ANDREA DE MONICO
Classe 87 ho vinto per due volte il concorso di scrittura interno alla mia scuola, in IV ginnasio la sezione di poesia, in I liceo quella di prosa. Suono la tastiera in un piccolo gruppo della zona. Ammiro incondizionatamente Dante Alighieri. Alcuni miei scritti sono on-line sul sito “Poetare.it” alla pagina di Divae Manus Caballus (ridicolo pseudonimo latino riguardo alla delicatezza del mio tocco sulla tastiera).
RACCONTO
Quel giorno al foro c’era il sole, e una folla trepidante gremiva lo spazio immenso della piazza. Non era un giorno come gli altri: si aspettava la “declamatio” di Marco Tullio Cicerone contro Catilina. Già in Senato il console aveva ampiamente parlato della congiura e correva voce che volesse condannare i colpevoli senza processo. Ad ogni modo, quando egli arrivò, con la toga bianca e il suo bravo bitorzolo sul naso, e si presentò ai Quiriti, ci fu un boato straordinario. Ostentando modestia, egli tentò di zittire a poco a poco la gente con il gesto delle mani.
Quando tutti si ricomposero, inspirò profondamente per cominciare, ma proprio al momento di dire la prima sillaba il respiro gli si strozzò in gola. Infatti si stavano facendo largo, tra le mille tuniche bianche, suscitando stupore e irritazione, due strani individui: una donna, la cui carnagione scura (sicuramente in virtù di certe pratiche artificiali) risaltava sul monocromo della piazza, con un vestito che non assomigliava né a quello delle matrone romane né a quello delle donnette del popolo. Dietro di lei un uomo, che indossava singolari brache nere alla gallica e che portava, legato al collo, un lembo di tessuto anch’esso nero, somigliante a una lunga coda.
Il console rimase impietrito come avesse visto Medusa e non si mosse neanche quando i due salirono sul suo palchetto e cominciarono a parlare:
- Ma che bel pubblico abbiamo qui stasera! – cominciò con notevole accento felsineo la donna, - allora cominciamo subito a vedere gli ospiti di stasera, vero Gene? –
L’uomo, evidentemente chiamato in causa, stava per intervenire ma Cicerone, riavutosi dallo smarrimento, lo precedette:
- Chi siete voi, e a quale titolo venite a interrompere il mio discorso? –
- Ma come – rispose Medusa, - noi siamo Simona Ventura e Gene Gnocchi, i più famosi, geniali e divertenti presentatori della televisione italiana! –
- Ah, la televisione! Un oracolo mi predisse un tempo l’avvento di tale mostruosità e me la descrisse come nefanda e oscena: o ruina animae mentisque! –
- Sì, sì, ok… ma avete visto come è bravo questo? Parla anche l’inglese! Veramente eccezionale! Un applauso! A proposito, come ti chiami? –
- Il mio nome è Marcus, della gens Tullia, e ordino a te e al tuo indegno socio di andare a vendere le vostre vanità altrove –
Medusa – Ventura, a questa risposta, fece buon viso a cattivo gioco, sorrise e ricominciò il suo sproloquio urlato e gracchiante:
- Bene! Abbiamo qui con noi stasera Marcus Tullius, noto poeta inglese che ha conquistato tutto il mondo con le sue liriche… Le sue liriche… Scusa Gene, potresti fare scorrere il gobbo che non vedo bene? –
Gene Gnocchi, che reggeva lo strumento, prontamente girò la manopola.
- …Le sue liriche piene di valori e libertà. Un bell’applauso! –
La folla rimase muta e immobile. Cicerone, a sentire quella infinita raffica di stupidaggini, sbottò e con voce vibrante e potente disse:
- O popule cui res nullius momenti maximae esse videntur! Popolo Romano e voi, popoli di tutto il mondo e di ogni tempo, guardate questi due individui: sono felici di loro stessi, felici di intrattenere la gente col riso e con lo scherzo… -
- E perché non dovremmo? – intervenne Simona Ventura.
- Giusto, - continuò il console, - perché non dovrebbero? Perché togliere alla gente il piacere di divertirsi e di non pensare? In fondo è un diritto sacrosanto e giustissimo. E allora lasciate che la televisione si insinui nelle vostre case subdola, lasciate che dolci corpi seminudi di ragazze monopolizzino gli sguardi e le menti, lasciate che tutti ammirino qualsiasi programma e applaudano per ogni sciocchezza che vi si dica o faccia, mentre le sorti del nostro mondo, del nostro futuro, della nostra realtà vengono decise a chilometri di distanza senza che nessuno sappia nulla. Lasciate che le note plagiate, scontate e demenziali di canzonette facili e senza senso coprano le urla di dolore e rabbia che arrivano da ogni dove. Assecondate il desiderio di facili amplessi e facili guadagni che pervade il Paese del Niente e della Finzione, pendendo dalle labbra di ragazzotti ignoranti e stolti che tracotanti si atteggiano come dèi scesi tra i mortali.
Perché cercare di opporsi a tutto ciò? Ormai tutto è permesso, tutto è lecito, ognuno ha la possibilità di fare ciò che vuole. E certo, sono grandi conquiste. Ma io credo che, unite a queste, debba esserci in ognuno di noi un poco di sana vergogna, di pudore. E non pensiate che io, da moralista bacchettone quale sono, parli solo della pornografia, del sesso gratuito: io parlo soprattutto del morboso desiderio di osservare la vita e le vicende di qualcun altro, della passività con cui si accetta qualsiasi stupidaggine ci venga propinata, dell’accidia con cui invece si rifiuta ogni impegno civile e ogni invito a rifletter su ciò che stiamo vivendo, sempre in nome del divertimento e della bugia. O tempora o mores! –
L’eco delle parole di Cicerone risuonò ancora per qualche attimo nell’aria, e tutti rimasero ad ascoltarla, turbati e stupiti. Simona Ventura si sentì in dovere di rompere quel meraviglioso silenzio adorante, da vera signora dello spettacolo e, intempestiva come nessun’altra mai, disse:
- Ma bene!, bravo!, a noi piace sentire queste persone vere, schiette, senza peli sulla lingua, vero Gene? Oh, è proprio così che si fa… -
Gene Gnocchi si spostò allora al centro del palco, il volto scuro e contratto, per mettersi a sedere in un angolino. Simona, che di nulla si era accorta, continuava a tessere le lodi di Cicerone, ma ormai si vedeva che erano finte e che in realtà era stata punta sul vivo da quella bruciante invettiva. Quando quest’ultimo, disgustato dalla falsità degli elogi, le disse:
- Taci, stolta donna, ed evita di fingere una volta per tutte! -, allora lei sbottò e urlò indignata:
- Basta, non accetto lezioni da un rimbambito con un foruncolo sul naso! Me ne vado! –
Scese dal palco e riattraversò la folla, visibilmente irritata per la palese sconfitta che aveva subito.
Quando fu ormai lontana, il pubblico del foro capì che lo spettacolo era finito e cominciò ad andarsene a piccoli gruppi. A nessuno venne in mente di battere le mani nemmeno una volta, forse perché la verità, quando emerge chiara e violenta, zittisce tutto e tutti con la sua forza, fa sorgere molti dubbi e allora è meglio riflettere su quello che essa vuole dire per noi.
In mezzo a quel silenzio irreale, io andai verso Gene Gnocchi, anch’egli rimasto lì, seduto a pensare, e gli dissi:
- Strano vedere la regina della trionfante Era della Comunicazione non riuscire neanche a sostenere un dialogo, a comunicare, a reggere un dibattito… Cosa vuoi, scherzi della storia… -
E lui mi rispose piano, con la sua erre arrotata che sapeva di Emilia e di cose antiche:
- È vero –
(Grazie a Fausto per l’idea)
Chiunque
penetri in Grecia dalla costa, all’inizio trova ad accoglierlo un’atmosfera
molto particolare, veramente straniera, aliena. Strade velatamente asfaltate si
inerpicano attraverso muri di roccia nuda e graffiante, che si ergono maestosi
e cingenti, trascorsi da sporadici arbusti e conche secche d’erba: a prima
vista, per la loro immobilità senza tempo, per la durezza e la profondità con cui
si impongono nello spazio e lo creano come eterno, paiono esseri superiori.
Forse lo sono veramente, ma guardandoli con occhio attento e nuovo, ci si
accorge che parlano anche di antica semplicità, di pastori sapienti che
risalgono le ripidissime erte con le proprie capre, di splendida fatica, di
capanne circondate da pergolati in legno, insomma, di uomini e della loro
pacata ma lucida presenza.
Tali
elementi umani, che sommessamente e in silenzio popolano questo ambiente etereo
e altero, si incontrano ancora percorrendo una qualsiasi strada montana –
diciamo quella che sale verso Ioannina nella regione dell’Epiro – e appaiono
alla vista sfuggenti come venuti da un diverso tempo, intatti da secoli. Così
che si può entrare in paesi di casupole pietrose e basse, dove le donne
camminano fasciate da vestiti scuri e fazzoletti alla testa, si può scorgere la
fatica incisa sui volti degli uomini che sostano in cima alla riva, terminata
l’ascesa, e dietro di loro la fila di ovini che docilmente ne segue il passo,
si può vedere una cicogna – signori, una cicogna! – placidamente accovacciata
nel suo nido, alto su un tronco d’albero, rimanendo alla fine inevitabilmente
stupiti dall’intensità evocatrice trasmessa da tutto ciò. E si avverte in un
soffio da dove un simile teatro di verità attinga la sua forza: essa proviene
da una mancanza divina.
Ora,
cercate di capirmi, non si tratta di una mancanza “di Dio”, ma “in Dio”, cioè
di un azzeramento totale di ogni ammennicolo del reale per darsi completamente
e solamente a ciò che è deifico e, quindi, vero: proprio come le vertiginose
ripe delle montagne si scarnificano di qualsiasi altro elemento naturale e
rimangono lì, a scagliarsi contro il cielo e poi a scendere la propria
immensità. E proprio come gli uomini, che per le facce crepate e bulinate
sembrano oggettivare nella propria persona quella stessa asprezza e rocciosità
che li circonda, ed avvicinarsi così alla atarassia buona e vivificatrice che
continuamente percepiscono, e che si è potuta creare solo grazie alla forza e
all’energia di questa povertà materiale e grondante vera vita.
Tutta
questa infinita e commovente sacralità invade con tutti i suoi straordinari
sensi il ragazzo alla guida di un’automobile (niente di speciale, un’utilitaria
usata e un poco rovinata), mentre si inerpica per la via tutta tornanti che lo
porterà fra qualche ora a Kalambaka. È arrivato da poco nella dolce Ellade,
solo, imbarcatosi da Ancona e sbarcato a Igoumenitsa, ha studiato sulle carte
l’itinerario ed ora si sta addentrando nella terra da lui sempre sognata.
E
vedrà i monasteri a strapiombo su punte di roccia vecchia milioni di anni,
vedrà la pianura della Tessaglia e i suoi uliveti, vedrà le rovine di Delfi tra
i monti coperti di alberi, vedrà la bianca città alta di Atene e il tempio di
Atena parthenos parlargli come bocca sdentata di antico saggio nel cielo, e poi
l’isola di Pelope e il teatro di Epidauro, le aspre rovine delle dimore atride…
Tutto questo guarderà e toccherà con emozione nuova e tremante; ma tra le
pieghe di questa emozione, dentro il primo istante di questo sentimento, capirà
l’arcano inizio di tutto. E si formerà nella sua mente il lampo di un’immagine,
una figura istantanea: quella di un uomo solitario e affaticato che si aggrappa
alla pietra, contratto, e lì resiste.
Perché questa è la Grecia.