Alessandro Cascio

 

 

Alessandro Cascio nasce sopra un bancone di un bar di Houston nel 1977, da una Portoghese a 30 dollari a botta e un Marinaio della Marina mercantile di Lampedusa. Percorre lentamente il pianeta in senso antirotatorio per la piacevole illusione di restare sempre fermo ritrovandosi il mondo sotto i piedi. A Londra scrive "Tre Candele" per il Premio Internazionale Jacques Prevert che pubblica a Milano con una casa editrice incapace di correggere anche gli errori ortografici, ma che ciò nonostante lo vende ugualmente per fregare 8 euro a chi ama la letteratura, rovinando così una bella storia. Pubblica poesie con Fonopoli di Renato Zero e Club degli autori, ma evita di mettere la foto della patente accanto ai propri versi come gli altri poeti, anzi, evita di essere nominato poeta. Studia sceneggiatura alla Bc Network di Roma con F.Marciano e M. Monicelli imparando quanto se la tirano nel mondo del cinema, alla Scuola Internazionale Comics di Dino Caterini imparando quanto se la tirano nel mondo del fumetto e pubblica il suo "Tutti tranne me" con l'Ed. IL Foglio di Gordiano Lupi imparando quanto se la tirano nel mondo della letteratura. Muore di dissenteria all'età di 27 anni, prima di poter realizzare il proprio sogno: avere un sogno degno di essere realizzato.

 

 

 

 

La chiave del Capo Spunky

 

Io, Bull e Snypes eravamo stati mandati a cercare la chiave persa durante l’inseguimento con gli sbirri sulla settima di Marcantonio Street.

“Pezzi di merda. Adesso ci tocca fare doppio turno”.

“Di che ti lamenti, Bull, almeno non ti sei preso una pallottola in testa come Rosho”.

“Rosho la voleva la pallottola in testa, io non ho mai desiderato di fare doppio turno il sabato”.

“Nessuno vuole una pallottola in testa, Bull, tantomeno Rosho”.

“Allora spiegami un motivo valido per cui un Messicano di 44 anni debba affacciarsi al finestrino  per guardare il tramonto durante una sparatoria in autostrada”.

Non potevo certo dir loro la verità.

E’ andata così:

“Rosho, hanno cominciato a sparare, li supero per coprire il Capo Spunky”.

“Il Capo Spunky s’è calato, superali dal lato guida ed io ti copro con l’antiproiettile”.

E così feci, superai lo sbrirro conducente che sparò un colpo al vento e noi ci collocammo per bene tra la macchina del Capo Spunky e quella degli sbirri.

“Adesso spara a quello con la Cold”.

“Chi dei due ha la Cold?”.

“Quello con i baffi alla Hitler”.

Rosho rise di me ed io per poco non l’ammazzai.

“Scusa, bello, ma nessuno porta i baffi alla Hitler e riesce ad entrare in Polizia ad Hollywood rimanendo vivo abbastanza tempo per sparare al Capo Spunky”.

“Ti dico che quella ha pure la Cold Pocket e ti sparerà al culo come un fottuto nazista se non lo ammazzi”.

“Forse ha il baffo alla Chaplin ma… non ho visto nessun Chaplin sopra quella macchina”.

“Che differenza fa? Sono gli stessi baffi”.

“No, Chaplin li aveva molto più folti e lunghi”.

“Hitler, ti dico, ce li ha alla Hitler. Avrà fatto da comparsa per un film”.

“Non vedi un accidenti quando guidi”.

“100 dollari”

“Ci sto”

Ma non gli avevo mica detto di affacciarsi al finestrino, insomma.

Ora mi tocca sentirmi Bull che si lamenta della chiave.

“Dovresti farla tu da solo, la giornata piena”.

“Siamo una squadra”.

“Ma non quando si perde la chiave del Capo Spunky. In quel momento ognuno se la vede come può”.

Bull s’era avvicinato a me e aveva estratto la pistola. Tutti estraevamo la pistola quando ci incazzavamo, ma nessuno sparava mai, o quasi. Era ormai diventato un atto di intimidazione spontaneo, come quando, la gente normale, punta il dito. Noi, invece, puntavamo la pistola. Lo facevamo troppo spesso e il Capo Spunky ci aveva dato dei punti di ammonizione. Chi usciva la pistola con facilità otteneva un punto di ammonizione e a cento punti venivi sospeso. In mezza giornata il Capo Spunky aveva perso il conto ed io, Bull e Lopez avevamo ottenuto 160, 130 e 254 punti a testa. Il capo decise di portare i punti ammonizione da 100 a 10.000. Chi avrebbe ottenuto 10.000 punti ammonizione sarebbe stato sospeso. Io fui sospeso due volte in una settimana, Bull solo una volta, mentre Lopez 12 volte. Il capo dovette uscire senza scorta il venerdì per andare al Barbera’s. Rischiò il culo ma doveva farsi valere mentre noi dovevamo stare chiusi in casa fino a nuovo ordine. Lopez la pistola la usava anche per pulirsi il fottuto buco del suo merdoso culo.

“Perché non usi i bastoncini come tutti gli altri?”, gli dissi mentre mangiavamo cinese, e dopo un po’, il riso alla cantonese conteneva pezzetti di guancia e dentiera di uno stronzo di Los Angeles.

“La prossima volta imparerà ad usare i bastoncini invece della pistola”, disse Bull.

“Non c’è una prossima volta per chi si spara in bocca, Bull”.

“E’ un modo di dire”.

“Non è un modo di dire. Un modo di dire è ‘prendi il toro per le corna’ o ‘ficcatelo nel culo’”.

Bull smise di mangiare.

“Quelli sono proverbi, idiota”.

Io mi alzai dalla sedia ed estrassi la pistola:

“Non sono proverbi Bull. Un proverbio è ‘gallina vecchia fa buon brodo’ o ‘parati il tuo fottuto culo da te, che io me lo paro da me’.

Sentimmo una voce sottile:

“Ma non era “chi fa da sé fa per tre?”

Ci giriamo contemporaneamente, io e Bull, tutti e due pronti a perdere altri 30.000 punti:

“Tu pensa agli affari tuoi, spagnolo del cazzo”.

E mitragliamo di colpi Lopez che si riaccascia sul suo riso alla cantonese.

“Era vivo”.

Strizzai l’occhio: “Non lo era”.

“Ma sì, si era alzato, era ancora vivo ti dico”.

“L’ho detto in senso figurato”.

“Ah” esclama Bull, “un modo di dire”.

“No” nego io, “non era un modo di dire. ‘Dove passo io non cresce l’erba’ o ‘il buco del culo di un capo è sempre più piccolo di un suo picciotto’ sono modi di dire, ma quello Bull, era…”.

Quando, il Capo Spunky ci sospese l’ammonizione, erano quasi le 6 e noi dovettimo presentarci di corsa al Barbera’s, prendere a calci nel culo Panturro e sparare ai suoi scagnozzi. Dopo, venne la Polizia, Hitler con la Cold, Rosho spappolato e Bull che perde la chiave per guardare Rosho farsi sparare da Hitler.

“Non stava guardando il tramonto”.

“Beh, allora cosa? Stava guardando lo sbirro con i baffi alla Chaplin?”.

“Non erano alla Chaplin, ma alla Hitler”.

“Che differenza fa?”.

Uscimmo le pistole.

“Un altro punto a testa”, disse Snypes, “e con questi siamo a 4.000 in una sola ora”.

Snypes aveva preso l’incarico di prendere le ammonizioni.

Infilammo le pistole nelle mutande e continuammo a cercare la chiave del Capo Spunky che Bill aveva perso, per tutto il tragitto della Marcantonio Street di Hollywood.

“Come hai fatto”, scuoteva la testa Snypes, “come hai fatto a perderla? Una sola chiave, mica tanto, solo una fottutissima chiave. Come hai fatto a perderla, Bull?”.

“Tu avevi migliaia di capelli eppure li hai persi tutti”.

Dissi loro di smetterla: “Vi crivello di colpi?”.

“4001”.

Quelle ammonizioni mi stressavano.

Ho visto qualcosa che luccica, lì in fondo.

“Dove?”

“Vicino alla Pontiac Rossa”

“Ma sta a più di 50 metri da qui. Non sei mica una cinciallegra”.

“Gazza Ladra”, dice Snypes e poi aggiunge un’ammonizione.

“Ma non ho tirato fuori la pistola”, dico io.

“No, ma l’avresti fatto”

Ci avviciniamo al luogo, in effetti è la posizione esatta dove Bull è stato beccato alla mano che teneva la chiave del Capo Spunky.

“A proposito, come va la mano, Bull?”.

“Non è spiritoso” disse mostrandomi il dito mignolo, il solo dito che gli era rimasto.

Due passi in avanti ed ecco una voce da donna infilata in un corpo obeso da uomo.

“Vincent Castelli” dice Snypes, “non so perché ma la tua splenida voce è inconfondibile”.

“Se non fosse stato per il tuo capo avrei ancora la mia voce, stronzo”, puntò la pistola alla testa di Snypes, che ci guardò stare impalati a guardare.

Il Capo Spunky gi aveva sparato alle palle durante una partita a biliardo.

Aveva sparato sull’otto nero e sull’uno, e quelle schizzarono via colpendo i gioielli di famiglia di Vincent che perse la sua virilità.

“Cosa fate?” dice Snypes, “uscite le pistole”.

“Fossi matto, non voglio farmi ammonire un’altra volta”.

Vincent e i suoi scagnozzi hanno l’aria di un ‘ma di che cazzo parlano questi?’, ma noi sappiamo benissimo cosa stiamo barattando.

“Strappali tutti, Snypes e riniziamo da capo”.

“Il capo non crederà al fatto che non avete neanche un’ammonizione”

“Fai tu”.

 “Ok, ok, annullo le ammonizioni. Adesso uscite le pistole”.

Con un fare da Gangester Hollywoodiani, quale siamo, usciamo le pistole con una tale velocità da far impallidire i tizi che ancora stavano fermi a cercare di capire qualcosa sul nostro discorso delle ammonizioni.

“Posatele”.

“Posatele voi”.

Due pistole contro due pistole. In questi momenti bisogna giocare di astuzia e logica ed è difficile, quando c’è Bull nel mezzo. Lui di solito si fa sparare, ma non lo prendono mai, neanche da distanze ravvicinate. Dice che è grazie al Santino di Maria Vergine che porta nel taschino.

“Lascia fare a me, Bull, non dire una parola su ciò che stiamo cercando”, dico, e poi mi metto a colloquiare come fossi un oratore, per cercare il modo miglire per cavarcela. In quel momento ci vuole la falsità di un avvocato, la calma di un cameriere, e l’ingegno di un agente assicurativo.

“Butta la pistola”

“No”

“Ti sparo sulle palle”

“Fottiti”

E otto dei dodici spari colpiscono i due scagnozzi di Vincent al torace e alla testa. Sette colpiscono il mio, uno colpisce il bullo di Bull. Loro fanno uscir fuori dai loro giocattoli 7 proiettili. Uno rivolto a me mi colpisce alla spalla, sei, rivolti a Bull, colpiscono la cabina telefonica.

“Si può sapere come cazzo fai, Bull?”, dico io dolorante.

“Insomma, me lo chiedi ogni volta. Mi vuoi forse morto? E’ questo che vuoi?”

Non rispondo, non so ciò che voglio effettivamente.

“E adesso liberati di Vincent Castelli, Snypes”, mi giro tenendomi la spalla.

“L’ho fatto da un pezzo”.

“L’hai già ammazzato?”.

“Cosa dovevo fare? Aspettare che voi finiste di parlare?”.

“Nei film e nei racconti di Gangster lo fanno sempre”.

Ma Vincent giaceva lì, e faceva da decimo morto in una giornata sola. Ma sapevamo che non era finita lì.

“Prendi quella cosa che luccica, Bull” dice Snypes indicando la chiave e uscendo fuori il taccuino.

“2 ammonizioni a testa”.

“Per cosa?”.

“Avete uscito fuori le pistole”.

“Ma ce l’hai detto tu”.

“Sì, ma non vi ho detto di puntarle a dosso alla chiave”.

“Ma stavo indicando a Bull la posizione esatta”.

“Per quello esistono le dita”.

Poi si voltò verso Bull: “E tu perché stai puntando la chiave con la pistola?”.

“Per far luce”.

“Ma quella non è una lampadina”.

Bull esplode tre spari in terra in direzione della chiave:

“Sì” ride lui, “ma la mia Beretta non oliata fa delle scintille che illuminano un intero quartiere”.

La chiave fu portata al capo ed io uscii dalla stanza in tempo per andare a bere qualcosa da Matt.

 

“Da me?”, dice Matt.

“Quanti Matt conosco, che fanno i baristi?”, disse Glam al barista che gli versò un bicchiere di Tonic: “A volte non so neanche perché ti racconti queste storie, non conoscendoti. Per quanto mi riguarda potresti essere una spia della Mafia Russa”.

“Ma se sono Catalano”.

“E questo ti ha salvato fin’ora, caro Matt, ti ha salvato le ossa”.

Matt si versò da bere e girò il bancone sedendosi con Glam.

“Alla buona riuscita della serata”, brindò.

“Alla buona riuscita”.

“Ma… si può sapere a cosa serviva quella stramaledetta chiave?”, chiese Matt il barista, dopo aver ascoltato l’intera storia.

Glam sorrise, si guardò intorno e vide il ragazzo delle pulizie osservarli. Prese tra le mani la testa del barista e avvicinò la bocca al suo orecchio, bisbigliando.

“Adesso ho capito. Potevi dirmelo prima”, sorrise Matt che si strofinò la nuca.

“Matt, Matt!”.

Glam diede due pacche sulla spalla al barista: “Per quanto mi riguarda potresti essere una spia Russa in cerca di quella stramaledettissima chiave”, disse e poi salutò, ubriaco com’era, uscendo dalla porta.

“Ma se sono Catalano”, disse Matt.

“Ed è questo che ti ha salvato le ossa fin’ora, caro Matt”, rispose Glam entrando la testa, salutando e riuscendo dal locale.

 

Matt prese il telefono e compose il numero:

“Pronto Elena Roerich? Ah sei tu piccola, passami tua Madre”.

Chiamò il ragazzo delle pulizie ed indicò col dito la porta da cui Glam era uscito.

“Pronto Signora Roerich? Ho capito a cosa serve quella maledetta chiave”.

 

Da fuori Glam stette seduto a guardare dalla vetrina, dando da mangiare ai piccioni delle patatine fritte e del gelato.

Sorrise, Glam:

“Matt, Matt, sei Catalano e questo ti ha salvato le ossa fino ad ora”.

Si alzò e ripetè: “Fino ad ora, appunto”… e si voltò lasciandosi alle spalle l’esplosione dell’intero locale con le due spie russe dentro.

 

Alessandro Cascio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

www.ilfoglioletterario.it/tuttitranneme.htm

http://shovinskij3.giovani.it  

 

Alessandro Cascio, nasce a Palermo e lì vive saltuariamente. Tra Roma e Londra collabora con diversi registi, riviste letterarie, fumettisti e sceneggiatori e scrive romanzi e raccolte per Il Foglio, Montedit e Fonopoli di Renato Zero. Ha cambiato sesso da poco e si fa chiamare Alija Cacher perché nella vita meglio fare la velina che lo scrittore. Era un bel pezzo d’uomo e adesso, di donna.

    

 

    

  

        

 

Randy l’imbecille

 

Lo chiamavano così in famiglia, Randy l’imbecille, non per fargli cosa sgradita, ma perché imbecille lui lo era davvero, e per quei due vecchi immigrati Italiani di basso ceto sociale e bassa cultura, chiamare imbecille un ritardato era cosa normale, così come lo era per i fratelli di Randy che, per non presentare il fratello alle amiche del college, lo chiudevano in soffitta con la scusa di un gioco a cui, dicevano loro, partecipavano tutti gli abitanti di Sheffield.

Il gioco valeva la candela insomma:  il vincitore avrebbe vinto la pubblicazione di una poesia.

Allora Randy l’imbecille si lasciava chiudere in soffitta per partecipare al gioco de “A chi sta più zitto” indetto dalla cittadina di Sheffield per proclamare il poeta dell’anno. Il fatto che Sheffield non avesse mai avuto poeti che avessero pubblicato qualcosa, il fatto che nessuno sapeva mai niente di questo gioco quando ne faceva atto ai ragazzi che incontrava, e a cui chiedeva sempre se anche loro scrivessero poesie, passava del tutto inosservato all’occhio di Randy. Era il gioco de “A chi sta più zitto” e tutti dovevano star zitti, dovevano far finta di non sapere.

Perché Randy stava al gioco pur stando ore in silenzio e al buio? Scusate se non l’ho ancora detto, ragazzi: Randy l’imbecille era un poeta.

Scriveva appena finito di caricare il fieno la mattina per il Signor Dutes. Si sedeva nel suo piccolo sgabello di legno fatto da papà Francesco, ed iniziava:

 

Cielo dai pani di bianca farina………

 

Una sola frase! Si, una soltanto, che non riusciva mai a finire perché passava tutto il tempo a pensare alla rima successiva, fino al momento in cui, la madre, lo chiamava per la cena.

<<Imbecille, smetti di scrivere e torna a tavola>>, gridava la madre dalla grondaia, così Randy accartocciava il suo foglio e si incamminava a mangiare la sua zuppa.

<<Hai scritto la seconda strofa della tua poesia, Imbecille, o sei ancora al pane e al cielo?>>, ridacchiava il più grande dei fratelli.

<<Trovare la giusta rima è difficile>>, affermava Randy fissandolo quieto come sempre, <<non posso scrivere se prima non mi verrà l’ispirazione, e ci vuol tempo per l’ispirazione, bisogna aspettarla. Io l’aspetto, ho tempo io, e ne ha anche il cielo>>.

Il fratello scoppiò in una grossa risata:

<<Anche i tuoi neuroni prendono tutto il tempo, Imbecille>>.

Ma uno schiaffo fece sputar fuori dallo stomaco del ragazzo, il pezzo di pane che stava ingurgitando:

<<Non parlare di nerroni a tavola mentre si mangia>>, rispose Papà Francesco ritornando alla posizione di capotavola affamato.

<<Neuroni Papà, li abbiamo studiati al college alla lezione del professor Stanley>>, si ricomponeva il ragazzo.

<<Il professore di cui parlavi con quelle ragazze mentre giocavamo a…>>, sorrise Randy che fu subito bloccato dal fratello più piccolo, che tirò un tozzo di pane e disse lui di giocare a fare il cane e di prenderlo.

<<Di cosa parlava vostro fratello?>> chiese il Padre.

<<Niente Pà, è solo Imbecille>>, rispondeva Mario, il fratello maggiore.

Allora Randy si alzava, aiutava la Madre a sparecchiare e poi chiedeva:

<<Posso tornare a scrivere, Mamma?>>, e la Madre con sguardo amorevole lo accarezzava e rispondeva di andare e di diventare un grande poeta.

“Cielo dai pani di bianca farina…….”, e lì si fermava ad aspettare fissando il foglio e pensando, volando su nel cielo a sporcarsi di quella farina, e modellando quei pani per far si che tutti gli uomini che sapessero ancora sognare vedessero le mille forme da lui create. Il giorno in cui i Marinelli andavano in città per vendere il fieno, puntualmente i fratelli di Randy portavano con se, a casa, due ragazze dal college, cosi come. Puntualmente, iniziava il gioco de “A chi sta più zitto”, ma stavolta con nuove regole.

<<Senti Imbecille…>> disse Mario, << …stavolta non solo dovrai stare zitto quassù in soffitta, ma dovrai imparare a non parlare mai del gioco e di ciò che accade qui dentro. Mai e per nessun motivo, hai capito? Dovesse cascare il mondo, tu non ne parlerai mai e starai zitto…starai zitto fino a quando noi staremo su questa terra, hai capito imbecille? Solo allora il gioco potrai considerarlo terminato>>, si calmò e abbassò il tono della voce per non far accorgere alle ragazze della presenza di Randy, <<così potrai pubblicare non una, ma due volte le tue poesie>>. E così fece Randy che stette in silenzio ansioso per il nuovo premio e le nuove regole.

I fratelli Marinelli erano conosciuti in città per la loro fama da Casanova, ma si diceva che facessero giochetti strani con le ragazze, tipo “il gioco del carretto e l’asino” o  “la massaia e il contadino”. Inventavano vere e proprie storie che facevano impazzire le ragazze che andavano con loro più “per la fantasia con cui si faceva sesso”, che per le loro doti effettive.

Quel giorno era il turno di Marry e Cherry, due biondine del secondo anno che erano le due ragazze incappate per caso nel “castello dei Fratelli Sbudella”.

Si proprio così, visto che si festeggiava Halloween, avevano avuto la bella idea di addobbare la casa con catene, sangue e interiora del bue scannato il giorno prima per venderlo al mercato della carne.

Iniziò il gioco e subito, i due ragazzi, cominciarono ad impaurire le ragazze che scappavano dalle catene dei loro giustizieri. Marry si nascose nel pagliaio mentre Cherry preferì la soffitta.

Il nostro Randy sentì la scala scricchiolare e pensò che il gioco fosse finito, così aprì la porta e… Cherry: la ragazza più bella che i suoi occhi avessero mai visto. Bionda dal seno prorompente, labbra lucide e trucco leggero, pelle bianca come quei panetti di farina che ogni giorno incontrava nel cielo, ed occhi azzurri come quello stesso cielo.

<<Ciao>> disse Cherry, <<e tu chi saresti?>>.

Randy stava per dire una delle sue parole balbettanti quando si ricordò del gioco: <<Sta zitto>> ripetè a se stesso, <<è una trappola per farti perdere, probabilmente anche lei sta giocando>>.

Restò in silenzio, ma non le levò gli occhi di dosso nemmeno per un attimo, forse Randy l’imbecille si era davvero innamorato.

<<Sei muto o cosa?>> esclamò la ragazza che strappò via di mano il foglio a Randy e con un gesto di stizza lo mandò a quel paese, tornando al gioco di paura e sesso con i Fratelli Marinelli.

Randy scese le scale in silenzio cosciente di poter perdere al gioco a cui da tempo giocava, ma per la bella Cherry avrebbe corso il rischio: eppoi doveva recuperare la sua poesia.

Le ragazze furono catturate dai due fratelli che si indirizzavano verso il momento finale della serata:

il sacrificio. Mario strappò i vestiti delle due ragazze eccitate all’idea di essere legate sulla mototrebbia del Signor Marinelli, battezzata per quell’occasione, “macchina delle vergini”, anche se di vergine lì c’era ben poco non c’è che dire, ma era un gioco e il gioco è fatto di fantasia.

Mario si mise alla guida, mentre Jerry, vestito di un mantello nero e cosparso di sangue di bue, recitava delle finte preghiere. Randy sbirciava eccitato le due ragazze.

Mario mise in moto la macchina infernale.

<<Spegni quella roba Mario, non sai portarla>>, disse Jerry smettendo di recitare quei versi senza senso, <<spegni e continuiamo>>.

La mototrebbia cominciò a muoversi, mentre le due ragazze cominciarono a preoccuparsi.

<<Siete matti o cosa?>>, disse una di loro stanca del gioco, <<fateci scendere>>.

<<Non so fermarla, cazzo, non so fermarla!>> iniziò a gridare Mario mentre la macchina si avvicinava sempre di più alla parete del pagliaio.

Cominciarono le grida e i due ragazzi entrarono nel pallone. Mario cercava di manovrare i comandi mentre Jerry tentava invano di liberarle dai nodi. Durò tutto un istante, fino a quando Jerry inciampò su una balla di fieno e Mario si buttò dalla mototrebbia. Le grida delle due ragazze durarono un attimo e poi la figura più sconvolgente che Randy avesse mai visto: due corpi squarciati da tonnellate di ferro che finirono diritte su una parete di lamiera legno e travi d’acciaio.

Quando la polizia arrivò sul posto c’erano budella ovunque e i due ragazzi che vomitavano sulla mangiatoia per i porci.

Randy invece era seduto che scriveva, pensando al viso celestiale della sua Cherry.

 

<<Avanti imbecille, tu hai visto tutto, racconta come sono veramente andate le cose>>, implorava Mario in aula di tribunale.

<<Avvocato, chieda al suo cliente di fare silenzio>>, interruppe l’implorare il giudice.

Ma Randy sapeva che doveva stare zitto e non dire niente a nessuno, sapeva che tutti lì giocavano al gioco de “A chi sta più zitto”, e che i suoi fratelli volevano convincerlo a parlare, tutti lì volevano convincerlo a parlare, ma lui no, non avrebbe ceduto. Non avrebbe passato tutti quei giorni in silenzio, chiuso in soffitta, per poi perdere il sogno di pubblicare la sua poesia. Così stette in silenzio il giorno in cui i due fratelli furono arrostiti sulla sedia elettrica: non era stato forse il fratello, quel giorno in cui lo chiuse in soffitta per l’ennesima volta, a dir lui quelle precise parole? <<Dovesse cascare il mondo, tu non ne parlerai mai e starai zitto, starai zitto fino a quando noi staremo su questa terra, hai capito imbecille? Solo allora, il gioco, potrai considerarlo terminato>>.

Tutti in città sussurravano e Randy sapeva di essere diventato famoso, perché il gioco era finalmente terminato e la sua poesia era finalmente uscita sul giornale. Una vera pubblicazione. E tra i mille sussurri e sguardi indiscreti, un bel giornale esposto da Jaco il giornalaio:

<<Ragazzi stuprano e uccidono a sangue freddo due liceali durante un rito satanico, nella mano quasi staccata dal braccio di una delle due ragazze, certa Cherry Mc Carthy è stata trovata un'unica richiesta d’aiuto, un foglio con su scritto “CIELO DAI PANI DI BIANCA FARINA”, un aiuto al cielo, forse >>.

Già ragazzi miei, perché Randy, nonostante tutto, non aveva aggiunto parola alcuna alla sua poesia adesso pubblicata, d’altronde, come lui stesso diceva: “Ci vuol tempo per l’ispirazione, bisogna aspettarla. Io l’aspetto, ho tempo io, e ne ha anche il cielo”. E il tempo premia anche gli imbecilli, se solo hanno la pazienza di aspettare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti tranne Marcolino

 

Marcolino l’abbiamo trovato io e Johnny Guitar ch’erano le sette del pomeriggio.

“Ciao Giovà: Marcolino?”

“Ciao Chicco, Kla dice che è in casa. Oggi stava poco bene e non è andato al Bar. Ma è da dieci minuti che busso: non risponde”.

La tele è accesa. Prendo la rincorsa e vado di spalla.

“No bello, ti fai male così”, mi dice Johnny, “non siamo in un film, nella realtà le porte hanno un senso. Hai un fermaglio per capelli?”.

“Si, certo” e infilo la mano in tasca, “ne porto sempre uno con me”, dico.

Lui sta fermo ad aspettare, non capisce l’ironia. Così storco il naso alla Mary Poppins e chiedo ad una ragazza che passa di lì: “Scusa, hai un fermaglio per capelli?”

“Per far cosa?”, risponde lei.

“Che ti frega?”, dico io.

Johnny ha più self control nelle situazioni difficili: “Dobbiamo scassinare la serratura di questa porta”.

“Ah, capisco”, risponde la scialbina togliendosene uno dai rasta coi Winnie Poo: “Tieni qui!”

Bravo il nostro chitarrista, e adesso chiedile una pistola per rapinarla ed una corda per stuprarla.

“Ma tu che mestiere fai nella vita, Johnny?”, chiedo.

“Il chitarrista”, dice lui.

C’ha messo 8 secondi esatti a scassinare una porta: chissà quanto tempo ci avrebbe messo Jimi Hendrix.

“Quello cos’è?”

“E’ Marco”

“E cosa fa?”

“Il Budgee Jumping sul lampadario”

Chiedo a Johnny se posso svenire.

“Perché?”

“Sai com’è”

“No, com’è?”

“E’ che sono un po’ turbato dalla scena e ho la pressione bassa”

“Ma sì, fai pure, ma spostati sul tappeto così eviti di farti male, no?”

“Ah già, non c’avevo pensato”

 

L’Estate era finita da un pezzo ed io l’avevo passata a lavorare nel Bar di Marcolino. Eravamo ottimi amici io e lui. Sapete com'è, si dà una mano, ma mano oggi, mano domani, ti ritrovi con tutte e due le mani occupate.

Poi ti si dice: “Che fai Chicco, visto che ti trovi qui, resti a darmi una mano?”

“No guarda Marcolì c’ho da fare. Davvero!”

Marcolino era uno simpatico, un bravo ragazzo, uno di quelli che quando lo guardavi ti veniva voglia di smettere di fumare, di trovarti la ragazza seria, di lavorare per portare i soldi a casa e troncare una volta per tutte col porno. Era fidanzato da quando aveva 14 anni, sempre con la stessa ragazza, mai fatto un Puttan-Tour con noi del Santo Stefano, mai una canna: sempre lì, al Bar, a lavorare.

Immaginate un ragazzo a 23 anni sorridere 200 volte al giorno dalle 5 di mattina alle 9 di sera mentre suda e lavora come un mulo.

Ecco cosa succede quando non osservi abbastanza la vita. Succede che non ti accorgi che il tuo migliore amico ha un dente d’argento, ma te ne accorgi all’ennesimo:

“Onorevole Gonzoni, come stiamo? A casa tutto bene? So che sua figlia ha dato l’esame per la patente. Sono felice per lei, le mandi i miei auguri”.

La gente sorrideva ai suoi sorrisi e lui dopo aver fatto "un caffè da bere qui e uno da portar via", lo serviva con un bicchiere d’acqua e… tutto lì, gli si poteva notare il dente d’argento.

Io ci provavo a servire la gente così, come faceva lui, ma: “Ci vuole pratica Chicco, ci vuole pratica. Non importa come tu sappia fare il caffè, è importante ascoltarla, questa gente. Non si va al bar per un caffè, il caffè è solo una scusa. Si va al Bar per incontrare, parlare, intrattenere ed essere intrattenuti”.

“Ma quello non era il barbiere?”

“No, anche il Barista. Cosa credi? Credi forse che questa gente la conosca da ieri? Loro hanno visto crescere me quanto io ho visto invecchiare loro e ti assicuro che, dopo un po’, ci fai l’abitudine. Seguimi.”

Mi mise al bancone a fare i Caffè per circa una settimana, il tempo in cui dovette assistere al parto la sorella di Amanda, la sua ragazza.

Così eccomi pronto, in pieno Agosto a fare gli onori di casa.

“Da Chicco, Bar caffetteria, tavola calda”.

Basta fare un po’ di spettacolo e ricordarsi tutto. Il primo arrivato lo becco alle 6 e mezza che entra con un mazzo di fiori nelle mani: ed ecco che Chicco sfodera il Marcolino che c’è in lui.

“Signor Baldini. Tutto bene in famiglia? E la sua Firenze? Sempre nostalgia della propria terra eh? Ho saputo che sua moglie è di nuovo incinta. Quei fiori sono per lei immagino. Ne sono molto felice sa? Anche mia zia ha partorito da poco e le dico che è davvero una manna dal cielo. Dio solo sa quanto sono felici adesso nella mia famiglia. Lei è un uomo fortunato. Caffè?”

Che fenomeno: tutto d’un fiato. Dio, mi sentivo al settimo cielo, altro che vacanza: sorriso, caffè, parlantina ed… “eccola servita”.

Il Signor Baldini, però,  non sembrò gradire.

 “Ma dove sei stato Chicco? Non parla da sei anni ad Ottobre, quello. Dovrebbe rispondere proprio adesso, alle tue stronzate?”, mi disse Luchino che se ne stava a leggere il giornale e a ridersela mentre il Signor Baldini uscì sbattendo la porta.

“Insomma Luchì, si può sapere che c’ha quell’uomo lì?”

“Non lo vedi che è a terra come la ruota del tuo motorino? C’ha una moglie morta in un incidente stradale. Ecco che c’ha”.

“La Signora Baldini è morta? Poveraccia! Poveraccio lui. Ecco perché lo chiamano 'il moscio di Firenze”.

“Ma tu vivi su Marte o cosa?"

"No, sai com'è..."

"No, com'è?"

"E che stavo a scuola fino a qualche mese fa, e non ho avuto il tempo di farmi i cazzi degli altri".

Luchino prese la pagina degli annunci di lavoro, che non gli sarebbe servita a niente, come sempre: "Lo chiamano così perché è impotente. Il giorno in cui la moglie morì avevano litigato per l’ennesima volta. Stavano per divorziare. Adesso è in pensione”.

Luchino chiuse il giornale e mi chiese un caffè:

“Vuoi che ti racconti qualcosa di me? Che ti tenga informato, prima di fare di nuovo una figura come quella?”

Detti il caffè di Baldini a Luchino e bestemmiai in Indù: “Porca Vacca”, dissi, “la ruota del motorino, bucata. Non c’ho quella di scorta”.

“Te l’avevo detto, io”, rispose Luchino fiero di non aver trovato lavoro neanche quel giorno.

Apro la porta e…adesso? Passa davanti a me il Maresciallo Parenti.

“Buona sera Maresciallo. Tutto bene in…”

“Ma va a cagare va”.

No! M’ero sbagliato. Non era il Maresciallo Parenti. Era Tony detto Lupin, otto anni di carcere per rapina a mano armata.

E così adesso sono svenuto, mi trovo al buio e una luce illumina una Brasiliana: sembra quella della pubblicità del caffè Kimbo.

“Diplomato col massimo dei voti. Una ragazza di nome Amanda, bellissima e dolcissima. Un’attività tutta tua, un appartamento tutto tuo, dei genitori amorevoli, una sorella che ti vuole bene, degli amici, salute e soldi in tasca. Cosa dovevo fare di più?”

La vedo, la Brasiliana. Ha un culo da sballo, ma non le vado vicino. Sta parlando con Marcolino.

“Risparmiami la solita menata. Con te non si può discutere”, le dice lui, seduto a gambe larghe.

Poi mi vede e: “Chicco! Che fai lì? Vieni a sederti qui con me, dai”

Mi faccio spazio tra le chiappe della coscienza di Marcolino e mi siedo al tavolo con lui.

“E allora? Anche tu hai una coscienza rompiballe?”, dico lui. “A me capita di incontrarla ogni volta che svengo”.

“Io la incontro sempre quando vado al cesso. All’inizio me la scopavo ma poi ci si abitua anche al sesso, una vale l’altra, anche con un sedere come il suo. Ho cercato di cambiarla ma, cosa vuoi che faccia? Sono cresciuto dentro un bar a fare caffè, dovevo scegliere ra la Brasiliana del Caffè Kimbo e il San Pietro del Lavazza”.

Poi beve del Whisky e me ne offre un goccio.

“Da quando bevi così?”

“Non ti ci mettere anche tu, Chicco. Questa storia della vita perfetta mi sta stretta come le mutande di un dodicenne”. Poi sorride. Non mi pare lui ma, sembra somigliare a Marcolino in un modo incredibile.

“Ricordi quando lavorasti da me, Chicco?”

“Si, come non ricordarselo. Dio, è stato un dramma. Ma come cavolo fai a comunicare con la gente in quel modo. Ti ho sempre invidiato, fin da…”

Marcolino indica la sua figura pendolante sul lampadario.

Io ripenso a ciò che stavo dicendo: “Beh, proprio invidiato no ma…”

“Ora ti faccio vedere una cosa”, dice, e si gira verso la sua coscienza: “Hey Kimbo, procurami un ricordo. Il mio Bar, un giorno qualunque. E muoviti prima che ti prenda a calci nel culo”

Aveva sottomesso la propria coscienza in un modo invidiabile ed io non potevo smettere di guardarla: “No Chicco, non puoi scopartela. E’ come se scopassi una parte di me. Non sono cose che si possono fare, credimi, ho già chiesto”

Ok. Meglio che me l’abbia detto. Così, almeno me la levo dalla mente. Mi ritrovo seduto al tavolino del Bar di Marcolino. Lui è dietro al bancone e il Signor Gonzoni sta per entrare.

Già, mi ricordo perfettamente quella Domenica. Era il 12 Luglio ed io avevo da poco finito gli esami di maturità.

“Buongiorno Marcolino”, salutò garbato il Gonzoni.

“Buongiorno a lei gran pezzo di merda di uno sbirro in pensione”, rispose Marcolino strizzandomi l’occhio.

“Oh, grazie, Marcolino, sei sempre tanto caro. Puoi farmi uno dei tuoi magnifici caffè?”

“Fosse per me, le darei un calcio in culo, ma quelli sono gratis ed io devo campare. Mi dica, ha più malmenato sua figlia?”

“Mia figlia? Cresce a vista d’occhio. Si farà come sua Madre. Che gran donna che era”

“Si, la ricordo, se la scopavano in tanti qui in città”.

“Sono contento, figliolo, che il suo ricordo resti vivo anche fra voi ragazzi”.

I pensieri di Marcolino erano divenuti come per magia, parole, ma il Gonzoni, lì, non sapeva minimamente leggerli, quei pensieri, ascoltando ciò che voleva sentirsi dire. 

“Ecco il suo caffè, spero che le vada di traverso”.

“Alla tua, figliolo, alla tua”.

Lo beve e: “Sei un bravo figliolo. Mentre tutti sono in vacanza al mare, tu qui a darci la nostra sveglia mattutina”.

“E tu sei l’ennesimo stronzo che viene qui a ricordarmelo da quando è iniziata l’Estate. Potresti fotterti? Fosse per me chiuderei baracca”.

“Così si fa, ragazzo, lavoro duro per un futuro migliore. La sai la favola della Cicala e la formica?”

“Sì, certo. Le formiche lavoravano duro mentre la cicala se la cantava tutta l’Estate, ma, quando arrivò l’inverno… la cicala chiamò le altre cicale canterine, uccisero tutte le formiche e mangiarono il loro bottino, continuando a cantarsela anche per tutto l’inverno”

“Ora devo andare bello mio, ti auguro un buon lavoro e salutami la tua ragazza. Come si chiama?”

“Amanda! Vada a salutarla lei. Per ora starà scopando con Johnny Guitar come al solito”.

“Già, una brava ragazza, sei fortunato”

Ed uscì dalla porta.

 

“Amanda si scopava Johnny Guitar?” chiesi a Marcolino sedutosi al tavolino con me.

“E non solo. Ma io, come vedi, mi scopavo la figlia di Gonzoni. Tutti e due sapevamo, eravamo consenzienti. Sai quelle cose del tipo, coppia cerca coppia per poker di sesso, no perditempo ”.

Lui era lui, ma non era il lui che la gente conosceva.

“Si, che conosco ma…”

“Non pensavi potessimo farlo anche noi. Si, ci sono tante cose che devono apparire perfette quando sei costretto a conoscere molta gente a fondo e con le tue mani devi preparar loro il caffè ogni mattina. Devi animare la loro fiducia in te”.

“Vedi quello?” mi disse indicandomi il Signor De Carlo, “quello è un Necrofilo”.

“Dio che schifo. Il Signor De Carlo no. Lo conosco da una vita”.

Mi raccontò la storia.

“De Carlo parla di una presunta eredità che la Nonna, dopo il matrimonio di lui con una ragazza Polacca, decise di portarsi nella tomba. E’ solo un frase, ma lui sai cosa fece? La notte andò al cimitero, sconsacrò la tomba della Nonna e aprì la bara. Lo trovarono col pisello tra le mani”.

Marcolino si alzò e chiese al De Carlo: “Cosa ci facevi con il pisello tra le mani?”

Il De Carlo posò il caffè sul bancone e rispose: “Insomma, non è colpa mia se mi viene da pisciare proprio nei momenti meno opportuni”

Tutto sembrava guidato da lui: “Ecco cosa succede nel mio Bar e nella vita di questi uomini. Ed io, ad ascoltare tutte le loro storie, avevo il vomito”.

“E’ per questo che ti sei impiccato?”

“Non avevo niente contro la mia vita, Chicco, ma non potevo più reggere il peso che deve portare un bravo ragazzo. I bravi ragazzi non esistono se non nelle fiction per collegiali. Per lo più volevo salire al cielo e vedere se tutti quei discorsi su che cosa è giusto o sbagliato, avessero un senso o no”

Poi una musica, la pubblicità del caffè Kimbo e la sua coscienza, senz’altro la più bella coscienza che io avessi mai visto, cominciò a sculettare e lui andò dietro alla ragazza salutandomi.

“Scusa Chicco, ma devo interrompere, c’è la pubblicità. E poi, tu devi svegliarti”.

 

“Svegliati”.

“Johnny, dove sono?”.

“Sul tappeto. Sta arrivando la polizia”.

“Ah già, grazie”.

“Svenuto bene?”.

“Abbastanza”.

 

Marcolino aveva smesso di oscillare, la sua faccia faceva pandan col grigio del muro tappezzato a poster del “Che”. Sulla scrivania una canna e su una cartina srotolata, la scritta:

“Non scordarti, quando arrivi al cielo, di sputargli in faccia, a quelli come te”, firmato Marcolino, quello che, al Santo Stefano, l’avevamo invidiato tutti, per tutta una vita: e adesso, per la prima volta, ero contento di essere disoccupato.