BIANCAMARIA MASSARO

 

 
melisandra2003@iol.it

 

BIOGRAFIA

Biancamaria Massaro è nata nel 1970 a Roma. Nelle sue opere preferisce affrontare i temi fantastici, spaziando dalla fiaba alla fantascienza, fino ad arrivare ai generi horror e thriller. Ama soprattutto creare situazioni in cui tutto ciò che è conosciuto e quotidiano – che sia un oggetto, un luogo o un’azione comune - si trasforma in qualcosa di assurdo o imprevedibile.

Da qualche anno partecipa con successo a numerosi concorsi letterari. In particolare:

- Nel 2000: con il racconto La Creatura del Mare si è classificata al primo posto al concorso letterario internazionale “Miguel de Cervantes” e al secondo posto al “Premio Europeo di Letteratura – 8° edizione, ricevendo anche una menzione d’onore al concorso “Vivere il mare – Vittorio G. Rossi”.

Nello stesso anno, il suo giallo La consegna del secondo e quarto lunedì del mese si è classificato quarto al premio “Elsa Morante” per il romanzo di genere.

- Nel 2001 con Curiosino, sassolino viaggiatore ha ricevuto una menzione d’onore al concorso “Storie di Donne” e si è aggiudicata il primo posto al concorso editoriale “Taurus”, sezione per l’infanzia. Con il racconto La Rete è arrivata terza al concorso di fantascienza “Cosseria Galactica”.

   Con il romanzo di fantascienza Clonazioni l’autrice si è aggiudicata il quinto posto alla seconda edizione del premio “Elsa Morante”.

   - Nel 2002 si è classificata prima ex aequo al concorso “Esperienze in giallo 2002” con il racconto Vicine di casa e seconda al concorso “Cosseria Mysteriosa” con Le lettere di Milady. È arrivata terza al “Premio Silmaril” e “Narrativa Ghost” rispettivamente con La Quercia dai Rami d’Oro e Preghiera alla Morte, e quinta al concorso “M. Yourcenar-Il Club degli Autori” con La penna stilografica .

 

 

 

due ottimi racconti di B. Massaro pubblicati il 7\4\’03

 

 

 

 

Il Bacio della Medusa

 

Il marmo non mi ha mai tradito, ha sempre preso la forma che con il mio scalpello ho voluto dargli, e ne è nato sempre un capolavoro. Non lo dico io, ma i critici, che loderanno anche la mia ultima opera, la “donna che si pettina”. Lara era nuda mentre strappavo alla pietra le sue forme e con la stessa leggerezza con cui si lisciava i capelli mi tesseva le lodi del suo nuovo amante, un pittore squattrinato, e mi diceva che era l’ultima seduta in cui posava per me.

Mi sono avvicinato a lei per baciarla. Mentre le mie labbra si serravano sulle sue, le ho afferrato i lunghi capelli neri e glieli ho girati intorno al collo, sempre più stretti, finché non ha smesso di respirare. L’ho uccisa, perché non avrei mai permesso a nessun’altro di ritrarla, tanto meno ad un imbrattatele alle prime armi. In suo ricordo mi è rimasta la statua che dovrò consegnare alla mostra. Nessuno l’ha mai vista, ne’ sa cosa rappresenta. Il titolo stesso sarà svelato il giorno dell’inaugurazione.

Come è bella questa donna di pietra, così somigliante a Lara che mi sembra di averla vicino, di sentire il suo profumo, l’odore dei suoi capelli. Capelli amati, desiderati, tante volte accarezzati e fatti passare tra le dita. Dita che adesso sfiorano il marmo mentre chiudo gli occhi e avvicino le mie labbra a quella di Lara. Non riesco più a separarmi da loro, come se fili sottili m’impedissero di allontanarmi dalla mia opera. Fili che si fanno sempre più pesanti, che mi afferrano ovunque e m’impediscono di staccare le mie labbra da quelle della statua. Apro gli occhi e vedo strisce nere intono a me. Non possono essere le venature del marmo, ma non possono essere nemmeno capelli, sarebbe assurdo. Devo staccarmi, ma il mio viso è sempre più premuto contro quello della statua. Soffoco, non respiro, non respiro più, non respiro…

 

(Dal catalogo della mostra) “Il bacio della medusa” (titolo provvisorio): si tratta senza dubbio dell’opera migliore dell’artista. Una donna bellissima, nuda e dallo sguardo furioso, bacia il suo amante, mentre i suoi capelli – simili a serpenti filiformi - lo avvolgono fino a soffocarlo. L’urlo muto della vittima, al quale lo scultore ha voluto dare le sue fattezze, è altamente realistico…

 

 

 

 

 

 

La Pentola a Pressione

 

Il coperchio della pentola a pressione le cadde sul pavimento, producendo per alcuni secondi un rumore assordante. Fortunatamente suo marito non si svegliò, ma si limitò a girarsi dall’altra parte del divano.

Rosa raccolse il coperchio e osservò con sollievo che non si era rotto. Cucinando, si accorse che la valvola doveva però essersi danneggiata, poiché produceva uno strano sibilo e un denso vapore. Ciononostante la minestra era buona, tanto che Marco per la prima volta si complimentò con lei perché finalmente aveva smesso di cucinargli la solita i brodaglia.

I giorni passarono lentamente mentre Rosa continuava a fare la spesa, a cucinare e a sopportare il marito sempre ubriaco e le sue botte sempre più frequenti. Non aveva voluto buttare la pentola a pressione, anche se il sibilo si era fatto insopportabile e il vapore si era trasformato in una densa nebbia, dentro la quale sembravano agitarsi strane figure.

Il marito non si svegliava mai per il fischio, né sembrava accorgersi che davanti alla macchina del gas si formasse ogni volta un’impenetrabile nuvola grigia. Si svegliò solo una sera, quando la moglie urtò il tavolino accanto al divano e fece cadere alcune bottiglie di birra mezze vuote.

Da quel giorno Rosa imparò a camminare in punta di piedi, perché le cinghiate sulla schiena non smettevano di bruciarle e aveva paura che Marco la picchiasse ancora, se lo avesse svegliato di nuovo. Nel frattempo la minestra, nonostante Rosa non mutasse mai gli ingredienti, era sempre più buona, tanto che suo marito sembrava non stancarsene mai, anche se la beveva ogni giorno.

Rosa comincio a restare ore in cucina davanti alla pentola a pressione con il gas acceso. Il fastidioso sibilo si era a poco a poco trasformato, lasciando il posto in alcune sere alla dolce melodia di un flauto, in altre alla musica di uno sfrenato violino tzigano e in altre ancora ad un’intera orchestra da ballo. La nebbia aveva perso la consistenza iniziale, anche se al di là del muro di vapore Rosa non vedeva più il frigorifero, ma prati sterminati in cui greggi di pecore pascolavano indisturbate, festose carovane di zingari che cantavano felici, duelli tra cavalieri in armatura e l’immenso salone di un castello illuminato a festa.

Rimanendo troppo a lungo a contemplare i pastori che portavano a casa le greggi, gli amori che nascevano tra i carrozzoni dei girovaghi, i cavalieri che si sfidavano in una giostra che non sembrava aver mai fine e le dame danzare con i loro eleganti compagni, Rosa smise di uscire di casa, dimenticandosi di fare la spesa. Per la cena non ci furono mai problemi, perché la minestra aveva sempre un ottimo sapore, anche se ormai nella pentola a pressione non c’era che acqua, senza neanche l’aggiunta di sale.

Solo quando le scorte di birra finirono - proprio l’ultima domenica del campionato di calcio - Marco si accorse che qualcosa non andava, allora picchiò con violenza la moglie e uscì  di casa sbattendo la porta, lasciando la donna svenuta a ricoprire il suo stesso sangue sul pavimento della cucina.

Rosa si riprese solo dopo qualche ora, risvegliata dalla musica dell’orchestra e dal vociare delle coppie danzanti. L’acqua nella pentola a pressione era quasi del tutto evaporata, ma la donna non se ne curò. La cucina era invasa da un’accogliente nuvola di vapore dentro la quale si scorgeva la sala da ballo illuminata a festa. Un gentiluomo di bell’aspetto l’invitò a danzare e lei gli porse il braccio. Attraversata la nebbia, il grembiule sporco si trasformò in un candido abito che le fasciò il corpo, di nuovo sano e con la grazia dei vent’anni.

Mentre ballava, Rosa vide dalle finestre del castello che le pecore riposavano già nelle stalle e che intorno al fossato si erano accampati gli zingari che la sera seguente avrebbero messo in scena il loro spettacolo di fuochi, giocolieri e danze sfrenate.

 

Marco, vista la partita con gli amici al bar, tornò a casa, aspettandosi di trovare la cena già pronta. S’irritò molto quando vide che la tavola non era nemmeno apparecchiata, quindi a grandi passi si diresse verso la cucina per dare alla moglie il resto che le aveva promesso qualche ora prima. Sul pavimento c’erano ancora le macchie di sangue e i mille pezzi in cui si era rotta la pentola a pressione, esplodendo dopo che l’acqua si era consumata tutta. Solo il coperchio era rimasto intatto, ma la valvola si era danneggiata irrimediabilmente.

Marco pensò che la moglie fosse nuovamente fuggita da casa e fosse andata dai carabinieri, per poi ritirare come sempre la denuncia per maltrattamenti, non appena le avesse promesso che sarebbe cambiato. Si sdraiò sul divano, aspettando la solita telefonata della cognata che gli avrebbe ripetuto che era un mascalzone e che meritava di marcire in galera. Si accese poi una sigaretta, non accorgendosi del gas ancora aperto e di cui la casa era ormai satura.

 

Il telegiornale sostenne che la fortissima esplosione che aveva sventrato la palazzina di tre piani in una borgata di Roma era dovuta probabilmente ad una fuga di gas.

Il pessimo stato in cui furono ritrovati i cadaveri non permise di accertare con certezza l’identità e il numero dei morti. Il giorno dopo si scoprì però che tra gli inquilini del palazzo distrutto mancavano all’appello solo una coppia di coniugi, dei cui corpi era rimasto ben poco.