Andrea Stefano Bonnin

 

asbon@libero.it

 

 

Nato a Torino il 22/03/1977

Laureando in Storia e critica d’arte alla Facoltà di lettere moderne di Torino.

Ha pubblicato alcune poesie su fanzine locali o universitarie.

selezionato per il percorso editoriale "Distributore automatico di poesie

e micro-racconti" dall'Osservatorio Letterario di Torino.

1999:  secondo posto premio di poesia Inves di Palermo

2000:  Primo premio al concorso internazionale di poesia di Genova con la composizione ?Hong Kong

 Finalista nel concorso di Bergamo Gruppo Fara

 Selezionato per una  pubblicazione di a Settimo Torinese Poesia Vagabonda

2001:  inserito nell’Agenda poetica 2001 edita da Lietocollelibri

finalista concorso di poesia di Ceprano, pubblicazione di una silloge di poesie

Ha incominciato a scrivere il uso primo romanzo, e sta completando una raccolta di poesie in forma di racconto e di micro-racconti.

 

 

 

 

 

 

Un racconto pubblicato il 1\12\’02

 

 

Stanze sulle strade

 

Ora so bene in quale città mi trovavo quella notte, ma allora, ubriaco fradicio com’ero vagavo senza meta per stradine strette e male illuminate, in salita e in discesa, del borgo medioevale, e non ricordavo più niente. Da dove arrivavo? Cosa facevo in giro a quell’ora tarda? Come diavolo ero capitato dentro quelle luci calde e gialle della piazza centrale?

Non ero un condottiero, non avevo un destriero, ne tanto meno una spada al mio fianco e poi, avevo infilato nell’occhiello della giacca un fiore bianco di cartapesta ed ero io vestito con un completo Armani che canticchiavo Drive all night di Springsteen. Solo ronzii e richiami di voci, risate e applausi e posate tintinnanti che picchiavano in testa. Bofonchiavo tra me, fischiettavo, imitavo un suonatore di sax e ogni tanto mi ritornava in mente perché avevo bevuto così tanto, per dimenticare.

 

Il  giorno prima avevo ricevuto due telefonate, nell’arco di dieci minuti, che si erano rivelate alla fine entrambe una delusione: la prima, del mio capo di lavoro, che mi aveva fissato un colloquio per rivedere la mia posizione, e sapevo per esperienza che per un capo rivedere le posizioni di un suo inferiore significa brutte notizie (solo per l’inferiore); la seconda telefonata da parte della mia ragazza, che si era imbarcata in una sorta  di master post universitario di cultura araba con sede a Roma e che non sarebbe tornata a Torino neppure per il ponte dell’Immacolata.

“Non mi aspettare per questo fine settimana”, mi fa lei.

“Ma come, non lavoro, ho dei giorni liberi per il ponte…tu che cazzo hai da fare a Roma, se il centro chiude?”

“Ecco, lo sapevo, incominci a diventare nervoso,  e dice pure le parolacce”.

“Parolacce un paio di palle, scusa ma mi telefoni dopo un mese che non ti trovo per dirmi che non vieni…”.

“Non vengo perché…senti, non è il momento, qui ho da fare, devo lavorare insieme ad altre persone, rimaniamo tutti a Roma”.

“Insieme ad altre persone…”, ripetei passando il mio tono di voce dalla rabbia alla rassegnazione.

“Fammi parlare con uno di loro…!”

“Non essere ridicolo, ti prego. Ci sentiamo!”, disse e riagganciò.

 

Ero il testimone di matrimonio di un mio amico d’infanzia. Quando mi chiese di fargli da testimone accettai senza sapere a cosa sarei andato incontro ( preparativi, assoluta compostezza in chiesa, poco tempo per organizzare gli scherzi con gli altri e regalo, soprattutto), ma domandandomi anche se il mio vecchio amico d’infanzia non avesse niente di meglio di me, un compagno di scuola che non rivedeva quasi mai, se non durante quegli squallidi raduni tra compagni di classe in ristoranti messicani, ai quali immancabilmente finivano col venire quattro disperati gatti randagi e dove ci si faceva strombazzare dal cameriere per farci salire l’effetto della tequila. E poi si ritornava sempre agli stessi discorsi che facevamo cent’anni prima tra i banchi di scuola.

La camicia bianca era zuppa di sudore e stropicciata e vagava senza meta fuori dai pantaloni, la giacca era umida, macchiata di vino su entrambe le maniche, i capelli avevano ormai perso la loro consistenza e la pettinatura del mattino, stavano piatti e flosci e bianchi per i residui del gel-che-non-lascia-residui, e le scarpe, da lucidi e specchianti che erano all’inizio della giornata, si erano riempite di polvere ( il cocktail di benvenuto dello sposo si era tenuto dentro un giardino di non so più quale famoso castello).

Era tardissimo, non c’era nessuno per le strade male illuminate. Me ne ero andato via dalla cena quando gli invitati si stavano apprestando a vedere il fatidico taglio della torta e a ingozzarsi, come se non era bastato tutto quello che l’ ha preceduta, con le sue fette. Dal canto mio il vino mi aveva messo caldo e non mi contenevo più, mi mancava l’aria dentro il ristorante e i miei vicini di tavolo mi avevano stufato con i loro discorsi, che, al momento in cui mi alzai dal tavolo, si erano diretti verso la politica interna. Politica interna? Al matrimonio di Claudio?

Quando mi trovai davanti la fontana della piazzetta tirai fuori il bicchiere di cristallo che avevo infilato nella tasca e lo riempii con dell’acqua fresca.

“Hei!, tutto ok?”, mi voltai, sorseggiando l’acqua, e vidi il vecchio Bruno venirmi incontro. Anche lui non era tanto lucido e zigzagava per la piazzetta.

“Sono qui”, gli disse quando me lo trovai davanti

“Cazzo, ti sei fregato un bicchiere, anch’io, guarda”

Scostò la sua giaccia e nella tasca interna usciva la parte superiore di un bicchiere da champagne

“Brindiamo! Al nostro successo”

Cin!

Cin!

Brindammo con dell’acqua. Non si deve fare? Chi lo dice a due ubriachi temerari che porta sfiga?

“Ti sei fatto anche la torta ?”, chiesi a Bruno che annuì e incominciò a raccontarmi del suo approccio galante con una delle cameriere. Le cameriere sono il massimo delle sue perversioni.

“Cazzo, tieni ecco il suo numero…sì, ma perché dobbiamo bere l’acqua di questa fontana?”.

“non lo so, siamo qui”

“ritorniamo al ristorante, ci prendiamo una bottiglia e riusciamo”.

“mi sembra un’ottima idea”.

Riconsegnai il biglietto su cui c’era scritto con una penna rosa il numero della cameriera ed il suo nome, Luisa. La strada per il ristorante non la ricordavamo, prendemmo diverse vie, ma alla fine dopo una decina di minuti, aiutati anche dalle uniche urla della notte e annusando l’aria come cani da tartufo, arrivammo davanti al ristorante.

“facciamo così…”

“così come”lo interruppi “andiamo al bancone del caffè e chiediamo una bottiglia di vino da accreditare allo sposo”.

“ho un idea migliore. Andiamo al carrello che c’è laggiù e prendiamo un prosecco”

Ci avviciniamo al carrello gironzolando tra gli invitanti del matrimonio, stringendo le mani di chi saluta e se ne va e sorridendo come cretini. Una sfilza di bottiglie sono sistemate sul ripiano inferiore del carrello, Bruno si china leggermente sulla sua destra, prende una bottiglia e con

indifferenza si dirige verso la porta d’uscita.

“che razza di vino hai preso?”, gli chiedo una volta fuori.

In mano mi trovavo del vino spumante dolce.

“questa roba ci ammazza, è veleno”

”che cazzo ne so, ho preso il primo che mi è capitato.

“ok, ascolta, rientriamo…e seguimi”.

Rientrammo, stessa scena di prima, strette di mano e sorrisi, fino al tavolo in cui erano seduti ormai mezzi addormentati e andati dal troppo bere e dal sonno i nonni degli sposi. Quel che rimaneva dei nonni degli sposi.

“Salve, tutto buono il cibo, ah il matrimonio è stato uno spettacolo, ah , si, emozionante”, dissi mentre recuperavo dal loro tavolo una bottiglia di nebbiolo.

“Devo…” mi fermai per sorridere e indicare gli sposi e salutai i commensali al tavolo.

“Vieni, usciamo da questo inferno”