Alberto Salandin

 

Nato a Genova nel 1977 vive e studia a Milano.

 

 

albisal@hotmail.com

 

 

Io e Ginger

 

 

 

 

Quella sera era tutto perfetto, tra me e Ginger. Ginger e Fred, non erano i nostri veri nomi ma ci piaceva chiamarci così. E poi da sempre avremmo voluto fare i ballerini, nelle pellicole dei vecchi film americani. Stavamo ore a guardarle, intere notti in bianco. E nero. Io e Ginger. Ballando.

Lo facevamo spesso, ci davamo appuntamento a metà strada, in un locale messicano non lontano da casa nostra. Arrivavamo lì a fine giornata, stanchi morti, mangiavamo qualcosa e restavamo per ore a bere e parlare. Parlare e bere. Fino a notte fonda. Fino alla chiusura.

Eravamo in forma, quella sera, io e Ginger. Avevamo cominciato con un paio di moijto a testa, mentre cenavamo, tanto per farci il palato. Poi eravamo passati alla tequila, un colpo secco, da buttare giù al volo, tanto per favorire la digestione. E infine whisky, una bottiglia della miglior marca, tanto per non badare a spese. Eravamo lanciati, quella sera.

“Fred, ti amo”, disse lei.

Anch’io, Ginger, ti amo anch’io”, dissi io.

Riempimmo per la terza volta i due bicchieri, brindammo e li buttammo giù alla goccia.

“Fred, a cosa abbiamo brindato, Fred, a che cosa?”, chiese lei.

“A noi due, piccola, a noi due che danziamo, sulla testa di tutti”, risposi io.

“E ci stanno a guardare? Ci guardano?”, chiese ancora lei.

“Certo che ci guardano, col naso per aria e le bocche spalancate, rimangono immobili a vederci ballare, e sono invidiosi, soprattutto di te, perché sei bellissima…”, feci allora io.

“Fred?”

“Sì, piccola?”

“Ti amo, Fred, ti amo”.

Versammo un altro whisky e brindammo nuovamente, facendo tintinnare i due bicchierini per tutta la sala, attirando l’attenzione degli altri clienti. Ma non importava…Era come se non esistessero, era come se non esistesse nessuno, a parte noi due.

“Credo di essere ubriaca”, disse lei.

“No, non credo…Non lo sei, non ancora…Puoi fare di più, se vuoi. Lo vuoi?”, le domandai.

“Lo voglio”, fece lei. Afferrò il bicchiere e mandò giù il whisky in un sorso soltanto.

Cristo se eravamo ubriachi! Eravamo ubriachi da far schifo, altroché! Lo sapevamo benissimo entrambi, come no, ma ci andava bene così. Era il nostro modo per evadere, per scappare da tutto e da tutti, era la nostra maniera di ballare. E poi Ginger, con gli occhi socchiusi, le guance arrossate e tutto il resto, era bellissima, una favola.

“Sei bellissima, Ginger”, le dissi. “Anche tu, Fred”, mi disse.

Sì, eravamo magnifici, quella sera. L’intero pianeta era a nostra completa disposizione, mia e di Ginger. Avremmo finalmente avuto tutto ciò che da sempre desideravamo, tutto quello che ci spettava. Ne eravamo certi. Bastava solamente alzarsi, uscire e servirsi. E poi ci amavamo, cosa si poteva volere di più? Che cosa?

“Una foto, ragazzi, la volete una foto?”

“No, ti ringrazio, niente foto”, feci io.

Il tipo indiano rimaneva immobile davanti a noi con la polaroid stretta tra le mani.

“Sicuri? Una fotografia, non costa niente, cosa dite, la facciamo?”

Guardai Ginger, stava sorridendo. Amava le foto, le appiccicava dappertutto, a casa.

“Dai, Fred – disse lei – facciamo la foto, la nostra foto…Ginger e Fred, in un locale notturno, dai, voglio tenerla per ricordo, ti prego, facciamola”.

Altri soldi. Ma sì, facciamo anche la foto. Chi se ne frega. “E va bene”, dissi.

 

 

 

 

Il lampo ci rese improvvisamente ciechi. Eravamo due celebrità, due star sorprese a sbronzarsi nel cuore della notte. Scoppiammo a ridere. Anche l’indiano rise. Lo pagammo e ci consegnò la foto, tempo qualche secondo e sulla pellicola comparvero i nostri volti. Rossi, gonfi, sudati, scoppiati.

“È bellissima!”, esclamò. “Non trovi? La voglio tenere sempre con me, è venuta benissimo, guardaci, Fred, guarda che facce”.

Che idioti…”, feci io.

Non so perché lo dissi. Così, senza un motivo. A Ginger diede fastidio, smise il sorriso e sparì in fondo ai colori ancora sbiaditi della fotografia. Aveva ragione lei. Era bellissima. Quelle due facce arrossate erano le nostre, cosa importava se eravamo strafatti? Eravamo contenti, eravamo uno accanto all’altro, eravamo amanti. Solo questo importava. Solo noi due, insieme.

La vita era dalla nostra parte e noi le correvamo incontro, a braccia aperte. L’avremmo acchiappata per la coda e costretta a realizzare tutti i nostri sogni. Eravamo invincibili. Due superuomini. Semplicemente migliori degli altri. Il nostro amore non era casuale, no, era diverso, era un segno del destino. Nessuna difficoltà ci avrebbe piegato mai, e d’altronde, in quanto a casini, io e Ginger la sapevamo lunga, eravamo due esperti, altroché.

C’era tutto questo in quella foto, aveva ragione lei: era bellissima. 

La lasciò cadere sul tavolo e si voltò: “Trovi davvero che sembriamo due idioti?”, mi chiese.

“Ma no, Ginger, non in quel senso. Volevo dire che siamo due matti. Tutto qui. Vieni qua, dammi un bacio”. La trascinai verso di me e la baciai sulle labbra. Poi dissi: “È una foto stupenda, l’appenderemo in camera, accanto allo specchio, starà benissimo, vedrai”, .

“Sul serio, vuoi appenderla?”, fece lei.

“Certo, in camera, sarà divertente. Dammi il bicchiere, brindiamo!”, dissi io.

Presi la bottiglia e ne riempii altri due. “Alla nostra foto!”, gridammo insieme, rovesciando almeno metà del whisky sui nostri vestiti, ridendo, abbracciandoci, baciandoci ancora.

Allora lei disse: “Fred, ci andremo davvero, in Messico? Voglio dire, pensi che ci riusciremo davvero, ad andare via da qui? Prima o poi…Credi che ce la faremo?”

“Sicuro che ci andremo – feci io – io e te, in Messico. Certo…Appena metteremo via i soldi, il giusto, salteremo su un aereo e poi…via! Venderemo la casa e la macchina, se necessario. Vedrai, piccola, tieni duro ancora un po’ e uno di questi giorni ti risveglierai nel bel mezzo del Messico. Messico e nuvole…Vedrai, dai retta a me”.

“Me lo prometti?”, mi chiese.

Versai un altro bicchiere e senza guardarla risposi: “Te lo prometto”.

“Porteremo anche questa foto – continuò lei – la porteremo con noi, ovunque andremo. Quando saremo tristi la guarderemo e ci ricorderemo subito di questa sera, di noi due, di quanto eravamo felici insieme. Sarà il nostro portafortuna, il nostro segreto. E quando tutto sarà andato a posto, ci divertiremo un mondo a guardarla, passeremo ore a ricordarci di queste notti, dei nostri discorsi, delle nostre speranze. Quando avremo realizzato tutti i nostri sogni, finalmente”.

“È una bella idea – feci io – la porteremo”. 

 

 

Restammo nel locale ancora per parecchie ore. Ordinammo persino un’altra bottiglia di whisky, di qualità scadente, robaccia da pochi soldi che ci diede il colpo di grazia. Continuammo a brindare ad ogni pretesto, anche il più insignificante. A questo e a quello. Non aveva la minima importanza.

Ad un certo punto, Ginger vomitò. Tornò dal bagno e riprese a bere. Quando ci si metteva era davvero una forza, un trattore, persino io avevo difficoltà a starle dietro.

Verso le cinque di mattina riuscirono a staccarci dal tavolo e a cacciarci fuori. Con le buone maniere, s’intende. Il giorno dopo alle sette avremmo dovuto essere entrambi in piedi, pronti per uscire ed andare al lavoro. Pazzesco. Naturalmente non ci svegliammo.

 

 

Tutto questo succedeva quattro anni fa. Sei mesi prima che Ginger mi lasciasse.

Quando uscimmo avevamo ormai smaltito buona parte dell’alcool. L’euforia della sbronza lasciava lentamente spazio alla stanchezza e all’emicrania. Sulla strada di casa, mentre guidavo, Martina riemerse dal sonno e mi chiese: “La foto! Cazzo, la foto, l’hai presa?”

“La foto – feci io – Aspetta, fammi vedere…No, non ce l’ho, credo di averla lasciata sul tavolo, merda, credo proprio di averla dimenticata, era buio pesto, lì dentro, non si vedeva niente…”

Lei disse: “La nostra foto…Eravamo bellissimi…A te non piaceva, la nostra foto, non è vero?”

“Certo che mi piaceva, cosa vuoi dire? Ero ubriaco e l’ho dimenticata, tutto qui. Ci hanno fatto uscire di corsa, non ci ho fatto caso…Vuoi che torniamo? Torniamo indietro e ce la facciamo dare, ci vuole un attimo. Giro la macchina e torniamo là, va bene? Eh, vuoi?”, le domandai.

“No, no, guarda che ore sono…è tardi. Dobbiamo svegliarci, domani. Dobbiamo alzarci. Portami a casa, Ale, andiamo a casa… è tardi…si è fatto tardi”, mi disse lei.  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un minuto soltanto

 

 

 

 

La notte ormai era calata da un pezzo, la luce illuminava il locale semivuoto, dove la musica era certamente bassa; lui e lei restavano seduti uno di fronte all’altro, con il bicchiere nella mano: “Insomma, cos’è che vuoi…? – chiese lei – non ti chiedo di parlare per delle ore, per un minuto soltanto, dimmi cosa vorresti...?”

 

 

Cos’è che voglio…voglio suonare, uno strumento da suonare…Cosa voglio, voglio dormire tutto il giorno, no…camminare tutto il giorno, voglio i tuoi occhi, voglio baciarti, sposarti, avere dei figli che mi rispondono male, voglio una casa nuova o un treno da perdere subito, quando viene mattina, voglio del vino da bere, un mucchio di soldi, ecco…tutti i soldi del mondo, tutti gli sguardi del mondo, una morte nel lusso, non morire mai, voglio accorgermi di morire, avere un alibi, avere sempre ragione, un trucco perfetto, la mia campagna, la mia campagna e il suo cimitero, voglio una barca, abitare sul mare, saper navigare…voglio uno specchio per ridere, una strada in cui piangere, un paese interamente vestito a festa, pieno di donne…voglio un sacco di donne, i loro corpi, un vestito elegante, che mi calzi a pennello, per vedermi a teatro, voglio essere bello, il più bello tra gli uomini, che sia sempre novembre, che non venga l’estate, tutta la notte aspettare l’estate, su un torrente di luna, voglio stare a pescare, dopo mesi di danze segrete, con gli occhi drogati, su una strada costiera, quando il sole tramonta, schiantarmi guidando, schiantarmi gridando, e che tutti lo sappiano e ne parlino a lungo…Voglio l’insegna del tabaccaio, la figlia del tabaccaio, sapere tutto di lei, dimenticarmene in fretta e poi ripartire, e ogni volta tornare per poi ripartire, voglio uccidere un uomo, sentire cosa si prova a uccidere un uomo, a buttarsi da un ponte, comprare oggetti inutili e belli in tutti i mercati del mondo per poi regalare ogni cosa in cambio di una sigaretta, voglio non lavorare mai, un lavoro che mi piaccia, ubriacarmi tutto il giorno, fino a bruciarmi, innamorarmi…voglio innamorarmi tutti i giorni, fino a scoprire che non esiste l’amore, restare tutta la vita nella mia stanza, non cambiare mai casa, perdermi in un bosco e sentire chiamare il mio nome, ascoltare la voce di Dio di nascosto – voglio – conoscermi per non riconoscermi, essere acclamato senza essere bravo, finire in rovina, in una stanza coi topi, coi vestiti stracciati, bevendo Champagne a tutte le ore…scoprire a cosa servono le stelle, il silenzio di una domenica in periferia, provare a essere donna, provare a essere uomo, lupo, cavallo e poi prateria…Voglio ingannarti, tutta la vita ingannarti senza dire mai niente, fare l’attore, fare il pagliaccio in un circo, tornare indietro e cambiare ogni cosa, completamente, per poi sperare di poter tornare di nuovo indietro, per poi pensare che non c’è differenza…diventare matto, o semplicemente stupido, vedere il futuro, cosa vuol dire morire a  trent’anni, vedere le mie mani a novant’anni, un istante in cui è tutto chiaro, sposarmi in Chiesa con una puttana, vestito come una puttana, attraversare migliaia di oceani fino a dimenticare cosa stavo cercando, essere una volta sincero, una sola volta, leggerti nel pensiero, parlare senza sbagliare parole, accontentarmi di niente e continuamente incrociarti, vedere il tuo sguardo andare e venire, in direzione sempre opposta alla mia e poi….E poi no, no…niente di tutto questo in realtà voglio…“quello che davvero voglio, ecco, sì… quello che davvero voglio….

 

 

Ma il minuto era passato da un pezzo, e lei se ne era già andata, e nessuno rimase ad ascoltarmi, tranne il venditore sordomuto di spille, che sorridendo mi stava di fronte, e in fondo agli occhi sembrava contento.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vichy

 

 

 

 

Nella  foto coi colombi in mano e dietro il Duomo di Milano, ho l’aria fiera, sicura.

Ho deciso: metterò questa nella lettera che scriverò ai miei genitori.

Racconterò che la città è bellissima, ricca, piena di gente e di cose da fare. Locali, macchine, strade, luci, colori e rumori. Certo, non come il nostro dolcissimo paese, che rimane sempre nel mio cuore. Scriverò così e loro saranno contenti.

Gli parlerò del mio appartamento, piccolo, modesto ma provvisto di tutto quel che è necessario: cucina, stanza da letto, bagno e soggiorno; e poi televisore, videoregistratore e stereo, con due casse grandi e nere. Certo, per adesso non posso ancora permettermi di ospitarli, ma tra qualche mese, forse…Intanto se il lavoro continua ad andare bene verrò io a trovarvi, in maggio, magari in giugno, ci metteremo d’accordo.

E allora scriverò del mio lavoro, del mio nuovo lavoro.

Ho conosciuto un ragazzo, si chiama Simone, fa l’avvocato in un piccolo studio, è tutto suo, appena avviato. Aveva bisogno di una segretaria che gli tenesse in ordine le varie pratiche, che gli segnasse gli appuntamenti, gli prendesse le telefonate…E così a chiesto a me…È un tale disordinato…Ripete sempre che se io non ci fossi sarebbe perduto…Segretaria in uno studio legale. Saranno felici. A mia madre luccicheranno gli occhi. Mio padre resterà zitto, come al solito. Resterà zitto ma gli si romperà il cuore. Di gioia.

A proposito, ho cominciato da poco ma non appena riceverò il mio primo stipendio, manderò giù qualcosa, non si sa mai, e che non provino neanche lontanamente a rifiutare. Ah, ho anche una sorpresa per Toma, ditegli che l’ho comperata, la maglia del Milan. Impazzirà, ne sono sicura.

Dicevo di Simone…ecco, qualche giorno fa mi ha invitata a uscire con lui, mi ha portata a mangiare fuori, in un vero ristorante, di quelli con i camerieri in divisa e tutte le cose al posto giusto…Dice di volermi bene, dice che sono bellissima, vuole che vada a vivere con lui. Anch’io mi sono affezionata, è un ragazzo carino e poi è sempre molto gentile con me. Mi ha persino presentata ai suoi genitori. Insomma, ci siamo fidanzati. Però sono rimasta a vivere a casa mia, gli ho spiegato che c’è tempo, che ogni cosa ha un suo tempo. Fidanzata con un avvocato. Mia madre si preoccuperà un poco. Mio padre stapperà la miglior bottiglia che ha in casa.

Scriverò che presto manderò una foto di me con Simone. Domanderò se tutti stanno bene, se ci sono novità, se sono contrari a questa storia, se i piccoli studiano, se hanno bisogno di qualcosa, qualunque cosa, di non farsi problemi e di chiedere pure a me, tutto quello che vogliono.

Sì, gli dirò così, tanto non chiederanno mai niente.

Poi saluterò e firmerò la lettera. Con amore, la vostra Vichy.

La infilerò nella busta e incollerò il francobollo.

A quel punto dovrò sbrigarmi, devo trovarmi giù all’angolo tra meno di un’ora, andrò in bagno a truccarmi, davanti a quello squallido specchio tutto incrostato. Odio quello specchio. Odio questo bagno, la lampadina nuda appesa ad un filo, la luce fioca che emana. Rende il viso ancora più sciatto, bianco, sciupato. Il mio viso fiero e sicuro, coi colombi in mano.

Merda, devo lavarmi i capelli, devo fare il letto, pulire i piatti, lavare il pavimento, aggiustare la doccia, cacciare gli scarafaggi, imbucare la lettera, comperare gli assorbenti, il dentifricio, il rossetto, devo fare la spesa, non c’è più niente nel frigo: non c’è nemmeno più tempo.

Scenderò di corsa le scale, e arrivata alla fine infilerò le mie scarpe col tacco. Farò qualche metro camminando spedita, e giunta all’angolo incontrerò il mio assassino.

Salirò in macchina, fumerò una sigaretta, Simone guiderà come al solito in silenzio. Sembra arrabbiato. Me ne frego, ho bisogno dei soldi, voglio i miei soldi, gli chiederò i soldi. Mi dirà di non rompere il cazzo, che non è proprio giornata, che gli è successo di tutto. Come al solito.

 

 

 

Gli darò dello stronzo, litigheremo, ci insulteremo. Mi darà della troia, gli sputerò addosso.

Si accosterà, sul ciglio della strada buia e deserta. Mi guarderà negli occhi e mi scaraventerà un pugno  in mezzo alla faccia. Batterò la testa sul vetro del finestrino. Non vedrò più niente. Neanche il dolore. Solo il calore del sangue, sulle mie labbra. 

L’hai voluta tu, mi dirà.

Ti avevo avvertita, mi urlerà.

Non risponderò.

Merda, inizierà a gridare, scuotendomi, merda, merda!

Scenderà dalla macchina, si guarderà intorno, farà il giro, aprirà la portiera e mi butterà oltre il ciglio della strada, dentro al fosso.

 

 

 

E resterò sdraiata lì – io – con la mia faccia fiera di prostituta moldava, rivolta verso il cielo.