Alessandro Girola

 

 (alex.gir@tin.it)

 

Parallelo Nero

 


< Oggi, 13 novembre 1969, l’esercito Statunitense invasore ha preso la città di Napoli. Il nostro benamato Duce, Junio Valerio Borghese, ha sollecitato i soldati dell’Impero a resistere alla barbara avanzata del nemico. Il führer del Grande Reich tedesco, Reinhard Heydrich, ha promesso di mandare in nostro sostegno altre panzer division, ricordando però il suo primario dovere, ovvero la difesa dei protettorati orientali di Ucraina e Bielorussia contro i banditi comunisti russi, ritornati ad alzare il capo al comando del nuovo Segretario Generale Laurenti Beria. Allo stesso modo molti territori alleati e molte colonie sono attualmente minacciati da rivolte fomentate dai servizi segreti USA, in particolare la nostra gloriosa colonia di Libia …>
Angelo spense la radio sbuffando, guadagnandosi un’occhiataccia da parte di Italo, che ascoltava ogni singola parola del radiogiornale credendo, sperando di credere, nel tono patriottico dello speaker, il noto Paolo Giordana, pupillo del ministero della propaganda fascista.
< Perché hai spento ? > chiese infatti il suo collega < stavo aggiornandomi sulla situazione > Italo assunse la sua faccia classica da arrabbiato, come se avesse appena subito una personale ed immeritata ingiustizia.
< Lascia perdere quello che dice Giordana > rispose, accendendosi una Nazionale < la verità è che dovevamo pensarci due volte prima di sfidare gli americani per quella storia dell’embargo all’Argentina ed a Lopez Rega. Non eravamo pronti ad un’altra guerra, non sapendo quanto gli americani si siano sviluppati in tutti questi anni. > Angelo diceva una verità che solo i meno obiettivi tra i fanatici del regime potevano negare.
La seconda guerra mondiale era stata vinta grazie al non interventismo degli USA, cosa che aveva permesso ad Italia e Germania di affermarsi in Africa ed Europa ed al Giappone di prendere buona metà dell’Asia sotto il suo controllo. Dopo la presa di Londra da parte della wehrmacht nel 1947 e dopo la distruzione di Mosca grazie alla prima bomba atomica di costruzione italo-tedesca nel 1948 in molti avevano sperato finalmente ad un nuovo periodo di pace, anche se l’Asia continuava a bruciare nella guerriglia dei ribelli comunisti cinesi, vietnamiti e coreani.
< Gli yankee hanno preso Napoli, ma questo non vuol dire che vinceranno la guerra > sembrava quasi che Italo recitasse il vangelo < il Duce si è detto pronto a bombardare le città dell’East Coast in segno di rappresaglia, se il Presidente Kennedy oserà attaccare Roma. >
“Ed intanto il Duce ha trasferito armi e bagagli a Bologna” pensò Angelo, senza però dirlo. In fondo Valerio Borghese era stato un Duce coraggioso e “fascistissimo”, un degno erede del compianto Mussolini. Proprio sotto la guida di Borghese l’Italia aveva consolidato l’Impero, che ora comprendeva non solo Grecia, Albania, Somalia, Eritrea e Libia, ma anche Egitto e Sudan, conquistati con una difficile ma gloriosa guerra durata dal ’49 al ’50. Ma, proprio il carattere orgoglioso di Borghese, ex generale della Marina Italiana, aveva trascinato nuovamente l’Italia in guerra, al fianco degli amici tedeschi, apparentemente in difesa dei governo fascista di Buenos Aires, ma in realtà nell’inevitabile conflitto che avrebbe contrapposto il governo progressista-liberale degli USA contro i regimi fascisti che governavano una buona metà del mondo civile.
< L’unica cosa che abbiamo ottenuto finora è di avere carri armati tedeschi qui, nel centro di Milano > ribatté Angelo < senza nemmeno la possibilità di rifiutare il loro “aiuto”, visto l’amicizia che ci lega dai tempi della seconda guerra; non credo che il Duce sia felice di questo…così come non sarebbe felice di usare l’atomica, sapendo che poi altri la userebbero su di noi. >
< Va bene va bene > tagliò corto Italo, aggiustandosi l’uniforme da carabiniere < con te è inutile parlare di patriottismo, comunista > lo disse in tono scherzoso, pur sapendo che in un altro contesto una frase del genere avrebbe potuto far finire in grossi guai il suo collega.
< Io devo fare un giro giù negli archivi. Dobbiamo fornire al ministero della guerra tutti i dati sull’Arma qui a Milano > sbuffò, dando l’idea di quanto fosse attirato da un compito del genere; < tu hai intenzione di darmi una mano ? > chiese speranzoso.
< Purtroppo no. Sono stato convocato a colloquio con il SS-Standartenführer Gunther Spratz e penso che sia ora di avviarmi. Sai bene come quei mangiacrauti siano fissati con la puntualità.>
Italo smise subito di sorridere. Non invidiava Angelo, nessuno sano di mente avrebbe invidiato un incontro con uno dei fanatici colonnelli delle SS che si erano da poco insediati a Milano come “sostegno” per gli alleati italiani sul fronte meridionale.

Angelo Barali, in uniforme completa da capitano dei carabinieri, uscì dalla caserma di piazzale Loreto e recuperò la sua auto, non un’auto di servizio, per raggiungere il comando provvisorio delle SS in Piazza Medaglie d’Oro. La gente sembrava molto preoccupata, probabilmente per la notizia della presa di Napoli, “come se aver perso Calabria e Puglia nel giro di un mese non fosse stato abbastanza preoccupante”, pensò, accendendo la sua utilitaria di fabbricazione spagnola.
In molti angoli della città si vedevano le sagome dei massicci carri-armati M45 FIAT, segno che la guerra non era poi così lontana come si preferiva credere e che non stava nemmeno andando bene, aldilà dell’ottimismo del Duce e degli alleati teutonici.
Guidò in uno stato d’animo pesante e preoccupato. La convocazione da parte di Spratz non lo aveva fatto dormire di notte. Cosa poteva volere un colonnello SS da un capitano dei carabinieri ? Avevano forse scoperto il suo segreto ? Sperava di no, altrimenti sarebbe stato finito. Ma, se così fosse, come mai non avevano mandato semplicemente qualcuno della Milizia a catturarlo ?
Immerso nei suoi pensieri si trovò ad entrare nella zona presidiata dalla prima panzer division della wehrmacht che era stata accolta a Milano. I potenti carri “Panther P” controllavano tutte le strade che davano accesso a Piazza Medaglie d’Oro, i cannoni puntati perfino in direzione dei binari del tram. Un solerte sergente ariano bloccò la sua auto, chiedendo i documenti in tedesco, fingendo – o semplicemente non fidandosi – della divisa che Angelo indossava. Mentre il biondo sott’ufficiale controllava le sue generalità, Angelo notò un paio di auto pattuglie della Milizia che stavano dall’altro lato della strada senza osare muoversi, come se quel pezzo di Milano fosse già diventato territorio tedesco. Con un moto di stizza ritirò la sua carta d’identità dalle mani del sergente, evitando di rispondere al suo saluto ed accelerando verso il palazzo dove il comando SS era stato ospitato.

Angelo sapeva bene, come quasi tutti in Italia, che il Duce non approvava molto il nuovo führer Heydrich, succeduto ad Hitler nel ’59. Heydrich era ancora più un fanatico della purezza razziale rispetto al suo predecessore ma non ne condivideva metodi e temperamento, era anzi un freddo, composto, efficace assassino. Con lui al potere il reich era diventato un enorme stato di polizia, con le SS sempre in maggior evidenza rispetto all’esercito o al partito stesso. Era stato proprio Heydrich ad approfittare della tesa situazione sudamericana per schierarsi immediatamente contro gli odiati Stati Uniti di Kennedy, solo che l’aveva fatto senza nemmeno consultare gli alleati, tanto che sia Franco, in Spagna, che il Giappone, si erano per ora dichiarati neutrali al conflitto. In tal modo il reich e l’impero si trovavano ad affrontare la grande potenza bellica statunitense col solo sostegno di stati alleati minori : Croazia, Bulgaria e Romania, Iran, Argentina, Cile e pochi altri. Dopo i primi tre mesi e mezzo di conflitto si poteva parlare tranquillamente di “terza guerra mondiale” e la speranza di tutti era che nessuno facesse uso per primo dell’arsenale nucleare che era sicuramente a disposizione tanto degli USA tanto di tedeschi ed italiani, ma forse anche di stati per ora neutrali, come Giappone e Confederazione Sudafricana.

Fu accompagnato da due silenziose SS fino al terzo piano, dove gli fu indicato di attendere in un lungo e tetro corridoio. Fino a pochi mesi fa quel palazzo era di proprietà del ministero del lavoro, ma era stato sgombrato proprio per trovare una locazione per il quartier generale tedesco. Michele attese nervoso in silenzio, il solo rumore delle macchine da scrivere che veniva dagli uffici dislocati su quel corridoio tetro. Non poteva esserne certo, ma avrebbe scommesso che qualche sistema di sorveglianza elettronica lo stesse controllando. I tedeschi avevano fatto passi da gigante, in quel campo, surclassando gli italiani cui rivendevano col contagocce ed a carissimo prezzo ogni scoperta in campo elettronico.
Dopo dieci minuti cominciò a desiderare di far in tempo a fare una telefonata a Fusco, chiedendosi se i vecchi telefoni pubblici che c’erano ai tempi in cui il palazzo era del ministero ci fossero ancora, da qualche parte. Stava quasi per alzarsi e per andare a controllare quando una porta, li vicino, si aprì e sentì una voce in un italiano fortemente accentato di tedesco che diceva “avanti, capitano Barali”.

Il SS-Standartenführer Gunther Spratz era un uomo più vicino ai quaranta che non ai cinquanta, calvizie incombenti ma fisico da vero “guerriero teutonico”, petto possente, statura alta, portamento rigido ed uniforme da SS perfettamente in ordine. Fece sedere Angelo davanti alla sua scrivania, stringendogli prima la mano con eccessiva foga, quindi gli offrì un corto sigaro, che il carabiniere rifiutò.
< Ottimo sigaro argentino > fece notare Spratz < sicuramente uno dei motivi per cui vale la pena di difendere il nostro amico Lopez Rega contro i terroristi socialisti, non crede ? > sorrise, con il volto che sembrava quello di un lupo alla luce della lampada da tavolo accesa nonostante fosse pieno giorno.
Angelo annuì cautamente; da quel poco che sapeva di Lopez Rega pensava che fosse un macellaio ed un violento e non si stupiva che in Argentina il 70% della popolazione si fosse schierata in favore dell’intervento americano per eliminare la dittatura militare. Si tenne le sue idee per se, sapendo di giocare col fuoco.
< Ma immagino che lei avrà da fare…capitano…quindi non le faccio perdere tempo. > Aprì uno dei cassetti della sua scrivania, prendendo una grossa busta bianca priva di ogni intestazione o timbro e la fece scorrere verso Angelo.
< La apra > aggiunse poi, in un tono più di comando che di suggerimento.
Angelo la aprì. Dentro la busta c’erano foto. Una ventina in tutto, di grosso formato, scattate con un apparecchio professionale. Ciascuna foto raffigurava lui con il suo compagno segreto, lo scrittore Fusco Salingeri; tre delle foto li raffiguravano in evidenti situazioni intime.
Angelo arrossì, sentendosi quindi inevitabilmente condannato subito dopo. Il suo pensiero andò quindi a Fusco : le SS o la Milizia l’avevano forse già catturato e spedito in qualche “campo di correzione” in Romania o nel protettorato d’Ucraina. Forse a lui, in quanto ufficiale, sarebbe toccato invece un ergastolo nei lavori forzati in qualche miniera della Francia o dei Paesi Bassi. Pensò di prendere la beretta modello 20 d’ordinanza e di farla finita qua, subito, davanti a quell’impettito colonnello.
< Lei sa qual è la fine che fanno gli omosessuali, giusto, capitano Barali ? > ora Spratz non sorrideva più anzi, sembrava quasi disgustato nel rivolgersi da Angelo.
< Qualcuno nella Milizia la osservava da tempo. Quando sono arrivato qui ho preteso di avere le liste di presunti comunisti, omosessuali o testimoni di Geova dalla vostra polizia segreta. Riguardo agli ebrei, beh…> fece un inquietante ghigno < quello è un problema risolto da almeno quindici anni, dico bene ? >
L’Italia aveva accettato le leggi razziali tedesche, pur non applicandole rigidamente quanto facevano nel reich. Molti gerarchi odiavano addirittura quelle leggi ma, non vidimandole, avrebbero messo in discussione uno dei punti fondamentali per cui i nazisti concedevano la loro “amicizia”. I pochi ebrei scampati all’olocausto si erano rifugiati negli USA o in Australia, insieme al governo inglese in esilio ed ad altri sconfitti, come i socialisti serbi o il Re d’Olanda.
< Non sa cosa dire, vero ? > Spratz si curvò in avanti come un uccello da preda pronto a spiccare il volo; < allora le dico io qualcosa : probabilmente il vostro paese perderà questa guerra, ja ? Voi italiani vi siete rammolliti con la pace. Avete in mente solo le vacanze al caldo nelle colonie, il corteggiamento al chiaro di luna al suono dei mandolini, stronzate del genere. >
Si alzò in piedi, camminando attorno ad Angelo; < ma se voi perderete noi non perderemo ! Gli americani possono aver armato i banditi russi ed i bastardi ribelli argentini, ma per risalire fino da noi, in territorio tedesco, perderanno troppi uomini…e poi saranno schiacciati ! > picchiò una mano sull’altra, con violenza. Sicuramente quello era un ottimo esemplare dei fanatici al comando in Germania. < Ma su una cosa vogliamo essere sicuri : quando e se gli americani arriveranno qui, non dovranno trovare nessuno disposto ad aiutarli…nessun ebreo, nessuno sporco comunista, nessun frocio ! > Mise l’accento sull’ultima parola, in tono dispregiativo. A quel punto Angelo ne aveva abbastanza.
< Mi uccida, se deve farlo, ma non mi faccia sentire le sue stronzate naziste > si alzò di scatto, facendo indietreggiare d’un passo il colonnello, forse troppo abituato ad avere con persone remissive e pacifiche, messe all’angolo dai suoi metodi brutali.
< Io sono stato sempre fedele all’Arma, all’Italia ed al Duce…posso morire a testa alta, nonostante quello che lei pensa ! >
Spratz si ricompose in un attimo. < Non si agiti così, capitano. Io non l’ho convocata qui per ucciderla. Questo, semmai, spetterebbe alla vostra Milizia. Io l’ho chiamata per offrirle un’opportunità di salvezza. >

< Fusco Salingeri…il suo…amante > pronunciò la parola distorcendo la bocca in una smorfia di disgusto < è un aspirante scrittore noto per le sue idee democratiche e libertarie. Dico bene ? Ho avuto modo di leggere suoi articoli sul “Giornale Radicale” inneggianti alla libertà di divorzio, di professione religiosa e perfino di matrimonio tra omosessuali. >
Angelo non disse niente. Sapeva bene cosa scriveva Fusco; finora solo le sue amicizie altolocate tra alcuni importanti aristocratici lombardi lo avevano salvato da un mandato di cattura. Senz’altro i nazisti sarebbero stati molto meno teneri dei fascisti, nei confronti di un libertino come Fusco.
< Sospettiamo – vale a dire noi del comando SS provvisorio di Milano ed alcuni ufficiali della vostra Milizia – che il Salingeri sia anche in contatto con terroristi filo-americani che starebbero preparando un accoglienza coi fiocchi agli yankee qualora arrivassero fin qui durante la loro campagna d’invasione. Insomma, non diversi dai quei partigiani comunisti che avete abilmente fatto fuori durante la seconda guerra mondiale. Solo che questi hanno come capisaldi il capitalismo, la democrazia ed altre abominazioni. >
< Insomma, cosa vuole da me ? > Angelo cominciava di nuovo a disperare. Anche perché cominciava ad intuire dove volesse arrivare Spratz; < le ho già detto che io sono sempre stato fedele al Duce ed allo Stato > ed in fondo era vero. Amava Fusco da tre anni, ma non per questo condivideva per forza tutte le sue idee politiche. Per un omosessuale latente per anni come Angelo era stato sempre duro nascondersi e convivere con la morale fascista, per di più in un ambiente militare, dove fin da giovani venivano insegnati i concetti di “normalità” e di famiglia, nonché il rifiuto dei diversi, visti come malati sociali, da curare o eliminare. O semplicemente da eliminare, come pensavano i nazisti.
< Quello che vogliamo da lei > rispose Spratz tambureggiando una penna sulla scrivania < è una lista di nomi del gruppo “liberali per l’Italia”, il movimento di cui fa parte il suo Fusco. Forse lei non ne conosce l’identità, ma sono sicuro che riuscirebbe a scoprirli, se solo lo volesse. Ovviamente ho qualcosa da offrirle in cambio di quella lista. >
Da una tasca della sua uniforme prese due pezzi di carta. Biglietti aerei.
< Due biglietti di sola andata per Melbourne, Australia. Più soldi sufficienti a lei ed al suo…compagno, per campare tranquillamente per un anno. Questo, per una lista di nomi. Viceversa : la morte. Non quella rapida, onorevole ed indolore, ma quella in un campo di lavoro nell’est Europa. Per lei e per Salingeri. E non pensate neppure di fuggire : oramai siete sorvegliati ventiquattr’ore su ventiquattro. >
L’SS si accese un altro sigaro e si rilassò sulla sedia. < A lei la scelta. >

Tornando a casa, nel quartiere di Lorenteggio, Angelo si fece mille domande. Chi poteva averlo tradito ? Credeva che la sua relazione con Fusco fosse segreta, ma cosa ci poteva essere di veramente segreto in uno stato controllato da un regime ? Quando si erano conosciuti ad una festa e si erano innamorati, avevano deciso di vivere insieme ma senza farlo capire a nessuno. Fusco, che veniva da una famiglia benestante, aveva preso un appartamento nello stesso palazzo dove Angelo viveva da anni, dopo aver lasciato i suoi genitori, a Ferrara. Forse era stato qualche vicino a scoprirli ? O qualche collega di Angelo, insospettito del fatto che a trentaquattro anni fosse ancora un single nonostante il suo bell’aspetto e nonostante la corte di molte donne ?
Parcheggiò l’auto e salì rapidamente le scale fino al suo appartamento. Era presto per tornare dal lavoro, ma dopo il colloquio con Spratz aveva chiamato al comando avvertendo che non sarebbe tornato al lavoro, per quel giorno “o forse mai” aveva aggiunto tra se e se.
Entrando sentì il TV acceso, segno che Fusco era a casa : nella sua casa. Spesso capitava così, avevano doppie copie delle chiavi di entrambi gli appartamenti.
Ed infatti il suo compagno era sdraiato sul divano, in tuta, e guardava il TG Nazionale dalla grossa televisione che aveva regalato ad Angelo per lo scorso Natale. Fece un cenno di saluto al carabiniere, facendogli cenno di aspettare un attimo, per fargli finire di ascoltare una notizia.
La faccia di Alfonso Maria Di Mauro, il più famoso telegiornalista italiano, lasciò spazio alle prime immagini di Napoli presa dalla 16a Divisione Corazzata americana. Ovviamente quelle scene mostravano palazzi distrutti, monumenti in fiamme e cadaveri di soldati italiani e delle colonie uccisi e riversi in strada. Il regime doveva mostrare la faccia “brutale” degli invasori.
< Perché non fanno vedere la folla che è scesa in piazza ad accogliere i liberatori ? > strillò quasi Fusco < ma lo sai che più di cinquantamila persone sono attualmente in fila davanti alla sede provvisoria del generale Davies per chiedere di arruolarsi tra i volontari dell’esercito di liberazione ? > Quindi sembrò accorgersi che era un po’ presto per il ritorno a casa di Angelo e si accigliò. < Come mai già a casa ? >
Per un attimo Angelo fu sul punto di raccontargli tutto ma sapeva che, se lo avesse fatto, Fusco avrebbe preferito morire piuttosto che tradire i suoi amici. Invece lui voleva vivere, e vivere col suo compagno. Per questo aveva detto di si a Spratz.

Un’ora dopo Fusco era ai fornelli mentre era il turno di Angelo di seguire i notiziari che oramai intervallavano continuamente il quiz pomeridiano di Corrado Mantoni. I quiz erano stati spostati al tardo pomeriggio proprio perché la sera oramai era dedicata ad ininterrotti “speciali di guerra”, oppure alla trasmissione di film sulla seconda guerra mondiale, tutti patriottici e con gli italiani come grandi eroi.
< Il generale Lambertini ha dichiarato di non temere in alcun modo per la caduta di Roma. La Regia Aviazione controlla inoltre in modo saldo e coraggioso i cieli dell’impero, rallentando con eroiche incursioni ogni operazione d’avanzata americana. Il generale ha inoltre dichiarato di confidare presto nell’arrivo di rinforzi per via marittima dalla colonia di Libia dove il viceré Enrico VI di Savoia pare abbia messo insieme un esercito ansioso di liberare la bella Napoli dai barbari invasori. >
Era da un’ora che Angelo sentiva il notiziario, limitando al minimo la conversazione con Fusco che invece era tutto eccitato dalla notizia della presa di Napoli.
< Questa volta ci siamo, Angelo ! > ripeté infatti per l’ennesima volta in poco tempo < dobbiamo preparare la strada alla rivoluzione liberale ! Niente più fascismo, niente più comunismo, democrazia, finalmente ! >
Come carabiniere Angelo avrebbe dovuto segnalare il comportamento di una persona che pronunciasse frasi del genere; anche personalmente pensava che se gli statunitensi avessero vinto la guerra l’avrebbero fatta pagare cara ai fascisti ed avrebbero imposto la loro politica economica e sociale dissennata, priva di moralità e di senso dello stato. Per quanto reputasse il regime autoritario e per molti versi sbagliato apprezzava il suo lato più umano : l’occuparsi della gente, dell’educazione, la lotta moralizzante contro la corruzione.
Ma in quel momento non aveva alcuna voglia di parlare di politica : il mondo in cui viveva gli era crollato addosso in una sola giornata.
< Fusco, se ti chiedo una cosa tu ti dovrai fidare di me…> abbassò il volume della TV e si girò verso lo scrittore, che stava armeggiando ai fornelli.
< Io mi fido di te. Sempre. Altrimenti non sarei qui, ora, in questo posto, non credi ? >
Angelo annuì, sapendo che in effetti la fiducia era reciproca. Per questo l’inganno che stava per rifilare a Fusco gli faceva più male ancora.
< Mi devi dare i nomi di quelli che fanno parte dei liberali per l’Italia…e devi farlo molto presto. >
Lo scrittore posò le padelle di botto, impietrito. Contò fino a tre prima di rispondere.
< Vuoi denunciarli ? La Milizia si sta finalmente muovendo contro di noi ? > il suo tono era greve, terribilmente serio.
< No > la menzogna gli uscì spontanea < tutt’altro. Alcuni nell’Arma credono che sia il momento di aiutarvi; se mi darai quei nomi potrò contattarli per un…cambio di manovratore alla guida dell’impero. >
Fusco rimase così stupito che una decina di secondi non rispose poi esplose in un urlo di gioia ed in un battimani entusiasta; < finalmente ! Finalmente vi state muovendo anche voi ! Allora qualcosa sta cambiando davvero ! > Il suo amore per Angelo lo rendeva fiducioso al 100% e questo rese tutto più doloroso. Terribilmente doloroso.

La mattina seguente Angelo uscì con un loden scuro addosso, un nome nella testa e la sua beretta nella tasca. Guidò fino in zona Niguarda : quella zona era stata indicata più volte come il ritrovo di dissidenti di varia estrazione politica ed anche Fusco gli aveva indicato un contatto che abitava proprio li. Gianandrea Luison, avvocato e, a dire del suo compagno, ideologo dei liberali democratici italiani. Solo lui e pochi altri leader avevano un’idea generale di tutti i principali membri del loro gruppo d’opposizione a cui anche Fusco partecipava.
Dopo una telefonata da un telefono pubblico per avvertire il comando di aver preso una brutta influenza chiuse l’auto e percorse una piccola via parallela all’ospedale Niguarda, il più importante di tutto il nord-Italia, al momento presidiato da una compagnia di paracadutisti della “Folgore”, i fucili d’assalto Beretta BM59 in spalla, le mimetiche ed il basco nero addosso.
Arrivato all’indirizzo, un anonimo palazzone come tanti, di quelli fatti costruire dal ministro dei lavori pubblici Carlo Scorza tra il ’50 ed il ’53, controllò i campanelli ed alla fine trovò quello che cercava.
Una voce gentile gli chiese chi cercava; Angelo pronunciò la “parola d’ordine” che Fusco gli aveva facilmente rivelato < le interessa l’acquisto di un raro disco dei Pink Floyd ? >
La porta gli fu aperta in un attimo. Salì le scale di un pianerottolo piuttosto buio fino al terzo piano dove un uomo in gessato scuro, sulla sessantina, corta barba bianca e capelli scuri, lo attendeva guardingo. Angelo gli strinse la mano e si presentò come il compagno di Fusco. Da li in poi, miracolosamente, la sua strada fu in discesa.

L’appartamento dell’avvocato rispecchiava senz’altro una non troppo vaga passione per il cinema e per la musica. La copertina autografata di “A Saucerful Of Secrets”, il disco dello scorso anno dei Pink Floyd (musica “sconsigliata” dal regime) era appesa al muro poco sotto una locandina di un film di Alberto Sordi. Sorseggiando un caffè amaro Angelo rifilò all’avvocato Luison tutta la storia che si era preparato mentalmente la notte prima, una variante più elaborata di quella raccontata a Fusco. Inoltre la storia di alcuni membri dell’Arma che sarebbero pronti ad un golpe non era così infondata : se ne sussurrava al comando, negli ultimi giorni. D’altro canto i carabinieri aveva perso man mano di prestigio a favore della Milizia, dei servizi segreti, dell’esercito. Il punto dolente fu quando chiese una lista di nomi all’avvocato che, a quel punto, si bloccò.
< saremo noi a contattare lei, se lei è il tramite. Quando sarà il momento dovremo coordinare i nostri sforzi per impedire che il regime distrugga Milano piuttosto che cederla al generale Davies. >
< Negativo > rispose deciso Angelo < noi siamo controllati dalla Milizia molto più di quanto lo siete voi. Tocca a me contattare i vostri principali leader ed i movimenti a voi amici e stabilire un piano d’azione. > Usò un tono deciso, duro. L’avvocato sembrò combattuto sulla decisione da prendere ma alla fine si rilassò ed incominciò a dire una lista di nomi. In fondo, mentre Angelo saliva aveva chiamato Fusco per una verifica sull’identità di quel carabiniere. I nomi erano una dozzina in tutto. Angelo ascoltò, cercando di memorizzarli tutti. Luison li ripeté un’altra volta.
< Niente di scritto. Sia cauto…estremamente cauto. Dica loro che ha già parlato con me. E faccia in fretta. Secondo le previsioni dei nostri contatti statunitensi dopo la presa di Roma la marcia verso Milano potrebbe essere molto breve. Il Duce starebbe per trasferirsi ulteriormente da Bologna a Palazzo Marino, come ultima linea di difesa se tutto andrà male. >
< Ma…la storia dell’esercito coloniale proveniente dalla Libia ? > chiese Angelo, turbato da tanto disfattismo.
< Balle. La Libia è in fiamme…i servizi segreti della CIA hanno armato gli integralisti islamici che in questo momento stanno mettendo a ferro e fuoco il paese. Lo stesso avviene nella colonia spagnola del Marocco ed in quella tedesca d’Algeria. Così come è una balla che il duce sia pronto ad usare armi atomiche sugli USA. Sa bene che la ritorsione sarebbe pesantissima. Semmai ci dobbiamo preoccupare dei bastardi nazisti…quelli si che potrebbero farlo. >
Si lasciarono stringendosi la mano con vigore, Luison che guardava Angelo con occhi ammirati e speranzosi, mentre il carabiniere si sentiva un verme in tutto e per tutto.

Poco prima di arrivare all’auto Angelo si chinò di lato e vomitò la colazione. Si sentiva veramente male…ed era stato tutto così facile ! Fidandosi di Fusco, uno degli ideologi del movimento, Luison si era fidato di conseguenza anche del suo compagno.
Si accorse troppo tardi dell’Alfa scura che si affiancò alla sua utilitaria mentre ancora si stava pulendo la bocca. Ne scesero due uomini in impermeabile scuro e lungo, sicuramente armati. Entrambi erano di aspetto troppo mediterraneo per essere SS, quindi capì che si trattava dei servizi segreti della Milizia.
< Bene bene, capitano > lo canzonò il più alto dei due, un naso storto probabilmente spezzato in passato < vedo che non sta molto bene, eh ? Forse starà meglio dopo averci fatto quei nomi…perché li ha già avuti, vero ? >
Per un attimo pensò di ribellarsi e di sparare a quei due. Forse ce l’avrebbe fatta. Quando, cinque anni fa, aveva passato undici mesi in Grecia ad occuparsi dei banditi dell’interno, si era dimostrato un abile tiratore. Il pensiero che potessero vendicarsi su Fusco lo fece desistere.
< Vi manda Spratz ? > si rialzò, fronteggiando i due mastini dei servizi.
< E lui ti manda questi > il secondo uomo, basso e sottile, estrasse due biglietti d’aereo ed una voluminosa busta dall’impermeabile. < Abbiamo l’ordine di darteli appena le persone che c’indicherai saranno nelle nostre mani. Il che vuol dire che sarai dei nostri durante la retata. >
Un altro colpo basso; Michele bestemmiò sottovoce. < Così prendete già ordini dai nazi, eh ? >
Il più massiccio dei due fece per tirargli un pugno ma il suo compagno lo bloccò.
< I nomi, i nomi subito e domani sarà su quell’aereo col suo amichetto…> giocava ad essere il poliziotto buono.
< Finocchio schifoso > aggiunse l’altro, il poliziotto cattivo, che cattivo era per davvero.

La giornata fu un incubo quasi irreale per Michele. Fu fatto sedere sul sedile posteriore di una delle Alfa blindate della Milizia, mentre una retata in grande stile catturava tutti i leader indicati proprio dal capitano Barali. All’azione parteciparono le squadre d’intervento speciale della Milizia, insieme con alcuni uomini della Gestapo ed ad una ventina di biondi soldati delle SS del colonnello Spratz. Ci furono alcuni scontri a fuoco ma tutti i leader, colti alla sprovvista e sicuri delle loro coperture, furono catturati, senza eccezioni. Nessun carabiniere partecipò all’operazione : i prigionieri furono caricati sui cellulari scuri dei miliziani del regime e portati via, probabilmente verso le terribili prigioni segrete del “Braccio Zero” del carcere S.Vittore.
Solo verso le sette di sera i due uomini che avevano preso in consegna Michele lo scaricarono di nuovo a Niguarda, dove aveva lasciato la sua macchina. Il più basso dei due, che aveva scoperto chiamarsi “Lino”, gli consegnò i biglietti aerei dell’Alitalia per Melbourne e la busta coi soldi promessi. Mentre risaliva in auto guardò una sola volta Michele.
< Ascolti un mio consiglio : parta domani. Spratz potrebbe cambiare idea molto in fretta…oppure potremmo farlo noi > sbatté la porta e l’Alfa sgommò via in tutta fretta.

Mentre tornava a casa nutriva un’unica residua speranza : che Fusco credesse alla sua versione dei fatti, in altre parole che erano stati traditi da qualcuno infiltrato nell’Arma e che lui aveva trovato una via di fuga da sfruttare al più presto. Accese l’autoradio per cercare di distrarre i pensieri da tutto lo schifo che si sentiva dentro ed addosso. Un radiogiornale comunicò che le divisioni corazzate americane stavano dando battaglia sulla strade per Roma, mentre nei cieli l’USAF si scontrava coi Savoia-Marchetti del Regio Esercito, supportati dai caccia della Lutwaffe tedesca. Anche i brevi accenni dal resto del mondo dava l’idea che in effetti gli americani si fossero mossi con la sicurezza di potercela fare a rovesciare il nazifascismo : una seconda armata comandata dall’ammiraglio Peterson stava navigando verso le coste inglesi, col chiaro intento di liberarle dall’occupazione tedesca e dal governo-fantoccio del partito fascista inglese di Oswald Mosley Junior. Finito il notiziario le trasmissioni ripresero con una canzone patriottica del coro dell’esercito, la stessa che aveva commosso la gente durante la guerra coloniale del ’50. Spense la radio disgustato.

Lasciò l’auto fuori del box, quasi stupendosi di non trovare un’altra Alfa della Milizia ad aspettarlo. Nel cielo tuttavia sfrecciò una formazione di caccia Savoia-Marchetti, provenienti probabilmente dalle basi in Piemonte e diretti al fronte. Perché ora il fronte era in Italia.
Aprì la porta d’ingresso, sempre con più fretta di convincere Fusco ad andarsene dal paese in fiamme. I fascisti avevano creduto di durare per sempre e così, per colpa del loro stupito orgoglio e del loro estremo conservatorismo, non avevano notato il mondo cambiare. Pensò di dover avvertire almeno i suoi, a Ferrara, ma intanto suo padre non avrebbe mai lasciato la sua casa nemmeno con gli americani sulla soglia. Sperò solo che il destino riservasse loro un po’ di clemenza.
Salì le scale di fretta, la mano in tasca che toccava la busta con soldi e biglietti, come un amuleto. Arrivato davanti alla porta del suo appartamento si bloccò, i sensi in allerta : era socchiusa, la luce spenta. Estrasse la beretta togliendo la sicura. La Milizia o le SS lo avevano dunque tradito ? Niente di più probabile.
Entrò di soppiatto, senza accendere la luce. Nell’aria si percepiva un odore forte, quasi metallico. Lo aveva sentito spesso, durante la sua carriera : sangue.
Stava per accendere la piccola abat-jour dell’anticamera quando una figura gli balzò addosso dal bagno, sbattendolo violentemente a terra. La luce del bagno gli fece intravedere la sagoma di un uomo alto e dinoccolato, capelli rasati a zero, volto scavato, vestito con una giacca in stile aviatore e con un paio di occhialini calzati sul naso.
< Eccolo qua, l’altro traditore ! > l’assalitore imprecò, digrignando i denti e cercando di cacciargli la lama di un serramanico nella gola; < tu e il tuo compagno siete due luride spie ! >
Angelo aveva afferrato il polso del suo assalitore e faceva ogni sforzo per tenere lontano il coltello da se; in un angolo del suo cervello le parole dell’aggressore gli avevano messo addosso una paura folle per la sorte di Fusco, ma in quel momento doveva pensare solo a difendersi.
< Avete spifferato tutto ai Nazi, eh ? > non sembrava molto muscoloso, ma la rabbia stava sostituendo la forza fisica. Mettendo a frutto il suo addestramento militare Angelo riuscì a puntellare il ginocchio nella pancia del suo avversario e quindi diede una forte spinta proiettandolo di nuovo nel bagno. La mano destra quindi cercò a tentoni la pistola che aveva fatto cadere. La trovò mentre l’aggressore si rialzava scompostamente per tornare alla carica. Senza pensarci due volte prese la mira e sparò, uno, due, tre colpi. I proiettili 6.35 br colpirono duro alla testa ed alla spalla destra, senza lasciare scampo. L’uomo terminò il suo secondo assalto sulla soglia della porta del bagno, il cranio scoperchiato grottescamente ed il sangue che andava imbrattando le piastrelle bianche e blu.

Trovò Fusco sdraiato sul suo divano; la coperta verde e gialla che usava di solito era tirata ancora fino al petto, come se dormisse. Un taglio lungo e regolare gli attraversava la gola, il sangue che andava rapprendendosi era stato assorbito in parte dalla stoffa del divano. Non lo avevano svegliato nemmeno per chiedergli se fosse veramente lui, la spia. Prese il cadavere tra le braccia con delicatezza e si andò a sedere sulla poltrona da lettura che stava davanti alla porta finestra. Le sue lacrime si mischiarono al sangue di Fusco.

Non ricordava quante ore fosse rimasto in quella posizione, a cullare il suo amore morto come se fosse un bambino. Non poteva pensare più nulla, perfino il terribile senso di colpa si annullò nell’oblio della follia. Non ricordava nemmeno quando avesse acceso la radio. Le notizie giungevano in una zona remota del suo cervello, a malapena registrate dal suo udito, intervallate tra una canzone di Caterina Caselli e gli slogan propagandistici del ministro Giorgio Almirante.

Li vide arrivare poco dopo l’alba, dalla finestra davanti alla quale sedeva con ancora il corpo di Fusco tra le braccia. Lasciarono le loro auto a lato della strada e s’incamminarono verso il palazzo, ampie ed informi giacche addosso, le mani nelle tasche che certamente stringevano armi da fuoco. Una mezza dozzina, gli sguardi risoluti, alcuni con occhiali da sole e sciarpe. Non sapeva se fossero miliziani o i superstiti del movimento liberale clandestino e poco importava, oramai. Adagiò Fusco sulla poltrona, con delicatezza, gli baciò la fronte fredda, recuperò la beretta dal tavolo su cui l’aveva appoggiata, e si preparò a morire.