Ander Mig

 

 

Non frequenta nessun tipo di università, si aggira nei sobborghi di Milano studiando facce e azioni della gente, gioca saltuariamente a pallone, ascolta musica, legge e scrive. Negli attimi di quiete completa la xilografia di Durer raffigurante i quattro cavalieri dell’apocalisse.

 

I NUMERI MAGICI

 

Ossessione. Perenne stato di concentrazione fuori da ogni concezione, tutto per cercare una stupida relazione.

 

     Una fioca luce illuminava la scrivania situata all’angolo ovest della stanza. Un labile e soffocato chiarore prodotto da venti miseri watt evidenziava pacatamente il disordine regnante in quei due metri quadrati di legno. Fogli scritti in rosso raffiguranti cifre, virgole, segni matematici … e poi penne, pennarelli, calcolatrici, sigarette spente dentro e fuori un portacenere trasparente, croste di pizza, briciole di pane, lattine vuote e tazzine sporche.

Lui, lì, svaccato sulla sedia a rotelle modello intervistatore telefonico, ad aspirare il fumo della sua penultima sigaretta e a concedersi un attimo di vuoto mentale fuori da quella pazza ipotesi. Ed erano giorni che andava avanti in quel modo. La poca cura personale, l’odore di stantio che aleggiava nella stanza e il telefono staccato faceva presupporre qualcosa di strano, qualcosa di simile ad una crisi sentimentale, ma a sviare l’ipotesi c’erano in camera centinaia di fogli, decine di matite e un cestino dell’immondizia colmo di carta. Gia! Qualcosa in cantiere. Ma cosa? Cos’era che angosciava Kut da non lasciarlo vivere?

 

Al parco. Quattro giorni prima

 

- Butta il sasso Giorgia! –

- E’ sul quattro! – urlarono in coro le bambine

- Non ce la farà mai – sosteneva ridendo una di loro

- Smettilaaa! –

Un salto, poi un altro e poi bum! Per terra. Un coro di risate accompagnarono la caduta della bambina. I piccoli in bicicletta sopraggiunsero per gustarsi lo spettacolo e poi infine, per ultime, a drammatizzare, le mamme. Chiacchierii, litigi, pianti, gridi e urla di gioia si mescolavano contribuendo a creare un insopportabile rumore di fondo a cui era impossibile sottrarsi.

 

- Insomma! Cazzo! Non si può studiare in questa maniera – borbottò tra sé Kut.

In quella splendida giornata di sole s’era ripromesso di immagazzinare una volta per tutte le tediose teorie di Schopenauer. Troppo accogliente e piena di distrazioni la casa. Troppi via e vai di belle ragazze e simil-amici in biblioteca. L’unico posto carino e naturale era il parco della periferia sud, dalla parte opposta della città rispetto a casa sua, così da evitare amici, conoscenti, musica e televisione.

Era tutto incredibilmente perfetto se non era per quel gruppo di mocciosi. Non lo aveva considerato. Anche a debita distanza il trambusto da loro provocato arrivava al suo udito deconcentrandolo.

Chiuse il libro che stava sottolineando e riempiendo di scritte ai margini e sorseggio il suo the in bottiglietta.

 

Il caos che si era creato prima in mezzo al parco era scemato. La mamma della bambina caduta la stava sistemando per percorrere la strada verso casa.

Giorgia, la piccola, si fece ridare il pallone e con sua madre s’incammino verso l’uscita del parco.

- Povera piccola – pensava Kut – così canaglie e così casinisti ma dannatamente pieni di vita –

Giorgia faceva rimbalzare la palla per terra, continuando a giocare da sola fino a quando un piccolo sasso fece fare alla palla un rimbalzo strano che gli sfuggì di mano finendo proprio accanto a Kut.

Giorgia corse a recuperarla.

Kut la raccolse e quando arrivò gliela porse.

- Tieni piccola! E non te la prendere se hai perso con le tue amiche – disse Kut.

- Io perdo perché non calpesto certi numeri – rispose la piccola prendendo la palla tra le mani.

- C..come? che numeri? - Chiese Kut.

- I numeri magici –disse la bambina con naturalezza

- I numeri magici? E quali sono? –

- Il tre e il sette –

- il tre e il sette? E perché proprio loro? –

- Beh! Il tre è il numero della Trinità e il sette sono i peccati, ovvero il numero del Diavolo e … -

- Giorgiaaa! Andiamo che è tardi! – l’urlo di richiamo della madre la fece interrompere.

- Devo andare signore. Grazie per la palla. Ciao – e corse via in direzione di sua madre.

- Aspetta … - Kut tentò invano di trattenerla ancora un poco. Quel discorso lasciato a metà lo aveva incuriosito.

I numeri di Dio e del Diavolo. Il rispetto per questi due numeri da non sfiorarli nemmeno in uno stupido gioco. O forse il punto era proprio il gioco. Non giocare con il Signore  e Lucifero. Ma cosa stava per dire la bambina quando la madre l’aveva richiamata a sé? Quella congiunzione stava ad introdurre una seconda parte di quella rivelazione. Una parte sicuramente importante. Prima la presentazione, poi il fatto e infine la conclusione. Così è composta la struttura di una piccola storia. Quindi: presentazione dei numeri, loro uso e consumo nella società o fuori da essa e la soluzione, il resoconto, la rivelazione. Ma … quale?

- Fanculo! Schopenauer mi da alla testa –

Kut si alzò dalla panchina e si diresse verso casa passando per gli scalcinati quartieri popolari, palazzoni decadenti di color giallo ocra. Valorosi testimoni d una plebaglia scalciata ai lati della grande festa, che se ne sta a guardare rabbiosa e immagazzina odio.

Poi il crescendo d’ossessione, i pasti saltati, le ore di sonno perse e un pensiero fisso come un macigno irremovibile. Da lì, carta e penna, due idee, qualche teoria, poi una calcolatrice, piccoli grafici, libri, puntine evidenziatori e l’inizio del vortice onnivoro affamato a tempo pieno. La non-vita, l’esistenza funzionale a scopi più o meno nobili ed etici fino all’arrivo, il raggiungimento della meta, quasi sempre, a conti fatti poco appagante relazionata al tempo e alle energie investite. Ma al vortice non importano rapporti di confronto. A lui basta spazzare a raggiera e mangiare il più possibile.

 

- Interessante prescrizione medica – ironizzava Kut leggendo il fogliettino consegnatogli da Leone, un suo amico entrato in casa da poco.

- Dì, ma mi hai preso per un pazzo? –

Leone lo guardava, gli scappò un sorriso e rispose

-Siiii! Cazzo ti lascio cinque giorni e ti ritrovo malnutrito, sporco e in mezzo a un mucchio di fogli zeppi di numeri. Ma che mischia stai combinando? Non stavi studiando sociologia? –

- Progetti paralleli – rispose Kut

- Progetti paralleli? Credimi, non trovo nessuna relazione tra Schopenauer e la matematica –

- Non è matematica –

- Beh! Fisica –

- Non è neanche fisica –

- Ma chi se ne frega! Nevrosi! Vogliamo chiamarla nevrosi? –

- Chiamala come ti pare –

detta questa frase Kut si riavvicinò al tavolo di lavoro e prese la penna in mano.

- Vabbè! Inutile! Come parlare a un mulo. Ci sentiamo…se guarisci. Ciao – e Leone uscì un po’ scocciato dal fallito tentativo di riabilitazione alla vita nei confronti di Kut.

 

Passarono altri due giorni. Due giorni di sofferenza e tedio, di solitudine forzata e di matite consumate, senz’aria, smog e suoni.

Facendo un’accurata selezione dl suo lavoro, scartabellando tra il caos che aveva intorno estrasse un paio di fogli stropicciati, figli di ore di concentrazione. Gli unici due fogli, a suo parere, che più si avvicinavano a ciò che stava cercando di scoprire.

Rilesse la nota a fianco ben evidenziata : legame tra le ultime cifre dei multili di 3 e 7.

Velocemente scorse le varie operazioni che seguivano mentre annuiva con la testa.

Semplice come l’acqua, senza andare ad applicare leggi matematiche moderne e complicate.

Le tabelline! Tabelline che erano a conoscenza di tutti. Le dieci tabellone fondamentali dall’uno al dieci, imparate a scuola ancora prima di scrivere. Dieci come i comandamenti e in contemporanea anche la somma di tre e sette.

Fin troppo semplice.

Aveva esaminato le varie moltiplicazioni e una volta scritta in colonna la tabellina del tre e di fianco quella del sette notò uno strano iter.

Il numero della cifra ottenuta moltiplicando il tre con l’uno era uguale all’ultimo numero ottenuto moltiplicando il sette con il nove. Quindi la prima moltiplicazione della tabellina del tre era relazionata all’ultima moltiplicazione della tabellina del sette. Notò la stessa cosa con la seconda moltiplicazione del tre (3x2) e la penultima (l’ottava) del sette (7x8). E così via: (3x3)=9 e (7x7)=49 ; (3x4)=12 e (7x6)=42 ; (3x5)=15 e (7x5)=45 ; (3x6)=18 e (7x4)=28 ; 3x7=7x3 ; 3x8=24 e (7x2)=14 ; (3x9)=27 e (7x1)=7.

Si parlava unicamente di ultime cifre del prodotto, l’unica cifra esattamente uguale era quando i due numeri si incrociavano tra di loro. Questo continuo sfiorarsi sfociava nell’incontro del 7x3.

Questa danza tra buone e pessime azioni, questo alternare e relazionare la più piccola buona azione (3x1) con la più spregevole cattiva azione (7x9) e poi pian piano avvicinarsi, fino ad arrivare al più grande e caritatevole gesto (3x9) e la più piccola nefandezza (7x1). Un walzer in cui S. Pietro e Lucifero gareggiavano come titani per mostrare a tutta la terra la giusta via da seguire, il partito da prendere.

Kut aveva cerchiato il loro incontro in campo neutro finito in parità. Il 3x7 era la via.

21, il loro scontro. Il loro scontro sulla Terra per la Terra. Ma dove? Dov’era la risposta? In che luogo? Il 21 non bastava. Serviva un altro indizio.

Kut, come su una poltrona dei uno psichiatra, in stato semi-ipnotizzato, lasciava fluire alla rinfusa collegamenti opportunamente registrati da un registratore per poi essere riascoltati. Dondolava su e giù e parlava a occhi chiusi senza badare ad alcunché. Auto-seduta libera, un’analisi senza circoscrizioni come una scopa che ramazza tutto in una stanza e crea un mucchietto di quello che raccatta per terra, così avvicina l’orecchino d’oro perso dietro il divano alla cenere di sigaretta giacente sotto al tavolo. Quindi 3-7-21- il parco la bambina- i fogli - la palla – Leone. La bambina! Il nome? Gina? No! Gianna? Neanche! Giorgia! Si, Giorgia, l’ambasciatrice del messaggio. Presa la mappa della città, andò sull’elenco delle vie, ma niente che assomigliasse a Giorgia. Il più simile risultava Giorgio di Sassonia. Ma che c’entrava un principe protestante del XVII secolo con questa storia? Il viso gli si illuminò gli occhi quando continuò a far scendere il dito sull’elenco. Leone X. Papa Leone X, lo scomunicatore di Martin Lutero. Posizione geografica: C-7.

Ancora i due numeri, ancora il dieci, ancora un protestante e ancora un mal di testa acuto.

 

Nuvole scure sovrastavano il cielo terrorizzando passanti che camminavano sotto i cornicioni. Gocce d’acqua cadevano, atterravano e scorrevano lungo i lati del marciapiede fino a confluire in tombini dove sparivano nel nulla.

Kut spiava dalla finestra le condizioni climatiche senza battere ciglio. Quell’inaspettata pioggia aveva avvolto la città sotto un velo gotico e misterioso traspirante dolore come a testimoniare torti mai vendicati da nessuno ed una sorta di rassegnazione alla sconfitta. Il rumore della caffettiera lo richiamò in cucina. Bevve il suo caffè, si infilò il giubbotto e uscì sotto il diluvio.

Percorse il lungo viale che conduceva alla piazza principale, poi girò a destra e poi ancora a sinistra. La città si presentava quasi vuota, il pessimo tempo aveva convinto tutti a stare a casa a drogarsi via etere. Così l’aria era quasi respirabile, i pochi mezzi a motore che circolavano non davano neanche fastidio e in giro a pieni polmoni acqua e ossigeno purificavano corpo e spirito. Più in fondo iniziava Corso Leone X, strada lunga e piuttosto larga, piena di grossi caseggiati e fabbriche di poca importanza. I semafori arancioni lampeggianti regolavano in modo insicuro il fluire di veicoli e persone. Ai bordi delle strade operai e spacciatori, commercianti e corrieri che si guadagnavano di che nutrirsi senza badare al giusto e al sbagliato.

Kut scrutava i numeri civici che crescevano di due in due. Dopo il secondo semaforo si trovò di fronte al 21.

L’edificio era un vecchio palazzo di tre piani con qualche tegola in meno e qualche crosta in più. L’intonaco saltava via dalle finestre come le cavallette in campagna durante l’estate. Le imposte erano quasi tutte aperte tranne quelle dell’ultimo piano.

Effettivamente Kut non sapeva bene cosa era venuto a cercare in quella casa. Diede un’occhiata ai citofoni ma dai nomi non risultava niente, semplici cognomi. Appoggiò la mano al cancello e questo si scostò. Era aperto.

Attraversò l’atrio ed accese al cortile. Si guardò attorno. Scala A sulla sinistra, scala B in centro e scala C sulla sinistra. Valutò la situazione, stava per dirigersi alla scala C quando vicina ad essa notò un sottoscala da cui provenivano voci.

- Le cantine! Sicuramente – pensò Kut.

Ritornò sui suoi passi quando risentendo le voci si accorse che non erano di persone adulte bensì di ragazzini, alché si diresse verso la scala che portava di sotto.

Le scale, umide e scivolose, composte da due rampe di dodici scalini portavano ad un lungo corridoio in cui si affacciavano molteplici porte di legno sia da un lato che dall’altro. La luce al neon ad intermittenza non lo rassicurava affatto. Incominciò a percorrere il corridoio sorreggendosi e tastando le pareti per non inciampare. Odore di ratticida e muffa si mescolavano sperimentando nuovi livelli di sopportazione dell’olfatto. Passo dopo passo, mentre gli occhi pian piano si abituavano alla strana illuminazione, Kut avanzava seguendo con l’udito le voci bianche dei ragazzini.

Ancora qualche metro, ancora qualche porta. Controllò le tasche. Aveva portato qualcosa? Somigliava tanto ad una caccia al serial killer che di solito lo sbirro prima di aprire qualche porta controlla il numero di munizioni nella pistola.

Invece, cosa c’era in tasca? - Vediamo… sigarette, accendino, chiavi di casa e cazzo è questo? Ah! Un apribottiglie. Cazzo! siam messi bene –

Era oramai giunto davanti alla porta, che tra l’altro era aperta, o meglio semi-aperta. Fece per spiare all’interno e nell’oscurità intravide in fondo alla stanza una bambina, dai capelli lunghi ricci, seduta su una sedia che scriveva su un tavolo. Lui la spiava cercando di  individuare meglio la sagoma, visto che comunque non le vedeva il viso, il quale era girato dalla parte opposta alla sua. Intorno a lei niente, o meglio non si scorgeva niente, l’unica fonte di chiarore era data da una misera candela che era posta sul tavolo e permetteva alla bambina di scrivere. Le voci che prima si sentivano erano di colpo sparite. Kut stava per fare dietro front provocando il minimo rumore possibile. Stava per girarsi e ripercorrere a ritroso il corridoio quando una voce spezzò il silenzio delle cantine.

- Entra Kut – era la bambina che parlava mentre continuava a dargli le spalle e a scrivere.

- Un po’ in ritardo ma sei arrivato. Bravo! –

- Arrivato dove? – domandò Kut, che nel frattempo non si era mosso di un centimetro.

- Beh! Qui! Ti abbiam dato un aiutino mandandoti il tuo amico a casa ma tu sei stato troppo frettoloso. Non vedevi l’ora di precipitarti. Non che io non lo sapevo ma se ti fossi fermato ancora un giorno a riflettere … -

- Chi sei? Cosa vuoi da me? – Kut si irrigidì. Era arrivato lì dopo giorni di pazzia e lei gli diceva che aveva sbagliato.

- Kut, Kut – sospirava la bambina girando la sedia di 180 gradi.

Lui la riconobbe subito. Giorgia! Beh! Un dubbio lo aveva anche prima che fosse lei ma nell’oscurità non era poi tanto sicuro. Ora però rischiarata a metà dalla candela riconobbe quel metà viso che si poteva intravedere.

- Troppa matematica, poca storia. Le studi si svolgono considerando vari tipi di campi e mettendoli  in relazione. Non basta scegliere la materia e trovare un nesso tra due elementi a lei appartenenti. O meglio si può, ma poi si deve continuare ampliando la questione, allargando il cerchio. Mi capisci Kut? –

Kut effettivamente non capiva e non capiva neanche come mai una ragazzina così estremamente giovane parlasse in quella maniera.

- Ti aiuto io Kut a comprendere. Avvicinati! Dai avanti, non avrai mica paura di una ragazzina? – Giorgia lo incoraggiava facendo un gesto con il braccio a mò di vigile.

Kut riflettendo si avvicinò. Cosa poteva mai temere da una ragazzina?

Giorgia si risedette e continuò il suo discorso.

- Dai Kut! Leghiamo il discorso alla storia. Forza! Riordiniamo le idee. Si parla di tre e di sette, di bene e di male. Iniziamo con il tre che è più facile. Avanti Kut! Cosa ti viene in mente –

Il suo fare da maestrina lo stava innervosendo ma voleva comunque arrivare a capo di questa strana vicenda e capire cosa non era arrivato a scoprire.

- Tre..tre.. – Kut pensava ad alta voce, poi guardò Giorgia come a spiegare la difficoltà di concentrazione in quel posto. Lei capì subito e volse lo sguardo sopra la candela fissando un crocefisso appeso al muro.

- Le tre croci. Gesù e i due ladri – esultò Kut.

- Bravo! E il sette? –

Kut ritornò nel suo stato di concentrazione.

- Relazione, ricordi Kut! Qualcosa in relazione con l’accaduto – suggeriva Giorgia

- Dove è stato crocifisso? –

- Sul Golgota. Il monte Golgota. Golgota…sette lettere -

Giorgia sorrise, la sua espressione però cambiò di colpo. Ritornò al tavolo e riprese la penna in mano.

- Capisci ora perché non dovevi venire? – domandò Giorgia senza guardarlo e continuando a scrivere.

Kut fu colpito alla testa da qualcosa di duro e rotondo, poi sulla coscia destra e sul ginocchio sinistro. Dalle pareti, che ancora non aveva ispezionato da quando era entrato, spuntarono dei bambini, che a quanto pare erano restati lì per tutto il tempo nella penombra e in silenzio mentre lui parlava con Giorgia. Bambini poco vestiti, a piedi nudi, sei bambini con Giorgia sette. Sei bambini che tiravano sassi e con occhi allucinati e in preda a mistici deliri lo scrutavano con rimprovero e sdegno.

- Kut! Sei il prescelto e oggi con te nasce un secondo cristianesimo -.

 

 

  

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI STRANI TERRITORI DI BASSO

 

     Il Cabernet 2000 che aveva bevuto a pranzo gli spezzava il fegato procurandogli delle fitte allucinanti. A poco era servito mangiarci assieme la polenta con lo spezzatino di vitello. Doveva ancora andare in bagno. Il suo eterno problema. Non riusciva a trattenersi per più di 10 minuti. Scaduto il tempo limite doveva precipitarsi a defecare in qualunque posto, il luogo non aveva importanza. L’importante era espellere ciò che procurava dolore dentro di lui.

     Tony, finito il suo piatto rifiutò il bis con garbo, bevve un bicchiere d’acqua naturale e si alzò da tavola chiedendo venia per l’abbandono del suo posto prima della fine del pranzo. I genitori di Clara, la sua ragazza, lo scusarono senza problemi. Clara sorrise capendo il motivo per cui Tony s’era alzato. Maria, la madre, intanto toglieva le pentole dal tavolo e chiacchierava con Clara del suo nuovo lavoro: commessa in un negozio di suppellettili di ogni genere. In televisione intanto Sandro Piccinini presentava le formazioni di Roma e Modena che 25 minuti dopo si sarebbero incontrate per disputarsi 3 punti piuttosto importanti per la classifica di entrambe. Giuseppe, il padre, seguiva interessato le disposizioni delle due squadre in campo con la schedina sul tavolo. Da quando aveva fatto 12 nel lontano 1987 aveva continuato a giocare ogni domenica senza mai azzeccare tutti 13 i risultati.

     Tony percorse il breve corridoio della casa per dirigersi in bagno. Vicino alla cassapanca su cui era appoggiato il telefono era appeso uno specchio abbastanza grande. Tony si specchio un attimo, di sfuggita. Poi si esaminò più dettagliatamente: stava incominciando a sudare, il colore del suo viso stava tendendo al rosso e i suoi capelli lisci così fini incominciavano a radunarsi in ciocche bagnate.

Il bagno era lì a due metri, bastava varcare la porta marroncina che giaceva sulla sua destra. Il suo telefono cellulare però fermò la sua corsa. Lo squillo nevrotico eccessivamente alto non doveva, a suo avviso, assolutamente disturbare il pranzo a cui era stato gentilmente invitato, quindi cambiò di colpo direzione e si diresse verso l’attaccapanni. Infilò le mani nelle tasche della sua giacca di pelle strausata e perlustrò alla ricerca del maledetto aggeggio che intanto continuava a suonare ininterrottamente. Nelle tasche a quanto pare non c’era. Le fitte e i bruciori intanto aumentavano. Tony si piegava tenendosi la pancia con una mano, alzava i piedi alternativamente sperando di poter trattenere ciò che non voleva più essere trattenuto. Nel frattempo gocce di sudore lasciavano la fronte per scendere più a sud sullo zigomo e poi schiantarsi a terra sul pavimento.

- La borsa !!! – forse era lì il cellulare. Apri velocemente la borsa di Clara e da dentro vi trovò il telefono con il display blu elettrico. Lo prese con soddisfazione e schiacciò l’OK per porre finalmente termine a quel rumore insopportabile.

- Tony !!! ma dove cazzo sei ? dobbiamo giocare questo pomeriggio. Non ti ricordi?  

  Piero e Sandro ci aspettano al campo fra due ore -

- Ciccio scusami ma ho da fare adesso ti richiamo io tra 20 minuti. Ciao –

Ora che s’era liberato di Ciccio poteva finalmente dirigersi in quel posto. In preda a schizzi epilettici aprì la porta, la richiuse alle sue spalle e diede un giro di chiave, poi si precipitò diritto al water. Abbassò l’asse di legno e si sedette immediatamente sopra abbassandosi prima pantaloni e boxer.

La prima mandata fu piuttosto immediata, Tony tirò un sospiro di sollievo. Si asciugò la fronte e prese a respirare a grandi boccate. Era decisamente sollevato. Quel cabernet lo faceva quasi sempre raggiungere il bagno prima del tempo però a suo parere era veramente buono. Tirò l’acqua e cercò la carta per pulirsi. Era sulla sinistra. Per sicurezza rimase altri due minuti seduto, onde evitare di tornare in bagno una seconda volta.

Lo specchio da bagno davanti al lavandino era ormai vecchio, le antine erano  sbeccate e sopra erano presenti i vari prodotti che la famiglia Gualdrappi usava per la cura del proprio corpo: shampoo, saponi, lozioni, balsami e profumi vari. I pettini erano posti in un piccolo ripiano in basso. La lavatrice nuova a lato sorgeva imperiosamente dal pavimento e dominava la scena degli elettrodomestici.

Una piccola mantide religiosa camminava sul muro vicino alla porta del bagno. Sembrava spesata, come se fosse uscita per la prima volta all’aperto e visto l’enorme spazio che gli si presentava davanti era indecisa che direzione prendere.

Rincominciarono le fitte.

In basso a destra, dove era posto il bidè una colonna di scarafaggi bianchi si dirigeva verso il lavandino. La polvere bianca presente sul pavimento usata per ucciderli probabilmente non era servita a niente, al contrario, sembrava aver rinforzato l’orgoglio degli scarafaggi che erano usciti dal loro abituale rifugio per ispezionare nuove zone da occupare.

I bruciori intestinali intanto laceravano organi interni procurando dolori lancinanti. Tony era allo stremo.

Sopra, dalle tubature che percorrevano la stanza da bagno, si muovevano nervosamente ragni magri che andavano avanti e indietro come se avvertissero una pericolosa situazione imminente.

Tony rincominciava a sudare, i suoi occhi preoccupati seguivano tutti i movimenti degli insetti stranamente presenti in quel bagno quando sentì uno strano rumore come di nacchere. Nervosamente, in preda al panico cercò di individuare il luogo di provenienza dei rumori che aumentavano pian piano. Quando si girò a sinistra e vide sul bordo della vasca spuntare delle chele incominciò seriamente a preoccuparsi. Dalla vasca fuoriuscivano chissà da dove grandi e piccoli granchi che si dirigevano un po’ dappertutto: un po’ sulla lavatrice, un po’ verso la porta e un po’ verso il calorifero situato più lontano della vasca.

L’impossibilità di muoversi dovuta ai pesanti dolori allo stomaco portava Tony a restare incollato alla tazza del water e ad assistere impotente a tutto quello che stava per succedere in quel bagno infernale.

La tensione nervosa e il panico gli facevano cambiare visuale tre volte al secondo. La fobia aumentava. Osservava tutti i movimenti di tutti i singoli animaletti che erano presenti.

Notava il camminare incerto della mantide verde, la quale probabilmente aveva subito un duro colpo all’antenna sinistra dato che era leggermente più inclinata dell’altra.

Seguiva le accese discussioni degli scarafaggi bianchi, i quali si muovevano in una direzione, poi si fermavano e la cambiavano andando addietro ad uno di loro, il bastian contrario del gruppo. Le lotte per il comando quindi li portavano a fermarsi spesso, a discutere e ad incamminarsi sempre in direzioni diverse. Volevano occupare un’altra zona del bagno ma non sapevano quale.

I ragni, quali osservatori speciali, studiavano dall’alto i nuovi assestamenti delle fazioni occupanti dei territori di basso. La premonizione li aveva portati ad abitare le zone alte dei territori. Il gran capo dei ragni aveva predetto una grande battaglia per i territori di basso. L’eccessivo aumento di diverse specie nei territori poteva portare solo ad uno scontro immane. Così aveva ordinato ai giovani ragni di fare da vedetta sulle tubature per tenersi pronti.

Tony s’era quindi trovato in mezzo ad una vera e propria guerra e non poteva fuggire. Il suo cuore batteva all’impazzata. Fiumi di sudore allagavano il pavimento e il suo respiro affannoso gli faceva aumentare i dolori già ad uno stato quasi terminale. Tentava di contenersi, storcendo la bocca ed emettendo piccoli grugniti. E poi tra una fitta e l’altra continuava ad osservare la situazione.

La casa di Clara era una trappola. Clara l’aveva messo in trappola. D’accordo coi suoi l’aveva avvelenato e l’aveva costretto ad entrare in quella malefica stanza dove sarebbe stato sterminato. Intanto li sentiva dal soggiorno: ridevano. Ridevano i bastardi. Ridevano di lui e della sua fine. Fottuti stronzi. Quale era la sua colpa? Non lo sapeva ma Clara se sarebbe uscito da questa situazione l’avrebbe pagata molto cara. Quella troia!

Il rumore dei granchi era diventato assordante. Ora aveva capito. Erano loro gli invasori, l’elemento di squilibrio che turbava la pacifica convivenza nei territori di tutte le altre specie. Erano arrivati in assetto di guerra battendo le chele e spandendosi in giro nei territori di basso. La loro grossa mole li vedeva estremamente avvantaggiati nello scontro.

Due minuti dopo si fermarono tutti nella postazione ove si trovavano. Usci dalla vasca un grande granchio nero, più grosso di tutti gli altri si voltò versò Tony che strasudato con due pupille dilatatissime lo fissava incredulo, poi aprì con una chela il rubinetto dell’acqua fredda e azionò la doccia. Il bagno incominciò ad allagarsi. Pioveva sui territori di basso. Il terreno facilitava i movimenti alle specie di mare che sotto il nubifragio sferrarono l’attacco. Mentre poche unità si dirigevano contro la mantide solitaria e poche di più verso gli scarafaggi bianchi il grosso del plotone si avviava verso il water: la loro futura base.

Tony, allucinato da tutto cominciò a gridare come un pazzo mentre i ragni  fuggivano e gli scarafaggi venivano sterminati brutalmente. Le grida da neuro si spandevano per tutta la casa. I genitori di Clara e Clara stessa si precipitarono in bagno tentando di capire cosa stava succedendo.

- Cosa c’è Tony ? che ti prende ?- domandava ad alta voce Clara preoccupata   dalle grida che fuoriuscivano dal bagno.

Tony non rispondeva. Si limitava a gridare e urlare come uno schizofrenico, impietrito da ciò che stava succedendo all’interno.

- Cristo Tony !!! cosa diavolo sta succedendo lì dentro ? – Clara era arrivata

Al suo normale stato d’isteria che raggiungeva solitamente quando litigava con lui. Maria aveva alzato la cornetta del telefono per chiamare qualcuno ma non sapeva chi. Giuseppe incredulo si metteva le mani tra i pochi capelli che gli rimanevano non riuscendo a capire.

Dal deretano di Tony uscì di colpo prepotentemente un grosso pezzo di feci, che quando tocco il fondo del water fece schizzare l’acqua fuori dalla tazza. Gli animaletti così numerosi e incazzati che prima guerreggiavano sparirono di colpo. Niente più granchi, scarafaggi, ragni e mantidi. Tony smise di gridare e accuratamente si accertò della non presenza di tutti gli insetti che c’erano prima. Era finito l’incubo, non c’era più nessuno, l’acqua era chiusa e tutto procedeva nel migliore dei modi. Ancora in stato confusionale tirò l’acqua e raggiunse la porta. Girò la chiave e uscì provatissimo dall’intensità degli avvenimenti che aveva vissuto in prima persona poco prima. Clara e i suoi genitori lo guardavano increduli per un secondo poi incominciarono a tempestarlo di domande a cui lui non diede risposta. In bagno, nel water, intanto giaceva ancora lo stronzo. L’acqua corrente non era riuscita a rimuoverlo. E lui era rimasto a testimonianza di tutto l’accaduto: uno stronzo allucinogeno.