
questo perché viviamo in un mondo di apparenze, dove gentilezza vera non regna.
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Aforisma
Fra
persone comuni
Se
qualcuno ritiene che tu sei superiore a lui, in qualche modo, stai certo, che
farà di tutto per non fartelo notare: cambierà argomento al momento opportuno
purché serva al suo scopo.
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La
casa dei nonni materni era in collina, vicina ad altre case in mezzo a tanto
verde.
C’era
la cucina, uno stanzino dove si tenevano le cose da mangiare, il tinello,
un’altra stanza, la più fresca della casa dove c’erano salami, soppresse,
vino.
Fuori
poco distante c’era la stalla con una mucca.
Dietro
la casa trovavano posto i conigli e le galline.
Io
sono nato là, ci tornavo d’estate fino ai tredici, quattordici anni.
Dico
ci tornavo perché quando avevo circa un anno, i miei sono andati ad abitare a
Lido di Venezia ovviamente con me.
I
nonni erano persone povere di mezzi che hanno sempre dovuto fare i conti con una
vita difficile, erano però ricchi di dignità e di onestà, doti che credo di
aver appreso anche da loro.
Avevano
la coscienza del valore della parola data che per loro era sacra.
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Francesco
Salvador è nato a Vittorio Veneto il 10 Marzo 1957, abita a Venezia, insegna in
una scuola elementare di Mestre.
Pubblica
le sue poesie dal 1984, ricordiamo fra le altre le raccolte di versi “Senza un
cenno d’intesa” ( Folin – Venezia – 1985 ); “Le sere piegate” (
Folin – Venezia – 1987 ); “Reti distese” ( Folin – Venezia – 1988 );
“Liriche” ( Master – Padova 1990 );
“Dall’integro
specchio” ( Fioretti – Latina – 1997 ); “Per non dimenticare d’avere
amato” ( Nicola Calabria 2004 – Patti ). Ha ottenuto premi, recensioni, note
critiche anche da autorevoli personaggi del panorama letterario nazionale.
E’
stato ed è presente con molti suoi elaborati in Siti Internet di Letteratura.
un
po’ per indifferenza
mi
hanno messo da parte.
come
se bastasse questo
a
cancellare l’esistenza
di
un uomo.
Nonostante
ciò i risvegli
sono
ancora belli
c’è
ancora molto da fare
e
da dire.
in
tutte le città,
a
dirmi “Tutto il
mondo
è paese”
eppure
non sono
ancora
stanco
di
visitarlo
anche
se
per
l’ennesima volta
l’
ho rivisto.
Se
la mia vita fosse
come
il volo di una mosca
avrei
l’eternità nelle mani:
sarei
ricordato anche quando
la
mia specie sarà estinta.
Ma
sono solo un uomo,
unico,
irripetibile,
clonazione
permettendo,
ed
è per questo
che
di me
non
resterà nulla,
invidio
la mosca
sulla
mia mano,
questa
sera,
davanti
al più sognato tramonto.
poter
camminare
lo
vedo ora
che
un artista
con
la pianola
senza
gambe
attende
i turisti
per
suonare
sul
marciapiede.
di
un contadino
di
uno sperduto
villaggio
messicano
seduto
nella bettola
del
posto fra mosche,
birra,
polvere, sguardo
perso
nel vuoto,
l’annuncio
di un temporale,
caldo
che non smette.
Un
altro euro
per
conoscere i pensieri
dell’attore
– comparsa
che
lo impersonava,
presumo
fossero:” Quando
potrò
tornarmene a casa?
Accidenti
al mutuo,
sono
ancora all’inizio”.
Il
sogno ci aiuta
nel
parto