Alessandro Regaldo

Ciriè (To)

 

 

COMUNICAZIONE

 

( poesia senza rima sulla bellezza del comunicare, da cui l’originalissimo titolo)

 

 

Passano lente le estati e passano gli inverni.

Le foglioline timide fanno capolino dalle gemme

e poi rinsecchisco in un soffio di vento.

Il sole e la luna s’alternano nel vegliare il manto celeste

accompagnate da batufolli di nuvole e da stelle che sembrano lucciole,

il prato scuro brulica di lucciole che sembrano stelle,

e le strade delle città brulicano di ragazze che sembrano lucciole.

E poi su una collinetta verdeggiante un piccolo arbusto secco

si nutre delle sottile goccioline di rugiada che scivolano sugli steli

e sui rami nodosi.

Volge le foglie al cielo accarezzato dall’aurora, ricordando quanti soli

e quante lune ha dovuto vedere per arrivare fino a lì.

Quando era ancora seme che fatica far spuntare le prime radici,

poi i primi esili ramoscelli e le foglioline verdi,

quante lune e quanti soli, una vita solo per arrivare lì

e domani quando un’altro sole si alzerà sulla collinetta

lui sarà già il foglio su cui ora sto scrivendo.

Scrivere...eh sì...proprio così, scrivere.

Sembra una parola così semplice da scivere “scrivere”,

invece “scivere” non è poi così facile da scivere, anzi...

Un giorno un vecchio mi disse che l’unico segreto dello scrivere

è scrivere, non pensare di farlo. 

Faceva il muratore.

Scrivere è comunicare, comunicare è vivere.

Vivere è respirare, respirare è inmettere aria nei polmoni

che poi si soffia fuori poco dopo.

Inmettere aria nei polmoni che poi si soffia fuori poco dopo è...

E’...scrivere, ecco.

Comunicare è far capire ad un bambino di quattro anni un passo di Freud.

Comunicare è cercare di far intendere una cosa che poi è magari quella cosa che poi forse capisce, o meglio, capirebbbe un lettore o più semplicemente un’individuo atto all’ascoltare od in questo preciso ed unico caso a leggere ciò che io sto, esattamente quando voi avrete, sempre che lo stiate facendo, letto questa poesia, io l’avrò già scritta da un pezzo, ma tantè, quello che io ho prodotto fra le righe di questo mio componimento. 

Comunicare è essere chiari.

Comunicare è riassumere in un concetto semplice un concetto complicato.

Comunicare è evitare il più possibile i fronzoli, gli incisi, limare il discorso come un falegname pialla il suo pezzo di legno (voglio dire, gli incisi andrebbero evitati a priori, quelli lunghi soprattutto, quelli che poi quando sei arrivato al fondo non ricordi più dov’era rimasta la frase e sei costretto, ahimè, a tornare a leggere indietro e comunque la frittata è oramai fatta e la frase è già bella che spezzata ed è quindi inconmensurabilmente difficile da leggere, quelli lunghi dicevo ve li raccomnado proprio...), che altrimenti questi fronzoli, questi incisi lunghi rischiano di spezzare ( anche se in verità bisogna proprio dire che gli incisi sono veramente utili e soprattutto comodi per dire tutte quelle cose che se si mettessero all’interno della frase rischierebbero di appesantirla, come per esempio il fatto che nei canali privati io debba pagare per vedere un film, o che il petrolio è già quasi a sette dollari al litro , o altre discussioni fini a se stesse che solo in un inciso si riscono a mettere  - o perlomeno così credo - o no? ) il discorso.

Insomma, dicevo...

Comunicare è potere.

“Potere” non nel senso di “potere” verbo, ma “potere” nel senso di “potere” sostantivo, quello di un comandante per intendirci.

Potere, il sostantivo non il verbo, Il potere quindi è quello immenso della parola. Grazie alla parola siamo tutti re, tutti ricchi.

Le parole ci rendono liberi, le parole ci rendono schiavi di noi stessi.

Ogni cosa esiste perchè noi l’abbiamo chiamata.

Prima è nata la parola “Dio” poi dopo Lui in persona.

Se per esempio Dio non si fosse chiamato così

sarebbe stata tutta un’altra cosa, meno guerre forse, meno violenza,

meno dolore anche.

Il motivo è semplice, tutti gli altri dei

hanno nomi variopinti, simpatici, allegri...

Buddha, Allah, Geova, Giove, Zeus...non so...

E lui? Dio...forse se si fosse chiamato con un nome diverso,

chessò più modesto sarebbe stato pure più simpatico a tutti,

tutti i bimbi sarebbero stati più contenti di andare a messa,

avrebbero detto due preghiere in più alla sera prima di andare a letto,

così per farsi due risate col buon vecchio...non so, Guido per esempio.

Guido. Non avrai altro Guido all’infuori di me, tho!

E’ meno formale, più spiritoso insomma.

Aiutati che Guido ti aiuta! Guido vede e provvede, ecco!

Oppure...piove che Guido la manda!

Avete visto come le cose possono cambiare radicalmente solo

cambiando una parola?

Anche le espressioni gergali più basse e volgari della nostra contemporaneità con buone possibilità derivano da un’adattamento o distorsione di un concetto attraverso la lente deformata della parola.

Per esempio è logico pensare che nell’antichità,

in un’era persa nei secoli che oramai noi abbiamo dimenticato,

l’essere umano fosse fornito di ben tre organi genitali differenti,

da questa seppur remota eventualità potrebbe nascere la rinomata

ed abusata espressione “Che c**** vuoi?”.

Niente di tabù quindi, solo un leggiadro ed innocente gioco di parole.

E’ questa la comunicazione, è questo il potere.

Il mio potere. Si certo, perchè vedete io ora sto scrivendo e voi state leggendo, e precisamente tra poco leggerete la fine di questa frase che ovviamente si conclude con un bel punto.

La comunicazione è magia, scrivere lo è...non ci credete?

Facciamo così, ora io profetizzo che la fine di questa frase si concluderà con la più improbabile delle parole, per correttezza ve la dico prima...la parola è “casa”...ci siete? Va bene, ora potrete assistere alla magia della comunicazione, al mistero dello scrivere, potrete anche solo per un attimo capire la complessità che si cela dietro a parole semplici e all’apparenza comuni, banali...parole, come ad esempio la parola “casa”.

Visto?

Ora certamente avrete intuito almeno in minima parte

il fardello che mi grava sulle spalle e che grava su quelle di ogni persona

che si avvicini al mondo della scrittura o che semplicemente scriva la lista della spesa su un pezzo di carta.

Ho l’onore e l’onere di avere il potere di scrivere; il denso, vibrante potere della parola muove le mie mani sulla tastiera.

Tick...Tackete...Tick...Tackete…Tick...Tackete...

Un compositore di vocaboli, un pittore di frasi, uno scultore di periodi.

Un’artista quindi, ben lungi dall’esserne seppur minimante consapevole.

E grazie all’avanzare estenuante della tecnologia,

anche e soprattutto la comunicazione si evolve.

Per esempio, i popoli gallici “sapevano” che il cielo sarebbe potuto

cadere da un momento all’altro.

Poi, nel medioevo tutti “sapevano” che la terra era piatta.

E pochi minuti fa voi stessi “sapevate” che io ero un buono a nulla.

Tutte evidenti falsità che l’evoluzione del mezzo comunicativo

ha permesso di smascherare.

Ed oggi nell’era della telecomunicazione più sfrenata

e di un internet lasciata a briglia sciolta,

le parole sono come armi, ed uno scrittore bello e solitario come me

è quasi, se così si può dire, un faro nella notte. 

Ma non è certo ripudiando questi nuovi mezzi di comunicazione,

ai quali, in onor di brevità, l’uomo ha conferito il nome di “media”,

che il potere della scrittura e della parola può evolversi.

Al contrario uno scrittore saggio e consapevole abbraccia questa nuova realtà che permette alla sua fervida creatività e alla sua sete di refrigerante comunicazione di espandersi e velocizzarsi.

Quindi, autonominatomi a nome di tutti gli scrittori

“Paladino della Comunicazione”, io mi fregio e

domo questo nuovo “media”,

ovvero ho la possibilità di veicolare un numero enorme di informazioni, storie, emozioni ed eventi nel minor tempo possibile utilizzando il computer ed internet.

In poco più di un millisecondo, posso quindi inviare e trasmettere i miei

scritti, le mie parole e le mie emozioni riversate su carta ed inchiostro

a...chessò...un’aborigeno dalla parte opposta del pianeta...

Fantastico, non trovate?...

...Ma ora, ben lontani dal risolvere il bandolo della matassa,

si pone un nuovo imponente e disarmante problema...

Aborigeno, ma io e te

che c**** ci dobbiamo dire!

 

 

Alessandro Regaldo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Certe Notti

 

 

Certe notti mi sveglio chiedendomi perchè

Certe notti la luce fredda della luna mi graffia il viso

Certe notti è il perchè a svegliare me

Certe notti un pugno di sangue gronda da un sorriso

Certe notti con guepierre e cilindro viviamo un cabaret

Certe notti sono una moneta a due facce, un pianto o un riso

Certe notti l’ombra d’una vita mi sibila nelle orecchie

Certe notti seppeliscono gli occhi lucidi di un bimbo

Certe notti aprono nuove ferite e cuciono le vecchie

Certe notti la carne è polvere e il rantolo della vita è un limbo

Certe notte mi chiudo fra le ombre nascoto nei locali

Certe notti pesano come macigni sul mio cuore

Certe notti vedo guerre, morti e fame, nel mio animo sono tutti i mali

Certo notti sfioro un’amore, la carne sanguina ed è dolore

Certe notti dimentico di esistere e tutto attorno a me continua a vivere

Certe notti le lancette segnano questo tempo fuor di sesto

Certe notti le lacrime muovono leste il mio pugno a scrivere

Certe notti mi perdo nel buio di un fiaba d’inchiostro

Certe notti sono un ombra che silenziosa scivola come un confuso riflesso

Certe notti non può piovere per sempre, sulle ali d’un corvo vedi ciò che diverrai

Certe notti guardi a un cielo che stellato non è, ma dipinto di un destino nefasto

Certe notti sono vita,  apro gli occhi e capisco che non potrò aprirli mai.

 

Alessandro Regaldo

 

 

 

 

 

FALL(EN)

 

Un vento leggero faceva sussultare le ultime foglie secche che ancora resistevano a stento, aggrappate alle lunghe dita nodose ed affusolate dei rami,  bruciati dall’avvento dell’inverno. L’ombra si muoveva silenziosa lungo il viale, proiettando la sua sottile ed inquietante sagoma sui fusti robusti degli alti platani. Scivolava leggera, seguendo le curvature irte della corteccia, insinuandosi nelle profonde cavità dei tronchi, imprigionandosi nello sfuggente riflesso d’una goccia d’ambra,  lambendo il nero dedalo di rami che pareva protendersi minaccioso verso di lei. Le foglie raggrinzite e rugose come il viso d’un vecchio scricchiolavano sotto i suoi passi, col rumore di logore ossa. Una pioggia d’orata di foglie accarezzava il suo corpo, mentre i tenui fasci di luce che filtravano come lame dalla chioma scura degli alberi le solletticavano il viso.

 

Alessandro Regaldo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL BRANCO

 (documentario su bestie stupide ottuse e pericolose)

 

Loro ci sono, forse ormai non ci facciamo più caso, forse ci passiamo accanto senza neanche accorgercene o forse facciamo finta di niente perché in fondo sappiamo che è anche un po’ colpa nostra; ma loro continuano ad esserci.

Li puoi vedere ovunque,  appollaiati come corvi sulle vecchie giostre dei giardini pubblici, ad ogni angolo, ad ogni incrocio, li vedi ogni giorno spostarsi per le vie della città, come nugoli di api ubriache, ronzano di vetrina in vetrina; appena finito di succhiarne una, via dritti verso la prossima. Come uccelli migratori svolazzano seguendo il capo branco, l’esemplare più forte, quello con le piume più colorate, senza una meta, forse cercando di dimenticare da dove si sono alzati in volo. Sembrano tanti branchi di sardine impazzite, zigzagano per la città di cui conosco si e no i 2\4, e così li vedi sempre nella solita via, quella principale, quella con più gente, ed è quello il loro territorio di caccia, lì dove possono mostrare le loro piume, inscenare i loro rituali d’accoppiamento e scontrarsi con altri capi branco , ringhiando e schernendo la deformità degli altri esemplari, che pensandoci bene non sono poi così deformi…ma più che altro diversi. Camminano e così facendo segnano il territorio nei modi più disparati; sigarette spente gettate a terra, cartacce, gomme da masticare e come dimenticare lo sputo, il solenne rituale dello sputo sull’asfalto.

Li vedi camminare per le vie, avanti e indietro, a loro volta in vetrina,  scambiandosi calorose pacche sulle spalle, tutti con le stesse facce sorridenti strappate dai protagonisti delle soap, tutti a far finta d’essere felici, senza problemi, a far finta che la vita è una sola e…ma sì godiamocela senza pensare!  Tutti a nascondere le lacrime al resto del branco, perché ricordiamoci che l’esemplare debole è sempre in fondo alla catena alimentare.  E poi a ridere alle solite battutacce stupide che, effettivamente non fanno poi così ridere…ma gli altri ridono, quindi…perché mai deludere il branco?! 

Quando passa poi una ragazza, l’intero branco sfoggia le sue code variopinte, gonfia il torace emettendo strani suoni gutturali,  tutti come rapaci  a seguire  il suo lento ancheggiare, tutti con quello sguardo, come dire…se mi concedete la brutalità del termine, “acchiappesco”. Tutti.

 E poi scherzi e ridi, battute su battute, strette di mano segrete, l’amico che ti si avvicina sorridendo e ti dice “Potrai sempre contare su di noi, ci saremo sempre” e tu finalmente sei felice, c’è qualcuno che crede in te, il branco ti protegge, c’è qualcuno che ti da la forza, non sei più solo. Ma stai ancora ridendo che ti ritrovi davanti a una vetrina rotta ed hai una sasso in mano, ti chiedi perché hai fatto una cosa del genere, è una cosa che non faresti mai, per niente al mondo ma…e ti ricordi che te l’ hanno chiesto loro, ridendo; e allora urli “Aiuto! Aiutatemi!” , ma risponde solo l’eco delle sirene.

E quando lui, quello di un anno più grande, quello che ha già la ragazza, quello tosto che tutti temono, aspirando dolcemente il fumo di uno spinello ti chiede luciferino “Vuoi provare?”…bhe, come fai a dire di no? E se poi il gruppo ti deride? Non potresti sopportare tutti quei ghigni; e se poi il branco ti abbandona? Come farai, come farai?

Il branco è la tua forza…non hai mai cacciato lontano dal branco, non sai come si fa, non hai mai voluto imparare. Certo, hai ancora una casa…ma chi se la ricorda più la casa, i tuoi genitori non ci sono mai e quando ci sono vedi solo piatti volare…il branco è l’unica cosa che ti rimane, la tua famiglia, non puoi sopravvivere da solo nella giungla.

E allora aspiri e mandi giù. E sei salvo, il branco ti accetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PENSARE A UN TITOLO

 

Cazzo, fa schifo, pensò.

Il pensiero subito successivo fu che era lui stesso la causa di tutto quello schifo.

E subito dopo non poté non pensare che era veramente uno schifo essere la causa di tutto quello schifo.

Che schifo, un vero schifo.

Ma poi quando la sua mente sembrava del tutto avviata in una direzione ben precisa, ecco arrivare un pensiero vistosamente in contromano.

Che pazzo, pensò. Un pensiero veloce e poi si tornò a concentrare sul pensiero numero uno, quello di prima.

Era effettivamente strambo, diceva qualcosa del tipo che forse tutto quello schifo da lui causato non era uno schifo, ma era lui che lo vedeva così.

Un altro pensiero che passava di lì ed aveva visto tutta la scena commentò che erano solo un mucchio di sciocchezze.

Ma forse no, ribatté un altro.

Ma sì che fa schifo, si unì uno facendosì spazio fra la folla.

“Sai cosa vuol dire  veramente la parola – schifo - o sei solo intrappolato nella tua concezione della parola - schifo -?” borbottò un pensiero sbucato in mezzo agli altri. Lo squadrarono dalla testa ai piedi, scalzo com’era e con la barba folta.

Il solito rompiscatole, pensarono, poi ritornarono a discutere.

“Diavolo, ma non vi rendete conto dell’assurdità? Siete pensieri, non potete pensare a vostra volta!” sbraitò tentando di liberarsi dalla stretta di due pensieri che lo trascinavano via pensando che fosse solo un vecchio pazzo.

Un piccolo pensiero impettito al centro della folla pensò che avrebbe dovuto urlare a gran voce che ci voleva proprio qualcuno che mettesse un po’ d’ordine in tutto quel baccano.

“Ci vuole proprio qualcuno che metta un po’ d’ordine in tutto questo baccano!”  urlò a gran voce un piccolo pensiero impettito al centro della folla. Tutti s’azzittirono voltandosi verso di lui e fissandolo ad occhi spalancati.

Si schiarì la voce, prima pensò cosa dire, sì,  - allora – sarebbe stato un buon inizio.

“Allora, il primo pensiero è pregato di alzarsi in piedi, ripeto, il primo pensiero

 - Cazzo, fa schifo - si faccia vedere dagli altri!”  pensò, anzi no urlò.

Una mano si alzò dal fondo “Sono qua!” disse.

“Bene, puoi venire un secondo qui sul palco?”, l’occhio di bue lo seguì sgomitare attraverso la folla, salire sulle scalette poi sul palco.

“Ecco, tieni, non fare il timido parla pure al microfono...siamo tutti curiosi di sapere a che cosa eri riferito?” , gli porse il microfono pensando che si trattava del solito pivello capitato da quelle parti per caso e che non aveva avuto niente di meglio da fare che pensare a qualcosa di veramente stupido scatenando un putiferio.

“Prova...uno, due...se fischia, pensatemelo... a cosa mi riferivo, eh...bhe, io non”, pensò a qualcosa che lo potesse trarre d’impaccio ma non gli venne nulla in mente.  Dal fondo un’altro pensiero si sbracciò urlando di essere lui il pensiero che poteva rispondere alla domanda, salì sul palco e strappò il microfono dalle mani di – Cazzo, fa schifo -.

“Il Racconto, il racconto fa schifo...”, un sommesso vociare in tutta la sala, i pensieri si scambiarono sguardi d’intesa.

Il pensiero responsabile del racconto si allontanò dalla sala sbattendo la porta e pensando che avrebbero potuto farselo loro il racconto visto che erano così bravi.

Cazzo ho bisogno di un caffè, pensò.

Il pensiero successivo però, ”Ehi, vogliamo piantarla qua con tutti questi pensieri?!”

Un pensiero lo fece trasalire, spalncò gli occhi, la fronte madida di

sudore.

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDIAS RES

 

Era l’inizio di un altro fottutissimo racconto, pensò.

Lo aveva capito da subito, da quando quella strana luce gli aveva accarezzato le pupille ed aveva cominciato a sentire quelle voci ronzargli nelle orecchie.

Apri gli occhi, aprili, apri gli occhi.

Accorete, accorete presto! E’ successa una cosa terribile!

Mamma  voglio un pony! Lo voglio davvero!

 

Arrancò qualchè metro trascinandosi con la sola forza delle braccia.

 

Ricordi il tuo nome? Allora, lo ricordi?

Cos’è tutto questo casino, fate un po di’ silenzio e che diavolo!

 

Si rovesciò su un fianco sprofondando il corpo nella sabbia umida.

Un rauco e affannoso respiro si levava da quel corpo tremante rannicchiato sul bagnasciuga.

 

E allora cos’hanno scritto su d i te? Nulla, ecco cosa!

Ti amo...ti amo con tutta me stessa, credimi!

 

Ritrasse le ginocchia al petto, l’acqua fredda dell’oceano gli solleticava i piedi.

 

Muori, muori Corvis! Dannazione, muori!

 

Con le mani tremanti si scostò i capelli gocciolanti da davanti il viso; socchiuse gli occhi, dovevano ancora abituarsi alla luce calda del sole.

 

Questa è la tua missione! Ricordi la tua missione?

Lascia che ti rinfreschi la memoria, Carla! La pagherai.

Sei solo geloso ecco cosa! Non provare neanche a sfiorarmi!

 

Si strinse la testa fra le mani chiudendo gli occhi come per allontanare il dolore.

Eccolò...sta per arrivare...ecco qui...”Alex Corvis”!

Chi è? Dimmi chi è quello stronzo con cui mi tradisci!

Che si alzi il sipario! Si accendano le luci! Un grande applauso per..

Una puttana! Ecco cosa sei! Solo una schifosa puttana!

 

Il chiacchiericcio si dimenava brulicante nella sua testa, come un sciame di ragni che si adopera affannosamente a tessere una tela.

Signori e signore ecco a voi Alex Corvis!

La punta di diamante del nostro show, l’anima dello spettacolo!

 

Un continuo andirivieni di voci, urla e schiamazzi di cui poteva percepire tutto e niente.

Voglio sapere tutto di lui! Quando mangia, cosa mangia, dove lo fa...tutto!

Tutto quello che ho fatto per te allora? Stronzo!

Tira almeno l’acqua Mike! E che cavolo questo posto fa schifo!

Si levò faticosamente in piedi e brancolò per pochi passi.

Ladies and gentlemen…rullo di tamburi…ecco a voi l’unico, l’inimitabile...

 

Infilò una mano nella tasca tirandone fuori una poltiglia umidiccia che avrebbe potuto ricrdare alla lontana un pacchetto di sigarette.

 

Sì, avete capito di chi stiamo parlando..proprio di lui....

 

Con due dita ne sfilò una, la scrollò dall’acqua, la portò alla bocca e gettò l’impasto di carta e tabacco a terra.

Ecco, il motivo per cui state leggendo svogliatamente queste righe!

 

Agitò l’accendino vicino all’orecchio, quasi scarico,  e con uno sfrigolio si accese la sigaretta aspirando il fumo a pieni polmoni.

 

 Ecco a voi...il Protagonista!

 

Levò gli occhi al cielo assaporando lentamente il gusto intenso del tabacco.

 

Sai cosa ti dico che io me ne vado! Non ne posso più delle tue crisi isteriche!

Padre, ho molto peccato, l’altra sera era seduto al bancone del bar...

 

Sorrise, con un dito si sfiorò le labbra violacee.

 

Mamma perchè papà esce sempre la sera tardi?

Non lo so piccola, non lo so come si faccia a risolvere questo compito, chiedi a tuo padre, è in giardino...

 

Infilò il biglietto nelle tasca sdrucita dei pantaloni e con la pistola in pugno si avviò verso il sentiero di ghiaia che conduceva al molo.

Nel nome del padre, del figlio e dello...

Stronzo che ti porti a letto! Cos’ha piu di me, eh?!

Un cazzo, ecco cosa! Non vuol dire proprio un cazzo!

Una nuvola di gabbiani si alzò in volo nel cielo rosato.

 

Ed è proprio così cari signori che cala il sipario e...

Spegni la luce, mi vergogno a farlo a luci accese, ti prego...

Ne ho le palle piene delle tue risatine isteriche, dei tuo sarcasmi e dei tuoi...

Applausi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non so cos’ho.

Mi sento tutto e niente.

Potrei essere ammalato, ma la mia malattia non ha nome, non ha sintomi.  Potrei essere in punto di morte, o potrei essere già morto senza saperlo. Questo potrebbe essere il paradiso, il purgatorio,  o l’inferno ; non so. Non vedo nuvole , né luce , né urla, non vedo cori, né pianti, e né fiamme.

Se sono morto allora, devo dire di essere molto sorpreso, non me lo immaginavo così.

Ma potrei essere benissimo ancora vivo. E’ una cosa strana, ma sento che tra le due ipotesi, questa è la peggiore. Non so cos’ho.

Mi sento vuoto, anzi no pieno, pienissimo. Ma di cosa, non so.

Mi sento di poter afferrare il mondo, poi dopo lo vedo scivolare via lentamente dalle mie mani. Forse è il mondo che afferra me.

Ma infondo , il mondo, cos’è? Un’ insieme di nomi,  di numeri, di false verità? Un’insieme di cuori, di gesti, di sguardi, di impercettibili cambiamenti, o cosa? Il mondo è forse una foglia che cade, o una goccia di pioggia che s’infrange su una pietra, il battito d’ali d’una farfalla, il dolce calore del sole, o il profumo del pane appena sfornato? Cosa?

Non so. Mi sento insignificante in tutta la mia grandezza.

Se è vero che l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio, non dovrei conoscere anch’io la risposta alle mie domande?

Allora chi sono? Un burattino nelle sue mani? Un nome su un libro da tempo già scritto? E se nemmeno Lui sapesse il nostro destino? Se avesse anche Lui un suo destino? E se non ci fosse alcun destino? Se fossimo soli, abbandonati nel lungo naufragio della vita?

Domande, senza risposta; sussurri che si confondono nel vento.

La mia mente può spingersi ai confini del mondo, scavalcare monti, sorvolare distese d’erba, volare sui mari e sugli oceani; ma non può spingersi aldilà di ciò che vedo, non può spingersi aldilà di questo foglio, ne tanto meno aldilà delle certezze e dello sguardo delle persone. Mi sento uno schiavo, uno schiavo di me stesso, di quello che vedo, di quello che sento, di quello che ascolto, di quello che penso.  Non posso dire nulla che non sia già stato detto, non posso fare nulla che non sia stato già fatto.  Non posso pensare nulla che non sia già stato pensato.

E’ terrificante. Dov’è lo scopo? Quella molla invisibile che motiva l’esistenza, dov’è? Forse non è mai esistita, o forse sì.

Non lo so. Non voglio giungere alla sommità del mondo e poi guardare giù, voglio solo fare la differenza, per una volta soltanto.

Ma come faccio? Come?

Non so.

 

 

 

 

 

Aria e Polvere

 

Pensate non esista?

Le lacrime si congelano sul viso come tanti piccoli granellini di un diamante purissimo. Gli occhi, lucidi, cristallini come l’acqua d’un ruscello, sono il freddo specchio della mia esistenza.

Riflettono la magra figura di una silenziosa sofferenza, riflettono ogni mia paura. E così, come pioggia dal cielo, scivolano lievi ; sottili gocce di un dolore invisibile e inspiegabile; rigano le mie guance, sono così leggere da scavare profondi solchi nella mia anima. Bruciano, non si estingue il fuoco che divampa nel mio cuore. No, non lo estinguono, anzi sono come soffio del vento su arbusti arsi dalle fiamme, non fanno che alimentarlo.

Non esiste?

Le lacrime s’infrangono una ad una sulle confuse parole che sono parte della sceneggiatura della mia vita.  L’inchiostro si mescola al frutto amaro del mio pianto, le lettere pian piano sbiadiscono e scompaiono. I fogli vibrano nell’aria innanzi a me in un silenzioso coro di fruscii, sussurri, echi di storie oramai lontane.

Svolazzano, cullati dalle delicate carezze del vento, come sottili piume mi sfiorano e lambiscono il mio sguardo. Sono leggeri, quasi impalpabili, e il loro peso mi schiaccia; la loro ombra fine proiettata su di me, mi sovrasta.

Una pioggia di fogli, parole, ricordi futuri.  

La loro arte mi nutre, di loro mi sfamo; anziché lasciarmi qui a morire di realtà.

Ed ogni frase, ogni battuta, ogni parola gettata nell’abbraccio del vento, è perfetta nella sua raggiante imperfezione. Insensata, quanto carica di significato.

Superficiale, quanto profonda. Immensa, quanto mai nata.

Ogni parola e allineata a quella seguente, incolonnata sopra con quella sottostante; ognuna con un suo preciso ordine, con un suo preciso scopo, una sua durata e una sua fine.

E’ uno schema, variabili su variabili, numeri su numeri, è tutto calcolato nei minimi particolari.

Una sceneggiatura il cui foglio che allieta lo sguardo sembra sempre l’ultimo; ma cui segue un altro, un altro e un altro ancora.

E io?

Una comparsa, solo una comparsa.

Apparizione sfuggevole nel disegno della vita.

Sono un accostamento azzardato di colori caldi e freddi, che si fondono assieme in una tinta effimera. Sono io.

Mi hanno preso, mi hanno comandato di recitare una manciata di battute in questa recita, mi hanno spinto a forza sul palco. Davanti a loro, non li conosco, ma loro conoscono me.

Mi fissano ed io fisso loro.

E quando tutto sarà finito, quando calerà il sipario, cosa resterà di me? Nulla, qualche lacrima e poi, il mio nome si perderà per sempre  nel vento e il quieto soffiare cancellerà le mie orme.

Perché allora, perché sono qui?

Loro mi fissano, ma per me oramai non sono che un ombra.

Il mio ricordo, così, vivrà in quelle quattro battute e nello schioccare degli applausi. Niente di più.

E lo farò, reciterò in questo stupido teatro della vita, così come ho sempre fatto. Col sorriso.

Pensate non esista?

Vi sbagliate.  


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Grande Albero

 

Immaginate la scena.

E’ una tranquilla mattinata di primavera, il vento, gli alberi in fiore e sì, anche gli usignoli che cinguettano.

Un campo verde e rigoglioso, un grande e vecchio albero al centro carico di mele verdi, rosse e gialle; sembrerebbe tutto perfetto, ma c’è qualcosa che disturba quest’atmosfera idilliaca, come un qualcosa fuori posto, una macchia di sugo su un tovaglia bianca, uno scarabocchio ai margini di un leggiadro dipinto, un errore grammaticale nell’introduzione di un bel libro. Insomma qualcosa di strano, quasi inopportuno.

Una figura nascosta all’ombra degli alti platani, stilizzata ed essenziale, ricurva su se stessa, schiacciata dal peso di un mondo che sembra girare al contrario. Un buffo personaggio dai lineamenti appena accennati, dalla personalità si e no abbozzata; non sembra a suo agio nel verde della pianura, pare quasi spaesato da tutti quegli odori e colori.

Uno sgorbietto che sembra non saper affrontare il mondo, ignaro della vita,  che quindi la evita, o meglio ne sovverte tutte le più banali leggi, ne crea semplicemente una nuovo a sua immagine e somiglianza, quindi brutta, disordinata e per i più incomprensibile. Lui, invece, ci vive benissimo.

Cammina a testa in giù solleticandosi i piedi con batuffoli di nuvole, e poi si tuffa nel mare di erba verde per poi risalire la corrente fino al grande albero che tende le tozze radici quasi a sfiorare il sole. Un omuncolo insignificante in un mondo e re in un altro, che può vedere cose che tutti gli altri non riescono nemmeno ad immaginare; un ometto perso nell’oceano di colore che lambisce i suoi occhi, che non parla una lingua comune, ma dialoga di pensieri, pasteggia ad emozioni sorseggiando calici di perché.

Uno scrittore, insomma.

 

 


Lacrime d’Inchiostro

 

 

Lacrime.

Scivolano silenziose sul mio cuore.

Roventi.

Ardono nella mia anima dolci di dolore.

E come focolare ormai estinto è la mia speranza.

Il poeta compone i suoi versi, silenzioso, al tenue lume d’una candela. La penna sprofonda nel nero del calamaio.

Mentre io, curvo, schiacciato dalle luce delle stelle, m’immergo in una notte d’inchiostro.

Il pennino scivola sul foglio, leggero, con un lieve sfrigolio.

I miei passi echeggiano come strozzati rantoli d’una bestia ferita, cammino taciturno in questa giungla d’asfalto.

Gocce nere d’inchiostro screziano i petali candidi del foglio.

Lucenti lacrime mi rigano

il volto.

Nei versi scarabocchiati nell’infinito dei miei occhi, “amore” fa rima con “dolore”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo racconto ha vinto il primo premio ad un concorso piemontese per le scuole medie.

 

Scuola Media Statale Plesso A. Viola

Ciriè (To)

Classe 2a

 

Un racconto davvero ben scritto, a tratti pare addirittura difficile credere che l’autore sia così giovane (12). Immaginiamo che il concorso lo abbia vinto con merito e consigliamo a questo giovanissimo di continuare con questa sua passione.

 

 

 

 

LA NOTTE

 

“Guarda!” mi disse dolcemente mio padre porgendo la mano fuori dal finestrino dell’auto e indicando verso l’oscurità della notte.

Sganciai lentamente la ruvida cintura di sicurezza che scivolò velocemente sul mio collo e mi accomodai, per bene, sullo scomodo sedile dell’auto. Mi stropicciai gli occhi, la mente schiaffeggiata dai roboanti ritmi della rock-music  che mi avevano rintronato per tutta la durata della festa, mi annebbiava la vista e riduceva la capacità di sentire i rumori tutt’intorno a me; un grave sibilo rimbombava nelle mie orecchie. Appoggiando il gomito sul bracciolo del sedile buttai distrattamente un occhio fuori dal parabrezza: tutt’intorno a me il mondo era stato inghiottito dall’oscurità, solo  le sagome stilizzate di alcuni arbusti  si riuscivano a distinguere nel nero della notte.

C’era un silenzio terrificante interrotto solamente dal melodioso frinire dei grilli.

La tranquillità che regnava incontrastata in quel luogo m’inquietava. Fino a qualche minuto fa me ne stavo seduto ad un tavolo, sgranocchiando pop-corn a venti centimetri da un stereo a tutto volume, con un cd di musica techno inserito all’interno; ed ora, invece, me ne stavo seduto sul sedile della mia auto parcheggiata in mezzo ad un campo circondato dal nulla a fissare il vuoto fuori dal parabrezza.

Mi voltai verso mio padre, la sua faccia stanca ma soddisfatta e i suoi occhi illuminati dal riflesso argenteo della luna, erano volti verso di me e mi fissavano, attendendo un commento a ciò che mi aveva mostrato. Sforzai un finto sorrisetto e tornai a fissare il nero mondo attorno a me.

Un campo, un immenso campo avvolto dalla coltre nera della notte ci circondava con i suoi steli, i suoi cespugli e la miriade di bestiole che chiamavano quell’erba “casa”. Non trovavo niente di eccezionale in quel paesaggio campestre, benché mi sforzassi non riuscivo a capire cosa ci fosse di così eclatante da vedere.

Era un comunissimo prato, di quelli che si vedono quando sfrecci in auto lungo la statale, di quelli che vedi in TV nei documentari…un comunissimo campo, insomma.

Stavo fissando l’oscuro nulla davanti a me, quando la vista si sfocò e dovetti lottare per tenere gli occhi aperti. Le palpebre erano pesanti, terribilmente pesanti; riuscivo a rimanere sveglio solo grazie alla luce interna dell’auto che proiettava il suo fascio dritto nei miei occhi. Mio padre mi fissava aspettando un qualcosa che non ero riuscito ancora a dargli.

Ma che diavolo ci facevo a circa mezzanotte seduto in macchina a contemplare  svogliatamente l’oscurità di un prato,  immerso nella campagna, fra vecchie cascine e sentieri sterrati, con un profondo sonno che gravava su di me?!

A quest’ora avrei potuto essere a casa sotto le fresche coperte del mio letto con in mano l’ultimo numero di Spider-man o meglio, stravaccato sul divano davanti ad un bel DvD; invece… appena uscito dalla festa, mio padre non aveva imboccato la solita strada immersa nel buio che ci avrebbe condotto a casa, no, imboccò un sentiero che si snodava come una sottile lingua di  terra battuta, fra gli alti e nodosi alberi ammantati dalla tenebra  delle ore notturne che, mossi da un leggero venticello primaverile e accarezzati da un’umida e tenue nebbiolina, parevano protendersi verso di noi, per serrare la presa dei loro nodosi rami, sulla nostra auto. Percorrendo una stradina tortuosa fatta di terra e sassi, sorpassammo un vecchio rudere disabitato che troneggiava in tutta la sua spettrale ed inquietante mole, in un campo di erbacce incolte. Svoltammo in un sentierino che costeggiava un piccolo fosso e ci fermammo in mezzo ad una vasta e scura  radura.

Non riuscivo a stare sveglio e pensare che soltanto dieci minuti prima ero pimpante e gironzolavo fra gli invitati con un piatto di pop-corn in mano, ballando “Whenever” di Shakira.

“Guarda, non vedi che bello?!” rimarcò mio padre. Bello?

Io per bello intendevo un’esplosiva scena d’azione in un film, una grafica bellissima di un videogioco, non sicuramente un banale ed insulso campo!

Sprofondai nel sedile; volevo urlare “Che diavolo ci facciamo qui pa’?”, ma non lo feci per non ferire i sentimenti di mio padre e per non passare da cretino che non sa apprezzare le cose; ma proprio non riuscivo a capire!

Ero lì stravaccato sul sedile, con lo sguardo perso nel buio della notte, una stanchezza che mi sovrastava, il morale sotto i piedi e una voglia matta di andarmene a casa a giocare al computer, lasciandomi alle spalle quell’insulso luogo dimenticato da Dio.

Avevo perso ogni speranza di capire che cosa mio padre voleva che guardassi  in quel buio e mi appoggiai al cruscotto, con le mani che mi sorreggevano la testa pesante per la stanchezza. 

Fu proprio in quel preciso momento che la vidi. Era stata secca e veloce, una lucetta fulminea nel buio del campo; un attimo la potevo distinguere nell’oscurità, con la sua luce dorata e poi più nulla, scomparsa nella notte. Alzai la testa e mi drizzai sul sedile per riuscire a vedere l’origine della luce. Fu fulminea. Un’altra lucetta apparve vicino a dei cespugli inghiottiti dal buio e poi scomparve anch’essa. Un’altra e un’altra ancora. Erano veloci, piccoli e fiochi lampi di luce e poi buio. Mi stropicciai gli occhi sempre attento a scorgere altre piccole luci nella tenebra che stringeva, nelle sue nodose spire, tutta la campagna circostante. Spalancai gli occhi alla vista dello spettacolo fuori dal parabrezza. Non potevo crederci, era…era stupendo. Migliaia e migliaia di lucciole fluorescenti svolazzavano in piccoli gruppetti, formati da poco più di una decina di piccoli lumicini a poca distanza dall’auto. Era uno spettacolo meraviglioso; io  fissavo esterrefatto fuori dal parabrezza, dove i gruppetti di lucciole svolazzavano sorvolando la carrozzeria dell’auto come se volessero accarezzarla  dolcemente.

Avvolti e cullati da una nuvola dorata di lucciole ce ne stavamo seduti a rimirare quello stupendo spettacolo.

“Hai visto Ale, hai visto?” intimò mio padre poggiandomi  dolcemente una mano sulla spalla. “Si pa’, ho visto. E’… è stupendo!”, balbettai con gli occhi incollati su quei lumicini dorati.

D’un tratto tutto mi fu chiaro. Voltai lo sguardo e vidi un piccolo gattino dal soffice pelo candido, a chiazze arancioni, che balzava fra gli arbusti,  intento a prendere un piccolo topino grigiastro, illuminato dalla fioca luce della luna.

Il melodioso frinire dei grilli accompagnava i movimenti agili e determinati del gattino che nascondendosi nell’erba più alta, preparava agguati ai danni del povero e terrorizzato topino. Il fruscio degli steli d’erba che si muoveva al leggero soffio della brezza primaverile in perfetta armonia, il fischio del vento che sibilava fra gli arbusti coperti dal vello della notte, le belle di notte che si aprivano al cospetto della luna mostrando alla campagna imbrunita  i loro petali candidi e rosati.  

Era tutto così surrealmente perfetto, così armonioso da sembrare scaturito dalla tavolozza di un abile pittore. 

Finalmente avevo compreso la vera bellezza di  quel campo e la frivolezza e la superficialità della mentalità dell’uomo d’oggi.

Un uomo attaccato al denaro che vive la propria esistenza in un’ostentata ricchezza ma, nonostante tutto profondamente insoddisfatto, un uomo che guarda solo le apparenze e che giudica gli altri solo considerando l’esteriorità; un uomo che si avvinghia a falsi miti per dare un senso alla propria misera vita, come la TV e il computer; un uomo che pur di arrivare a toccare l’agognata felicità, si distrugge con droghe ed alcool; un uomo che denigra un altro uomo  solo perché possiede pelle e religione diversa; un uomo che inquina la natura solo per trarne stupide ed inutili agevolazioni; un uomo che dal paradisiaco creato che gli è stato donato, provoca il caos più totale. Caos…in quel luogo  immerso nel verde, il caos non era contemplato. Solo ora mi rendevo conto che la festa a cui avevo partecipato era l’emblema di quel caos. Musica a tutto volume, bottiglie e lattine gettate per terra fra l’erba,  mozziconi di sigarette spente fra i cespugli e litri di birra versati sul terreno. Quei ragazzi più grandi di me, quegli ignoranti, quei ragazzi più grandi di me che giocavano a fare i grandi senza divertirsi e che danneggiavano la salute loro e quella della terra.

Ed io ero fra loro…seguivo il loro errato esempio per non essere denigrato dal gruppo.

Ora capisco…ora capisco.

“Sono belle, vero…?” disse mio padre sporgendosi dal finestrino. “Cosa?”, domandai ancora assorto nei miei pensieri.

“…Le stelle, non le guardiamo più…ma devo dire che sono veramente belle…!” rispose mio padre con un sorriso mentre si voltava verso di me.

Mi sporsi dal finestrino e rivolsi gli occhi al cielo; erano lì, risplendenti e severe che ci illuminavano dall’alto del tenebroso manto celeste. Un sorriso. ”E’ vero, sono…veramente  belle…!”.      

La notte…