Cinzia Bomoll

   

Giovane bolognese vive a Roma e ci propone questi racconti, veramente molto belli.

Un autrice sulla quale scommetto. Mi piace molto la sua naturalezza, il suo parlare senza peli sulla lingua, il suo stile così personale, che pur ricalcando strade già percorse lo fa senza mai cadere nel "già sentito". Un' autrice che speriamo avrà modo di far sentire la sua voce a più persone possibile.   C.T.

"Flipper"  

pubblicato il 8/10/'02

 

 

Flipper

 

Ciao sono Bologna, sì la città, ehmbè che c’è? che ti credevi? che le città non possano parlare?

Non essere il solito ipocrita. Tanto so che non mi puoi sentire, perciò non illudermi che mi stai rispondendo. Le faccio a me stessa queste domande introduttive, mi aiutano a concentrami.

Tu lasciami fare. Tutto è pronto. Ma è te che aspetto.

Ho giusto giusto una ragazza di Bologna da farti incontrare.

Oh! sei pronto?

Perché non si riesce a capire a che punto stai con la tua vita.

Sto per iniziare un’altra partita e stavolta tocca a te.

Sarai come la pallina di un flipper.

Lo score aumenterà come minuti che trascorrono.

Non ci sono regole in questo gioco, solo casualità causate da te.

Non si vince nulla se non emozioni che vanno a sommarsi al resto della tua esistenza, e forse una vita in più, ma questo è un dettaglio, che nemmeno so se sei in grado di vivere questa.

Scusa se è poco. Ma è l’unica cosa che resta sempre.

Certo, che palle, sei di una lentezza incredibile.

Quella con te sarà una partita al rallentatore.

Io sto qua e ti guardo. E non rivolgermi la parola, tanto con te non ci posso parlare.

 

 

Depositi la valigetta da lavoro sul tavolo di casa. C’hai questo monolocale a Porta Saragozza che è il tuo vanto ogni volta che ci porti una donna, ogni volta che chiami gli amici per vedere la Virtus su Tele+, e per te quando ti metti a fissarne il soffitto.

Infili l'indice nella narice destra mentre ti siedi di fianco al telefono.

Pensi alla telefonata che vorresti fare, mentre constati che lo smog rende ogni giorno che passa sempre più nere le caccole del tuo naso.

Stai cercando di distrarti con qualsiasi sciocchezza.

Immergi il dito nella boccia di vetro dove il tuo ignaro pesciolino rosso non sa che non si tratterà del solito mangime.

Quando l’avrai finita, con queste sottigliezze, ti deciderai a piazzare quel lurido dito sulla tastiera del tuo cordless.

Hai paura a comporre quel numero, eh?

L’hai già chiamata tre volte questa settimana e per tre volte ti ha detto che aveva già impegni le sere che volevi invitarla a cena.

Speravi accettasse al primo colpo.

Ti eri fatto tutta questa tua idea sulle commesse del centro. Un po’ per sentito dire da certi tuoi amici e un po’ per tutta una serie di luoghi comuni sulla categoria.

Storie tipo che sembra se la tirino finchè stanno dietro ai loro banconi come fossero altolocati solo perché si trovano nelle vie più care del mio centro, poi invece basta che le fai bere un po’ e te la danno la prima sera.

E allora avevi pensato, quando l’hai vista per la prima volta fuori dalla vetrina, prima di entrare con la scusa che volevi comprarti un paio di boxer, che quella formosa ragazza mora con gli occhi neri ti avrebbe regalato la più bella scopata della settimana.

Anche perché era già giovedì, la tua settimana era ancora vergine, e dovevi sbrigarti per non passarla in bianco, entrasti in quel negozio di abbigliamento maschile come si entra di solito nelle pasticcerie la domenica mattina.

Ma ti sei dovuto fermare come davanti ad un muro d’aria, aspettando. Lei stava servendo un altro cliente. Hai istintivamente detestato quell’uomo anziano che si è soffermato interminabili minuti su due paia di calzini che tra loro differivano solo di una gradazione di beige, indeciso su quali scegliere.

Hai odiato il colore beige. Solo un coglione può comperare calzini di quel colore e per giunta impiegarci tanto tempo, hai pensato. E mentre lo pensavi, deve averti letto nel pensiero perché quell’uomo ha scelto, ha pagato ed è uscito.

Dunque, lei adesso era lì, tutta per te. Almeno nella tua fervente immaginazione. Lei, che ti ha sorriso, e in quel sorriso tu ci hai visto il bagliore di un qualcosa come sessantaquattro denti. Bianchissimi e perfettamente allineati.

Hai ricambiato storcendo il labbro, perché sai di avere il canino destro un po’ troppo sporgente, gli incisivi accavallati, e la somma del tutto più il resto ingiallito dai troppi caffè e sigarette.

Insomma, hai trentadue anni, ma a guardarti in bocca potresti averne una cinquantina. Sei sempre stato uno che preferisce spendere in giacche e cravatte più che in dentisti. Davanti a una dentatura come quella di questa ragazza ognuno dovrebbe nascondere la propria, figuriamoci te.

Ma tu sei quel tipo di persona che è sicura di sé più di quanto dovrebbe esserlo.

Allora le hai sorriso, al meglio che potevi.

-   Posso aiutarla ? Ha visto qualcosa di suo gradimento?

Aveva la voce che non ti immaginavi. Diaframmatica. Sembrava potesse uscirle solo dal petto, dato il seno che aveva, e invece le usciva dallo stomaco.

Se tu fossi stato in un sogno, la sua domanda sarebbe divenuta un invito esplicito, e il seguito sarebbe stato pornografico, come spesso finisce per essere il tuo mondo onirico.

Ma Anna era lì in carne ed ossa e il suo nome lo potevi leggere inciso sul ciondolo che pendeva dal suo collo.

Con l’audacia che ti è divenuta propria, l’audacia di quelli che da adolescenti erano stati timidi e hanno voluto reagire negli anni, nello sforzo di non darlo a vedere, esagerando magari:

-   Sì, Anna. Vorrei vedere dei boxer.

Lei ha annuito e ti ha girato le spalle, ha alzato le braccia verso una pila di scatole sugli scaffali e ruotando la testa verso di te:

-   Ha qualche preferenza per il colore?

-   No, ma li vorrei di Calvin Klein. Neri forse.

Le sue mani hanno estratto una scatola dalla pila e l’hanno deposta sul bancone.

-   Neri vanno molto di moda. Questo è l’ultimo modello. Taglia?

Hai smorzato una risata d’imbarazzo sul nascere. Ti sei guardato l’inguine e poi non si sa da dove hai preso il coraggio di guardarla fissa negli occhi.

Probabilmente sempre per quella storia che ti eri rotto il cazzo della timidezza di quando eri un ragazzino, che nonostante il tuo bell’aspetto perdevi terreno nelle conquiste rispetto ai tuoi amici già esperti, e avevi voluto imparare a sfidare gli occhi di tutte le femmine. Tanto che poi eri arrivato a fare meglio degli altri.

La differenza la faceva il grado di interesse, e la timidezza tornava proprio quando non sarebbe dovuta tornare. Cioè quando già le amavi un po’, le donne della tua vita.

Anna stava misurando la larghezza dei tuoi fianchi poggiando i suoi occhi sul tuo basso ventre.

Tu hai finto di doverti soffiare il naso per confondere col fazzoletto l’arrossire che sentivi allargarsi a macchia d’olio sul tuo viso.

Ma lei era già lì a spacchettare le buste dei boxer nella scatola.

-   La quinta fa al caso suo.

-   Se lo dici tu. Io non me ne intendo. Di solito me li comprava mia madre e adesso me li regalano le mie fidanzate.

Ecco, ti eri riscattato in poche battute da tutto l’impaccio di questo mondo. Le avevi dato del tu, le avevi fatto capire che abitavi da solo, che avevi la rubrica piena di telefoni di donne pronte ad uscire con te e che non eri monogamo.

-   Direi che me ne intendo. Nessuno è mai tornato per cambiare la taglia.

-   Nemmeno servendosene come scusa per rivederti?

-   Piuttosto tornano per comprare qualcos’altro.

Una sua risatina sommessa ti rivelò che questa ragazza era proprio come te.

Una persona dalla timidezza riscattata.

A questo punto giocavate ad armi pari.

-   Immagino, ci sia chi ci lascia lo stipendio, in questo negozio, allora.

-   Ci sono molti clienti fissi, se è questo che intendi.

-   Capisco perché, quando assumono le commesse, le vogliono di bella presenza.

-   Questo negozio è mio.

Lo disse con una certa fierezza che a te risultò di sfida.

Non potevi certo lasciarti perdere una così. Una presuntuosa, sicura di sé, che si comportava talvolta da timida, con quelle tette e quegli occhi da bella e stronza.

-   Posso offrirti un caffè? se sei tu che comandi qua dentro sarai libera di uscire cinque minuti.

-   Grazie, non bevo caffè…

Quando pensi non è che parli anche ad alta voce, Enrico? Sembra che la gente capisca e ti mandi affanculo. Ti capita spesso. Questo pensi tra te e te. Tutto pur di non ammettere che questa ragazza non ti si vuole inculare. Si, perché non puoi ammettere a te stesso che puoi fallire.

Devi avere avuto una faccia efficacemente affranta perché lei guardandoti si è ammorbidita due secondi, poi il tempo di strizzarti l’occhio:

-   …però una granita me la prenderei volentieri, con questo caldo!

Afferrata la sua borsetta di stoffa e perline da sotto il bancone, ti ha preceduto con passi lunghi e distesi fuori dal negozio.

Tu da come le andavi dietro sembravi un grosso cane in amore.

Quanto eri eccitato te lo si poteva fiutare in ogni poro della pelle, da testa a piedi, così tutto pieno di adrenalina e testosterone quanto eri.

Appena in strada, lei aveva acceso una sigaretta. Tu affiancandola, ti sentisti orgoglioso verso chi vi guardava. Nessuno sapeva che vi eravate appena conosciuti. Potevate essere fidanzati da anni agli occhi di chi vi vedeva. Oppure freschi amanti. Comunque di certo una bella accoppiata per chiunque avesse avuto anche solo un po’ di senso estetico

-   Fumi ?! Come fai ad avere i denti così bianchi?

Ti aveva guardato come chi finge di non avere capito.

-   Ne vuoi una?

-   Ho le mie.

Ha fatto una smorfia che ti pareva buffa. Ma solo a te.

Ha indicato con la borsetta verso l’insegna di un bar:

-   Là, sono siciliani, fanno granite da orgasmo.

Dentro di te hai sudato freddo.

Ti stava rigirando il coltello nella piaga.

Aveva capito ciò che volevi da lei e ti stava prendendo per i fondelli. Oppure era il suo modo per farti capire che ci sarebbe stata ancora prima di quello immaginavi.

Sai solo che avevi desiderato prenderla per un braccio e trascinarla dentro uno di quei miei vicoletti del centro, dove io so come diventare un nido, baciandola contro il muro, ma non lo avevi fatto.

Ti aveva spiazzato.

Quella ti stava parlando come ti parlano certe tue amiche di vecchia data con cui, qualche volta, ti è capitato di fare l’amore.

Vi siete appoggiati coi gomiti al bancone del bar, l’uno di fronte all’altra. Lei ha ordinato due granite ai fichi senza domandarti se tu la volevi, e il barista ha fatto l’occhietto ad Anna e lei ha ricambiato con un’alzata di mento.

Mentre vi guardavate, succhiavate le vostre granite dai bicchieri di plastica e parlavate delle vostre vite con l’indeterminatezza con cui se ne parla le prime volte che qualcuno ve le sente raccontare.

Quella ragazza parlava parecchio, sembrava molto disinibita, non fosse stato per i suoi occhi che in quel quarto d’ora che eravate rimasti insieme, due volte si erano come assentati per andarsene lontano, molto lontano, e avevi avuto la netta impressione che lei non avrebbe voluto essere lì, con te.

-   Devo tornare in negozio.

-   Mi lasci il tuo telefono? magari ci vediamo quando non lavori.

-   Tieni.

Meccanicamente aveva estratto dalla borsetta un suo biglietto da visita e poi senza guardarti si era incamminata velocemente fuori dal bar.

Tu hai pagato in fretta il siciliano dalle granite come orgasmi e hai cercato di affiancarti a lei prima che uscisse.

-   Ti lascio anche il mio.

-   No. Chiamami tu.

-   Mi chiamo Enrico.

-   Ciao, Enrico, ciao.

Così dicendo aveva varcato la porta di vetro del suo negozio del centro alzando la mano per salutarti e aveva girato la testa dall’altra parte.

L’avevi chiamata la sera successiva e lei ti aveva detto che stava entrando al cinema con un’amica e che non poteva nemmeno rimanere a fare due chiacchiere al cellulare.

L’hai richiamata due giorni dopo dal tuo ufficio, nel pomeriggio, il giorno di chiusura del negozio, e il cellulare era staccato.

L’hai chiamata l’altroieri nella pausa pranzo, per chiederle di uscire con te la sera stessa, ma lei ti ha detto di avere già un impegno. Le hai chiesto quando avrebbe potuto e lei ti ha detto, richiamami domani. Ma tu non l’hai chiamata perché sei dovuto stare tutto il tuo tempo libero a scopare con Francesca, che poi le sarebbero venute le mestruazioni il giorno dopo.

Non eri più così sicuro che l’avresti rivista, quell’Anna, che a prima vista ti era sembrata così disponibile ma che sotto doveva nascondere una certa freddezza.

L’idea che potesse essere frigida ti intrigava sessualmente. Ami immaginare di violentare donne frigide e farle urlare di piacere, come solo tu puoi fare.

Ma qui si trattava di una freddezza d’animo. Quella che devono avere le donne che bastano a se stesse e che poi finiscono per aprire delle attività in proprio.

Se c’è una cosa che ti spaventa sono le donne che non ti danno sicurezza, ma allo stesso tempo sono quelle di cui ti sei sempre innamorato.

E’ per questo che, coi tuoi trentatrè anni a novembre, mai una volta in vita tua si è, anche solo minimamente, avvicinata a te l’ipotesi di un matrimonio.

Adesso sei qui, di nuovo davanti a questo telefono e non sai più se ti va di sentirti dire un’altra volta che lei non può uscire con te.

Potresti lasciare perdere tutto e allora io non potrei cercare di alzare lo score tanto da vincere un’altra partita.

E tu vivresti una volta sola. In questi tuoi panni di impiegato di banca.

E tutto si limiterebbe attorno a questa tua solita vita. E non ne avresti un’altra.

E non tornerai tra qualche anno a camminare sul mio pavè di piazza Maggiore con altri piedini, un’altra facciotta, trascinato per la manina da un’altra mamma che ti porta insieme ad un altro papà, a spasso la domenica pomeriggio. Non la vuoi la possibilità di nascere di nuovo?

Sarebbe un vero peccato non approfittare di questa eccezionale opportunità.

Dipende da questa telefonata. Puoi cercare di avere un’altra vita.

Dunque, che fai ?

Ripensa anche solo un attimo ai suoi capelli neri ricciuti e a come devono essere perciò folti quelli che ha sul pube. Sei sempre stato maniacalmente attratto da questi particolari. Spesso hai scelto le tue donne al primo sguardo pensando ai dettagli non evidenti.

Perché a te le donne piace scoprirle.

Ripensa alle sue battute ironiche e ardite. Come farà l’amore una donna che non ha paura di parlare? e come non saprà annoiarti mai, nei lunghi dopocena che le precedono, queste scopate ?

Perché a te, le scopate, piace aspettarle nella certezza che non ti deluderanno.

Solo a pensarci, l’uccello ti tira.

 

Allora deciditi. E fammi divertire un po’. Sono duemila anni che sto qua e sballotto quelli come te. Fammi ridere. Ti ho scelto per questo.

Così, pallina sottovetro a questo flipper che sono le mie strade. Io ti farò tornare prima o poi, sempre qua sotto i miei occhi, sotto le mie due torri, con tutta un’altra faccia e un’altra storia. Magari ti faccio rinascere donna.

 

Afferri il cordless, il numero lo sai già a memoria.

Tre squilli compiuti e la sua voce squilla compatta.

Pronto. Pronto sono io. Io chi. Io, Enrico. Ciao, Enrico. Ieri non sono riuscito a chiamarti. Ieri ero libera. Oggi immagino di no. Immagini male. Allora ci vediamo. Si può fare. Non dirmelo come se mi facessi un piacere. Ok. Ok, cosa. Ok, vediamoci. Ceniamo insieme. Ok, ceniamo. Alle nove e mezzo. Meglio prima. Alle nove. Meglio otto e mezzo. Ti passo a prendere a casa. No, al negozio. Ok, allora a dopo. Ok, come stai?  Bene, scusa se non te l’ho chiesto io subito. No, intendo, con che mezzo stai, se serve un casco. No, ho una Golf. Avevo capito che avevi la moto. No, non ho la moto. Ma che Enrico sei? Quello dell’altro giorno in negozio. Così non mi aiuti molto. La granita. Ogni quattro ore mi prendo una granita, chi c’è c’è. La granita da orgasmo. Ah… lavori in banca. Già. Cristo, hai la voce uguale ad un Enrico che conosco. Questo l’avevo capito. Ma uguale uguale. Ti dispiace sia io, invece? Ma no. Allora tutto come d’accordo anche se sono io. Certo, niente casco, allora. Niente casco. Cristo, eri Enrico, tu, anche l’altro ieri? Io ti ho chiamato, poi non so. Adesso capisco. Cosa ? No, niente, stasera ho bisogno di bere. Lo stai dicendo ad una spugna. Bene, mi fa piacere vederti. Anche a me, molto. Allora a stasera, alle…l’ho già dimenticato. Nove e mezzo. Perfetto, un bacio. A te, ciao, Anna. Ciao, En…rico, ciao.

 

 

Ecco fatto.

Rimani con la cornetta in mano qualche secondo un po’ perplesso, ma ecco fatto.

E’ finalmente iniziata la mia partita a flipper.

 

 

Controlli l’ora. Sono solo le sei. Sei riuscito a riguadagnarti un’ora perché sei te, che se eri un altro voleva uscire prima. Chissà cos’è meglio.

Pensi sarebbe bene prenotare in un bel ristorantino, magari al lume di candela. C’è né uno sui colli, dove puoi vedere le mie luci dall’alto. Lei ha detto che berrà molto, e l’atmosfera giusta la potrebbe condurre dritta dritta a letto con te.

E’ importante curare la confezione del teorema anche se se ne conosce già il corollario.

Quanto riesci a dare per scontate le cose, non te ne rendi nemmeno conto.

Lei ti ha scambiato per un altro per ben due volte al telefono e tu riesci ad essere certo che sarà con te che farà l’amore stanotte.

Forse è la banca che a te ti rovina. Una volta non eri così.

Ma a forza di stare in mezzo ai numeri e ai conti che regolano il mondo ti sei illuso che si possa prevedere, con poche operazioni deduttive, come gira la vita.

Che la vita, invece, è un flipper.

 

 

Ti squilla il telefono in mano, prima che tu decida quale ristorante prenotare.

Pronto. Ciao tesoro, che fai? Sono appena tornato dal lavoro. Perché non ci vediamo per un aperitivo? Sono molto stanco, oggi è stata una giornataccia. Potrei venire da te a farti un massaggio, allora. Devo uscire, mi dispiace. Ma hai detto che eri stanco. Francesca, ho un impegno di lavoro. Ma hai detto che sei appena tornato dal lavoro. Si, ma mi hanno avvertito poco fa che c’è una riunione stasera. Una riunione di sera? Una riunione speciale, non è colpa mia. Mica ho detto che è una colpa avere una riunione. Già. Cosa, già? Non è una colpa. Se è veramente a una riunione che vai. Ma Chicca, stai scherzando spero, come fai a pensare che ti dico che ho una riunione e che non è vero. Già, scusa, me lo diresti se vedi un’altra vero? Certo che te lo direi, Franci. Sai che preferisco la sincerità anche se può fare male. Sì, lo abbiamo già chiarito questo aspetto. Il rispetto della sincerità è la cosa più importante per me. Lo so, Fra.  Ieri sera è stato bellissimo. Sì. Come, solo sì riesci a dire? Franci, è stato più che bellissimo. Ho voglia di vederti ancora. Certo, che ci rivedremo. Ma io intendo, ancora, adesso. Franceschina, non fare i capricci, ti ho detto che non posso, vorrei, ma non posso. Volere è potere, me lo hai detto tu. Fra, cazzo, non è sempre così. Cazzo a chi? Scusami. Odio che tu dica cazzo. Solo la parola, odi, mi pare. Perché fai così? Cazzo, cazzo, cazzo, stanotte quante volte l’hai avuto invece in bocca tu  ‘sto cazzo e adesso non vuoi che lo nomino…

Click.

Complimenti, non c’è che dire: Oxford, centodieci e lode!

Per qualche giorno devi esserti garantito il campo libero.

Ti senti come se potessi fregartene già di tutte le altre donne della terra.

Non mi starai mica pensando di diventare fedele a una che ha tutta l’aria di amare già un altro Enrico e nemmeno sai se sarà qualcosa più di una amica. Dimenticavo, tu l’amicizia tra uomo e donna non la concepisci o meglio, le donne sono sempre amiche solo degli altri uomini, mai di te.

Certo il tuo bell’aspetto ti aiuta. E ne hai sempre approfittato.

Tanto da dimenticarti dell’esistenza del dentista.

Ti limiti a usare il tuo collutorio alla menta e portarti sempre dietro lo spray per profumare la bocca.

Dopo avere sbolognato (ah!ah! permettimi questa autocitazione!) Francesca, prenoti un tavolo all’ “Honey But Not Lonely” che più che il nome di un ristorante sembra il titolo di una canzone di Britney Spears, lucidi il cruscotto della tua Golf grigia metallizzata che sembra l’allegoria del tuo cuore, ti fai la doccia con Fa’, indossi i “suoi” boxer di Calvin Klein e un completo di lino grigio e ti porti con l’auto davanti al suo negozio. Che è chiuso e spento e lei non c’è.

 

 

La chiami al cellulare. E’ a casa, davanti alla tv, ti ha aspettato mezz’ora, non aveva il tuo numero, non è arrabbiata, risponde a sillabe solo perchè sta mangiando biscotti.

Le chiedi se ha ancora intenzione di uscire con te. Risponde di essersi sgualcita la gonna sprofondandosi nel divano convinta del fatto che tu le avresti fatto passare la serata sola. Non sai come chiederle scusa, ti aggrappi al solito malinteso. Lei tossisce dentro al telefono e aggiunge di avere la gola secca per i biscotti e le sigarette, e di non avere un straccio di liquido da bere in casa se non l’acqua del rubinetto.

Nella maniera più zuccherosa che conosci le chiedi se per farti perdonare puoi invitarla a bere qualcosa fuori con te.

Tu muori dalla fame ma ti accontenteresti di un panino al “Cantinone” di via Del Pratello pur di farla bere e ubriacare.

A lei va bene qualsiasi cosa, pur di troncare questa telefonata idiota, e te lo dice.

E ti dice anche che le sembra di avere l’impressione che tu abbia soggezione di lei, e che non sarebbe il caso, visto come vi siete conosciuti, in un agio perfetto, per quello che ricorda.

Alla fine andate a cena dove avevi prenotato, e le candele la illuminano da sotto accentuando le sue borse sotto gli occhi.

Se ne accorge e sorride.

- Si vede che dormo poco?

-   Buon segno, no?

-   Si, se fosse per il motivo che stai pensando.

-   Quell’Enrico per cui mi hai scambiato al telefono non è qualcuno che ti scopi?

-   No.

-   Perdonami la schiettezza.

-   Mi piaci per questo, peccato solo che tu non sia coerente. Cosa voti, se voti?

-   Non voto. Tu?

-   Si, voto. Ma non ne parlo con chi non lo fa.

-   Ami i guai?

-  Sono loro che amano me…ma deve averlo già detto qualcun altro.

-   Mi piace come muovi la bocca quando parli. Sembri un’altra 

però, dall’altro giorno.

-   Meglio o peggio?

-   Sempre bene.

-   Che fantasia!

-   Introduci tu un discorso allora…

-   Mi piacerebbe sapere come fai l’amore.

Non ci sei abituato a parlare in questa maniera. Ci hai provato a esagerare prima con quell’allusione allo scopare suo con un certo Enrico, ma ti sei dovuto sforzare parecchio, e già mentre lo dicevi te ne pentivi. Adesso che sai che è una che non si scandalizza ti senti intimorito. Non sai dove potrebbe arrivare lei. Potrebbe farti sentire preso per i fondelli. Potrebbe farti capire cosa provano le donne quando un uomo allude volgarmente sul loro conto. Non vorresti mai che i vostri ruoli si scambiassero. Non vorresti mai sentirti inferiore. Perché questa è tua convinzione.

Ma ha usato la parola amore lei, non scopare.

E’ ancora una donna, dunque.

-   Come si fanno a spiegare certe cose…

-   Io lo vorrei sapere…

-   Beh, ci sono modi migliori del parlarne, per saperlo.

-   Lo so, ma siccome non ho intenzione di fare l’amore con te e allo stesso tempo muoio dalla voglia di sapere come lo fai…

Pensi a tutte le volte che sei uscito a cena con qualcuna, sperando di conoscerla un po’, e dopo avere parlato di lavoro, del tempo, dell’infanzia ti sei reso conto che l’unica intimità l’hai ottenuta a letto con lei.

Pensi a tutte le volte che sembravano timide, impacciate e poi si sono rivelate vacche a letto.

Pensi ad Anna e cosa sta cercando in te. Pensi che deve essere stata una bambina cattiva. Pensi che è ancora come una bambina.

Ti fa rabbia.

-   E tu come lo fai?

-   Non rigirarmi la domanda, è da infami.

Ti senti di metterti sulla difensiva.

-   Nessuna si è mai lamentata.

-   Così, non significa niente. Descrivi.

Questa poi, descrivere come scopi, non ti era mai capitato, la prima sera che esci con una donna. Farlo, spesso, ma parlarne e basta, mai.

Ti senti un inesperto, uno poco di mondo, uno che ha avuto tutte le storie simili.

Deve essere proprio colpa tua.

 

Adesso basta, però: il flipper è un flipper e bisogna giocarci.

 

-   Io non ti descriverò una cosa solo perché tu mi dici che non la farai mai.

-   Mi credi una che fa la furba?

-   No, ti credo una che se la tira, e anche male.

-   Ti sei chiesto cosa penso io di te, invece?

-   No, credo di no.

-   E hai fatto bene, perché non penso nulla.

-   Posso sapere perché sei uscita con me?

-   Perché hai insistito e perché mi sentivo sola.

-   Prima hai detto che ti piaccio.

-   Ho detto che mi piacciono certe cose che dici, non te.

Prima che l’orgoglio ti vada sotto le scarpe, le sue, e magari te lo calpesti anche, scuoti la testa come a scacciare l’espressione più risentita dei tuoi ultimi anni. Tossisci, versi un po’ di vino, estrai il cellulare e cerchi il nome di Francesca nella rubrica. Guardi Anna negli occhi sfidandola a un duello a cui non parteciperà.

E’ una faccenda tra te e te.

Tra chi voleva sentirsi vivo una volta in più e chi ha bisogno di sicurezze scontate.

Ora vuoi solo guardare quel nome di donna che sai che ti ama.

Perché assomigliano a come ti senti, noti gli spigoli nei caratteri squadrati del cellulare. Ma in questo momento non riesci a ricordare il viso che sta dietro a quel nome, sai solo che c’è un corpo intero e un pensiero dedicati a te, tutto in quel Francesca.

Gli occhi neri di Anna non ti guardano ma tu li senti dentro a vederti le viscere.

-   Vado in bagno un attimo.

Anna, che sta leggendo l’etichetta del vino, annuisce.

Chiudi la porta della toilette dietro di te e sospiri. Telefoni a Francesca e le chiedi dove sia. Sta rivedendo ”Colazione da Tiffany” con un pacchetto di Twistie in grembo davanti al televisore di casa sua. Le strappi la lacrima che era lì lì per scendere davanti al film, dicendole quanto ti dispiace non essere lì con lei, per colpa della noiosissima riunione di lavoro, a riempirla di baci sulla schiena, mentre mangia patatine estasiata da Hudrey Hepburn. Ti dice che ti ama e tu ti senti un po’ meno peggio.

Passerai più tardi da lei, le sussurri, mentre sbottoni i pantaloni.

Chiudi la telefonata e pisci.

Quando torni al tavolo, Anna ti sorride, iena.

-   Quando ridi ti si accentuano le borse sotto agli occhi.

-   Non importa, preferisco ridere.

-   I tuoi sono gli occhi di chi piange spesso.

-   A tagliare cipolle.

-   Tu devi essere quel tipo di donna che soffre per un uomo che non l’ama e si vendica con gli altri.

-   Perché pensi che io sia così?

-   So come fate voi.

-   Ma, voi, chi?

-   Quelle come te: quelle che se la tirano.

Ride ancora e tu le versi altro vino.

Come vorresti che si ubriacasse per vedere se si lascia andare di più. A questo punto, ti interessa sapere cosa ha dentro quella testa più di come è tra le gambe.

Chi l’avrebbe detto, che tutti i tuoi sforzi di anni per riuscire a crearti la dignità di uno sempre sicuro di sé, si sarebbero annientati in soli quattro giorni, solo per merito di questa stronza che hai davanti stasera. Che oltretutto non è poi così bella come ti è sembrata la prima volta che l’hai vista. C’era il sole a spiragliare tra i tetti dei palazzi antichi, la prima volta che l’hai vista, e questo deve averti reso più ottimista nel trovare la bellezza che cerchi nei volti delle donne che ti capita di incontrare quando passeggi attraverso le mie strade. Non c’erano portici davanti al suo negozio a togliere la luce alla visione rosea della vita di cui tanto necessiti per andare avanti.

Strano vero? Ci sono angoli di me senza ciò che nel mondo mi caratterizza, sono strade piccolissime dove i portici non ci stanno, e tu hai imbroccato proprio una di quelle, per incontrare questa ragazza, a Bologna.

Ma pensiamo ad adesso.

Ti senti come da adolescente, quando inesperto arrossivi davanti ai primi sguardi delle compagne delle medie, alle prime magliette alzate su maldestramente, ai primi rigonfiamenti improvvisi nei pantaloni.

Ti sfugge il pensiero dalla bocca.

-   Non vorrai darmi ad intendere che vent’anni sono passati per niente? Io me ne intendo di donne.

-   Niente passa per niente. Invidio le tue certezze in materia. Ma sei solo stato fortunato. Forse perché sei bello.

-   …adesso sono bello… deciditi !

-   Che sei carino lo vedo, ma non sei il mio tipo.

-   Carino, vallo a dire al tuo Enricuccio, l’altro!

-   Parli come una donna…ma non è che sei gay e non lo sai?

-   Ma vaffanculo, va…

E sbuffi, perché hai sentito, a volte, inconsciamente, il desiderio di qualche opportunità in più, ma già solo l’idea della messa in pratica ti è sempre sembrata esagerata.

Lei continua a sorridere, sembra divertita. Non può essere solo il vino. Tornerà ad uscire con te, probabilmente. Ti andrebbe di fare anche il buffone pur di averla vicino, perché ci stai bene, con tanto di rabbia e sensazione di inadeguatezza.

Sembra un po’ una sorella maggiore che ti sfotte ma sai che non può che volerti bene. Il tuo ottimismo, in cui ti sei specializzato negli anni, ti salverà anche stavolta.

-   Non faresti l’amore, tanto per fare, solo perché non ti faccio 

    schifo?

-   Sembri stupido quando parli così.

-   Non mi sembra così idiota come proposta.

-   No, infatti, è solo una questione di come infili le parole una dietro all’altra.

-   Se te lo chiedo in ginocchio, regalandoti delle rose?

-   Odio sia le persone in ginocchio, sia i fiori, ricordano chiese e cimiteri.

-   Mi piace questo gioco di supposizioni, è eccitante.

-   Divertente. Mi fa piacere che non ti sei offeso per prima. Potremmo diventare amici.

Ha detto la parola che, per te, non ha senso, detta tra un uomo e una donna.

Però annuisci, finite di mangiare ubriacandovi, ti bacia in auto mentre comincia a piovere, mentre anch’io mi bagno insieme a voi. Continuate a baciarvi nell’ascensore di casa sua e ti fa male con i denti, ha la forza di un uomo quando ti butta sul suo letto.

Ti colpisce vedere un bicchiere di latte che è divenuto panna sul suo comodino.

Di fianco c’è anche un libro di Stefano Benni, ma tu non sai neanche chi è Benni perciò non ti soffermi più di tanto a guardare da quella parte.

La sua aggressività ti pare fare parte di un ruolo che lei è stata costretta ad accettare e non ha affatto l’aria di sentircisi a suo agio.

Una sensualità indecente gronda dal suo corpo, in cui entri, ormai anche se non vorresti.

Francesca è solo un nome che continua a lampeggiare sul  cellulare che vibra nel fondo di una tasca di giacca buttata a terra, di là.

 

E lo score di questo flipper aumenta in fretta, tanto che i numeri nemmeno riesco più a leggerli.

Sì, bravo stai vicendo. Dacci dentro.

La prossima volta, diventerai un salumiere di Borgo Panigale, contento?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tratto da: "Lei che nelle foto non sorrideva", splendido romanzo di C. Bomoll                          pubblicato il 21\10'02

Un autrice che più la leggiamo, più ci conquista.  c.t.

 

Mi ritroverò qui e non saprò se sarò cambiata.
Quello che mi circonderà, parrà di no. 
Sarà più facile, così, ritornare sui propri passi.
Ricominciare da zero, questo dovrò fare.
Non avrò gli stessi occhi di sempre, quando avrò visto di più.
Chissà come mi ritrarrà allora, questa macchina per fare le fotografie espresso, in questa strada di quest'angolo di paese dove ritornerò. 
Ci ha sempre reso intatto il tempo, fermato per poche mille lire.
Introdurrò qualche euro e aspetterò che faccia quello che ha fatto per anni.
Incorniciava i nostri angoli adolescenti e ci aspettava più grandi.
Quante volte, si era cercato di fermare quegli anni che oscillavano, appendendoli ad un sorriso. E il sorriso, lo si era reso una volta per tutte immutabile. 
C'era chi in quelle foto non ha voluto sorridere mai.
Poi gli anni sono scivolati, senza nessun appiglio, e la vita è fracassata, ma senza rumore. Solo nell'immagine si è percepito lo schianto, che è risultato muto.
Sarebbe bastato chiudere gli occhi, e non ci si sarebbe accorti di nulla. E' quel che ho fatto per non vedere Ester cadere. Pareva inammissibile non guardare mentre era come uno specchio quello che mi si parava davanti. Invece io ci sono riuscita.
Ma questo sarebbe successo dopo.
Quelli erano ancora i giorni dell'onda.
Quando dell'ubriachezza se ne faceva un nido.
La scheggia impazziva e ancora poteva.
Anarchie dell'anima inedita.
Autunni e vent'anni. 
Esigenze di copione, noi due eravamo conformi e simili.
I nostri portafogli si rigonfiavano di piccole foto, lo spazio che occorreva ai nostri soldi era confinato in un angolo. Allora, ancora studiavamo per assicurarci un futuro insicuro.
Non mi parrà vero, sarò di nuovo qua dentro, su questo stesso sgabello girevole dove il flash è tuonato decine di volte, e ci ha colte impreparate, con smorfie assurde sulla faccia. 
Erano le nostre maschere in quegli anni di carnevale. 
C'era tutta la spavalderia del mondo nelle nostre lingue sdegnanti e nei nostri morbidi crucci.
Non accettavamo i nostri nomi ma sapevamo perfettamente cosa ci rendeva felici. 
Avevamo ragione sempre, perché non credevamo ciecamente in niente. 
Avevamo invidiabili porzioni d'inzuccherato torpore nelle membra a impedirci di sbagliare nelle scelte.
C'era la necessità di sperimentare lo schianto e di ponderarlo con fragranti lacrime.
I sogni in tuffo. 
L'amore a spigoli.
Il criterio agli sgoccioli.
La giostra negli occhi.
Le nostre mani nelle mani di qualcun altro, tuttavia.
Le vertebre a incrinarsi nell'urto contro la notte.
C'era la voglia di vivere e morire tutta insieme.
Le spese a carico del destinatario, sempre.
Ma poi cosa ci è successo?
Non può essere stata solo del tempo che passa, la colpa.
Non ricordo bene.
Io ed Ester. Figlie uniche di genitori distratti.
Figlie uniche perché venute al mondo una dietro all'altra senza che mia madre avesse il tempo di rendersene conto che eravamo due.
Uniche perché ci siamo appoggiate l'una all'altra da sempre come gli alter ego.
Mia madre ha sempre raccontato che fui concepita quando lei aveva quindici anni in una notte di capodanno. All'epoca, quello che poi divenne mio padre aveva vent'anni ed era fidanzato con una vicina di casa di lei.
Quella notte, tornavano tutti e tre da un festone in una balera di cui anche il nome deve essere andato dimenticato insieme all'orgoglio e alle precauzioni da prendere. Durante il tragitto mio padre e la sua fidanzata cominciarono a litigare senza preoccuparsi della presenza di mia madre . Olga, si chiamava quella, per tutta la serata non si era filata di striscio mio padre e aveva preferito cedere al passo di un ballerino provetto, e mio padre roso dalla gelosia e dal senso di inadeguatezza verso il liscio, dopo qualche chilometro di insulti la scaricò in mezzo alla strada, perché a detta di lui quello era il suo posto. 
A mia madre, che dal primo momento in cui aveva visto mio padre in cuor suo lo aveva amato, non le sembrava vero di essere rimasti lei, lui, un'auto in cui faceva freddo e la luna a riflettere sulla campagna innevata attorno da farla sembrare sulle nuvole.
A mio padre, che era quel tipo di ragazzo che quando subiva uno smacco doveva recuperare in fretta per una questione di amor proprio, non gli sembrava vero di essere lui, una ragazza infreddolita da scaldare per giunta un po' amica di colei che detestava, la sua auto e la luna a riflettere sulla campagna innevata attorno da farlo sembrare sulle nuvole.
Ci deve essere stato di mezzo anche il Lambrusco.
Dopo quella sera, sette mesi dopo Olga sposò il ballerino provetto, un mese dopo mio padre sposò mia madre che sembrava una bambina con un pancione della madonna, un altro mese dopo nacqui io, dieci mesi dopo nacque Ester.
Me, mi chiamarono Alice, perché mia madre aveva poco più dell'età delle fiabe e la meraviglia che deve averla colta quando scoprì di essere rimasta incinta nell'unica volta che aveva fatto l'amore, deve averla fatta pensare più alla favola che al realtà dei fatti…ed Ester, che non potevano chiamarla Alice seconda, per la meraviglia nello scoprire che si può rimanere incinta anche poco dopo aver partorito, l'hanno chiamata come nonna, che nel frattempo era passata a miglior vita.
Raccontata così, come la racconta mia madre, sembra una storia d'altri tempi e invece si era già ai tempi nostri. Ma lei ne è sempre stata al di fuori, come a sperare che questo potesse difenderla, anche quando era un po' tardi per crederlo.
Così, nel giro di poco più di un anno, il destino aveva dato vita ad una nuova famiglia, con "due sorelline che sembrano fatte con lo stampino", diceva la gente in paese. Non si era proprio col morale al settimo cielo come le famiglie del Mulino Bianco: a mia madre era scesa la catena del cervello a causa di una grave forma di crisi post-parto e a mio padre aspettavano dieci anni di mutuo sulle spalle per avere acquistato la ferramenta del paese. Almeno la casa era nostra, di quelle di una volta, che erano state di campagna, prima che il paese si allargasse. Lì era cresciuta mia madre, e lì avevano vissuto per un secolo mio nonno, mia nonna, mio bisnonno, mia bisnonna. Di loro erano rimasti solo questa comoda eredità sottoforma di immobile, splendidi tombini in marmo coi fiori di plastica fissi al cimitero, a cui mia madre non andava mai a fare visita, e il nome di mia sorella, Ester, che era stato di nostra nonna.
La nostra, anche se un po' starlancata, è comunque sempre stata una famiglia degna di questo nome, così dicevano i fogli del censimento, con l'albero di Natale ogni Natale, con le ferie di una settimana a Riccione ogni estate insieme alla zia zitella e a mia madre, le volte che non era in clinica, ma chissà perché d'estate stava sempre peggio e finiva che non veniva quasi mai.
Me e mia sorella Ester: chi ci conosceva solo di vista spesso ci confondeva, tanto era straordinaria la nostra somiglianza. Non riuscivano a decidere chi potesse essere la maggiore delle due e io ne ho sofferto a lungo. 
Ho sempre creduto che chi nascesse prima potesse pretendere delle priorità . Vedevo le mie amiche con sorelle e fratelli più piccoli, avere quell' incantevole senso di superiorità nei loro confronti, che si mischiava ad un desiderio di protezione e dava loro soddisfazioni primarie. 
Non so se sia stato il fatto che siamo nate a soli dieci mesi di distanza ma io ed Ester siamo sempre state come quasi gemelle. Nate nello stesso anno, perciò sempre a scuola insieme, con la stessa stazza fisica, perciò sempre con gli stessi vestiti che ci scambiavamo, le stesse prime uscite, le tesse emozioni in contemporanea.
Ma io vantavo dieci mesi di precedenza su di lei e ci tenevo che questi dieci mesi fossero considerati. Dopotutto anche nostra madre aveva solo quindici anni in più di noi e nostro padre venti, perciò nello sforzo di dilatare il tempo per rendere accettabili le differenze di età rientrava anche la mia nei confronti di Ester. Qualche mese era come anni.
Io ci ho sempre provato a fare la sorella maggiore, e mi sono imposta come tale. E a forza di dai e dai qualcosa ho ottenuto. Penso che a Ester avesse sempre fatto comodo avere me come punto di riferimento, dal momento che mamma non brillava certo per capacità di intendere e volere.
Nostro padre, quando abbiamo avuto l'età della ragione ci ha confidato che fu in seguito alla nascita di Ester che lei ebbe le gravi crisi di nervi post parto che si è portata dietro per sempre e non l'hanno più fatta tornare come prima. Credo che abbia dovuto mettere in chiaro il primo possibile la faccenda, come a giustificarsi del fatto che non l'ha mai voluta considerare una vera moglie.
Ma io mi sono sempre chiesta: com'era stata lei prima che nascessimo noi? Come poteva tornare come prima? Prima aveva quindici anni, non sarebbe stata comunque idonea. Non ha avuto grosse vie di scampo, la nostra inverosimile mamma.
Io me la ricordo da sempre calata in un'altra dimensione, perennemente assente. 
Ricordo che io e Ester da piccole passavamo le giornate dal nonno paterno, dove c'era la nostra zia zitella Ines che ci imboccava le pappe, poi siamo andate all'asilo molto presto. Verso sera sempre zia Ines ci veniva a prendere in bicicletta, ci caricava una dietro e una davanti e ci riportava a casa nostra dove mamma sdraiata sul divano, aspettava il momento in cui tornavamo per cominciare a preparare la cena. Sembrava mettesse le sue energie solo in quello. 
Mia madre aveva il terrore di uscire di casa, una vera e propria fobia. Si sentiva al sicuro solo tra le quattro mura della casa dove aveva sempre vissuto, e forse nemmeno lì in realtà.
Mio padre, al contrario, a casa non c'era mai. Stava tutto il giorno al negozio di ferramenta, tornava per cena e subito tornava ad uscire. Andava sempre via coi suoi amici non ancora sposati. Non era pronto per quella vita che gli era piovuta addosso all'improvviso. Sarebbe dovuto crescere tutto in una volta e non ci riusciva. O non voleva.
Mio padre ci ha voluto bene a modo suo, ci ha accolto come una sfida, una prova da affrontare, allo stesso modo di come un ragazzo di vent'anni può essere inebriato dal bungee jumping.
Noi per lui siamo state come due salti nel vuoto.
Fortuna che c'era zia Ines. Era grassoccia e con la faccia buffa, non assomigliava per niente a mio padre, tanto che lui diceva fosse frutto di corna. Ascoltava sempre Loretta Goggi e cantava tenendo la scopa come fosse un microfono. Cacciava certe stonate da fare venire i brividi. Suo padre, mio nonno, diceva sempre che doveva trovare un fidanzato e andarsene da quella casa, che era ora. Cosa gliene importasse a lui non l'ho mai capito, dal momento che da quando era andato in pensione se ne stava tutto il giorno al bar a giocare a carte. 
A zia Ines andavano i bruscoli in un occhio, tutte le volte che rileggeva una lettera che teneva piegata dentro al reggiseno. Infatti, da piccola per un po' ho creduto che l'inchiostro fosse fatto con la polvere. Poi una volta l'ho trovata con gli occhi rossissimi e pieni, nascosta dietro alla tenda del soggiorno, e ai suoi piedi c'era quella lettera stracciata in tanti pezzi. Quella volta piangeva, mica ero scema, anche se avevo quattro anni.
A volte andavamo in ferramenta da mio padre, zia Ines ci appoggiava nel retrobottega, e iniziava la sua tiritera che interrompeva ogni volta che entrava un cliente. Mio padre annuiva con la testa, ma non la guardava mai. Lei a volte alzava la voce allora mio padre veniva nel retrobottega e ci diceva di andare a prendere un gelato nel bar di fianco, e ci metteva i soldi in mano. 
Quelle erano le prime volte che io ed Ester rimanevamo sole e io mi sentivo importante, perché toccava sempre a me drizzarmi sulle punte dei piedi e indicare la foto del gelato nel cartellone di metallo e dare i soldi al barista. Lei stava lì di fianco a me e guardava tutto con gli occhi spalancati e non parlava.
Una volta l'ho persa. Mi sono girata e lei non c'era più. L'ho trovata in fondo al bar che fissava una donna seduta ad una tavolino che beveva vino e fumava una sigaretta incredibilmente puzzolente. L'ho tirata per un braccio ma lei mi faceva resistenza e continuava a guardare quella donna che le biascicò un:
-Mo saghè ceina? Non hai mai visto una merda?-
Solo allora si è lasciata trascinare via e siamo tornate al negozio di mio padre.
A me piaceva stare dentro la ferramenta, peccato che lui non volesse. Mentre mio padre e zia Ines erano di là a litigare io ed Ester aprivamo le scatoline che c'erano nel retrobottega e facevamo il tiro dei chiodi e delle rondelle cercando di centrare la tazza del cesso. Una volta lei ha sbagliato mira e mi è arrivata una brugola in testa allora io ho afferrato la prima cosa che mi è capitata in mano per tirargliela addosso. Era un trapano che l'ha solo sfiorata ma si è fracassato a terra. 
Mio padre si è affacciato da dietro il muro e ha ordinato a mia zia di portarci via immediatamente. Non ci ha dato nemmeno uno scoppolotto. Non ci ha nemmeno sgridato. Niente, neanche una mezza parola indirizzata a noi.
Un po' più grandicelle, la zia zitella si sposò tramite agenzia con uno di Brescia e andò a stare là. Non l'abbiamo più né vista né sentita.
Quando non eravamo a scuola stavamo a giocare nei cortili coi vicini. Mia madre non ci ha mai richiamato una volta. Tornavamo a casa solo quando l'ultimo dei nostri amichetti era trascinato via, tirato per le orecchie da un genitore. E' così che ho imparato a fare altrettanto con Ester: le acchiappavo il lobo e la tiravo verso casa gridando che era ora di andare. Lei mugolava e io ridevo.
A me nessuno mi ha mai preso per le orecchie, nessuno mi ha mai detto cosa dovevo fare, e soprattutto ho sempre creduto che nessuno mi avrebbe mai messo i piedi in testa. Per questo non ho capito, qualche anno dopo, perché quando i nostri amici cercavano di toccarci i piccoli seni, le altre ragazzine ridacchiavano con urletti orgogliosi. A me veniva solo da sputare loro in faccia. 
Ester non faceva né l'uno nell'altro: rimaneva ferma e arrossiva. 
Decine di volte ho sputato io per lei.
Questo modo di fare con i ragazzi ci sarebbe sempre rimasto: io sono sempre stata una frana. Lei invece ha sempre avuto più successo di me. Aveva quell'aria dimessa che a loro piaceva tanto.
E' quella che poi certo l'ha fatta vincere su di me con Alberto.
Ma è la stessa aria dimessa che ha avuto anche con me alla fine.
E' quella che l'ha fregata.
Eravamo ancora bambine.
C'era una vetrata colorata, nella piccola serra del nonno.
Aveva i colori dell'arcobaleno, in tanti frammenti di mosaico.
Spintonai Ester contro di essa, litigando, un pomeriggio d'estate.
S'infranse, quando lei la trapassò con il braccio e la gamba nuda.
Non pianse mentre la gamba le sanguinava e io rimasi ferma e imbarazzata ad osservare ciò che le avevo fatto. 
Lei, a sua volta mi guardava con aria di sfida a volermi dimostrare di possedere un coraggio che non aveva: quello di mettersi contro di me.
Non disse niente ai nostri genitori e portò per una settimana lunghi pantaloni a coprirle la ferita.
Si crepava dal caldo quell'estate, come tutte le estati in Emilia. 
Le si bagnavano di sudore i pantaloni durante i giochi nel cortile, ma non li tolse mai.
Le rimasero per sempre quei frantumi di vetro colorati nella pelle.
Quando era sotto il sole, brillavano, e lei trovava tutto ciò motivo di orgoglio.
Voleva dimostrarmi che anziché farle del male l'avevo dotata di un'esclusiva dote.
Si vantava del suo prezioso privilegio con i nostri compagni di gioco, e non disse mai a loro la vera causa. Raccontava che dopo un pomeriggio di pioggia, aveva sfiorato l'arcobaleno, e i colori le erano entrati dentro.
E gli altri bambini la stavano a guardare con invidia mentre lei mi faceva smorfie soddisfatte.
Quel luglio dell'ottantatre ci regalò parecchi temporali estivi, e con i nostri amichetti correvamo sotto quella pioggia calda gridando:
-Lo squasso! Lo squasso! Dopo arriva l'arcobaleno! Pronti a saltare, eh!-
E aspettavamo che in cielo apparisse l'arco variopinto che cercavamo di toccare perché ci entrasse dentro come aveva fatto con Ester.
Io stavo al gioco, anche se sapevo la verità.
Mamma era ricoverata in clinica quell'estate.
Una di quelle notti, Ester tentò di soffocarmi col cuscino.
Io dormivo e mi svegliai annaspando.
Mia sorella era come in trance, i suoi occhi sembravano non vedere. Ogni tanto soffriva di sonnambulismo e faceva cose di cui poi non si ricordava. 
La scaraventai giù dal letto e le diedi un calcio proprio sulla sua ferita colorata. 
Piangendo zoppicò nella stanza dove mio padre dormiva profondamente e solo. 
Quella sera, la ragazza che ogni tanto si portava a casa dicendo che veniva a fare le pulizie, che non ho mai capito perché pulisse solo la sua camera da letto, se ne era andata urlando arrabbiata svegliandoci e l'avevamo vista allontanarsi a piedi, giù in strada, dalla finestra.
Ester frignava sulla porta della camera dei miei genitori e sentii mio padre sbottare: -Non c'è tua madre a rompere le palle e ci pensi te?-
Era molto nervoso in quel periodo. 
Sentii sbattere una porta e vidi Ester tornare in camera nostra con lo sguardo strappato.
Cercò di abbracciarmi, e anche se ero ancora arrabbiata con lei, rimasi immobile a subire il suo pianto. 
Avevo sempre desideravo anch'io qualcuno vicino, ad occhi chiusi, ma non c'era mai stato nessuno, aprendoli, tranne lei. 
Questa era stata la mia infanzia. 
Si capiva già che Ester avrebbe sempre avuto bisogno di me.
Io pure, ma avrei preferito di no.
Ci ho pensato un sacco di volte.


© Cinzia Bomoll - 2002