Anna Fotino

 

Mi chiamo Anna Fotino mail: annafotino@libero.it   e scrivo racconti. Ho pubblicato nel 97 (coautrice) con l'editrice Demetra il testo "Fiabe e leggende della provincia di Varese", testo commentato dalle autrici. Ho vinto due piccoli premi letterari con due brevi racconti: "Bianca" nel 2000  bandito da SPI-CGIL-AUSER e "Il deserto del cuore" nel 2002 primo classificato e premio di eccellenza bandito dalla stessa organizzazione. In pensione da una amministrazione dello stato, ora mi occupo di formazione.

 

 

 

VISTI DA FUORI

 

 

Non è che stia proprio comodo in meno di un metro di larghezza e un metro e ottanta di lunghezza, anche se non posso certo lamentarmi. Gli spazi ormai non contano più e il colore della tappezzeria l’avrei scelto io stesso, se mi fosse stato dato di scegliere. Un bell’azzurro carico e luminoso di raso di seta. Sembra lo sfondo del sito di quella casa editrice che pubblica libri di esoterismo. L’avevo visitato (il sito) nemmeno tre anni prima della circostanza in cui mi trovo in questo momento e al centro di quella pagina dallo splendido colore del mare in tempesta in novembre, c’era un unico fiore, una calla bianca dalle improbabili sfumature azzurrine. Chissà perché quello sfondo mi è rimasto impresso nella mente, forse perché l’insieme ispira un senso di opulenza ma anche di profumo di fiori in disfacimento, un senso di fine e quindi di inizio. “Reinizializzazione”. La parola del linguaggio informatico, odioso linguaggio della mistificazione e della corruzione della parola, rende però bene le sensazioni che mi dava quella pagina web. Bisogna dire che in fatto di impatto comunicativo, questi nuovi creativi ci sanno fare. Del resto ai giovani piace tanto questa commistione di linguaggi, li fa sentire nel mondo. Cittadini del mondo come dicevamo noi da ragazzi, sognando il famoso “mondo migliore” di cui riempivamo le nostre bocche e le canzoni. Ora va alla grande la globalizzazione che però non piace ai giovani che dicono che non è quello che intendono loro, e nemmeno alle donne, alle quale piace per contro la cucina fusion, che quella si che rappresenta bene i diritti. Anche a Caterina, che come quasi tutte le donne della mia generazione, è rimasta giovane in un modo strafottente, rivendicativo, predicatorio. Meno male che è un pezzo che non la vedo…Mi faceva venire un nervoso!

Non si sta comodi, ma tanto non servirebbe (stare comodi). Mi trovo nella fortunata condizione di chi non soffre più né di torcicollo né di reumatismi e la posizione immobile fa parte della circostanza e dunque è naturale.

In compenso i miei occhi hanno assunto le caratteristiche di quelli dei marziani,o degli ufo, vedete voi, quelle strane creature cinematografiche dell’assurdo che ho sempre detestato e di cui non mi sono mai interessato saltando subito ad altri programmi televisivi quando me ne trovavo qualcuno a tiro di telecomando o guardando la gente nel buio dei cinema quando la pubblicità li offriva in pasto a ragazzi eccitati o a signore e signori in cerca di avventure per sostenere il peso della loro mancanza di fantasia. I miei occhi fissi nella volta di seta azzurro mare in tempesta la penetrano con i loro raggi brillanti come l’acciaio e si godono tutto, il cielo coperto di barocche nuvole scure con su scritto PIOGGIA IMMINENTE come nei bollettini metereologici e la strada sulla quale scorrono lentamente alcune decine di persone, molte delle quali, a ben guardare, conosco.

Quello che mi da sommamente fastidio è la mancanza di rumori. È sempre così per me, i miei desideri si avverano quando non me ne importa più niente. Ho sempre sognato di andare per strade silenziose. I miei sogni si sono spinti fino ad immaginare le piazze, i locali pubblici, persino le scuole, almeno per qualche ora, frequentati solo da persone senza voce, persone che muovono le labbra senza emettere suoni e tutti li capiscono e fanno quello che devono fare. Perché?, ma perché si. Se le persone non parlano capisci meglio quello che vorrebbero dire, quello che hanno dentro e se quello che hanno dentro ti fa star male, puoi fare a meno di reagire, puoi non aggravare le situazioni di disagio e limitarti a girare le spalle e andartene senza farti tirare in ballo in una lite o, peggio, in un dibattito, che spesso diventa surreale perché i dibattenti hanno nel cuore cose diverse dalle parole che dicono. Ma ora sta a vedere che mi intorcino in un ragionamento quando ormai è perfettamente inutile e non serve a nessuno ammesso che mai i ragionamenti siano serviti a qualcuno. La filosofia dite? Ma quella serve a chi la fa e tuttalpiù a far diventare strani ragazzi che vi provvedono già abbondantemente da soli.

Per tornare alla mancanza di rumori, la cosa strana è che perfino le automobili, gli autobus,  gli strilloni dei giornali che in questa città caotica esistono ancora, sono silenti. Ancora mi risuona nelle orecchie di studente liceale la voce dello strillone di oltre quaranta anni fa: la vittoria del Catanzarooo! (se il Catanzaro aveva vinto); la partita del Catanzarooo! (se il Catanzaro aveva perso o pareggiato). Caterina che pur essendo soltanto un’insegnante di scuola media leggeva quintali di testi di sociologia come se avesse dovuto insegnare all’università, diceva che il permanere dell’abitudine dello strillone era bello perché voleva dire che la comunicazione moderna non aveva spento le antiche abitudini della civiltà democratica di informare il popolo. Balle. Intanto lo strillone “opera” solo nel centro della città e il popolo, come lo chiama Caterina quasi mettendosi sull’attenti, come si sa, non abita in centro, non tutto almeno. Ma poi questo riempirsi continuamente la bocca della parola democrazia era un buon motivo per litigare. Non che non mi piacesse o che fossi contro, ci mancherebbe, io avevo vissuto fino alla laurea in una famiglia che certo non si dichiarava antidemocratica ma che lo era e come nei fatti. A me la democrazia piace. È allegra, anche nella sonorità della parola, è rassicurante specie per uno come me che da ragazzo ha sempre dovuto litigare per conquistarsi un po’ di libertà, è generica, quanto basta perché ciascuno la interpreti a proprio modo. Insomma è una gran bella cosa. Certo quella rompiscatole di Caterina ha trovato il modo di contestare anche questo mio innocuo sentimento, arrivando ad accusarmi di sentimenti meschini. Un giorno, durante una mia presa di posizione nei confronti del suo permissivismo a favore del bambino, mi aveva accusato perfino di essere democratico come Hitler che assumeva la sterminazione degli ebrei come strategia per la liberazione dell’umanità. Meno male che Corinne, la mia seconda moglie francese, ha un comportamento molto più sano nei miei confronti. Intanto è solidale. A suo tempo ho molto apprezzato il suo atteggiamento neutro nei miei rapporti con mio figlio. Quando lo sgridavo, i primi tempi della separazione da sua madre, lei non interveniva mai e le rare volte che lo faceva era per darmi ragione. E poi anche successivamente, quando Luca è diventato un ragazzo e poi un adulto ha condiviso con me il progetto del futuro del ragazzo, anche se poi lui, sicuramente spalleggiato da sua madre, ha fatto diversamente.

Quando divago mi innervosisco. Stavo meditando sul silenzio che mi gira intorno e che ha sempre costituito un traguardo irraggiungibile. Ora è alla mia portata, ma non mi interessa più. Ora mi piacerebbe, se non sentire i clacson e gli insulti degli automobilisti tra di loro, almeno poter origliare quello che si sussurrano le persone che vedo col periscopio dei miei nuovi occhi parlare gravemente tra loro, le teste basse, i vestiti politicamente corretti, l’atteggiamento dimesso. Chi sono e cosa ci fanno qui.

Il sole di un tardo pomeriggio settembrino di una città tardo ottocentesca scompone il saettare metallico della luce dei miei nuovi occhi e non consente al momento di distinguere bene i volti delle persone che compongono questo strano corteo alle mie spalle. Né l’immobilità mi consente di focalizzare meglio la direzione dei raggi. Non resta che aspettare che succeda qualcosa. L’opportunità dell’attesa, anche se non fa parte del mio carattere, col tempo si è fatta un varco anche dentro di me e ha ammorbidito l’asprezza delle mie impazienze. È stato così che nonostante le consonanze di carattere con Corinne sono riuscito a sopportare, anzi a valorizzare i suoi pochi difetti, uno dei quali è stato sicuramente la sua propensione al tradimento. Che lei non chiama tradimenti ma esperienze diverse. A un certo punto mi sono accorto che ha ragione lei: che cosa è il tradimento, mi sono chiesto. La risposta è stata complessa e laboriosa e un paio di volte ci è anche scappato uno schiaffo. Ma dopo questi episodi abbiamo fatto l’amore con più passione ed eccitazione e allora ho smesso di pensare nel vecchio modo meridionale al tradimento e ho valutato la cosa da un altro punto di vista, con reciproca soddisfazione e senso di complicità. Mi veniva da ridere a pensare a Caterina in circostanze simili. Ne avrebbe fatto un affare di stato. Avrebbe tirato in ballo la correttezza, l’importanza di crescere insieme nell’amore e mille altre stupidaggini degne di una moralista rompiscatole come lei. Tutto dipende dall’angolo visuale con cui ti accosti alle cose. In realtà una sola volta ho concordato con Caterina: quando lei ha ammesso che il tradimento non esiste, è una sovrastruttura delle società e infatti non è visto dovunque allo stesso modo, basti pensare agli esquimesi che offrono le loro donne agli ospiti in una sublimazione dell’ospitalità stessa. Naturalmente Caterina, ammettendo a malincuore l’inesistenza di questo reato trogloditico, ne teorizza una sua personale versione: il tradimento non esiste perché quando vi si ricorre vuol dire che sono venuti a mancare i presupposti dello stare insieme, del matrimonio nel nostro caso, l’amore, la lealtà e due o tre altre stupidaggini tipiche del suo pensiero unidirezionale che lei chiama coerenza. Proprio per venirle incontro a volte le ho concesso che poteva aver ragione, incitandola però a considerare il venir meno dei presupposti eccetera come una sospensione dei presupposti eccetera. Ma naturalmente ne era nata una ennesima discussione. “Non sei in tribunale” mi aveva gridato una volta, “non devi convincere i giudici rivoltando frittate bruciate”. Ah la dolcezza di Corinne, i suoi occhi ammiccanti, la sua voce suadente. Se la mia attuale situazione me lo consentisse, sentirei ancora quel brivido iniziale che me l’ha resa subito l’obiettivo più importante da raggiungere e in cui mi sono impegnato con tutta l’ostinazione di cui sono capace. Non è stato facile, sapete e non perché Corinne fosse arroccata in una torre d’avorio, come qualche volta si diceva allora. No. Corinne era una giocatrice nata. Mi faceva impazzire con il suo affacciarsi e ritrarsi nelle mie giornate.

Era venuta un giorno nel mio studio di avvocato per accompagnare una sua amica francese che aveva problemi con il permesso di soggiorno. O tempora , o mores! Allora anche gli europei qualche volta avevano problemi legati alla cittadinanza. Era sottile e piena allo stesso tempo, con lunghi capelli castani legati da un fermaglio e gli occhi di un nocciola quasi giallo che si scurivano e si schiarivano a seconda del suo umore come ebbi modo di constatare in seguito. Da quel giorno, con un motivo o con l’altro venne per quasi una settimana di seguito, con la sua amica e senza. E ogni volta alla nostra conoscenza si aggiungeva un tassello. Era sposata con un ingegnere di una multinazionale, aveva una figlia, che non viveva con loro. Più tardi, molto più tardi, avrei saputo che la ragazzina era malata e curata in un istituto francese.

In quei giorni, quando tornavo a casa la sera non resistevo e raccontavo a Caterina di questa nuova conoscenza che con il suo fascino eccitava le mie giornate al punto da aver bisogno di parlarne per non scoppiare dentro. Luca, aveva otto anni allora e a scuola studiava l’inglese. Mi venne in mente che avrei potuto fargli prendere lezioni di francese da Corinne. Così l’avrei vista un po’ più spesso. Naturalmente Caterina non fu d’accordo. Mi rinfacciò di non volergli fare studiare pianoforte, come lui voleva e soprattutto di scegliere sempre per tutti. Luca non voleva studiare il francese, l’avrebbe studiato alle medie, invece voleva studiare pianoforte come Martina, la sua compagna di scuola con la quale a volte faceva i compiti. Questa posizione drastica di Caterina mi aveva indispettito non poco. Quella strega intuiva qualcosa, avevo pensato, e questo mi irritava e mi procurava un sottile senso di colpa che in me, ormai posso confessarlo, produceva effetti devastanti: mi induceva a sopravvalutare ogni circostanza e ogni sentimento e a seguire l’inclinazione che derivava da questa sopravvalutazione. Insomma la goccia che fece traboccare il vaso fu la sera in cui presso la chiesa dei Cappuccini, abbastanza vicino a casa nostra, si tenne un concerto con musiche del cinquecento, al quale partecipai senza dirlo a Caterina. Le avevo telefonato dallo studio dicendole frettolosamente che non sarei andato a cena e avevo chiuso la telefonata. Mi ricordo ancora con irritazione il momento in cui distogliendo gli occhi da Corinne che faceva parte dell’ensamble musicale con il suo violino, vidi Caterina seduta in un angolo verso l’uscita. Francamente mi prudevano le mani per la gran voglia di darle uno schiaffo. Ma che cavolo ci faceva lì, era venuta a controllare? La situazione non mi consentiva di muovermi ma da quel momento l’incanto che aveva suscitato in me la vista del profilo di Corinne rivolto al suo violino si era come spezzato e questo non l’avrei mai perdonato a Caterina. Fu in quel momento che decisi che il mio amore per Corinne non sopportava ostacoli di alcun genere e che non avrei potuto continuare a tornare a casa e trovare Caterina, sempre più presa dalla scuola, dai suoi alunni, da Luca e dai suoi compiti e dalle sue prodezze. Tutto questo ormai era lontano da me. Questo pensiero aveva calmato la mia irritazione e così avevo potuto alla fine del concerto, dopo aver parlato brevemente con Corinne e i suoi amici musicisti, avvicinarmi a Caterina per chiederle come mai si trovava lì e se voleva essere accompagnata a casa. Lei aveva risposto seccamente no, ma solo alla seconda domanda e se ne era tornata a casa da sola a mezzanotte, tra i vicoli del Rosario dove abitavamo anche noi. Solo fugacemente mi era venuto in mente che avrebbe potuto incontrare un pazzo o un ladro o semplicemente un molestatore che è una specie mai in estinzione, come ben sapevo per la mia professione. Ma restare con Corinne e i suoi amici era un’occasione troppo importante per lasciarmela sfuggire. Avevamo passato un altro paio d’ore al caffè Moniaci, il più antico ed elegante della città e gli sguardi e gli sfioramenti tra me e Corinne avevano intessuto una storia d’amore ormai fatale anche se la presenza di quel suo marito biondo e superficiale costituiva per me una punta amara di sofferenza. Ma sapevo che anche lei mi desiderava, lo vedevo dai suoi occhi tristi, in contrasto con la bocca sorridente e dalla voce accorata con cui mi diceva: “non fumi così tanto, avvocato..” Ah, la Corinne dei primi mesi, la Corinne della furtività, delle bugie che raccontavo a Caterina per le mie assenze, la Corinne delle telefonate che non mi curavo di nascondere a mia moglie ma delle quali lei non mi chiese più conto dopo qualche tempo! Aveva capito?, peggio per lei. L’irritazione che provavo nei suoi confronti aumentava con l’aumentare dell’eccitazione che provavo ad ogni squillo di telefono sia in casa che in studio. A volte non riuscivo a dominarmi e aspettavo solo un cenno di Caterina per spiattellarle la verità in faccia. Come quella volta che mi chiese di restare a casa la sera col bambino perché lei aveva promesso ai suoi alunni di terza portarli al cinema a vedere “L’attimo fuggente”. Aveva preparato la cena e aveva messo il pigiama al bambino, lei non aveva mangiato, era troppo presto, disse. In quel periodo mangiava pochissimo ed era dimagrita eccessivamente. Le erano spuntate le rughe anche se era troppo presto per questo. Vedevo in lei un’estranea dimessa e protesa solo verso ragazzini informi e vocianti come dovevano essere i suoi adorati alunni. Parlava volentieri solo di politica e di scuola, una cosa irritante anche se io non ero contrario alle sue idee, ma lei ne faceva un totem, una religione e questo mi portava a contrastarla a volte, lo riconosco, in modo offensivo. Beh, quella volta del cinema mi arrabbiai sul serio. Avevo detto a Corinne che avrei raggiunto lei, suo marito e i loro amici francesi in un locale sul mare e non volevo assolutamente rinunciare. Già pregustavo il momento in cui ci saremmo appartati, ci saremmo avviati verso la spiaggia che d’inverno è più bella che mai e io l’avrei baciata. Mi arrabbiai e la offesi a morte, le dissi di trovarsi un amante che le avrebbe fatto bene data l’acidità che aveva sviluppato negli ultimi tempi. Lei smise immediatamente di discutere mentre il bambino attaccava a piangere disperato e io sbattevo la porta del tinello. Lei aveva calmato il bambino l’aveva fatto mangiare ed era uscita lo stesso. Io avevo dovuto telefonare a Corinne per scusarmi dell’assenza. Da quel momento però nulla mi avrebbe fermato e così era stato.

 

Mentre queste immagini sfilano sotto i miei nuovi occhi penetranti, in quella specie di dondolio da cui mi sento trasportare come se navigassi sulle onde del mare, mi accorgo che sono in grado di vedere le bocche delle persone che costituiscono il gruppo che segue il mio accompagnato vagare per le strade silenziose. Non sento voci e rumori ma mi accorgo che le parole pronunciate da quelle bocche sono perfettamente leggibili. Aspetto di avere conferma di questa sensazione. Mi sento come un aviatore che volando alto cerca di assestare il suo corpo a questa nuova realtà e aspetta di sentire con sensi diversi da quelli usuali e terrestri. E dopo un po’ ci riesco. I miei occhi ora vedono chiaramente le facce delle persone e soprattutto le loro bocche. Aspetta aspetta. Ma quella che guida questo strano corteo è Corinne! Ma certo è lei. I suoi capelli sono sempre di quel bellissimo castano ramato, anche se adesso l’intervento del parrucchiere è più evidente di quando l’ho conosciuta. Corinne. Quanti brividi hai dato alla mia schiena. La testa è abbassata e i capelli le cadono in avanti nascondendole una buona parte del viso, anzi della faccia, come mi è sempre piaciuto chiamarla. Sorriderei, se potessi, perché mi è venuto in mente che Corinne usa una bella serie di stratagemmi per mostrare la parte migliore di sé, cosa che mi piaceva moltissimo. I capelli lunghi le servono per nascondere le rughe che ormai non risparmiano neppure lei. E il leggero soprabito nero, stretto in vita a far risaltare la sua figura ora un po’ meno snella di prima anche se sempre gradevole. Ormai sono in grado di vedere la sua figura e le altre figure accanto e dietro ad alta definizione, come se vi avessi passato sopra lo scanner di un computer dalle prestazioni favolose. Contrariamente alle sue abitudini francesi  Corinne non porta i guanti, strano. Di solito, nelle occasioni formali lei porta sempre i guanti, anche d’estate. È sempre stata attentissima a non rovinarsi le mani. Passava molto tempo a farsi la manicure e non faceva faccende domestiche, neanche le più leggere per non sciuparne la morbidezza. In effetti le sue mani possedevano tre quarti del suo fascino e lei lo sapeva e le usava. Era stato così, sfiorandomi leggermente che aveva fatto salire in me quintali di adrenalina e questo era durato per più di vent’anni, anche se io in questi vent’anni non ero stato il solo beneficiario di questo incomparabile dono.

Corinne avanza leggermente. Ha accanto alcune persone, uomini, mi sembra. Ah, i miei amici Gianni e Alessandro, due avvocati di un altro studio da un lato e dall’altro Martin e Daniel imprenditori di Strasburgo amici di Corinne e naturalmente miei, due persone simpatiche e scanzonate conosciuti da Corinne in una delle mega riunioni di stranieri in Italia e poi diventati di casa. Certo se fossi rimasto il provinciale meridionale che ero ai tempi di Caterina, uno di loro l’avrei buttato fuori di casa mia a calci quella volta che ero tornato a casa in anticipo sul mio orario perché i miei ragazzi di studio mi avevano chiesto di partecipare ad un convegno sulla giustizia. Entrando con le mie chiavi per fare una sorpresa a Corinne, li avevo trovati abbracciati sul divano. Lui, Daniel, si era brevemente e in modo imbarazzato scusato e senza attendere la mia reazione era velocemente uscito. Corinne aveva detto le solite cose di queste circostanze, era stato un momento, non c’era nulla tra di loro, non erano neanche andati a letto, figurarsi. Era finita al solito modo: eravamo andati a letto noi due, di corsa, ed era stato bellissimo e tenero. Si perché in  Corinne non c’era volgarità, solo un grande, infinito, inesauribile bisogno d’amore.

Questo io lo capivo molto bene, io che avevo avuto due genitori severi fino all’inverosimile, bigotti fino alla pazzia. Anaffettivi di fatto anche se a chiacchiere mi adoravano. Non li avevo amati.

Come si fa ad amare due persone che antepongono ad ogni slancio affettivo una concezione religiosa medioevale. Un concetto dell’educazione repressivo ed astratto. Quando ero un bambino della scuola elementare vivevo il rapporto con i miei genitori in modo drammatico. Avevo paura di loro e contemporaneamente li sfidavo. Come quando portai a scuola quella fiaschetta di cognac che un collega aveva regalato a mio padre e me la scolai nel cesso della scuola e poi mi addormentai sul banco. All’uscita la maestra non si era accorta di me rannicchiato in fondo all’aula e così uscirono tutti e il bidello mi chiuse dentro. Fu una tragedia. Io tornavo a casa da solo in genere. Quella sera erano le sette  e non ero rientrato. Mia madre si fece venire uno dei suoi soliti svenimenti e mio padre convocò a casa tutti gli amici di famiglia, ma nessuno volle telefonare ai carabinieri. Io d’altra parte mi ero svegliato dal mio intontimento e mi ero spaventato a morte vedendomi chiuso in quell’aula puzzolente di gesso, di sudore, di mortadella sfuggita dai panini e finita sotto i banchi. E mi ero messo a urlare allontanando da me al momento quello che mi aspettava quando e se mi avessero trovato. Fu il bidello a sentire i miei urli disperati e mi riportò a casa a piedi rimproverandomi per tutto il percorso. Sarei tornato indietro di corsa quando vidi la casa piena di gente agitata e la faccia di mia madre cerea nel suo letto di dolore dove indugiava la maggior parte della giornata per effetto dei suoi malanni. Ma se anche ne avessi avuto la forza non avrei potuto farlo. Al mio ingresso mio padre, dopo le rituali urla di gioia di tutti per il mio ritrovamento, mi aveva preso per un orecchio e badando che nessuno se accorgesse mi aveva trascinato nello sgabuzzino e l’aveva chiuso a chiave sibilandomi un altrettanto rituale poi facciamo i conti. Dal buio in cui ero sprofondato senza più voce né lacrime avevo sentito mio padre invitare gli amici a brindare al ritrovamento del bambino che era a letto distrutto dal senso di colpa nei confronti della madre….

Anche Corinne aveva avuto dei genitori severi. Forse non come i miei. Ma questo era servito a unirci moltissimo. Avevamo passato serate intere a parlare della nostra infanzia infelice e a compatirci per questo. Proprio perché Corinne era stata infelice da ragazza era difficile che mi dicesse, come aveva fatto a suo tempo Caterina, che bisognava gettare il cuore al di là dell’ostacolo, crescere, insomma e non, diceva lei che non aveva avuto queste esperienze traumatizzanti, crogiolarsi nel passato o peggio prenderlo a pretesto per non crescere, per non migliorarsi. Parlava bene, lei. I suoi genitori erano brave persone che, non avrebbero mai alzato le mani sui figli o su chicchessia. nonostante all’epoca in cui noi eravamo bambini il gesto non avrebbe certo fatto sensazione Erano miti e discreti e la mamma di Caterina aveva sempre una luce affettuosa negli occhi. A me erano piaciuti, ma quando Caterina aveva tirato fuori con me tutto il suo orgoglio e la sua autonomia, avevo provato per loro irritazione e quasi un rancore. Forse era colpa della loro mitezza se mia moglie aveva quell’eccesso di personalità. Era un pensiero ingeneroso a volte lo riconoscevo con me stesso, ma l’irritazione non diminuiva.

Poi, col tempo, avevo constatato che c’erano delle esagerazioni nei racconti di Corinne. Avevo conosciuto i suoi genitori e anche loro erano persone miti e discrete. Non potevano aver fatto quello che lei mi aveva raccontato agli inizi della nostra relazione. Ma questo rientrava nella personalità poliedrica di Corinne: dire le cose giuste al momento giusto, conquistare l’ interlocutore con l’adesione completa . Era come se lei si spogliasse di sé per fondersi completamente all’altro. Ah, Corinne! Avevo scoperto tante cose di lei, non precisamente esaltanti, a cominciare da quella sua incoercibile propensione quasi sensuale per  l’ozio che però la rendeva unica rispetto alle mie connazionali tutte forzate del lavoro fuori casa che corrono dalla mattina alla sera e poi sono, come dicono tutte distrutte dalla stanchezza e col fascino sotto i piedi. E ancor più rispetto alle mie concittadine (il sud del sud) per cui specie allora il lavoro era tanto più introvabile quanto più desiderato

Questi pensieri mi sembra di vederli scritti nell’aria che mi sta intorno, di cui non sento il peso, ma vedo il colore. Un azzurro dorato dal sole obliquo dell’incipiente autunno calabrese tiepido e ventoso.

È come se l’universo intorno a me fosse in modo atemporale leggibile e chiaro, tutto scritto su un unico foglio, le parole, i volti, i corpi, le cose, i tempi. Come se tutti galleggiassimo in un tempo e in uno spazio che non nega di sé più niente. Tutto quello che avviene intorno è scritto e si può leggere . Non ci sono angoli bui, recessi nascosti, scritture illeggibili. Ah, finalmente! Il cercare di capire mi ha perseguitato tutta la vita. Io non volevo cercare di capire. Volevo capire e basta e subito, senza ricorrere alla psicologia o alla conoscenza. Mi costava una fatica, cercare di capire. Per fortuna Corinne non me lo aveva mai chiesto. Lei viveva alla giornata, come avrei voluto fare io che il più  delle volte non ci riuscivo, ma quando ci riuscivo ero al diapason. Ogni volta una svolta. Ah, ora si che va bene. Vedo le facce, vedo le parole, leggo i gesti.

Accanto al mio amico Gianni, socio del mio studio, per esempio, c’è Daria, una collega che è stata praticante nel mio studio. Il movimento della sua bocca sottile mi dice che sta dicendo qualcosa di me. Lì per lì non capisco. Avere tutto squadernato davanti è bello e facile, ma occorre sagacia. La bocca sottile continua ad andare. Ah, ecco, ora capisco. Quella stronzetta sta dicendo qualcosa di sgradevole su di me. Se potessi mi irriterei con lei, mi è pure scappata una volgarità e a me le volgarità spiattellate non mi piacciono anche se non so perché. In fondo le ho sempre pensate, anzi ho pensato di molto peggio , a volte mi sono sentito un verminaio dentro, tanto mi ballavano nello stomaco le volgarità. Però non uscivano fuori sempre forse a causa dei rigori dell’educazione ricevuta. Divago. Le labbra di Daria protese verso Gianni sembrano emettere sentenze. “Era strano, a volte odioso, a volte favoloso …… ma sai che ci ha provato anche con me ….e subito dopo il secondo matrimonio, un figlio di ….. ho fatto finta di niente e tutto è finito lì……capace che mi mandava via dallo studio se avessi protestato apertamente …… posso dirlo ora che….” “ che str…. , mia madre era una santa ….”. Non è vero, naturalmente, ma queste cose mi strizzano lo stomaco anche ora che lo stomaco non c’è più ..

Corinne continua la sua avanzata curata e coccolata dai miei amici. Ha uno sguardo grandioso, una vera protagonista. Mio figlio , se c’è, è sicuramente dietro. Infatti c’è, quasi alla coda del corteo.  Il menu me li para davanti tutti. Quelli che sono amici o conoscenti miei, gli amici di Corinne, i colleghi degli studi del centro e alcuni magistrati. Quelli, te li raccomando. Una massa di presuntuosi pieni di sé. Solo con pochi di loro ho instaurato una certa frequentazione. Naturalmente a Caterina piacevano. Non tutti, si capisce, con la sua mania dei distinguo. Però li difendeva,

sosteneva che essendo una istituzione dello stato vanno rispettati in quanto tali e che non si poteva confondere la loro funzione con la loro persona e che la costituzione ci garantisce dai loro errori altrimenti io avrei dovuto fare un altro mestiere e via discorrendo, fino al mal di testa come ho appena ricordato. Siete curiosi di sapere quale professione svolge Luca, mio figlio? Ma è evidente, il magistrato! Ha vinto il concorso al primo colpo e gli hanno anche dato una sede prestigiosa e difficile, come lui (e sua madre) sognavano: Napoli. E pensare che Caterina è veronese, chi lo direbbe. Ha una passione per la mia città che io mai mi sono sognato di avere e fa continue ricerche sulla cultura e le tradizioni calabresi. Infatti, l’ho saputo da un amico, ora è in un gruppo di volontari archeologi di Crotone. Non è mai tornata nella sua città che pure ama se non per brevi visite alla madre o ai parenti. Il mistero di Caterina mi è stato sempre precluso. Ma devo dire in tutta franchezza che non ne ho fatto mai un problema. Avevo altri impegni.

Ma guarda, guarda. Al braccio di Luca c’è proprio lei Caterina, sua madre. E al suo fianco quella ragazza bionda e alta con cui l’ho incontrato qualche volta. Non mi è piaciuta. Ha un’aria gentile e distaccata, almeno così mi è sembrato quell’unica volta che ci siamo incrociati talmente da vicino che lui non ha potuto fare a meno di presentarmela. Era distaccata con me. Ora è sollecitamente rivolta verso Caterina, che non so che cavolo ci faccia qui non me lo sarei aspettato. Ma certo, è venuta per suo figlio. In fondo io sono suo padre ed è lui che ha pensato a tutto questo compresi i colori azzurri che mi piacciono tanto. Corinne, povera cara, è troppo presa dal suo dolore. Lei quando ha un problema si immobilizza, non riesce a pensare. Così dice sempre. Ci ha pensato Luca, immagino con che aria di sufficienza. Ma cosa sta dicendo alla ragazza bionda? Vorrei poter soffrire, poter piangere per lui … Non mi sentirei così vuoto …. Questo gli leggo sulle bella bocca morbida che faceva impazzire le ragazzine fin dalla scuola elementare e lui niente, neanche voleva che se ne parlasse, era imbarazzato e offeso, invece di esserne fiero. Forse mi ricordava alla lontana un me stesso ragazzino scontroso e infelice. Ma lui non era infelice, salvo, diceva, quando aveva a che fare con me, come mi gridò a sedici anni quando smise di venire una volta ogni quindici giorni a casa mia e di Corinne. Quella volta mi ero incavolato come una iena e l’avevo cacciato a calci da casa. Lui non vi aveva poi messo più piede. Meno male che Corinne mi aveva dato ragione, altrimenti avrei spaccato tutto.

Vedo che la ragazza bionda gli stringe il braccio immagino in segno di comprensione e affetto. Se fossi in grado di esprimere sentimenti il sangue mi tornerebbe di nuovo alla testa. Ma come, gli dimostra comprensione per il fatto che non riesce a soffrire per me? Ma allora anche lei non è normale. Come Luca. Come Caterina. Come si fa a non provare sofferenza per il mio stato? A forza di scarnificare tutto nella loro mania di capire tutto, hanno perso il senso del dovere. Certo, perché certi sentimenti sono un dovere e non una libera scelta. Ora vuoi vedere che un padre che va via è meno importante della fame nel mondo. Che c’entra, anche la fame nel mondo conta, ma a quella devono pensarci i governi, è per questo che li mandiamo al potere, per pensarci loro. O no? Già mi immagino Caterina. “No!” avrebbe risposto, “che cittadini siamo? La fame nel mondo è un fatto anche nostro eccetera….”  Spero che non mi venga il mal di testa. Non dovrebbe succedere nella presente situazione.

Guarda, guarda. Lentamente stiamo entrando nella chiesa dei Cappuccini, antichissima chiesa della mia città, quasi mai aperta salvo casi particolari. A me ricorda dei momenti eccitanti, no, non per la chiesa in sé ma perché si trova di fronte all’antico Caffè Moniaci, dove io e Corinne ci siamo sfiorati per la prima volta. Era diventato il nostro caffè anche perché ha una saletta appartata dove ci incontravamo la sera per poi andare d’inverno in spiaggia a rinnovare le emozioni della prima volta. Riparati dal fianco di grandi barche capovolte, il respiro segreto delle onde ci avvolgeva come un abbraccio. E quando ci sollevavamo dalla rena morbida l’umidità che gli abiti avevano assorbito fermava sui nostri corpi gli odori caldi dei nostri abbracci.

Questo mi ricordava quella antica chiesa, vanto della mia città languida e sonnacchiosa, abbandonata sul trono formato dai suoi tre monti, la testa in Sila e i piedi immersi nello Ionio.

Ma perché improvvisamente la mia città mi ispira questa immagine malinconica, questo rimpianto struggente come un tramonto settembrino?  Non l’ho mai particolarmente amata. L’ho usata, questo si, sognando Milano, e poi, quando ho conosciuto Corinne, sognando Parigi, città grandiose, non certo provinciali come questa. Dove peraltro la mia professione rende benissimo, specialmente se si hanno gli agganci giusti. Io non li ho, ma per pigrizia. E comunque non mi lamento, le mie ambizioni si sono limitate ai piccoli piaceri della vita: la barca, una bella macchina, qualche viaggio. Sono troppo pigro per sognare più in grande di così e alla fin fine non è quello che sognano i grandi manager stressati dalla carriera o dalla politica o dagli affari, non sempre trasparenti che fanno viaggiare a mille l’adrenalina? Viaggi magari più lunghi, barche, magari più grandi, ristoranti, magari più eleganti. Ma è quello.

Però l’immagine decadente della mia città mi colpisce come una puntura di spillo. Vuoi vedere…… Ma non voglio distrarmi dallo spettacolo che il mio nuovo sguardo mi offre. Vedo muoversi le labbra di tutti, mi sembra di registrare contemporaneamente tutto quello che la gente che sta intorno a me mormora. “Ultimamente dava i numeri ….” Lo sussurra Simonetta. È nel mio studio da venti anni, poco prima che mi separassi da Caterina. Le raccontavo tutto e lei non mi ha mai giudicato, anzi prendeva le telefonate di Corinne e diceva un sacco di balle a Caterina quando avevo bisogno di libertà. Aveva diciotto anni quando è entrata nel mio studio ma ora, a trentotto è molto più carina e sofisticata. Non si era mai sposata ma aveva avuto tante storie. L’ultima con me. Ma era durata non più di due o tre incontri, nello studio. Sapeva talmente tutto di me che mi aveva spiazzato la sua richiesta di vederci anche fuori alla luce del sole come retoricamente aveva detto. Le avevo risposto seccamente di no. Io ero sposato. Non potevo far parlare la gente per la seconda volta e alla soglia dei sessanta. Da quel giorno mi aveva odiato, credo, e quando poteva, specie se era presente Corinne, diceva frasi allusive che solo io potevo intendere, anche se volendo chiunque poteva trarne dei sospetti. Naturalmente non potevo licenziarla. Avrebbe fatto un casino con i sindacati anche se dei sindacati non gliene fregava niente. Lo aveva sempre detto. E poi tenerla significava controllarla, evitare che facesse di testa sua o che andasse a raccontare in giro le mie cose. Era per questo che ora era qui, per godersi lo spettacolo e lanciare sassi nello stagno.

Che pensieri sgradevoli. Per rifarmi mi concentro su Gianni, il mio più caro amico. Sta avvolgendo Corinne di premure, tenendole il braccio attorno alle spalle. Ad un tratto Corinne si accascia. Tutti si fermano. È solo un attimo, lui la sostiene qualche secondo più del necessario. Mi accorgo che per aiutarla a non cadere l’ha abbracciata platealmente. La sua gamba destra si è insinuata appena un poco dentro il lungo spacco del vestito di Corinne e subito dopo lei gli ha messo la testa sulla spalla. Finisce tutto in pochi secondi e la scena riprende in tutta la sua scontata ritualità.

Sono disgustato, ma non posso farci niente, non più. Anche prima, a dire il vero potevo farci poco, se non le sfuriate di cui ho detto, che poi finivano come ho detto. In questa eccitante ambiguità avevamo passato più di vent’anni, movimentati e tutt’altro che sgradevoli.

Teoricamente, per la condizione in cui mi trovo ora non dovrei provare sentimenti di alcun genere eppure…. Eppure. No, non provo sentimenti, ma, ed è un’esperienza del tutto nuova, li vedo. I sentimenti, si. È come una carta geografica sciorinata da quei bravissimi metereologi della televisione. Nessuno ci capisce niente, ma loro sono capaci di recitarti un trattato facendo scorrere la loro magica bacchetta sulle righe ondulate e puntinate che percorrono la cartina.

Per questo forse seguendo un raggio più lungo del mio sguardo mi posso soffermare sul trio formato da Caterina, Luca e dalla sua algida ragazza. Algida?, adesso non mi sembra più. Mentre la Cattedrale spalanca le sue antiche porte bugnate per accoglierci come per una mesta festa, vedo la ragazza girarsi verso Luca e guardarlo in un modo, un modo indescrivibile. Gli occhi lucidi si alzano verso di lui e una stretta intorno al braccio sembra dirgli cose che solo lui può capire e lui sembra capire, perché abbassa la testa, le prende una mano tra le sue e la bacia. Chissà cosa si sono detti in silenzio. Una specie di invidia disperata mi prende alla gola che non riesce a stringersi per la sua fatale rigidità. Guardo Caterina. Lei ha gli occhi asciutti. Certo non piangerebbe mai per me, dopo vent’anni, poi. Però i suoi occhi sono fissi, come di chi fa scorrere immagini remote. Non so se è una mia presunzione postuma, ma mi sembra di leggerle quelle immagini. C’è Caterina, giovane, gli occhi scuri grandissimi e un po’ malinconici, i capelli lunghissimi, lisci come si usava allora, frutto diceva lei, di lunghe sedute dal parrucchiere per renderli lisci come il modello svedese imponeva. Ci sono io, magro allampanato come il Pal dei fumetti (Palissandro Giacinto Livingston), che era il suo eroe giornalista dal ciuffo ribelle. E ci sono tanti ragazzi, molto più giovani di noi, allora già laureati. Una delle ragazzine, studentessa dell’ultimo anno delle magistrali, che Caterina aiutava nei compiti era una vicina di casa. L’aveva invitata a quella festa e lei aveva accettato. Ci conoscevamo da poco e io l’amavo già, anche se lei aveva un’altra storia, un po’ tormentata. Non mi era sembrato vero che mi invitasse a quella festa di ragazzini come mi aveva detto scherzando. Il fatto che avesse un’altra storia me la rendeva ancor più desiderabile (circostanza che nella mia vita si è ripetuta più volte). Il fatto che lei si ritraesse dalla possibilità di un nostro rapporto mi faceva venire la voglia di lottare disperatamente per superare quell’ostacolo e tutti quelli che si fossero eventualmente presentati. Mi sentivo un eroe. Forte come un leone. Generoso come un dio pagano. Deciso a sconfiggere tutti gli ostacoli del mondo compreso quel tale, un pittore noto, che popolava i miei sogni più eroici. Non ce ne fu bisogno. Caterina si innamorò davvero di me e con la correttezza che le era propria e che non sempre successivamente apprezzai, lasciò il pittore e con lui una ribalta che forse poche ragazze sarebbero state disponibili ad abbandonare. Mi riempiva di orgoglio tutto questo e di sicurezza. Poi finì come sappiamo.

Erano queste le immagini che passavano negli occhi fissi nel vuoto della mia ex moglie?  O forse erano quelle di quel giorno in cui lei era tornata da Verona da una visita ai suoi genitori e io ero andato a prenderla al treno e l’avevo portata direttamente al mare. Avevamo percorso le dolci colline digradanti dorate dalle spighe mature del grano dentro cui facevano capolino papaveri e fiordalisi protetti da lunghe siepi di fichidindia che già sparava al sole i suoi fiori gialli. Eravamo scesi sulla spiaggia battuta dal vento di Giovino e ci eravamo seduti al limitare del boschetto di pini marini. E di lì avevamo giocato a immaginare l’altra sponda, quella greca dei nostri studi classici immaginando lo sbarco di quegli achei che avevano fatto quella che poi fu detta magnagrecia. O forse…. Vedo tutte queste immagini insieme negli occhi affondati nel nulla di Caterina. I raggi dei miei occhi assurdi squadernano trame di film dimenticati in archivi bui e impenetrabili. Questa sorta di verità nascosta ora mi sembra così vicina, così desiderabile, così importante, come di cosa mai compresa e improvvisamente diventata chiara e comprensibile. Un sentimento malvissuto di cui sento improvvisamente il bisogno avendone compreso la grandezza.

E mentre maestosamente la cassa di mogano in cui sono deposto avanza verso una piattaforma angusta in cui sto per essere deposto, improvvisamente una saetta scatta dal mio sguardo onnisciente e incontra un volto, deformato dal ghigno di una bocca dalle labbra strette e cattive, dai capelli bianchissimi e folti, dagli occhi ghiacciati di un inverno che riconosco come quello della mia infanzia ribelle e infelice. Mio padre. No, basta, non voglio incontrarlo, non voglio, non voglio….Il grido si allarga, sempre più, forma una grandissima, immensa bolla e quando l’involucro che mi accoglie plana verso terra, scoppia frangendosi in milioni di frantumi di vetro trasparente che riempiono l’aria di una nuvola trasparente. Annidato in  uno di quei frammenti infinitesimali vedo milioni di me stesso annidati in quei frantumi infinitesimali. E ognuno di quei frantumi ha un’espressione interrogativa.

 

 

 

 

 

FORMAGGIO E FRITTELLE

 

 

Dal fondo di quella stanzetta buia Miria si stringe nella coperta leggera che sembra di seta, di un giallo così sporco da dare i conati anche a lei che di cose sporche ne ha viste tante e non le fanno quasi più impressione. Quasi. Qualcosa della piccola casa di pietra circondata dal verde della periferia del suo villaggio in Kosovo è rimasta in chissà quale dei fondi del suo corpo martoriato. Una povertà pulitissima e odorosa di sapone fatto in casa.

Miria senza pensarci si passa la mano davanti agli occhi come per scacciare pensieri che prendono corpo come geni malefici. Troppo mostruosi da guardare.

Il passo pesante e cadenzato che l’ha svegliata dal suo breve sonno popolato di coltelli e di ragazzini con la barba e i baffi che la inseguono si è fermato e poi, dopo un attimo è ripreso.

Miria fa un gesto come per mettersi seduta ma il lancinante dolore alle costole la induce a riscivolare lentamente sulla coperta sporca senza un cuscino dove appoggiare la testa per evitare quel vorticoso senso di nausea che le attanaglia lo stomaco. Si sente gonfia e si immagina scura come una melanzana. Porta la mano sugli occhi e sente che sono sprofondati in due fosse che ne hanno ridotto il campo visivo. Riesce solo a convogliare lo sguardo sulla macchia brunastra di umido del soffitto. La pelle intorno agli occhi, tesa, racchiude una pozza di lacrime rapprese. Quasi le viene da ridere ricordando quello che le ha raccontato Danka, la massaggiatrice. Sessant’anni. Guadagnava bene ormai e si poteva permettere un piccolo ritocco dei contorni del viso che risentono della forza di gravità. Si era ritrovata con un faccione gonfio e lucido e lo specchio l’aveva fatta svenire. Era anche il digiuno post operatorio, ma Danka ne aveva fatto un dramma. Non si perdonava di aver cercato un chirurgo estetico tra i suoi connazionali per risparmiare. Miria che allora aveva solo diciassette anni e nonostante tutto ancora voglia di ridere, non era riuscita a frenarsi. E anche ora al ricordo gli angoli degli occhi le si tesero facendola urlare di dolore.

Che succede, che ti prende, non sai che non devi farti sentire?” Il giovane stizzito e torvo fa fatica a mantenere la voce bassa e lo sforzo gli incattivisce gli occhi scuri quasi nascosti dalle folte sopracciglia nere e disordinate. Miria non lo ha visto entrare. Non risponde. Non ha visto neppure il braccio levarsi nel gesto di darle un ceffone. Il gesto si ferma a mezz’aria. Nel posare lo sguardo sulla ragazza l’uomo si  accorge che il letto già sudicio si sta lentamente bagnando.

L’uomo bestemmia. “Alzati” le urla a bassa voce rauco. Miria tenta di voltarsi ma il dolore alle costole è lancinante e deve mordersi il pugno per non urlare ancora. L’uomo ha un’espressione di impotenza, cerca nella semioscurità una valigia, ne trae una coperta militare grigia e piena di buchi come quelle che i soldati usavano durante la seconda guerra mondiale, con una riga più chiara lungo i bordi a tratti sfilacciati, la stende per terra, la gira e con una delicatezza impensabile nell’uomo che solo qualche ora prima l’aveva ridotta in quello stato, la solleva senza farla muovere e la depone per terra sulla coperta ruvida ma non puzzolente come il letto.

La testa appoggiata per terra comincia a girarle vorticosamente, non ha più il coraggio di muoversi ma sente pur senza vederlo l’uomo muoversi intorno al letto. Immagina che sta sollevando il materasso per asciugarlo. “Forse sto per morire” pensa. Una spada di luce sul pavimento le fa intuire che è giorno, non la vede ma ne sente l’impercettibile calore sul braccio che appoggia sul pavimento.

Dobbiamo aspettare le nove, quando tutti saranno usciti. Poi ti porto dell’acqua per lavarti”.  Miria lo sente da una lontananza ovatta. Le importa solo di dormire un po’, chissà se tutto quel gonfiore dormendo diminuisce. Sente i passi allontanarsi e poi non sente più niente.

Un vociare basso e concitato la riporta da una lontananza ovattata e senza colori alla macchia marrone del soffitto. In quel vociare intuisce più che sentirle le parole ospedale e casa di Danka. Si sente sollevare e un lamento breve le esce dalla bocca senza che lei riesca a soffocarlo. Le sue costole sono finite. Il sole fuori da quella porta che racchiude tutto lo sporco del mondo è tiepido come un presagio di primavera sui monti.

 

Danka si avvicina con uno specchio in mano. “Dai guardati, sta passando tutto, sei tornata uno splendore, domani ti lavo i capelli e ti faccio la messimpiega. Miria, sollevata sui cuscini che la donna le ha messo dietro la schiena, alza il braccio nel solito gesto di diniego: “non voglio guardarmi, no, no, ti prego” e si copre gli occhi come quando era bambina e non voleva vedere quello che non le piaceva, il sangue, per esempio, se si sbucciava le ginocchia, un gioco, se era rotto, e perfino il nonno, che aveva una barba irsuta e grigiastra che le ricordava i ricci che uscivano dalle tane terrose. Ne aveva paura.

Danka si avvicina alla branda in cui Miria giace da più di dieci giorni in un alternarsi di assenza pesante e comatosa e veglia dolorosa. Il viso è coperto di chiazze giallastre, gli ematomi che stanno guarendo; ma non sente più quel gonfiore doloroso, e le costole, strette in una fasciatura casereccia di tela spessa le danno ancora dolore, ma non così lancinante. Guarda la massaggiatrice. Le vorrebbe dire che ha capito che le ha salvato la vita, ma anche verso di lei sente quel rancore sordo che l’aggredisce ogni volta che l’uomo che l’ha ridotta quasi in fin di vita entra in quella stanza, salotto, pranzo, cucina in cui è stata assistita come una ragazza normale, come avrebbe fatto una zia se fosse ancora nel suo paese. Per Danka sente rancore, ma anche una specie di astiosa gratitudine. Miria non lo sa se era meglio lasciarci le penne e amen. Almeno adesso non dovrebbe ricominciare con quella vita da bestie sotto padrone.

Devi sforzarti, devi guarire presto, lo sai, vero? Quello ha già minacciato anche me se tu non sei a posto subito” E a bassa voce “ha già perso un sacco di soldi e poi anche lui è minacciato”. “Spero che lo ammazzino, me ne libero anch’io ….” “Lo sai che non è così”. La voce di Danka si è fatta supplichevole. “Se non è lui è un altro, la catena è lunga, lo sai, e poi io non posso tenerti più…… anche io non lavoro come prima da quando ci sei tu….. e quelli …. vogliono i soldi …”.

Miria si era portata le palme delle mani alle orecchie, non voleva sentire…..; non voleva vedere, non voleva sentire, Danka cominciava a irritarsi. Una ragazza cocciuta, non capiva niente, non capiva che era peggio per lei, che quello non ci avrebbe messo niente a ridurla di nuovo in fin di vita e lei non poteva passare la vita a curarla, le aveva passate anche lei quelle cose…. Danka non sapeva leggere l’italiano se non per le cose essenziali, ma lo capiva bene.  Una volta aveva visto un film. Era una storia violenta. Un padre che picchiava la figlia. A sedici anni la ragazza fuggiva di casa e dopo mille altre storie violente incontrava un ragazzo dolce e affettuoso con la fissa di fare del bene. Contro tutti si sposavano e nasceva una bambina. E dopo qualche anno, chissà per quale stravolgimento del cervello la ragazza aveva cominciato a picchiare la bambina, tanto da farsi denunciare e finire in galera. Quella galera in cui suo padre le diceva da bambina che sarebbe andata a finire.  Non c’era scampo per loro. E del resto non c’era mai stato scampo. La povertà dei loro paesi le aveva condotte negli eldoradi sordidi dell’Europa. Quegli eldoradi ora le ricacciavano ai margini della vita, nel buio delle notti stellate e tiepide di quelle città meridionali in cui avevano pensato di vivere come le bugie della televisione sostenevano. E non consentivano loro di vedere il sole e la gente normale. Un mondo all’incontrario in cui si accartocciavano oscurando le finestre quando gli altri le aprivano e facevano entrare la vita.

“Sto male, sto ancora male”. La voce di Miria si era fatta lamentosa. “Non posso uscire, non posso stare in piedi tutta la notte, non vedi come sto?” I sessant’anni di Danka lasciavano poco spazio alla pietà. Quella ragazza doveva abituarsi a non fare tante storie. E poi lei che c’entrava? Era stata obbligata a curarla da quelli, ma non era una parente, cominciava ad averne abbastanza. Anche se quegli occhi verdi contornati dai capelli biondi e setosi di Miria le facevano venir voglia di una figlia da accarezzare, consolare, vestire, portare a scuola. Non c'era stato nulla di questo nella sua vita. Lei aveva scelto di fare la “masseuse” come si diceva dalle sue parti sia che si trattasse di massaggiatrici vere, sia che si trattasse di puttane. Non aveva altra scelta. Le donne di casa sua lo facevano tutte, ma per pochi spiccioli. Lei era venuta in Italia, anche se allora non lo sapeva cosa l’aspettava. La televisione era solo quella nazionale.

 

Era passato ancora un altro giorno e quello non si era fatto vedere. Danka era irritata, nervosa. Quando era libera dai “massaggi”, che praticava nell’unica camera da letto, cucinava per sé e per Miria e mai ci aveva provato tanto gusto. Il suo piacere fino ad allora era stato quello di uscire verso le undici, dopo un sonno senza sogni e andare al bar di sotto a prendere un sontuoso cappuccino con le brioche che anche in quel bar di periferia estrema e sciatta erano fragranti e dolci come quelle dei caffè eleganti del centro in cui qualche volta riusciva ad andare ormai che la sua carriera si era  consolidata in una povertà  lussuosa e senza scosse. Dopo andava al piccolo supermarket tre isolati più avanti e comprava le piccole teglie di cibi surgelati ora che la grande distribuzione aveva scoperto il business dei single.

   Miria l’aveva in qualche modo costretta a riscoprire la cucina con disappunto prima, e dopo, senza ammetterlo con se stessa, quasi con piacere. Piccole cose. Il formaggio impanato, le minestre di verdure e perfino le frittelle che al suo paese si facevano durante il natale ortodosso. Miria i primi giorni non riusciva a ingoiare niente, tanto era gonfia e piena di nausea. Il giorno in cui aveva mangiato la minestra quasi per intero lei le aveva preparato le frittelle per la sera. Erano rimaste lì, ma dar da mangiare a quella ragazza l’aveva riempita di un sentimento strano di felicità e malinconia insieme.

Quella reazione di Miria all’idea di essere guarita, però, l’aveva messa in allarme. Che grana si stava tirando addosso? “Abbiamo già dato”, come dicevano qui, non aveva nessuna voglia di agitare di nuovo la sua esistenza che alla sua età scorreva quasi come quella di una commessa dei grandi magazzini, clienti tanti, seccature poche. Certo c’era stato un tempo in cui almeno avrebbe voluto tenersi la maggior parte dei guadagni, ma poi, dopo molte lezioni impartitele dai suoi padroni a calci e pugni, si era rassegnata. Ora non se ne ricordava quasi più. Consegnava. E quelli per dimostrare la loro fiducia  qualche volta andavano da lei a bere un bicchiere e le portavano i casi difficili, di cui dovevano disfarsi perché le forze dell’ordine ci stavano mettendo il becco, o che avevano ridotto in fin di vita per punirle di qualche “sbaglio”, come Miria. Lei, Danka, faceva quello che doveva fare e poi si poteva anche permettere di sgridarli senza conseguenze.

 

Il vecchio campanello stridulo come quello dei refettori degli orfani della sua città, sta suonando con prepotenza. Danka lancia un’occhiata alla ragazza che ha cacciato la testa sotto la coperta e nota il tremolio delle gambe. Le butta addosso un’altra coperta e si avvia ad aprire.

Murad entra e la sua faccia non promette nulla di buono. “Alzati”, urla nella sua lingua, rivolgendosi al sofà da cui si intravede confusa una sagoma che rialza leggermente le coperte.

“Lascia stare, sta ancora male”. Danka che si è sempre fatta i fatti suoi, scopre per la prima volta un leggero rivolgimento dello stomaco. L’uomo si gira con violenza verso di lei scaraventandole addosso un alluvione di parolacce e improperi che lei non capisce fino in fondo. Quell’energumeno non parla la sua lingua, una lingua più elegante, evoluta, non quei suoni gutturali e selvaggi e cavernosi. Lei viene da una città, dalle infime periferie di quella città, è vero, ma sempre meglio di quelle montagne di banditi.

Senza darle più retta Murad si avvicina alla sagoma rigonfia del letto, afferra un lembo della coperta e la butta in aria. Miria si rannicchia coprendosi la testa con le braccia. La furia dell’uomo esplode crepitando come un vecchio kalashnikov, le afferra le braccia e la trascina per terra infuriando su di lei con calci che si assestano dove possono su quella sagoma arrotondata che è diventata la ragazza. La testa no, non riesce a prenderla ed è proprio la testa che vuole colpire, i pensieri , le ribellioni che ne fuggono come fantasmi arroganti. E’ a quei fantasmi che il piede dirige una mira sempre più scomposta e fallace e invece sono le costole che cedono, le stesse dell’altra volta, tra le spalle piegate a uovo e Miria lancia un grido e si abbatte all’indietro come un pupazzo coi fili tagliati.

 

Questa volta la ragazza non si riprende, è buttata su quel sofà da tre giorni, l’ha imbottita di lexotan per farle sentire meno il dolore, ma non basta. Anche la vita di Danka sta ferma. Loro non le mandano nessuno da massaggiare e sono anzi spariti, neanche il telefonino squilla. Non sa se è una fortuna o un preludio ad un’altra punizione che questa volta magari toccherebbe a lei, questi ragionano con una logica che per quanto si sia sempre sforzata non è mai diventata sua. Una logica della brutalità esiste? Lei pensava quando faceva la puttana per poco al suo paese che l’unica logica comprensibile fosse quella di uscire da una situazione di merda come quella di quelle come lei e le sue congiunte che passavano la vita a ricevere nel proprio corpo sempre più indurito corpi puzzolenti e frettolosi e proposte sempre più laide per una minestra di ceci e una forma di pane. La logica di quelle come lei era che un lavoro pazzesco come quello meritasse almeno la contropartita di un reddito adeguato alla fatica, allo schifo, all’insulto di quella vita sempre uguale e sempre peggio.

Sognava strade di notte illuminate a giorno e clienti profumati e gentili con macchinoni nuovi e di salire sempre più in alto nell’universo di una prostituzione occidentale e dunque raffinata e opulenta. Era venuta in Italia per questo. Poi era successo quello che era successo, ed era già tanto che all’epoca non c’erano gli scafisti e che non si rischiava di essere buttati a mare come invece ora capitava anche troppo spesso. Era sbarcata da una nave normale e poi non era riuscita a raggiungere il mitico nord dove si facevano i soldi e girava solo gente con bei vestiti. I connazionali che le avevano pagato il viaggio e l’avevano accolta avevano il loro giro nel quartiere del porto di quella città del sud calda e intrigata nei commerci  con la Grecia e le sponde dell’est dell’Europa. Commerci di tutti i generi. Quello che conosceva lei era solo il commercio dei corpi delle donne stupide di quei paesi che venivano non come lei a fare le prostitute oneste, ma a lavorare e la pretesa poi si spegneva nei garage che d’estate erano chiusi solo da tende improvvisate e costituivano il terminale di viaggi del sesso a prezzi stracciati e spesso anche di piccole quantità di droga che costavano come stanze di grand’hotel.

Ci cascavano tutte come stupide, promettevano loro un lavoro e loro correvano, non si facevano domande, non chiedevano riscontri. Si imbarcavano su quei gommoni rappezzati, al buio, nei posti più nascosti delle coste e mentre tremavano per il freddo e l’umidità e il vento strette nei loro vestitucci pretenziosi, sognavano di fare le belle cameriere di ristoranti fastosi di cui non riuscivano ad immaginare nulla. Nessuna di loro aveva mai visto ristoranti fastosi. “Ahh”. Danka le avrebbe prese a schiaffi, si cacciavano nei guai con un candore imperdonabile ora che la televisione la vedevano tutti e tutti potevano almeno sospettare. Lei almeno era venuta a fare quello che faceva già ma in condizioni migliori. Queste no, non si chiedevano niente, avevano progetti campati in aria e qualunque delinquente era in grado di promettere tutto, tanto qualunque cosa andava bene pur di raggiungere quelle coste dei paese dei balocchi. “Ahhh!” Quando Danka non capiva emetteva quei suoni di disperata rassegnazione. E comunque ora aveva il problema di questa qua, una delle tante, ma ora non più. L’aveva curata con rabbia e tenerezza, l’aveva riabituata a mangiare come con un bambino dopo una grave malattia, lei stessa aveva ricevuto da quelle cure come una linfa, una luce nuova, un senso. Non sapeva che cosa era che la legava a Miria, una delle tante disgraziate che le avevano portato per nasconderle o per rimetterle in piedi dopo un trattamento; era un fatto che lei  sentiva il suo corpo con la testa di qualcun’altra. Ragionava diverso, anzi ragionava e basta. Prima era una manichino che faceva. Quello che avevano fatto le donne della sua famiglia, quello che le avevano imposto quei mascalzoni, quello che serviva per servire il suo corpo. Erano stati i capelli biondi di Miria, il suo corpo che si ritraeva nella ripulsa dopo due anni di quella vita o cosa? Cosa scioglieva dentro di lei quella ragazza magra e cocciuta che chissà per quale lontano richiamo non voleva più saperne di obbedire al suo destino? O era che arrivata a sessant’anni non aveva più nulla da perdere se mai qualcosa avesse avuto da perdere e la sua testa aveva deciso che ora basta, non sarebbe stata con la testa girata indietro. Danka aveva sempre pensato poco, come tutte quelle nella sua condizione. Pensare non serve, era l’unica cosa che pensava e anche ora le battono le tempie, non vuole più pensare.

Si guarda intorno. In un rapido calcolo capisce che l’unica cosa che può portare via da quella casa dove vive da quasi trentacinque anni è il portafogli con i documenti e il libretto di assegni che le ha dato la banca dove di nascosto da loro ha sempre portato quel poco che è riuscita a nascondere alla voracità dei suoi padroni. Ah, anche l’icona. Cerca il telefonino, compone il centotredici e chiede del maresciallo Leone.

 

Da giovane il maresciallo deve essere stato un bell’uomo. Qualcosa di quella lontana stagione conserva ancora. Brizzolato alle tempie, i capelli ancora quasi tutti neri e degli improbabili occhi verdi gli danno quell’aria di forza che insieme alla divisa e ad un parlare breve e deciso, senza minaccia e senza ammiccamenti gli hanno conquistato il rispetto, se non l’affetto anche della malavita locale e di importazione. Il maresciallo non parla per niente e non si muove per niente. Ha sempre avuto la dote immensa dell’intuizione che ha nel tempo e con l’esperienza affinato, orientato, smussato dagli entusiasmi giovanili facendo le debite tare e operando le necessarie cesure. Suo padre era un possidente abbastanza ricco per quei tempi, ucciso dalla malavita locale per non essersi piegato a vendere le sue terre per una miseria. Le terre poi se l’erano prese lo stesso e non era successo niente ai delinquenti che lo avevano ucciso ed erano passati indenni attraverso tre o quattro processi, anzi, ancora adesso il maresciallo Leone vede gli eredi di quelle famiglie circolare con macchinoni e facce tronfie e scendere dalle navi più prestigiose e salire continuamente sugli aerei diretti nelle località più importanti dell’Italia e fuori dall’Italia, perfino in America. Lui invece, che all’epoca aveva quindici anni aveva dovuto smettere di studiare e cominciare a lavorare facendo il garzone in vari negozi e poi, quando il dolore in casa sua aveva dovuto lasciare il posto alla necessità di muoversi e fare qualcosa per la sopravvivenza, aveva aiutato sua mamma consegnando a domicilio il pane casalingo da lei confezionato. Avrebbe forse potuto mettere su una panetteria. La grande casa con il forno annesso l’avrebbe consentito. Ma Marietta aveva paura. Paura che qualcuno le avrebbe fatto passare quello che avevano passato con le terre e allora, improvvisatasi imprenditrice di se stessa aveva provato quella strada e tutto da allora era filato via liscio. Era solo la sopravvivenza, ma c’era. Il servizio militare Lorenzo Leone l’aveva fatto nei carabinieri e poi vi era rimasto perché si era fatto una solida preparazione e aveva potuto superare tutti gli ostacoli senza problemi e senza raccomandazioni che aveva sdegnosamente rifiutato quando gli erano state proposte. Era perfino riuscito a rimanere nella sua città. Nella sua città si era sposato e aveva avuto una figlia, che a ventidue anni era morta in un incidente stradale insieme a sua madre stritolate tra due macchine di contrabbandieri che si inseguivano per disputarsi un carico di sigarette.

Da allora il maresciallo Leone era rimasto solo nonostante le sollecitazioni a risposarsi. E aveva bloccato le infamie del suo destino non facendone mai più neanche cenno, inabissandosi nel lavoro e nello studio dei casi con determinazione quasi feroce. Era già apprezzato e stimato, ma aveva conquistato un prestigio ancora maggiore che lui usava come linimento per le sue ferite, ragione di sopravvivenza.

 

“Sono Leone”. Il maresciallo sa che di là della porta alla quale ha bussato due donne, una giovane, l’altra avanti con gli anni, tremano. Sa che il suo nome le rassicura e impaurisce allo stesso tempo. Sa che non si tratta del suo caso più importante, ma ha capito, senza saperlo, che sarà il suo caso più umano. L’ha capito quando gli hanno passato la telefonata. Danka, la prostituta del porto aveva chiesto proprio di lui. Nessuno di quel dipartimento della delinquenza che era diventato il porto da qualche decina di anni chiamava spontaneamente le forze dell’ordine, se non per fare qualche delazione e in quel caso nessuno chiamava lui.  Quella donna doveva avere un bel problema e quel problema glielo poteva risolvere, se si poteva risolvere, solo lui. Questo confusamente gli ha detto al telefono e lui non ha chiesto altro, solo si è affrettato a fare qualche indagine per sapere dove fossero gli “albanesi”, come venivano chiamati indiscriminatamente gli stranieri di quella zona che invece erano anche macedoni, serbi, croati, kosovari. Certo non c’erano americani e neanche europei, stranieri quasi sempre assenti dal folclore malavitoso anche quando presenti nel tessuto sociale.

La vecchia porta si apre lentamente per evitare il cigolio. Il maresciallo accenna a un saluto e poi lo sguardo si dirige verso il sofà, meticolosamente in ordine e con le lenzuola pulitissime come per la visita del medico.

 “Racconta”.

 Il maresciallo, contrariamente ai suoi colleghi, da del “lei” a tutti, cittadini ineccepibili e delinquenti incalliti. E’ il suo modo per sottolineare l’imparzialità della legge e il rispetto per le persone. Ma stavolta fa un’eccezione perché eccezionale è la situazione in cui si trova : un uomo di legge nella stanza che si fa beffe della legge e lo chiama a constatare quanto se ne fa beffe.

Questo è il primo pensiero del maresciallo Leone mentre chiude la porta dietro di se e allunga lo sguardo al sofà dove giace quella forma a mala pena evidenziata da un rigonfiamento delle coperte da cui emerge una specie di parrucca bionda che necessita di urgenti lavaggi. Il viso di Miria è coperto dai capelli e lei non si gira, resta immobile respirando a fatica il profumo di detersivo alla lavanda delle lenzuola pulite.

“Siediti, maresciallo, solo tu puoi aiutarci, ci devi aiutare, la devo portare via da qui”. La voce di Danka era bassa ma via via diventava concitata. Lei dava del “tu” a tutti, ma non conosceva altra forma per rivolgersi alle persone.

Leone la guarda con occhi curiosi ma distanti. Il verde di quegli occhi nel tempo si è come annacquato, ma solo un po’. Conserva ancora la capacità di fermare nell’interlocutore le intemperanze o la paura, la loquacità e i silenzi. Quegli occhi, senza freddezza ma con decisione richiedono “i fatti” depurati da ogni superfluo.

“Racconta”, ripete laconicamente. E Danka comincia e ogni tanto il torrente di parole che le premono dentro spinge per irrompere tra loro, ma gli occhi verdi le ricacciano dentro. Non c’è tempo per il superfluo. “Ma adesso lasciami dire” lo prega Danka alla fine della descrizione dei fatti nudi e crudi. “lasciami spiegare perché la devo portare via da qui”. Gli occhi verdi si fanno più liquidi, le parole fluiscono come un torrente dalla bocca tirata dal chirurgo estetico. “L’ho curata io, capisci, l’ho salvata dalla morte, è come se l’avessi fatta io. Non posso lasciarla di nuovo con “quelli” prima o poi l’ammazzano. “E’ ribelle questa qui, è come avrei voluto essere io alla sua età. Ma io sono vissuta dentro la prostituzione, non conoscevo altro, non sapevo.... e nessuno mi diceva niente... Io a quindici anni stavo nel letto a castello con gli operai delle miniere. Mia madre usciva dalla stanza ma per andare nel retro della casa con un altro operaio. Mi trattavano con riguardo dandomi il letto ! La sera dovevo lavarmi con l’acqua gelata del secchio perché mi avevano imbrattata del nero della miniera. Lei no, lei voleva lavorare come cameriera, aveva anche un po’ studiato, sognava ristoranti dove mangiare le buone cose italiane o alberghi di lusso, anche se non sapeva e non lo ha mai saputo cos’era il lusso. L’ho vista sorridere quando le ho cucinato la zuppa di verdure, mi è sembrato di capire che la faceva anche sua mamma. Non può parlare, è gonfia.....l’ho fasciata facendo a pezzi un lenzuolo per sistemarle le costole, ma non so se ci sono riuscita.... sono quattro giorni che non mangia ...il viso è gonfio per i contraccolpi delle botte, ma è intero, ...così bello.... e i capelli glieli laverò appena starà bene... ma tu devi aiutarmi a portarla via... Lo guarda con gli occhi asciutti, se le venisse da piangere forse lo impietosirebbe, ma non le viene, non ha mai pianto da quando quella prima volta con quel minatore......No non riesce a piangere, ma questo qui è uno diverso, lei se ne intende e poi ne ha sentito parlare, per questo gli ha telefonato. Lei di uomini se ne intende, oddio di un certo tipo di uomini, ma poi non sono tutti uguali ?  Si, con poche eccezioni e lei che se ne intende è certa che questo qui è un’eccezione. Le mani le tremano, non sa più cosa dire per convincerlo ad aiutarla. Senza di lui non riuscirà a far niente e la pagherà non solo Miria ma anche lei. Un’idea le fulmina il cervello : non voglio più fare questa vita, non voglio più sentire la nausea e ricacciarla nello stomaco, voglio curarla e lavarle i capelli e portarla a scuola e....nel suo delirio non si rende conto di gesticolare con mani tremanti fino a che una mano fresca e forte non le prende la sua. “Danka, non posso prendervi e portarvi via senza sapere dove, commetteremmo un reato e non risolveremmo la situazione. La ragazza naturalmente è clandestina ed è in grave pericolo di vita, la prima cosa da fare è portarla in ospedale. Le tue bende sono lodevoli  ma non credo che abbiano risolto la situazione. E poi credo ci sia uno stato di sottonutrizione. La dovranno sottoporre alla nutrizione forzata. “Ma non è possibile” Danka ha quasi gridato. Abbassa istintivamente la voce. “Se va in ospedale l’arrestano, la curano loro e io resto qui a farmi massacrare da “quelli” e così poi ti devi occupare anche di me...” Improvvisamente Danka tace e si guarda la mano dove si è silenziosamente posato qualcosa di caldo, una goccia... una lacrima ?  

Il maresciallo Leone  si alza dalla sedia dove è stato seduto per quasi due ore ad ascoltare quella prostituta che a sessant’anni ha scoperto un mondo diverso. Si sente stanchissimo, ma cos’è quella specie di solletico che sente in fondo allo stomaco come quando era bambino e viveva momenti di impareggiabile felicità che lui riferiva a Marietta, sua madre, come “la gioia alla pancia” ?

“Non preoccuparti, telefono io all’ospedale e faccio mandare degli infermieri con un’auto normale, così nessuno si accorge. Vedrò di farti dare l’autorizzazione a stare in ospedale e vi faremo sorvegliare. Quando uscirà  troveremo una soluzione per tutte e due”.

Danka non riusciva a crederci. Non riusciva a credere che qualcun altro aveva preso nelle sue mani la vita di due disgraziate come loro e la stava dipanando senza botte, senza umiliazioni, senza urli. Era anche questa la vita ?