Alec Valschi

 

Qualche nota biografica: Alessio Cesare Valsecchi nasce il giorno dei morti

del 1972 ad Erba (CO). Alec Valschi, il suo alter ego creativo, vive dal

1994, con i primi timidi tentativi di scrittura ai tempi del servizio

militare. Ad oggi è autore di alcune decine di racconti di vario genere

oltre che avido consumatore di fumetti, narrativa, e musica. Triste

pendolare per cause di lavoro durante i giorni feriali, nei weekend divide

il suo (pochissimo) tempo libero tra la sua ragazza, gli amici, lo sport,

internet, i viaggi, e la scrittura.

 

 

alecvalschi@latelanera.com

 

www.latelanera.com

 

 9/8/'03, Valschi organizza:

Il NeroPremio è un concorso letterario GRATUITO per racconti (di tipo horror, mystery, noir, e thrilling) organizzato dal sito La Tela Nera. Chi volesse partecipare può consultare il bando completo sul sito (http.//www.latelanera.com), e inviare il suo racconto all’indirizzo email neropremio@latelanera.com

Il concorso NON HA SCADENZA: ogni trenta racconti pervenuti si procede ad una premiazione.

Il vincitore e il secondo classificato vengono premiati con un libro a scelta tra quelli della serie Urania o Giallo Mondadori, alcune produzioni de Il Foglio, e opere di autori emergenti italiani.

 

 

 

due nuovi ottimi racconti pubblicati il 9/4/'03

 

MOGLIETTINA PERFETTA

 

 

Afferro il coltello in cucina e vengo in sala da te.

Tu sei lì, davanti alla TV, svaccato e amorfo e muto, rapito dalle immagini, ignaro.

Ripenso alla mia vita sprecata al tuo grasso fianco, a tutta la merda ingoiata per il tuo unico maschio piacere, ai miei sogni infranti.

Impossibile trattenermi oltre, impossibile tenere ancora nascosta la rabbia che mi ha consumato il cuore, alimentata da secoli di sorridente sottomissione e silenzioso sopportare.

Spazzo via ogni dubbio. Sopprimo ogni trappola morale.

Ti sono alle spalle, silenziosa, non vista, e mi scaglio su di te, ti colpisco implacabile, conficcandomi nella tua schiena, troncando le tue vene, squartando il tuo corpo…

E grido. Grido forte. Grido.

Ti vedo cadere ma continuo a colpirti, ancora e ancora, continuo a colpirti, movimenti puri e profondi, e continuo a colpirti, fino a che cessi di esistere, fino a quando resti immobile in un placido lago cremisi.

Non hai nemmeno fatto in tempo a gridare o a renderti conto di quello che stava succedendo, vero?

Tutto il tuo potere non è servito a nulla infine.

Chi comanda adesso?  Chi comanda?

Affondo il piede nel centro del tuo virile egoismo. Spingo.

Nessuna reazione. Sei andato. Per sempre.

Ed io mi ritrovo completamente svuotata, libera di godere di questi momenti paradisiaci.

Ma il piacere dura poco: il rumore del cancello automatico che si sta aprendo mi annuncia il tuo rientro, re arrogante sul suo destriero a trazione integrale. Sei in perfetto orario per la cena.

Afferro il bambolotto tagliuzzato da terra e lo nascondo nell’armadio dei vestiti da stirare, l’armadio che non hai mai aperto, quello che non aprirai  mai.

Torno in cucina in tempo per scolare la pasta. Sette minuti esatti, non un secondo di più o di meno, se sbaglio tu ti incazzi come una bestia.

Nel nulla quasi totale del mio essere, il poco di affetto che provo ancora per te sembra vasto e forte e vero: sono di nuovo io, la tua mogliettina perfetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROSSO

 

 

Devo seppellire le prove rimaste.

 

Apro gli occhi, sbattendoli assonnato.

Rosso.

Vedo rosso.

Non ho altro davanti agli occhi. Solo rosso.

Il tuo colore preferito, Serena.

 

Quella tua macchina, quella su cui arrivasti al locale, capelli al vento.

Rossa. Rossa e brillante.

Ti ho spiata dalla finestra, bicchiere in mano, ti ho ammirata entrare, desiderata ed avvicinata; rossa desiderio, rossa irresistibile.

 

Sbatto gli occhi, dilato le narici.

Nel naso uno strano odore.

Nulla a che fare col tuo profumo, l’effluvio eccitato che emanavi muovendoti flessuosa in quel locale.

Circondò tutti noi.

 

Anche questo rosso.

Rosso tutt’intorno a me.

Come quel tramonto insieme sull’oceano, i riflessi cremisi nei tuoi occhi, le labbra ancor più accese. Languide e lucide.

 

Dove sono?

Mi sento sospeso sopra una nuvola rossa; nessun suono oltre il mio respiro.

Galleggio disteso in un oceano d’aria dura.

 

Tu sei qui con me?

Ti prego, dimmi di sì, dimmi che mi sei vicina.

Vicina al mio corpo così come sento vicine le mie braccia e le mie gambe; immobile come loro, solo i nostri respiri uniti, e il rosso ad abbracciarci caldo.

 

Devo seppellire le prove rimaste.

 

Rosso sulle mie labbra, ancora in bocca il sapore degli aperitivi dopo il sesso clandestino, sui miei polpastrelli le stoffe pregiate con cui vesti la tua pelle morbida. Stoffe rosse.

 

Rosse.

Come se fossimo sul tuo letto a baldacchino, le tende colorate di sangue testimoni della nostra segreta passione.

 

Sei qui con me?

Ti voglio. Hai sentito? Ti voglio.

Così come ti volevo quella mattina.

Quando diventai tuo complice. Quando decidemmo della sua vita.

 

Senz’aria.

Come se mi stessi togliendo il fiato, esperta; immagino di sentire calze di seta intorno al mio collo, e il tuo collo stretto nella cinghia, il suono rozzo e primordiale dei nostri orgasmi strozzati e squassanti.

Immobile.

Come se tutto fosse finito, il piacere, le forze, la vita.

 

Non mi riesce facile respirare.

Facile è stato farsi conquistare da te, facile è stato darti piacere, facile fu entrare dalla finestra al primo piano, sorprenderlo alle spalle e strapparlo alla vita, soffocandolo.

 

C’è odore cattivo qui; come quello che c’era nella stanza dove lasciai il suo cadavere prima di portarlo lontano, il laccio in nylon ancora intorno al collo, la pelle lacerata e tagliata, la chiazza umida sul suo completo.

 

Rossa.

Come l’esplosione all’interno della sua macchina, le fiamme che si levarono alte verso il cielo, incenerendo ogni prova.

Come la corona di fiori che spedimmo arditi al suo funerale.

 

L’odore qui è strano. E anche l’aria. Pesante.

Troppo pesante.

Come quella sera al casinò, spesa alla roulette a gettare soldi sul rosso, baciati delle luci e dagli sguardi dei presenti, il respiro affannato di chi ha appena vinto o perso una fortuna. Di chi è oltre il piacere lecito.

Il respiro affannato di chi non ha più aria da respirare.

 

Rosso.

Rosso come i riflessi di quel rubino fantastico, nascosto in cassaforte con altri tesori; tesori un tempo suoi, tesori che sono diventati tuoi.

Come il vestito che indossavi la sera che abbiamo brindato alla riuscita del piano. Il tuo. Il nostro.

 

Rosso.

Come il colore che vidi subito dopo aver bevuto, come il sorriso maligno sulle tue labbra pittate, come le parole che mi sussurrasti, solo ora ricordo, prima che perdessi i sensi, ingannato.

 

Devo seppellire le prove rimaste.

 

Adesso ricordo ogni cosa. Ora sono finalmente lucido.

Ora capisco.

Capisco e riesco a muovermi; scalcio, urlo, vibro, picchio.

Disperato.

Annaspo.

E piango.

Piango esattamente come pianse lui.

 

Rosso.

Come il colore del mio sangue, che esce furibondo dalle mie mani distrutte, scarnificate fino all’osso, nel tentativo di crearmi una via d’uscita, di aprirmi un varco attraverso il velluto rosso e il duro legno di questa bara, attraverso i metri cubi di terra maledetta sopra di me…

 

Rosso.

Il colore che vedo intorno a me

L’ultima cosa prima di morire.

 

 

 

 

L'arcobaleno

 

 

 

Oggi è il gran giorno. Ho consumato l'ultimo pasto. Ho ricevuto la benedizione del cappellano. Ho lasciato scritto cosa fare delle mie cose.

Le guardie mi scortano per i lunghi corridoi, pronte a reprimere ogni mia possibile disperata reazione. Non ce ne sarà nessuna. Non ne ho la voglia. Non ne ho le forze.

Vent'anni di mura grigie e di cibo scolorito me le hanno sciolte.

Sopra la tuta arancio i ceppi mi mordono alle caviglie e ai polsi, braccia tese mi sospingono, sguardi attenti mi controllano; io voglio solo che tutto finisca presto.

Veleno nelle mie vene. Dissolvenza in nero. Addio.

Quando passiamo per il corridoio C mi blocco, e le guardie si bloccano con me.

Fanno per trascinarmi via, ma poi capiscono; capiscono e mi lasciano qui, immobile, a contemplare per la prima volta dopo anni d'isolamento il mondo al di là delle finestre e delle alte mura. Il mio sguardo si perde nel verde degli alberi e nell'azzurro del cielo, accecato dalla bellezza del sole e illuminato dai gialli, dai bianchi, e dai viola dei fiori.

"Ha appena smesso di piovere" mi dice uno dei secondini. Annuisco e sorrido, rapito.

Chiudo gli occhi. Inspiro a fondo. Mi sembra quasi di poter sentire l'odore profondo della terra bagnata. Quando apro gli occhi vedo nascere nel mezzo del cielo un magnifico arcobaleno; alto e magico, mi riempie di colore come quando ero bambino e la vita era facile e gioiosa.

Il mio tempo finisce. Vengo spinto via tra calde lacrime.

 

Fa freddo nella stanza del sonno eterno.

Sdraiato sul lettino, inchiodato da cinghie e lacci, ho l'ago mortale già infilato nel braccio, guardo al di là del vetro protettivo e aspetto l'inizio della fine.

Il direttore del carcere appare nervoso e deluso: l'esecuzione che ha messo in scena non sembra essere uno spettacolo ambito, e in molti hanno defezionato.

Scruto tra i volti dei pochi presenti alla ricerca del sentaore che ha respinto la mia richiesta di grazia, del presidente della giuria che mi ha condannato, dell'avvocato che non è riuscito a difendermi, di coloro che mi hanno tradito e consegnato alla polizia, di quelli che hanno testimoniato contro di me.

Li cerco ma non li trovo.

Solo mia sorella è presente, seduta in disparte e con una maschera triste sul volto.

E' venuta a farmi compagnia, a portarmi il suo ultimo regalo. Regge in mano un mazzo di rose, ognuna di un colore diverso. Ne conto sette. Sette come gli assenti alla mia esecuzione. Il mio piccolo arcobaleno di morte.

Sapevo di poter contare su di lei.

La guardo. Le sorrido.

Poi è solo il buio.