Angela Buccella


Nata a Milano nell’ 82 

un nuovo racconto di Angela pubblicato il 10/9/'04, scritto davvero bene ma molto forte, il contenuto è adatto a lettori adulti

 

Shina

 

I morsi della padrona sono inconfondibili.

Lasciano segni bluastri nelle vicinanze delle vene.

 

Sono seduta qua. Sulle ginocchia. Ho i seni di fuori.

Sul petto lunghe striate rosse. Dovute alla frusta.

Stavo col capo riverso mentre ricevevo sottili strisce di cuoio a solcare la bianca pelle.

 

Un collare. In onore di O. Largo. Di gomma nera.

Un piercing circolare di metallo al suo centro.

 

Caschetto di capelli corvino a coprire gli spasmi del mio volto.

A nascondere il lago dei miei profondi occhi neri.

 

Vicino ad un palo. Dall'altro lato Lei.

La mia dolce Signora. Il mio amaro incubo.

 

Mi sono prostrata. Tutto in un religioso silenzio.

Non le vedevo il viso.

Maschera di latex a coprirlo. Un lungo abito a riprodurre le sue forme.

Io.

Io.

A guardarla.

Ad osservarla.

 

Ho proiettato la lingua di fuori. Ho toccato il freddo acciaio del palo.

Ho simulato un sentimentale bacio.

 

Si è seduta. Io ai suoi piedi.

Li ho leccati. Ho assaporato ogni minima parte della sua carne.

Poi l'ho rifatto. Ancora. Di nuovo ancora.

 

Tutto in un religioso silenzio.

 

 

… fino al calcio.

Ammutolita mi sono accovaccita. Sotto di lei.

Una delle mia mani faceva da portacenere.

 

L'amabile Signora fumava sigarette lunghe e bianche scrollando la cenere sul mio palmo.

 

 

Io la guardavo.

 

Insistentemente.

Ringraziando di quel piccolo gesto.

 

Poi l'ha spenta.

Sfrigolio. Pelle che tornava ad essere viva. A sentirsi viva.

 

Mi ha fatto un cenno. Solo uno. Uno soltanto.

Mi sono sdraiata  a pancia in giù.

Ha preso il ferro messo a scaldare ed ora bollente.

La lastra di acciaio mi ha penetrata.

La lastra d'acciaio mi ha violentata.

 

Nero.

Perdita dei sensi.

 

 

 

Sasha si era messa a giocare con il mio fremente corpo.

Mi ero ripresa con lei sopra. Tremando.

Sottili aghi sulla fronte.

Cadeva fluido della vita nei miei occhi.

Costretta a serrare le palpebre.

 

"Sei una dea". L'ho sentita affermare.

 

Altri aghi a perforarmi i capezzoli.

Ha preso del nastro isolante nero e ha disegnato lunghi lacci intorno ai polsi ed alle mie caviglie.

 

La Padrona lucidandosi gli stivali prima di infilarseli ci lasciava fare.

 

Tutto in un religioso silenzio.

 

Ha preso i guinzagli. Ci ha separate con uno strattone. Tirando.

Poi ha unito nuovamente i due collari. Ci ha riavvicinate.

Abbiamo passato le dita sulle sue gambe, godendo di quel gesto.

Una di fronte all'altra, così, ci siamo leccate le ferite baciandoci.

Saliva a colare sul collo.

 

La padrona ora ci ha fatto distendere.

Il mio corpo nudo steso accanto a quello di Sasha.

Prende la mia testa.

Tira i capelli con forza.

Collo reclinato.

Mordo il labbro inferiore fino a farlo sanguinare.

Fino a farlo sanguinare.

 

Sasha si alza. Si mette sopra di me.

Gambe divaricate.

Orina.

Sul mio viso.

Nella mia bocca.

Poi si inchina, si piega in avanti. Si sistema a quattro zampe.

I suoi occhi cercano disperatamente i miei.

So cosa vuole.

Ma la padrona mi fa cenno di aspettare.

Non ora.

Non è ancora il momento di saziarla.

Sasha deve morire dalla voglia.

Sasha deve morire dal desiderio.

Sasha deve morire e basta.

Deve morire e basta.

Morire e basta.

Basta.

Ripeto basta.

 

 

Vedo la mia signora sollevare una gamba fasciata di nero e posare con la forza del suo corpo il tacco a spillo sulla sua schiena.

Gemiti.

Dolore e piacere a mischiarsi diventando sovrani.

Invidiosa di tanta attenzione mi prostro a lei.

Inutilmente.

Il tacco si insinua nella carne.

Vedo affiorare rosso.

La schiena di Sasha a piegarsi.

Si incurva.

Mi avvicino.

Sospiro.

Mugolio di frasi senza troppo senso.

Godo.

 

"Padrona…"

Si volta. Mi guarda.

I suoi occhi freddi. Di ghiaccio.

Faccio per allungarmi a toccarla.

Sento un rumore. Forte.

Sasha stremata a terra.

La padrona ha uno scatto.

Per la prima volta vedo nei suoi occhi un bagliore.

Un interrogativo.

Guardandola mi sento ancora più eccitata.

Allargo le cosce.

Bagnata. Vogliosa.

Giro la testa per seguire il suo sguardo.

Vedo il volto di un ragazzo alla finestra.

Vedo un movimento strano.

Non capisco.

Flash nella testa.

Così immobile. Completamente aperta.

In attesa.

Mi sento raggelare.

 

Vetri a terra.

Rumori ed isteriche grida.

Resto stupita. Occhi sbarrati. Attonita.

Uno mi viene davanti.

Mi dice che sono troia sferrandomi una manata.

"Lurida puttana cristiana".

Lo sento dire con rabbia.

Sono atea. Penso.

 

 

Vedo la padrona in un angolo della stanza.

Sasha è sempre a terra.

Ci sono altri dentro.

Dentro ci sono altri.

 

Mi allarga le gambe.

Si struscia su di me. Lo sento duro.

Non so cosa stia accadendo.

Sembra una lama. E' un attimo. Subito dopo non c'è.

 

Strillare. Sento strillare. Voci di donne.

Non vedo.

Non vedo. Più.

Nero.

Ho lui davanti. Solo lui.

 

Si avvicina un altro ragazzo.

Gli porge una ciotola.

Lo vedo immergere le dita. Le tira fuori rosse. Impregnate di rosso. Disegna sulla mia pelle.

 

Sempre più bagnata tra le cosce.

 

Pentagoni a cinque stelle.

666.

666.

Pentagoni a cinque stelle ornano i miei capezzoli.

666.

 

"Tienila più aperta" sussurra eccitato l'amico. Ha degli occhi da folle.

Lo squadro con incertezza.

Mi infila due dita dentro. Mi fa male. A fondo.

Mormora insulti.

 

L'amico inveisce contro il mio pube rasato.

 

Muove veloce le dita. Mi morde il collo.

Spasmi di terrore. Sento colare tra le cosce.

Mi scuoto con violenza.

"Fottimi" gli dico. Non mi ascolta.

"Fottimi!!" …

 

Si guardano.  

 

Ho un annebbiamento.

Mi sento piena.

Sono appagata.

 

Sbreghi sull'addome.

Ho sbreghi sull'addome.

Carne lacerata.

Il sangue mi manda in fusione la vista.

 

Tocco i tagli. Profondi.

Succhio le dita sporche.

Faccio per sporgermi verso il tipo che mi sta davanti.

Lo voglio dentro.

Ora. Subito.

Tutto.

 

Avvinghio le cosce intorno alla sua vita.

Le unghie sulla schiena.

Strappo la pelle. Con forza.

Conficcate a fondo nella carne.

Voglio che si ricordi.

Allucinato.

Voglio che mi possieda.

Che mi punisca.

Che si incazzi perché ho espresso desideri invece di prostrarmi.

Esemplare slave.

“Puttana mi fai male!”

“Ripetilo” lo apostrofo, sperando in un qualche schiaffo.

Allucinato.

Alienato.

Vorrei averne dentro anche un altro.

Ormai siamo solo noi.

L'amico non si decide a prendermi da dietro.

Voglio essere sottomessa.

“Coglione” penso.

Sento una fitta. Dovuta ai tagli.

Li guardo bene.

Vengo. Orgasmo.

 

Distrutta mi acquieto.

 

Sento la presa.

Sento la morsa alla gola.

Ora che ho calmato l'istinto. Apro gli occhi di scatto.

Così.

Sbarrati.

Lo vedo fissarmi. Ha quel ghigno.

Inizio a tossire.

Confusione.

Labirinto che disperde i miei pensieri.

Sensazioni a svanire.

Preda dei sensi.

Corpo disteso a cercare un ultimo alito di piacere.

Lo vorrei mio.

Ora. Ancora una volta.

Spasimi.

Immagini offuscate.

Voglia.

Rabbia.

Impotenza ad esplodere con prepotenza.

Cerco di urlare.

Ficco un' unghia nella mia pelle.

Non emetto suono.

Nessun fottuto suono.

Nessuno.

Solo il silenzio. 

 

 

Il silenzio.

Totale.

Regna sovrano. Adesso.

Pace.

Non sento grida laceranti. Non sento sospiri.

Alcuna sensazione.

Io distesa.

Sfondo omogeneo di nero. Tenebre ad accogliermi.

Le gambe rilassate ad attendere.

Il silenzio.

Re della mia anima.

Maestà del mio corpo.

Il silenzio.

Sono tornata regina.

Ora cammino nuda sull’asfalto.

Non c’è più nessuno.

Solo dolore ad incoronare il mio  capo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un nuovo interessantissimo racconto di Angela edito il 24/5/'04

 

LEI

 

Lei mi guardava, sempre, di continuo, da cinque lunghissimi e noiosissimi giorni.. io le urlavo di smetterla, di lasciarmi vivere in pace, ma niente, con insistenza lei continuava a fissarmi e sul suo volto, io lo vedevo, lì, ben disegnato quel ghigno, quell’aria zeppa di compassione.. CHE VUOI? VA VIA!!!! ..niente i suoi occhi rimanevano immobili sul mio corpo.

                          

Ora piango.. io non posso sopportare quell’interminabile disagio, lacrime bagnano il mio volto.. si insinuano nelle mie labbra, un gusto nuovo, salato, che mi dà il voltastomaco. Tengo la testa alta, e lei fa la medesima cosa.. NO!!..IO NON POSSO RESISTERE A LUNGO!!

 

Dopo poco mi rendo conto che non riesco più a piangere, le lacrime si sono esaurite.. ma lei sembra si aspetti di vederne ancora, non le sono bastate, non l’ho ancora resa sazia. Corro in cucina e mi approprio di una bottiglia d’acqua, scappo fino alla camera da letto e me ne verso un po’ sul viso.. prima però di solcare la porta.. lei non deve sapere, lei deve rimanere all’oscuro di tutto, lei potrebbe giudicarmi.

Mi sento fiera di avere la faccia interamente bagnata, l’ho fregata, lei non se n’è resa conto.. e queste potrebbero essere vere lacrime, quelle che non sono più in grado di versare.

 

Passa il tempo, e meravigliandomi quasi di me stessa mi rendo conto, che ormai lei fa parte della mia vita, siamo diventate amiche, mi confido, le parlo, è il mio diario segreto, non mi sento più fragile ed insicura, lei però non è contenta del ruolo intrapreso, glielo leggo dagli occhi, lei si annoia con me, lei non mi vuole, mi trova paranoica, disgustosa ma io ho bisogno di lei e della sua presenza, NO NON MI LASCIARE NON MI PRIVARE DI TE DELLA TUA FIGURA DELLA TUA IMMAGINE TE SEI LA SOLA CHE GRATIFICA I MIEI SCOMPENSI.

 

Ho capito il gioco che la ragazza sta conducendo, e così voglio divertirmi anche io, provo a metterla a disagio, ma non ho più alcuna emozione o sensazione, neanche rabbia.. niente.. solo una semplice atrofizzazione agli occhi.
   

HO PAURA TANTA PAURA.. il viso le si è deformato, è rossa, forse sta male, io non lo so, come faccio a saperlo? Piange, è disperata ora è lei che urla ma la sua voce non dice nulla, abbasso lo sguardo, sangue mi sgorga da qualche parte del corpo.

 

Ho un martellare forte in testa, qualcuno sta cercando di rubarmi il cervello e picchia forte.. NO!! ..mi fa male il petto, penso al significato di morale, ma esiste una morale? Cos’è una morale? Sono confusa, vomito.

Ho una penna in mano e scrivo sulla carta - igienica bagnata frasi insensate, scrivo tutto ciò che mi passa per la mente ma poi devo nasconderle o lei potrebbe punirmi per tutto questo.. potrebbe picchiarmi per tutto questo.

 

Sono solo un’ombra, una semplice ombra.

Dico BASTA urlo BASTA grido BASTA sospiro BASTA continuo a respirare mi sta uccidendo mi sta ferendo sto morendo.

 

Mi ha lasciato sola per qualche ora, so cosa ha fatto, mi ha rubato tutto, si è impossessata di tutto senza chiedere nulla, sapeva di potere, sapeva di avere la mia vita in mano, mi ha preso tutto ed ora assume, ingoia ogni sostanza che si trova a portata di mano, manda giù liquidi, si avvicina al suo mondo per lasciarmi definitivamente sola, ma non può farlo, io non glielo permetterò di andarsene, ma l’eternità, dice, la chiama.

 

Voglio essere sua, voglio entrare nel suo corpo, in lei, essere il suo oggetto, la sua forza. DIGLIELO, TI PREGO AIUTAMI DIGLIELO!!!!

Lei lo sa ma mi ignora, non mi vuole ma è conscia di quello che provo, io la amo, lei mi disprezza, sono una povera pazza.

Non so cosa sta succedendo, non capisco più o forse ne sono consapevole ma voglio far finta di non saperlo, di non capire, tutto questo mi fa male dentro, mi crea uno strano stato d’angoscia ..ma maschero tutto questo con uno strano sorriso esteriore ..

 

Era da tempo, da molto tempo che non mi sentivo così, che non vivevo più certe emozioni, certe sensazioni, era ormai da moltissimo tempo che non mi sentivo malata, io sono innamorata di lei, e non so cosa potrebbe accadere se lei davvero se ne andasse.. non capirei forse, ma ogni nuovo giorno che mi ritroverò ad affrontare di certo non ricolmerà il vuoto.

NON ANDARE NON SO COSA POSSA SIGNIFICARE IL TERMINE VITA SENZA TE AL MIO FIANCO.

Avete mai osservato i vostri occhi? Sono come uova, enormi uova con al centro il tuorlo, il nucleo, e tutt’intorno l’albume.. le uova piangono di nuovo ma lei vale il caro prezzo della mia disperazione, lei vale, è cara, molto cara e se non resterà con me io, si, io gliela farò pagare!

 

Le parlo, le dichiaro i miei sentimenti e lei tace osservandomi, ciò mi altera così presa da chissà quale istinto animale mi getto addosso a lei e la mordo.. mastico la sua carne dura ..immediato rigetto.

 

Oh Dio, lei è bella, è troppo bella, è la regina del giorno, o meglio della mia eterna notte, prendimi con te, entra in me e perdonami, parlami, muovi gelidamente le tue carnose labbra, sospira insieme a me, mostrami il tuo bianco e scarno viso bagnato di pioggia, o di lacrime, qualsiasi sia la roba che hai sul volto. Una candela, una sola candela ci fa luce, illumina i nostri sguardi zeppi di odio ed amore, di indifferenza e presunzione, di romantica rabbia .. no non gridare.. il vuoto rischia di catturarmi. La mia vita corre verso la fine, termina, paragonabile ad una sacra candela davanti al mio altare.

Non ricevo tue risposte, è un continuo parlare solitario ma ciò, almeno per ora mi basta.. cara cos’è quella che sto vivendo? La definisci vita? Ne sei sicura? Sai, mi capita di trovarmi a desiderare la morte, di pregarla, di adorarla, il metodo più veloce per conoscerla è il suicidio, ma io non voglio lasciarti, posso ancora attendere ed aspettare l’alba che mi saprai donare. Ho sentito dire una volta in Chiesa, tanti anni fa, che la vita è solo un breve viaggio che conduce ai propri epitaffi. Io ho già il mio epitaffio.. allora la vita è finita caro amore mio.

 

Tutto intorno mi ricorda la morte, la nostra fine, dove andremo a finire, persino il mio piccolo cane ha un nome proveniente dall’inferno: Tomba traballante.

 

Sto sognando, sogno te, mia amata, con indosso un’aderente tutina rosa, sogno i tuoi denti che penetrano nel mio collo, che mi feriscono provocandomi intensi brividi, sogno il dolore delle tue lunghe ed affilate unghie che mi lacerano la pelle, sogno la tua lingua in prossimità dell’ombelico, sogno i miei arti scossi che fremono e tremano per la paura …sto sognando, sogno Secretly, sogno una bara, sogno.

Il tuo è uno di quei tanti visi che ti capita di incontrare per caso, puro caso, una spenta luce nella notte, che per gli altri è giorno, stavi seduta ad un tavolo inerte, ma dolce, sei la mia regina, la regina di questi miei pazzi giorni, la regina del silenzio, ma una regina povera, senza scettro né mantello.

Un tempo, qualche mese fa, quando ti conobbi, ricordo scrivevi storie d’amore, fantasticavi come tutte le altre adolescenti, ma già allora eri diversa, sapevi che il tuo futuro non sarebbe stato rosa, sapevi di non potere recitare la parte di Biancaneve in questo grande teatro che è la vita ..sapevi che non sarebbe mai arrivato il principe azzurro che da bambina ti aveva regalato intensi momenti, sapevi che l’illusione era dolce e che avresti conosciuto solo la mela .. il frutto dell’eterna dannazione.. sapevi!

 

Mi alzai di scatto è con un pugno distrussi lo specchio che si trovava dinanzi a me: finalmente lei era morta.       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ci invia un ottimo racconto, molto forte, che volentieri pubblichiamo, 8/5/'04

 

 

 

 

DELIRIO

 

Io e te.

Strette. Ti sentivo contro. Ti sentivo addosso.

L’odore della tua pelle nelle narici. A fondo. Sempre più dentro.

Un bisturi ficcato nella carne.

Questo l’effetto che mi facevi.

Il gelo.

Eravamo nel cortile. Di notte. Al buio. Praticamente svestite.

Canottiera e mutandine.

Entrambe bianche.

Cotone sottile che faceva trasparire ogni minimo sussulto e ogni singola sensazione corporea.

Il tuo viso. Il tuo splendido volto. Eri bella anche così.

Lo avevo promesso. Lo avevo giurato. Non mi sarei mai dimenticata di te.

Mai.

Per me eri fondamentale.

Anche ora.

Anche questa notte.

Il sudore ti faceva restare attaccati alla fronte ciocche di capelli neri.

Neri come i nostri giorni.

Come il nostro passato.

Come noi.

Piccoli brufoletti spuntavano sul pallore della tua candida pelle.

Eravamo state sempre diverse.

La nostra amicizia è sempre andata al di là degli schemi

Eri splendida. Anche ora.

Eri rimasta bella nonostante tutto.

Solo uno stupido non poteva rendersi conto.

Solo uno stupido avrebbe dato peso agli sfregi che ricoprivano la tua pelle.

La tua mano sul mio collo.

Erano gesti di estremo amore. Tenevo il braccio intorno alla tua vita, per paura che un alito di vento ti portasse via da me.

 

“Non soffiare… potrebbe svanire tutto nelle tenebre”

 

Di nuovo. Ancora una volta.

 

Avevo te. Il bisogno di sentirti accanto.

 

Ha iniziato a piovere. Proprio come quella notte.

Acqua ci cadeva addosso rendendo trasparente i nostri indumenti intimi.

Fredde gocce ad inzuppare i nostri corpi.

A lavare le nostre impure anime.

 

Io e te. Nella notte. Sole.

 

Ho ancora nella mente le immagini.

 

La macchia di sangue intorno alla testa ti incoronava regina di bellezza e dolore.

Quella notte.

Ricordo i miei occhi.

Sgranati.

L’angoscia. Ti vedevo stesa. Sul cemento.

Per un sfottuto gioco.

Ci eravamo stese una accanto all’altra.

Poi tu eri voluta restare. Lì. Così.

Dio piangeva.

Acqua a lavare la maschera di sangue che indossavi.

Acqua sporca colava fino alle tempie per scivolare tra i capelli, per dileguarsi nelle orecchie.

 

Ma era passato. Solo le ferite tornavano a ricordarcelo.

Ti ho sentito sospirare.

Hai avuto un sussulto e sei sobbalzata ancora più vicino a me.

Ci siamo guardate.

Mi hai sfiorato le labbra. Hai detto “ti amo”.

 

Abbiamo sempre pensato che non esiste il voler bene. E’ sintomo di ipocrisia.

Così, ci siamo sempre dette ti amo.

 

Mi hai stretta. Forte. Per quanto il tuo esile corpo ti consentiva.

Hai passato la lingua sulle mie labbra.

Poi hai riso.

 

Mi hai preso una mano. Le nostre cosce magre e lunghe si erano arrossate per il freddo e la pioggia.

Siamo andate verso il portone.

Era notte. Il cortile era vuoto.

 

Abbiamo aspettato nell’atrio che arrivasse l’ascensore.

A piedi nudi. Le dita sporche di fango e terra.

Le unghie nere. Avevamo ballato gridando.

 

Siamo arrivate all’appartamento.

Mi hai tirata per prendermi contro di te.

 

I nostri piccoli seni erano attaccati, così le ossa del bacino.

Siamo tutt’uno non vedi?”

Mi hai detto.

Io tacevo. Poi ti ho sorriso.

 

Sei andata in camera, ti sei buttata a sedere sul letto e hai preso il rossetto.

Viola.

Hai iniziato a passarlo sulle labbra. Le hai ricoperte di colore.

Poi hai ispessito il contorno, sempre di più.

Hai iniziato a disegnare. A ricoprire le cicatrici di colore. Avevi lunghi segni ad interrompere l’armonia delle tue forme.

 

Sono bella così?”

“Rispondimi..”

  

Sono bella così?”

 

 

Ho iniziato a piangere. In silenzio.

Ero patetica.

Lo sapevamo entrambe.

Ma tacevo.

 

“Si. Sono bella. Ora.” Ti sei girata a guardarmi.

Poi mi sei venuta incontro.

 

Fanculo.” Hai sibilato. “Sei una stronza. Una sfottuta stronza.”

“Sei bella” ho detto sottovoce.

Mi hai guardata.

 

 

Sei tornata a sdraiarti sul letto.

“Legami”.

Ho preso la corda che avevo tinto di nero.

Ti ho legata. Stretta.

Come sempre.

Ho preso il rossetto ed ho iniziato a scriverti sul corpo.

Volevi ti coprissi di scritte.

Di crudeli insulti.

 

Mi sono sdraiata al tua fianco una volta finito.

Mi sono rannicchiata.

Te, così legata hai iniziato a gridare e a scuoterti..

 

“Mi purifico”. “Mi purifico”.

 

Così è passata la notte. Due esseri prive di angeliche ali sullo stesso letto unite dal male di vivere e dall’immenso dolore.

 

Appena sveglia hai fissato interrogativamente i tuoi grandi occhi neri su di me..

“Mi ami?”

Si che ti amo”

“Mi ami?”

“Ti ho detto di si.”

“Devi ripeterlo se è vero. Mi ami?”

“Ti amo”.

“E sarà per sempre?

“Per sempre.”

“Dimmi che mi ami.”

“Ti amo.”

“Dimmi che mi ami per sempre.”

“Ti amo per sempre.”

 

Hai riempito di acqua la vasca da bagno.

“Vorrei morire così”

Non ti ho risposto.

“Vorrei morire immersa in acqua, sangue e tanta schiuma profumata… Quando tireranno fuori il mio corpo, avrà la pelle morbida e levigata.

Sarebbe una morte deliziosa…”

“Smettila.”

“Ma non trovi che sarebbe una morte da diva?”

 

Me ne sono andata.

Sono uscita.

Ti ho lasciata sola.

 

Ho vagato per le strade.

Era tutto così maledettamente disperato.

 

Era grigio. Erano sensazioni oscure che si dissolvevano nel cielo.

 

E’ squillato il cellulare.

Eri te.

 

Urlavi “Perché mi hai abbandonata??”

“Adesso torno.”

“Perché mi hai abbandonata??!!

Ho attaccato.

 

Sono corsa verso casa. Stavo male. Ho vomitato in un angolo durante il tragitto.

 

Sono arrivata. Sudata. Col fiatone.

Ci siamo viste.

Hai detto “Ora taci e fissami”.

Cosa vuoi fare?”

“Ti ho detto di stare zitta. Lo sai fare molto bene mi pare. Quindi taci.”

Sono rimasta immobile.

Avevi tra le dita una lametta.

Hai cominciato a passare il lato tagliente sull’addome.

La canotta si è macchiata di rosso.

Sulle cosce, sul viso, l’hai ripassata sulle cicatrici. “Ora sono bella?”

Ed eri bella comunque, anche in quello stato eri di una delirante bellezza.

Sei andata in bagno.

Ti ho seguito.

Hai preparato la vasca. L’hai fatta straboccare.

 

Ho avuto paura.

Ti sei immersa.

 

Mi sono spogliata.

Sono entrata in acqua con te.

Sul bordo una serie di bottiglie di birra vuote.

C’erano anche a terra. Sparse.

Ne hai presa una per berne il fondo.

 

Hai iniziato a tremare.

“Vorrei morire…”

“Hai detto che saremmo state insieme per sempre”

“Vorrei morire… insieme a te.”

 

Mi sono alzata. Nuda. In piedi. L’acqua bagnava il pavimento. La schiuma ancora sul corpo.

Ho preso altre lamette.

Sono tornata in acqua. Con te.

 

Ci siamo baciate.

Ci siamo strette.

Tremavamo.

 

Hai iniziato a farmi gli stessi tagli che avevi te.

Hai riprodotto le tue ferite sul mio volto.

 

Ho pianto.

 

Colava mascara macchiando la pelle.

 

Mascara e sangue.

 

Poi mi hai preso i polsi. Hai tagliato verticalmente.

 

Hai ripetuto il gesto su di te. 

 

Immerse in acqua colma di bianca schiuma ci abbandonavamo.

“Saremo in sieme per sempre…”

 

“Ti amo” ho sussurrato.