Fabio
Lentini
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Fabio Lentini è nato a Palermo 40 anni fa. Laureato in Economia e Commercio, esercita attualmente la professione di Dottore Commercialista. Appassionato di scrittura, ha scritto alcuni racconti ed un romanzo.
Un nuovo interessantissimo racconto di F. Lentini pubblicato il 2\4\'03
LA
ROSA DEL CRETTO
L’anziana signora si aggirava in mezzo al Cretto[1] diffondendo le note di un oscuro lamento. La sua tunica, nera e spettrale, risaltava nel cemento come una folgore nella notte. Era l’unica cosa che animasse la collina, così fredda e dimenticata, che era impossibile non vederla.
Ero salito per quella strada, attirato dall’insolente curiosità che attornia le rovine. Quel terremoto si era abbattuto su Gibellina schiacciandola come un insetto molesto. Non potevo ricordare. Allora ero solo un bambino ma sapevo delle insolite sculture, erette su quei luoghi, e quel giorno ero venuto ad osservarle.
Avevo lasciato Santa Margherita con la mente attonita e confusa. Quella vista mi aveva toccato. Era incredibile come tutto fosse rimasto al suo posto. L’intera cittadina, completamente saccheggiata dal sisma, stava ancora lì, ferma nella sua inquieta fissità, attorniata dalle severe voci del silenzio. Solo gli uccelli, talvolta, l’animavano di brevi movenze ed il vento, uno strano vento che pareva il respiro dei suoi antichi abitanti. Più in basso, ai suoi piedi, sorgeva la nuova città, un’anonima raggiera di case disposte lungo un perimetro senza storia.
- «Deve andare a Gibellina!» aveva risposto un ragazzo alle mie impertinenti domande. Solo un giovane avrebbe potuto farlo. Chi teneva ancora vivi i ricordi mi avrebbe lasciato al mio imbarazzo ma, tant’è, il lavoro di cronista aveva in me scolorito ogni traccia di discrezione. Così, senza esitare, avevo seguito quel consiglio trovandomi nudo di fronte al mistero.
Il Cretto mi era stato descritto come un’immensa colata di cemento, gettata sulle macerie della vecchia città.
- «La solita scultura moderna!?!» pensavo fra me e me avanzando lungo i contorti ed affannati tornanti. Non avrei mai potuto immaginare eppure la desolazione che affollava il paesaggio avrebbe dovuto allarmarmi.
Le prime avvisaglie le avevo avvertite alla vista dei ruderi che qua e là affioravano dalla campagna, celati dietro le strette morse delle curve. Un senso di profondo disagio echeggiava al loro cospetto amplificandone il sinistro abbandono ma quando, di colpo, mi parve dinnanzi restai a bocca aperta. In silenzio, rimasi ad osservare la sua disperazione solenne. Vuoto e, nello stesso tempo, stipato dai sogni che il terremoto aveva infranto, andava ben al di là dell’immaginazione.
Lo fissai per alcuni minuti, inseguendo con gli occhi le lunghe, tortuose stradine che lo sfrangiavano all’interno. Era imponente ed incredibilmente vivo.
La notai per un istante poi scomparve lentamente alla vista. Che diavolo faceva lassù? Incuriosito, salii verso l’interno. Le grigie ed imponenti pareti mi conducevano verso un punto ben preciso.
Quando fui all’apice della collina della donna non v’era più traccia, come inghiottita dentro le cuspidi delle memorie. Invano tentai di ritrovarla serpeggiando lo sguardo lungo i dedali di candida malta. Le ombre si piegavano lungo i varchi aperti dai crocicchi dileguandosi dietro una pallida e vaga lontananza.
- «Quella donna è Licia Russoni - mormorò Antonio a bassa voce - e ogni primo di maggio sale al Cretto a trovare la sua rosa!».
- «Quale rosa?».
- «Quella che cresce lungo l’asse orientale. E’ incredibile che sbocci sempre nello stesso punto...!».
- «Non capisco!?!».
- «Non è una qualsiasi rosa ma la sua rosa!».
- «Che differenza fa, e poi ...una donna così anziana!».
- «Ha cinquantasei anni!».
- «Cosa?!? Ne dimostra più di settanta...!».
L’uomo mi fissò con aria severa poi si sollevò dalla sedia con la fronte avvilita dal sudore.
- «Nella mia vita ne ho viste di cose...!».
- «...capisco!».
- «Amico mio, se davvero vuole capire vada a parlarle!».
- «...e dove diavolo la trovo a quest’ora?».
- «Sul Cretto, naturalmente...!».
- «Come sa il mio nome?» domandò, meravigliata, la donna.
- «Sono Gabriele Cedretti, il cronista del...».
- «So chi è lei...!» aggiunse, sorpresa.
- «Sa, l’ho intravista stamani e mi chiedevo...».
- «...mi lasci in pace, è quasi l’imbrunire!».
- «Suvvia, solo un paio di domande...!».
- «Le ho detto di lasciarmi in pace!!!».
- «...cosa ha fatto quassù tutto il giorno?».
- «Non sono cose che la riguardano!».
- «...è per via di quella rosa?».
- «Non si azzardi minimamente a toccarla!!!».
- «...non ci penso nemmeno...!».
A quella frase, la donna si zittì. Di sbieco, scrutò quel fiore che incredibilmente affiorava dal cemento e una piccola lacrima gli scivolò sul volto.
- «Non ero mai venuto sin qui!» aggiunsi di rimando.
- «Ma insomma, cosa diavolo vuole da me?».
- «Soltanto capire!».
La donna si fermò, fissandomi severamente. Il tempo scivolava senza che un cenno animasse il suo corpo. Soltanto quel bocciolo declinava ai tiepidi respiri del vento mentre l’aria si tingeva di un intenso profumo di agrumi.
- «E’ una povera matta!» proruppi spalancando bruscamente la porta del locale.
Antonio continuò a sorseggiare il suo vino poi, lentamente, si sollevò dalla sedia.
- «Ma davvero...?» replicò, divertito.
- «...c’è solo da compatirla: ha perduto la figlia nel terremoto...!?!».
- «Già...!» continuò con uno strano ghigno.
- «Non vedo cosa ci sia di tanto divertente!».
- «Si è mai chiesto il perché di quel fiore?».
- «Non significa nulla...!».
- «A volte le cose non sono come sembrano!».
- «Chiacchiere, la verità è che la sua storia non mi interessa!».
- «La verità potrà solo arricchirvi!» terminò, serafico.
L’osservai allontanarsi a passo lento mentre in me straripava l’incertezza. Deluso, uscii nervosamente dal bar prendendo la via del ritorno. Braccato da una crescente irritazione, non riuscivo a convincermi di aver dato credito ai vani sproloqui di un vecchio contadino.
Una nuvola di fumo si era appena sollevata nell’aria tremolando lungo i vetri appena aperti. Il suo tocco pungente si era subito insinuato nella stanza costringendomi a respiri forzati. Con fare irritato, avevo allontanato la sedia rovesciando inavvertitamente la posta e, mentre mi affannavo a raccattarla, il mio sguardo si posò su un giornale. Era il solito periodico che cestinavo gloriosamente il giovedì, un’immonda accozzaglia di fatti, messi insieme da un collante scadente e senza identità. D’istinto, lo scagliai nel cestino e, dopo un paio di brevi planate, il foglio rovinò sul pavimento mostrando, compiaciuto, l’immagine del Cretto.
- «Ma allora è una persecuzione!?!» proruppi, irrequieto, continuando a sbirciare. Di colpo, un’onda si sollevò nella mia mente infrangendola di dubbi e di domande. Invano, tentai di scacciarla ma i quesiti divenivano possenti arginando gli scogli della volontà.
- «Devo capire!» sbottai tra me e me dando spazio a quelle voci. Bruscamente abbandonai l’ufficio e, brancolando nell’inquietudine, mi diressi nuovamente verso il Cretto.
Quando vi giunsi, il sole era ancora deciso e sfavillante. Senza pensare, mi infilai nei suoi cavi e allucinati passaggi addentrandomi nell’occhio del ciclone. Rapido, raggiunsi la rosa scrutandola con aria di sfida. Quel fiore continuava dolcemente ad ondeggiare, incurante del mio turbamento.
Risentito, mi avvicinai alla murata e, dopo avervi poggiato sopra la rivista, vi salii con un balzo sedendomi sull’orlo. Il sole si era messo di taglio fioccando strali di luce rovente e solo il ronzio degli insetti risuonava blandamente nell’aria.
Con le gambe penzoloni, aprii la pagina che avevo marcato immergendomi nella lettura.
...divelte dal terremoto, le sue spoglie giacciono riverse in un silente gemito di fumo. Gibellina è scomparsa, avvinta dalle braccia del sisma le cui immani impronte si dissolvono in un crescente senso di morte. Le case, le strade, gli interi quartieri gridano ancora il loro sdegno. Una stretta smodata ci attanaglia il cuore, mistura di rabbia e di stupore che niente potrà mai stemperare. Come un immenso sudario, il Cretto immobilizza il presente proiettandosi in un futuro oscuro e senza tempo. Il dedalo di calce ricopre ogni via serpeggiando vanamente lungo i vecchi assetti urbani....
Con aria stanca, interruppi la lettura sollevandomi di scatto ad osservare. Una cascata d’ombre rifluiva rapidissima a valle tratteggiando le forme delle antiche dimore. Pareva quasi di toccarle quelle case violentate dal sisma il cui cuore, come un tronco divelto dal ceppo, continuava a vivere e a pulsare. Dimentiche della loro fine, si ergevano dall’immensa lapide di calce in un grave e composto silenzio.
Uno strano turbamento mi attanagliò la gola fino a che una sferza anomala di vento si sollevò dalla piana scoperchiando dalla polvere i ricordi. Di colpo, intravidi le logore sagome dei vecchi passeggiare stancamente per le strade, i bambini sfrecciare nei cortili ed acuti rintocchi di campana echeggiare tra le sordide mura di pietra.
Inquieto, sgranai gli occhi alla ricerca di una spiegazione ma quei brusii divenivano più forti picchettandomi le orecchie in un crescendo di foga e di emozione.
Ero sull’orlo dell’enigma e forse adesso cominciavo a capire.
- «...correva a piccoli passi lungo le strade ammantate di sole. Quel giorno, pareva quasi di toccarlo tanto era caldo ed intenso da sciogliere le nuvole ed il cielo. La campagna pulsava di gioia ed il suo fresco odore picchiava dolcemente alle porte delle case. Nessuno le negava un sorriso. Aveva appena otto anni e le trecce le scivolavano vistosamente sulle spalle. Dopo aver girato l’angolo, era andata incontro al piccolo randagio che, ogni giorno, l’attendeva sotto casa in attesa di una carezza e di un tozzo di pane. Qualche moina e si era subito infilata dentro. Un profumo invitante debordava dalle spesse pareti di calce dando forza a quella ricorrenza. Era il giorno del suo compleanno. Trepidante, si appoggiò sul rosso davanzale di cotto aspettando che la madre tornasse. Scorgendola dalla vetrata, il piccolo cane si mise a latrare ringhiando nervosamente all’infinito. La bimba cominciò ad imitarlo rimbombando la voce sulla finestra. Avvinta da quel gioco, diede corpo al suo fiato finché il tremore si propagò lungo la stanza scuotendola con violenza. Spaventata, si ammutolì ma il sortilegio si era ormai sprigionato liberando il suo immane potere. Le mura vibrarono rabbiosamente, accompagnate da sinistri e gravi scricchiolii. Un pianto disperato si insinuò in quel fragore mentre una fitta nuvola di polvere cominciava a ricoprire il paese. Con lo sguardo impietrito, osservò le prime case andar giù scivolando in un buio ed infinito silenzio...!».
- «Rosaaa!!!» gridò la donna al termine del suo racconto.
Come un tuono nella notte, quella parola rotolò nella mente tracimando gli alvei dei miei pensieri. Di colpo, le parole di Antonio rimbombarono gravi, “non è una qualsiasi rosa ma la sua rosa” e le cose mi apparvero chiare. Rosa era il nome della figlia e adesso, per uno strano ed incredibile caso, proprio laddove sorgeva la sua casa si ergeva un bocciolo, candido e leggiadro come il volo di una farfalla.
- «Molti mi credono pazza ma sono certa che è lei!» continuò Licia con voce rotta dalla commozione.
Una rondine volteggiò tra le mura lambendone più volte i bordi aguzzi. Con gli occhi irrorati di pianto, la donna continuava a fissarmi inondandomi i pensieri di pietà, un’emozione così sbiadita che faticavo a distinguerne i contorni.
- «Perché...?» accennai timidamente.
- «Deve ancora fare il suo tempo!» terminò con tono più pacato.
Continuavo a guardarla e fui subito inondato dal suo amore infinito. Vanamente frenato dagli argini del tempo, quel sentimento la spingeva lassù, incurante di ogni logica e ragione.
- «La ringrazio per avermi accompagnato!» esclamai visibilmente toccato.
La donna mi sorrise dolcemente scomparendo tra le bianche ferite del Cretto.
© Fabio Lentini
2002. Tutti i diritti riservati.
[1] Visionaria ed imponente opera di Alberto Burri, edificata sulle rovine della città di Gibellina.
KHALED, un racconto giunto al sito e volentieri pubblicato il 9/9/’02. Questo
autore palermitano ha anche un sito internet che vi invitiamo a visitare per
saperne di più su di lui: www.fabiolentini.it
KHALED
All’inizio sembrava un rivolo di vento, una brezza leggera poi, di colpo, era andata ad ingrossarsi sollevando violentemente la sabbia. Era stata così anomala e improvvisa da sorprendere persino Khaled. Eppure il vecchio berbero ne aveva viste di tempeste di sabbia, lui che tante volte aveva attraversato il deserto. Nella sua lunga vita aveva imparato a distinguerle, a saperle ascoltare, a fiutarne in lontananza gli odori e a prepararsi quando il peggio stava ancora per venire ma in quel modo così subdolo e inconsueto non ne aveva mai viste prima d’ora.
Uno strano turbamento raggelò i suoi pensieri quasi a preludergli l’idea della fine. Con fare agitato, ordinò ai cammelli di accovacciarsi e, nel momento in cui stava per sedersi, si volse di scatto scrutando nervosamente tra la sabbia. L’aria si era fatta pesante ed un fitto pulviscolo lo stringeva tenacemente a sé. Un alone di terrore attraversò i suoi occhi che, affaticati, continuavano a ferirsi nel vento. Non poteva abbandonare il ragazzo. Il piccolo Hamid gli era stato affidato dalla madre affinché lo portasse a Toumbouctou dove avrebbe raggiunto il fratello. Adesso era il solo che potesse aiutarlo. - «Hamiiiiiiid!» gridò a squarciagola con la voce assopita di vento. «Hamiiiiiiid!» insistette ben sapendo che non avrebbe potuto sentirlo.
L’urlo del cielo si era fatto più roco prendendo a falciare le dune e rendendo impossibile i respiri. Khaled avrebbe dovuto ripararsi tra i cammelli sperando nella misericordia di Allah ma non riusciva a piegarsi all’idea di dover perdere il ragazzo. «Sono io il suo tutore!» ripeteva insistentemente tra sé e sé mentre la sabbia gli attanagliava la gola. Vanamente cercò di allontanarla ma il mulinello roteava più vicino trasformando le dune in marosi bui ed opprimenti. Impalpabili scie di polvere cominciarono a inondargli le labbra, strenuamente difese da un sottile lembo dello shèsh , e lo spasmo di uno sporco respiro tracimò gli argini dei suoi polmoni. Una tosse convulsa echeggiò lungo i bronchi schiaffeggiandoli di coliche violente mentre i pensieri anelavano a un fresco rivolo d’aria. Per lunghi, interminabili istanti dosò sapientemente il fiato poi, quando i polmoni furono pieni, aprì nuovamente la bocca prendendo coraggiosamente a gridare: «Hamiiiiiiid!». Quell’urlo inatteso parve attirare il vortice che, irritato, prese a frustarlo con livore. Le vesti si sollevarono rabbiosamente e minute lame di sabbia si scagliarono ferocemente sul suo corpo. Le piccole fessure degli occhi si addensarono di una fitta tendina che lo rese completamente cieco. Deciso a proseguire, Khaled avanzò nella notte brandendo le braccia all’altezza dei ginocchi. «Hamiiiiiiid!» farfugliò, stremato, cedendo a un rabbioso schiaffo di vento. Il soffio del demonio continuò ad infierire sollevando una duna che rotolò sul suo corpo immergendolo improvvisamente nel silenzio.
Furono i lamenti di un animale, la cui testa ferita sporgeva sorprendentemente dalla sabbia, a richiamare la carovana. Per un caso fortuito, quei nomadi si trovavano nei paraggi quando il turbine si era appena diradato. Incuriositi dai suoi richiami, lo avevano liberato dalla sabbia scoprendo miracolosamente il vecchio. Sotto di lui, giaceva riverso il ragazzo che, già da tempo, si era accovacciato oltre il cammello. Sdraiati uno sull’altro, si erano protetti a vicenda ritagliando dell’aria che la tempesta non aveva violato.
Quando un rivolo d’acqua scivolò sul suo volto, Khaled lo guardò sorridendo e una lacrima di gioia gli carezzò l’occhio che l’inferno gli aveva risparmiato. Erano ancora insieme, cullati dalla benevola mano di Allah.
un nuovo
racconto di F.Lentini pubblicato il 4\11\'02
Il Vento
Come tutte le mattine, Samida si apprestava a salire la collina per andare a interrogare il vento. Era quella una dote che possedeva sin da bambino e che, nel corso degli anni, aveva straordinariamente affinato. Non si era mai chiesto il perché. I vecchi del villaggio narravano che fosse nato vicino la tana di una lince e ne avesse carpito i segreti. Non aveva mai creduto a questa storia. Sapeva solo che era così e questo gli bastava. D’altronde, era l’unico tra gli orang asli[1] al quale il Grande Spirito avesse dato questo dono: riuscire a interpretare il vento. Quando vi si metteva contro era in grado di avvertire un uomo in lontananza o l’odore sgusciante di un predatore confondersi tra la fitta macchia tropicale. Coglieva in anticipo il fresco respiro della pioggia o gli strali soffocanti del sole: il messaggero del vento, venerato come uno sciamano.
All’inizio, erano state solo brevi percezioni ma poi, col passare del tempo, la sua capacità si era accresciuta a dismisura ed, al pari di una fiera, distingueva gli odori a distanze elevate. Più volte, aveva salvato la tribù preannunciando la piena del fiume o l’attacco a sorpresa dei nemici e così, a soli vent’anni, poteva permettersi di non lavorare poiché il villaggio provvedeva ai suoi bisogni. Bastava solo che si inerpicasse sulla collina per andare a dialogare con le brezze.
Quel giorno, il fiume Tahan appariva ingrossato ed il suo manto tormentato da nembi di insetti risentiti. Gli aborigeni si destreggiavano tra le sue bocche infide sempre pronte a serrare le mascelle. L’aria era densa di una coltre pesante che, unendosi ad una fitta pioggia, punzecchiava gli occhi di lacrime salmastre.
Cessato il temporale, la foresta risuonava di note odorose che un tiepido vento diffondeva dolcemente. Samida aveva avvertito qualcosa, un’essenza che non aveva mai sentito. Era difficile da interpretare e così, ritornato al villaggio, non ne aveva parlato ad alcuno poiché nessuno lo avrebbe aiutato.
Era davvero molto strano. Un odore nuovo eppure conosciuto, un miscuglio di fragranze, disturbate da un pungente effluvio di sudore. Infastidito, provò a concentrarsi. Distingueva il gelsomino, le note delicate del frangipane, il tocco deciso del sandalo eppure quegli odori gli sembravano così diversi. Una smorfia attraversò il suo volto ed, irritato, riprese a salire l’altura. Il vento si era alzato disperdendo lungo la fitta e verdeggiante boscaglia un nugolo di richiami olfattivi. L’indigeno accelerò l’andatura fino a raggiungere la cima. Da lassù, gli alberi rivaleggiavano con la collina cingendola in una morsa di soffici chiome.
Il fiume pareva un rettile fangoso che, lento, si insinuava tra i radi vuoti della vegetazione. L’uomo lo seguì con gli occhi e, all’improvviso, notò qualcosa che lo riempì di stupore. Lunghe e sinuose imbarcazioni sfrecciavano chiassosamente sull’acqua senza che un remo ne animasse il movimento. La corrente pareva arrendersi al loro avanzare acquietandosi in un mesto e breve dondolio. Samida restò immobile a fissarle mentre gli uccelli si levavano in volo poi le vide avvicinarsi alla tribù e, di corsa, prese a scendere il sentiero ferendosi ripetutamente tra i rami. Un fumo denso cingeva quella strana visione diradandosi lentamente nell’aria. Impaurito, ne seguì le tracce e, poco dopo, le vide lambire il villaggio perdendosi rapidamente tra le anse. Col cuore palpitante, accelerò la corsa fino a ché le capanne non furono vicine. La vita scorreva tranquilla e nulla pareva mutato.
- «Ehi, Thanì – proruppe col fiato ingrossato – le hai viste anche tu?».
- «Viste cosa?».
- «Le barche sul fiume!».
- «Quali barche?».
- «Quelle senza remi che facevano un gran rumore!».
- «Barche senza remi...?!?».
- «... seguite da strisce di fumo...!».
- «Vuoi prenderti gioco di me?» sbottò la donna, risentita.
- «Insomma, vorresti farmi credere di non aver visto nulla?».
- «Proprio così!» ribadì annuendo col capo.
- «Stupida donna!» mormorò Samida allontanandosi rapidamente. Visibilmente contrariato, prese a chiedere in giro ma ovunque egli andasse otteneva sempre la stessa risposta. Com’era possibile che un simile evento fosse passato inosservato? Confuso, continuò ad indagare massaggiandosi vistosamente le ferite.
- «Ti hanno colpito?» proruppe all’improvviso il vecchio sciamano.
- «Già, quei rami sono molto taglienti!» replicò l’indigeno con una smorfia di dolore.
- «Non mi riferivo a quelle - continuò l’altro additando le piaghe – ma alle barche stregate!».
- «Allora le hai viste anche tu!?!».
- «No! - tagliò corto lo sciamano – ma ho avuto una strana visione nel mio trance!».
- «Puoi descriverla?» incalzò l’altro, trepidante.
- «Ti ho visto sfuggire ad uomini dalla pelle chiara alla testa di fumose imbarcazioni!».
Un velo di nervosismo scese sul volto del ragazzo.
- «Cosa credi voglia significare?».
- «Tu hai visto ciò che ancora non è stato – replicò lo sciamano con tono grave – sarai tu a trovare la risposta!». L’aborigeno lo guardò allontanarsi e una nebbia di interrogativi addensò i suoi pensieri. Sconsolato, ritornò verso il fiume scrutandone attentamente il corso. Chi erano quegli stranieri e cosa significavano quelle parole?
Quella sera non tornò alla capanna ma risalì nuovamente la collina. Era una notte tranquilla e le nuvole pettinavano i rossastri capelli della luna. Samida si sedette su un costone ascoltando il riverbero dell’acqua. Lentamente, le palpebre si abbandonarono alle insidiose lusinghe del sonno e, senza accorgersene, si assopì. Dopo brevi istanti, una visione abbagliante gli accecò la mente e, di nuovo, vide le barche. Stavano ferme sul ciglio del fiume mentre un mucchio di stranieri le discendevano lentamente. Di colpo, il villaggio fu inondato da fiumane vocianti che si perdevano lungo più direzioni. Distingueva chiaramente lo sciamano mostrar loro la costruzione di una cerbottana, sentiva le risate irriverenti di fronte al totem del Grande Spirito, osservava, sgomento, quei piccoli, terrificanti lampi fuoriuscire da strani oggetti legati attorno al collo ed un senso di profonda inquietudine pervase il suo corpo. Si vide coperto di indumenti che non aveva mai indossato mentre incedeva in mezzo a piccole case disposte ordinatamente in riva al fiume e, di colpo, trasalì. In un attimo, il sogno mutò angolazione catapultandosi dentro una nuova prospettiva. Quegli stranieri volevano la sua foresta, la sua gente, l’essenza stessa della sua identità. Sgomento, prese a correre nella boscaglia inoltrandosi laddove la luce era più fioca. Il fragore delle barche ronzava incessantemente nell’aria dilapidando gli ultimi sprazzi di serenità. Braccato e con gli occhi carichi di oscurità, continuò ad inoltrarsi fino a quando si sentì scivolare nel vuoto. Il cratere si aprì all’improvviso mentre i lampi gli artigliavano violentemente le pupille. Un grido agghiacciante solcò le sue labbra e, giunto all’apice del turbamento, si destò.
L’alba si stagliava timidamente in lontananza rischiarando le svanenti memorie della notte. Col sangue che gli scorreva impetuoso, Samida la guardò sollevarsi faticosamente all’orizzonte e, quando la luce ritagliò le prime impronte, tutto gli apparve evidente. Prima o poi, quegli uomini sarebbero arrivati mutando per sempre le cose. Era una scelta del destino alla quale non avrebbe potuto sottrarsi. Quel giorno, con pochi, indomabili compagni, avrebbe lasciato la tribù per spingersi laddove non si era mai inoltrato.
Con le brezze che gli lambivano la fronte, si sollevò di scatto. Sentiva che il vento lo avrebbe aiutato e, lentamente, ridiscese il sentiero, pronto a raccogliere la sfida. Nessuno gli avrebbe mai rubato l’identità.
© Fabio Lentini (settembre 2002)
I CANALI DI HANS
La chiatta scorreva lentamente lungo i canali illuminati del Dam. Avvolto in un giubbotto di ruvida pelle, Hans la guidava sicuro come aveva sempre fatto. Il fragore strepitante del motore rimbombava sulle piccole case inclinate percuotendole con rintocchi decisi ed assordanti. Un fumo grigiastro ricopriva le effimere scie del timone dileguandosi lentamente nell’aria mentre il sordo fischio di una sirena preannunciava il blocco della chiusa.
Senza pensare, si era accostato alla riva in attesa che riaprisse. Quella manovra non aveva segreti e nessuno la effettuava come lui. Allineate le barre, zigzagava con sapienza sui comandi poi, con un colpo deciso, abbassava una leva e, come per incanto, la barca scivolava verso riva. “Lui Hollander” (“il pigro olandese”) era il nome che le aveva dato ed in tutta Amsterdam non v’era persona che non la conoscesse. Nessuno sapeva destreggiarsi sui canali come era solito fare lui e si diceva che una notte, cullato dalla suadente mano del whisky, con le spalle alla prua li avesse percorsi a ritroso senza mai compromettere la chiglia.
Diversamente dai lupi di mare, era un uomo gioviale e divertente che detestava la solitudine e il silenzio. Di bell’aspetto, esercitava un fascino innato che sperperava con ogni donna restasse al suo fianco. Le amava tutte e mai nessuna e, a scadenze cadenzate, puntualmente veniva mollato ed allora lo si vedeva nei pub a tracannare birra e a lamentarsi.
Chiunque lo incontrasse si guardava bene dal rivelargli alcunché perché, in men che non si dica, quella voce si sarebbe diffusa con la rapidità della piena di un fiume. Non rispettava mai gli appuntamenti, raramente manteneva la parola e il cicaleccio gli fioriva dalle labbra.
Conosceva le leggi del mare ma non si era mai spinto oltre i piccoli isolotti che segnavano l’inizio del porto. Quante volte aveva giurato di farlo, inoltrarsi in mare aperto, veleggiare verso oceani dove il sole rischiarava i fondali e le palme lambivano la spiaggia. Ne parlava sempre di questo viaggio e spesso ne annunciava la partenza salvo poi rivederlo il giorno dopo avanzare blandamente sui canali.
L’Amstel era il suo paradiso, bramato e odiato come in ogni autentica storia di amore. A che serviva spingersi lontano quando il fiume appagava i suoi voleri? Così la sua esistenza, priva di alcun slancio, si trascinava nella vana speranza che le cose sarebbero sempre rimaste immutate. Amava la vita ma ne rifuggiva le difficoltà e così, vittima del suo stesso paradosso, in realtà era morto già da un pezzo.
Forse per questo era sempre sui canali, privi di scogli e di correnti ingannatrici. Eterno indeciso, tendeva a rinviare tutto ciò che poteva e tanto meglio se un ostacolo lo si poteva evitare.
Si guadagnava da vivere trasportando masserizie sui canali ma lo faceva lo stretto necessario per campare e per questo non si era mai arricchito. Riteneva il lavoro la peggiore condanna dell’uomo e lo avrebbe evitato del tutto se qualcuno avesse provveduto ai suoi bisogni.
Era un gran sognatore e spesso si fermava a meditare. Osservava i gabbiani e una vena di rimpianto solcava il suo volto. Perché non era libero e sereno come loro, così leggiadro da sollevarsi in volo ma così forte da attraversare il mare? Le amava tanto quelle bianche creature al punto da sfamarle ogni mattina magari con gli avanzi di quegli ottimi cibi che sapeva preparare.
Aveva pochi amici e non faceva molto per tenerseli cari ma, al bisogno, non si negava mai. Sovente pensava alla vecchiaia e una stretta di inquietudine gli serrava la gola. La temeva quella bestia crudele ed impietosa al punto che anelava a una morte improvvisa piuttosto che vedersi sbeffeggiato da ragazzacci boriosi e senza storia.
Era raro che parlasse sul serio e quando una battuta gli solcava le labbra la ripeteva costantemente per mesi così bastavan pochi giorni per essere già stanchi della sua compagnia.
Quando la chiusa riaprì, Hans non si mosse. Irrequieto, ripensava a quel dannato referto medico. Malediceva il mondo imprecando il fato e la sfortuna e continuava a guardarsi il braccio con aria incredula e smarrita. La diagnosi, è vero, lasciava aperta la speranza ma quella porta non riusciva ad aprirla.
- «Non me la bevo! - mormorava fra sé e sé - con la fortuna che mi ritrovo...!?!». Un’imperiosa voglia di fuggire gli invigliacchiva i pensieri e non c’era modo di poterla allontanare.
Con sguardo mesto, riprese a navigare quando la vista del Magere Brug lo contagiò di un insperato entusiasmo. Dannazione, non era ancora finita. Lentamente, una selva di pensieri cominciò a martellargli la coscienza. Chissà, forse era un segno, un chiaro rintocco del destino alla sua vita scialba e senza slanci. Ma certo, era proprio così e il modo di provarlo era infliggere un taglio al passato.
Con rinato vigore, diede spinta alle leve accelerando briosamente l’andatura. Cominciava già a gustarla, quella sua nuova esistenza lontana dai pub e dall’inerzia, la sentiva scorrere dentro, magari accanto a una donna e a dei bambini, e di colpo emozioni perdute nel tempo riaffiorarono dalla palude dell’indifferenza.
D’istinto, distolse lo sguardo dall’acqua e fu invaso da mille voci. Era la gente che passeggiava sulla riva e la cosa gli apparve alquanto strana. Come poteva non averle mai udite? Con aria affranta, ripensò a quante volte aveva preso senza mai concedere nulla e un inedito senso di colpa lo raggelò sino al midollo.
- «E’ ora di cambiare!» proruppe, deciso e le luci dei canali, come soli abbaglianti, illuminarono il suo cuore e quella pace fu con lui tutta la notte.
Nei giorni a venire, l’olandese si gustò la nuova vita, fatta di amore e di rispetto, e subito la voce si diffuse in città. La gente lo guardava con affetto e, a poco a poco, ebbe chiaro il sentore che un cambiamento così radicale avrebbe sistemato le cose. Scorsero così giornate straordinarie e per un po’ di tempo non lo si vide nei pub.
Quando la prognosi fu sciolta, Hans tirò un sospiro di sollievo. Raggiante, spinse la chiatta sino ai limiti del porto fermandosi a guardare i gabbiani. Non riusciva a credere di averla scampata. Fissava il braccio, come un amico perduto che improvvisamente ritorna da lontano. Sentiva ancora il peso dell’angoscia, la tensione instillata dal dubbio, il faticoso e travagliato riscatto e lentamente l’eco della vecchia esistenza cominciò a farsi breccia nella mente.
Quando i primi bocconi raggiunsero l’acqua, i gabbiani picchiarono prendendo rapidamente a strepitare. Hans li guardò con la solita punta di invidia. Erano liberi come il mare ed un nuovo sussulto lo investì di orgoglio. Cosa c’era di tanto sbagliato? In fondo, la sua vita era solo un suo problema e, di certo, non faceva nulla di male.
Oppresso dai ricordi, prese a fissare l’orizzonte. Lontano, gli uccelli marini accompagnavano i pescherecci che stancamente rientravano dalla nottata. Hans li seguì alle banchine scorgendo all’improvviso un volto familiare.
- «Maarten!» esclamò al passaggio dell’amico.
- «Hans - replicò quello sorridendo – come va?».
- «Alla grande!».
- «Quand’è che andiamo a pescare?».
- «...non saprei...».
- «...ti va bene domattina?».
- «D’accordo, alle sei in punto alla banchina nord!».
- «Perfetto!» aggiunse l’amico cominciando a distanziarsi.
- «Allora a domani!».
- «Ehi, Hans – terminò l’altro a gran voce - non è che mi pianti un’altra volta?».
- «Stai tranquillo!» rispose ben sapendo che non sarebbe andato.
© Fabio Lentini (dicembre 2002)