ENRICO PIETRANGELI

 

 

 

Enrico Pietrangeli ha pubblicato nel 2000 il libro "Di amore, di morte" per la Teseo Editore. 
il testo è disponibile anche in una versione e book ridotta con download gratuito per la
Kult Virtual Press di Modena. Collabora con giornali, riviste e siti internet.
Suoi inediti, traduzioni, articoli e recensioni sono reperibili su cartaceo ed in rete. 
Gestisce il sito "Poesia, scrittura e immagine" www.diamoredimorte.too.it



 

 

 

 

 

UN GIORNO UNA MOSCA PER CASO     

 

Giselle non era ancora morta, giaceva sul selciato, agonizzante, mentre si dissanguava lentamente, quando mia madre, una vecchia ma saggia mosca, deponeva, una ad una, le sue ultime uova  feconde tra le feritoie delle piaghe ancora fresche. Il sole bruciava sul punto di liquefare l’asfalto, ma non sarebbe mai stato abbastanza caloroso da essiccare il sangue arrestando quella fatale emorragia; per mia fortuna la carne permaneva umida, ancora quel tanto che basta, assecondando con la temperatura un precoce e plurimo sviluppo delle future larve. Non ci furono corse all’ospedale, di quelle a sirene spiegate e che, troppo spesso, sembra che compromettano per sempre lo sviluppo del senso d’orientamento delle mosche. Tutto avvenne con la consueta solerte, cinica prassi dei becchini, senza troppi rumori ma, soprattutto, senza incorrere nel più temibile dei pericoli: bombardamenti attraverso flebo di agguerriti antibiotici. Più tardi, all’obitorio, somministrarono un qualche intruglio ritardante dei processi di decomposizione, ma, simili espedienti, garantiscono migliori possibilità di sviluppo e sopravvivenza per quelle larve che sanno aspettare e fiorire, senza troppa ingordigia, solo nel momento in cui la carne, trasformandosi, degenera. Lunghe e noiose ore trascorse nelle celle frigorifere, ad aspettare visite e riconoscimenti, firme e snervanti burocrazie. Poi, il giorno fatale, quello più lungo e atteso: l’autopsia. Guai a capitare tra quei frammenti di carne immersi nei reagenti! Occhi curiosi che spiano ogni anfratto della pelle e scavano, scavano…affondando bisturi e sonde…Dio! Che orrida invadenza hanno questi umani, sempre pronti a curiosare oltre la loro natura per attestare la propria. Un sospiro, si fa per dire, lo si può tirare giù solo il giorno del funerale. Anche lì, a rendere tutto più complicato, ci sono sempre loro: gli umani. Capita, non di rado, che molti cadaveri finiscano per esser cremati. Vi lascio immaginare il piacere di finire, senza ancora essere neppure nati, condannati tra le fiamme di un imponente rogo. Fortunatamente, nel paesino di Giselle, dove venne celebrato il rito e tumulato il feretro, le cose andarono né più né meno come nelle vecchie consuetudini. Trascorsi alcuni giorni dalla sepoltura, saltai fuori, vispo e determinato a divorare quanta più poltiglia possibile. Ero deciso a rendere onore a quella anziana ed energica mosca di mia madre, volevo, in fretta e furia, assumere le sembianze di una vigorosa larva pronta a trasformarsi e volare verso una nuova vita. Furono sufficienti pochi giorni di quel lauto banchetto per raggiungere adeguati connotati e dimensioni. Ero pronto, finalmente, per la grande impresa, ma un’altra prova mi attendeva: il fuoriuscire da tutta quella melma. Il punto più gravoso consistette nel superare quante ermetiche zincature circoscrivevano la bara. Trascorsi interminabili ore, che per gli insetti potrebbero essere mesi, facendo qua e là capolino alla ricerca di un possibile varco. Niente sembrava penetrare oltre e quando, disperato, mi ero quasi rassegnato a morire lì, nel buio di un anfratto, scorsi, salvifico, un rivolo di umida e percorribile terra. Strisciai in tutta fretta, con le ultime forze della disperazione, ascendendo tra quelle cavità più prossime alla luce del sole. Giunsi, non so neppure io dove e come, laddove mi condusse l’istinto. Ero pallido e morente, di quella comunque apparente, pronto per quell’ultima alchimia che mi avrebbe, di lì a poco, trasformato in un giovane e possente moscone. Uscii fuori, lo ricordo bene, che era un giorno soleggiato, proprio come quello in cui mia madre mi aveva concepito. Non c’erano molte persone al cimitero, anzi, a dire il vero, ce n’era una sola: la sorella di Giselle, raccolta, con pochi fiori in mano, sulla tomba. Fui subito attratto dall’odore penetrante della sudorazione della pelle che emanava quella giovane creatura. Non stentai, inebriato, un solo attimo, nell’approssimarmi cercando un possibile angolo dove posarmi e, nella sua distrazione, approfittarne per suggere un po’ di quella profumata ambrosia. Destino volle che, nel voltarsi, mi vide, scaraventandomi, infastidita, la mano contro. Caddi imbambolato a terra, capovolto e, lentamente, persi i sensi, ruotando sempre più a rilento le ancora gracili zampette. Il sole ha fatto tutto il resto, dissecandomi in poche ore; la sorella di Giselle, probabilmente, non si rese neppure conto di tutto questo: era lì che continuava a sostare raccolta sulla lapide, assorta in tutt’altri pensieri.

 

 

 

 

Madcap Laugh, titolo che riporta alla memoria un'indimenticabile perla

musicale di Syd Barrett, è un racconto breve che introduce una serie

di narrazioni che prendono spunto da titoli di canzoni, anche datate, per

vagare tra disagio, emozioni e fantasie collegate a protagonisti,

adolescenti e non più, dei nostri giorni.

 

Madcap laugh

 

 

Racconto breve di Enrico Pietrangeli – Diritti riservati Ó 2002

 

 

 

- ...è un fottuto mondo impazzito - digitava nevrotico con il mozzicone della sigaretta che gli pendeva dalle labbra, accovacciato in un angolo della stanza, sopra l'esiguo spazio di un palmare.

- ...uno sporco fottutissimo mondo e niente più - concluse nel suo sincopato ed incessante scrivere lasciando scivolare il piccolo ritrovato digitale che tratteneva fra le mani in terra. Il suo sguardo parve, di colpo, essersi acquietato da una prepotente foga liberatrice che lo aveva a lungo inchiodato ad usare la tastiera. Ora era assente, svestito di quella violenta luce che lo incalzava sospingendolo in dure parole di rabbia. La sua pupilla aveva perso contatto con l'anima e si comportava come uno specchio, riflettendo il solo sguarnito scorcio che delimitava i confini del lato opposto della camera. Un vaso con dei fiori appassiti, il putrescente aroma che aveva invaso l'ambiente e moltitudini di cavi intrecciati in improbabili connessioni elettriche caratterizzavano lo statico panorama. La piovra che fuoriusciva dalle note di Octopus di Syd Barrett s'incarnò in quel groviglio di fili, a rappresentare la sua contorta mente divenuta inerte.

Si alzò, infine, rompendo quello sguardo fisso, liberandosi da un guscio larvale con movimenti ponderati ed incerti. Si percepì nell'ebbrezza di una farfalla che correva entusiasta verso la vita; dal cuore alla mente fu pervaso da un'unica profonda emozione ed iniziò, un passo dopo l'altro, a tracciare una danza lungo il perimetro della stanza.

- i secoli non sono altro che istanti ed il tempo non è che un effimera invenzione per trattenerci nella gabbia della storia - realizzò con retaggi umani nella sua testa di colpo incarnata in quella di un evoluto, libero insetto. Quindi, roteando, distese le braccia aperte attraversando la stanza in un doppio circolo ad otto che simulava il volo. Lo sguardo divenne trasognato, inebriato d'inesistenti pollini che pullulavano dentro la sua mente e, di tanto in tanto, si approssimava al vaso contenente quei marcescenti fiori inalandoli intensamente.

Fu proprio durante uno di questi delicati approcci, fatti dello sfiorare appena con la narice gli essiccati petali che guarnivano ancora, per precario equilibrio, il calice, che cadde, estasiato, con le ginocchia in terra.

Si rannicchiò, raccolto, come fosse intento a recitare una preghiera, un puro e sincero ringraziamento al creato devoluto dal solo istinto. Modulava, costante, il labbro inferiore senza che dalla bocca fuoriuscissero suoni percettibili all'orecchio umano.

Dal computer, prossimo al palmare scaraventato a terra e con il cavo ancora collegato in una delle porte USB del gruppo di memoria, si avviò un software precedentemente pianificato. Un breve script enunciava altre parole, ordinate ed incessanti, che cadevano, una sillaba dopo l'altra, come pioggia...

 

Oh dolcezza, libellula in volo

che vibra sul lago in fretta

e non conosce quell’orizzonte,

non veste gli occhi di effimeri confini;

stenta e talvolta cade, serena morte,

travolta d'insolita innocenza.

 

 

Mentre comparivano queste parole sullo schermo sopraggiungeva, cadenzato ed ossessivo, il costante rumore di un gocciolio fuoriuscito da qualche rubinetto che veniva amplificato nell'eco prodotta dalla nuda stanza. Un fastidio che avrebbe potuto incarnarsi in musica fin tanto da eseguire una lunga suite: Echoes dei Pink Floyd; così come lui, quell'uomo divenuto quasi farfalla, la lasciava scorrere nella sua mente.

Il suono, quell'umano, ultimo primordiale retaggio, si era fatto carne ancor prima di abbandonarci ad altre melodie, quelle delle fauci di famelici vermi. Lui, non esitò, ruppe il suo sarcofago di bruco, diede vita all'irrefrenabile puro idealismo di rinascere farfalla; raggomitolato, al suolo, fuoriusciva un ultimo conato di sangue dalla sua bocca. Giaceva immobile, iniziato ad una presunta fuga di resurrezione, in posizione fetale, come in un lungo abbraccio dove, più che rinascita e amore, restava, immortalato, solo un disperato ghigno di liberazione.