Racconto di Gordiano Lupi <lupi@infol.it>
Il primo autore
“vero”, edito e rispettato, che ci dona un suo racconto, dandoci così una
carica di fiducia per il futuro. Un autore che ha saputo mantenersi giovane con
il passare degli anni, e ha saputo variare la sua produzione passando dal
giallo all’ horror, senza mai perdere di vista il sociale, che da sempre fa da
sfondo al suo modo di scrivere. Gli siamo grati per averci inviato questo
racconto, e speriamo di poterne pubblicare altri sul nostro sito. Il racconto è
tratto da una raccolta,”35 trasgressori”, edita da malatempora www.malatempora.com
G.Lupi ha inoltre
recentemente pubblicato “IL GIUSTIZIERE DEL MALECòN”, un giallo tra il trhiller
ed il noir ambientato a Cuba.
per maggiori
informazioni su questo autore,capace di tenere viva la letteratura italiana
anche grazie alla rivista cui è legato (ilfoglioletterario), consigliamo di
visitare la sua pagina personale: : www.infol.it/lupi.
gdl Un racconto molto forte, urbano,
legato alla cultura periferica e degradata della città di Milano, ma, ci
sentiamo di poter dire, potrebbe essere qualsiasi metropoli moderna. Una
piccola storia coinvolgente, con una morale forte che non può sfuggire,una
prosa semplice e piacevole, capace di disturbare il lettore nei momenti in cui
l’autore lo desidera, dimostrando così tutta la sua capacità.
“DIVERTIMENTI NOTTURNI” di Gordiano Lupi Racconto del mese
GIUGNO ‘02![]()
Milano, una notte come tante. E ho intenzione di divertirmi.
Non come l’ultima volta, quando abbiamo preso quella vecchietta legandola al palo della illuminazione pubblica. A far fare le cose agli altri ci si rimette sempre. Si perde la maggior parte della soddisfazione e poi non le fanno mai bene. Per questo ho deciso di agire da solo e di lasciar perdere quelli della banda. Sono solo dei ragazzini, figli di papà che si divertono a leggere fumetti.
Non hanno coraggio a fare le cose fino in fondo.
Tant’è vero che poi l’hanno liberata la vecchietta, senza farle niente. Che gusto c’è? Nemmeno un piccolo sfregio sul viso, neppure le hanno strappato i vestiti. Si sono limitati a rubarle il portafoglio. Duecentomila lire di guadagno, sai che roba!
Se devo divertirmi così allora me ne sto a casa a giocare con la play, così mi metto a sparare a mostri finti e soldati e mi sembra quasi vero. C’è più gusto.
Stanotte faccio da solo. Senza confondermi con nessuno.
Ho quattordici anni, io, mica sono un ragazzino!
Ed ho diritto di divertirmi.
Indosso il mio giubbotto di pelle nera ed un paio di jeans scuciti.
I vecchi non ci sono. Andavano a teatro a sentire non so quale fottutissimo concerto. E mio padre vorrebbe che mi abituassi anch’io a simili scemenze. Che soddisfazione ci può essere ad andare a teatro! Peggio della scuola. Peggio che stare ad ascoltare i vecchi ed i loro stupidi discorsi.
Esco nella fredda notte di Milano.
Solo, in compagnia di un coltello nel giubbotto.
Mi serve solo lui come amico. E’ più fidato e poi non lascia mai le cose a metà. La nebbia è lieve questa notte e permette di distinguere le persone e di vedere a buona distanza. A passi rapidi giungo nella zona della stazione centrale. Vedo il colossale monumento di marmo bianco in tutta la sua imponente bruttezza.
Il gruppo dei froci è al posto di sempre. Agganciano ragazzini.
Poco oltre puttane di colore. Nigeriane, brasiliane, di tutto.
Questa città è diventata un cesso. Un enorme contenitore di sterco.
E nessuno tira mai l’acqua. Tutto galleggia.
Passo vicino a loro e li guardo.
Uno mi fa: “Ragazzino, sei tutto solo?”
Non rispondo.
“Non hai paura a girare di notte?”
Taccio ancora. Maledetto frocio, penso, ti spaccherei le budella con un sol colpo. Oppure verrei a frugarti nel buco del culo con un palo di legno per vedere quanto ce l’hai largo.
“Perché non mi fai compagnia?”
La voce è delicata e femminile. Tipicamente da checca.
Mi fermo e lo guardo. Avrà venticinque anni. Capelli biondi ossigenati, viso da ragazzina, depilato con cura, vestito bene, con un completo nero fumo alla moda ed un maglioncino lupetto paricollo.
“Perché no”, dico.
Il frocio non se l’aspetta. Lo prendo in contropiede, ma è visibilmente contento. Vuole farsi un ragazzino questa notte.
Lo seguo alla sua macchina. Una Mercedes 200 metallizzata.
Deve avere un bel po’ di soldi questo frocio, penso.
Mi fa sedere accanto. Il parcheggio è appartato. Comincia ad accarezzarmi i capelli. Poi le sue mani scendono in basso. Mi sbottona i pantaloni e me lo prende in mano, poi avvicina la bocca.
No, questo è troppo. Maledetto frocio, il mio cazzo ti andrà di traverso. La mano destra libera entra nella tasca del giubbotto e ne vien fuori con l’arma in pugno. Il coltello entra nella schiena e lo trapassa, proprio mentre me lo sta cominciando a succhiare.
Adesso hai smesso di godere, penso.
Un frocio di meno alla stazione di Milano. Ho tirato un po’ d’acqua stanotte. Ho liberato la città da un po’ di merda. Ma c’è ancora tanto lavoro. Troppo. E non posso fare tutto da solo.
Il sangue si sparge intorno e macchia gli stupendi interni in pelle.
Tanto non gli servirà più, penso. Frugo in tasca e prendo il portafogli. E’ gonfio come speravo e la cosa non mi dispiace. Rapidamente sono fuori dall’auto. Lascio il corpo privo di vita disteso su se stesso.
La notte è ancora lunga e c’è molto da fare.
Domani non c’è scuola e posso divertirmi sino a tardi.
Poco oltre le puttane slave. Bionde. Altissime. Avrei proprio voglia di farmi fare un lavoretto. Tanto i soldi non mancano.
“Ragazzino, lasciaci lavorare”, mi dice la prima del gruppo. Arrogante quanto bella. Gambe lunghissime e capelli biondi.
Mostro un mazzo di biglietti di banca nella mano destra.
“I miei soldi ti fanno schifo?”, dico.
La vedo cambiare espressione. Mi guarda leggermente perplessa, poi acconsente a venire con me. E questo è l’essenziale.
Ha l’auto poco vicino. Entriamo. Mi sbottono i pantaloni, dopo essermi sistemato sul sedile di destra.
“Datti da fare”, le dico prendendole la testa e accompagnandola sul mio cazzo eretto.
Sorpresa da tanta decisione abbassa il capo e comincia a succhiarmelo. A fondo. Mi fa godere in pochi attimi. Finito il lavoro alza la testa.
“Ora ti pago”, le dico. Estraggo il coltello e la penetro dritta nel cuore. Fotografo sorpresa e dolore in un solo istante.
E due. Per stanotte può bastare. Un poco di lavoro è fatto. Un po’ d’acqua scorre su questo cesso di città.
Rientro a casa tranquillo. Sereno. Soprattutto perché mi sono divertito fino in fondo. Mica come quei froci dei miei amici.
I vecchi saranno già a letto. Devo far piano.
Devo stare attento a non svegliare nessuno.
Domani mi aspetta il sermone di mio padre che legge la cronaca sul Corriere. La menerà sui minori violenti e su una città che non è più la stessa. Ascolterò in silenzio, come faccio da sempre.
Non
ricordo neppure quando è stata l’ultima volta che ho parlato con mio padre. Se
mi venisse voglia di farlo di nuovo probabilmente non ci sarebbe bisogno di
tornarci più sopra. La mia opinione so dirla in un solo modo e non ammetto
repliche.