Carlo Valeri
Nato a Roma il 30/04/'77
sta per laurearsi in Arti e
scienze dello spettacolo presso la Sapienza. La passione più grande è il
cinema, ma ama molto anche
letteratura e musica rock.
un nuovo racconto edito il 24/5/'04
“Non
usare il polso quando vai a rete!” ripeteva sempre l’istruttore.
“Devi
tenere fermo il braccio e accompagnare il movimento con l’altra gamba,
capito?”
Tutto
sommato non è che l’ascoltassi più di tanto. Pensavo veramente di essere
bravo!
I
miei miti tennistici erano due: Stefan Edberg e Henri Leconte. Per me vedere le
loro partite era come andare al cinema. Ero capace di passare interi pomeriggi
davanti alla TV nei giorni d’estate per seguire le loro gesta nei più
importanti tornei. Magari avessi avuto 1/10 del loro talento! Tre volte alla
settimana andavo ad allenarmi costantemente e quando, nel giro di pochi anni,
capii che al massimo sarei potuto diventare un discreto giocatorino e nulla più,
depositai le racchette in soffitta e cominciai a dedicarmi a faccende
decisamente più pigre. E sempre più astratti si fecero i sogni…
Adesso
come adesso sono anni che non gioco più a tennis. Meglio così, questo è poco
ma sicuro.
Rivolgersi
al proprio passato delle volte costringe noi stessi a fare i conti con
schizofrenici percorsi incompiuti; per me il Tennis è uno di essi. Ma, se scavo
affondo nei lontani giorni di quelle ambizioni sportive, riesco a tirar fuori il
ricordo di una lezione di vita. Un ricordo limpido e assieme ingiallito da un
senso di vergogna che non ho mai compreso.
Era
un pomeriggio d’aprile. Era il 1991. Io e il mio amico Marco ci incamminavano,
racchette in spalla, verso il circolo sportivo dove eravamo soliti sfidarci. Il
tratto di strada non era particolarmente lungo. Con passo svelto potevano
occorrere dieci minuti per raggiungere i campi da gioco e il tragitto che
facevamo era una specie di penetrante serpentina lungo alti palazzi condominiali
e i soliti marciapiedi di quartiere che i nostri lucidi occhi d’adolescenti
conoscevano a memoria in ogni loro metro quadrato. C’era il sole. Questo lo
ricordo come fosse ieri: c’era un gran sole e la gente sudava parecchio.
Attorno
alle 15 eravamo fermi davanti al semaforo pedonale di una delle più grandi e
antiche strade di Roma. Brevi secondi bastarono. La nostra attenzione fu presto
attratta da una cospicua folla di gente accalcata ai piedi della salita di una
via secondaria e per noi, quando scattò il semaforo, divenne irrinunciabile
dirigerci con innocente curiosità verso quel gruppo di persone, che tanto
pareva agitato e scosso. Giunti sul posto non chiedemmo nulla a nessuno. La
folla, più o meno una ventina di individui, era disposta a semicerchio e da
essa notai subito allontanarsi velocemente una giovane donna in preda ad un
pianto isterico.
All’inizio non fu facilissimo farsi largo tra le sagome di chi ci stava davanti. Quando la mia posizione divenne buona, per prima cosa vidi due gambe distese sull’asfalto del marciapiede, una delle quali appariva ripiegata all’indietro in modo innaturale. Spostandomi lentamente verso sinistra, la vista di una camicia dai colori opachi ricopriva un corpo magro schiacciato a terra e il volto sbiadito dell’uomo era segnato da due occhi spalancati che fissavano il cielo. Del buco che aveva in piena fronte e del sottile rigagnolo scuro che gli attraversava la tempia mi accorsi dopo qualche istante. “Non toccate la pistola!” sentii urlare alla mia destra e allora mi misi a scrutare in basso per capire dove fosse l’arma, ma non riuscii mai a vederla. Già allora tutta la scena mi parve stranamente asettica, come fosse stata allestita da uno scenografo contemporaneo e la quasi totale mancanza di sangue sembrava contraddire brutalmente l’immaginazione realistica dei comuni mortali.
Io
e Marco non restammo più di tanto a guardare. Dopo un po’ ci allontanammo
silenziosamente. Poi quando fummo ad una certa distanza udimmo la sirena di
un’ambulanza farsi sempre più vicina. Era un suono inutile e dalla bocca del
mio amico uscì una bestemmia.
Pubblicato il 11/1/'04
Ho deciso. Dimenticherò le lacrime perdute nei fluidi giorni dell’ipnosi.
Il disprezzo accumulato sugli altri diventerà carne e ogni parte del mio corpo griderà parole. (Il mio futuro sta narrando l’amore di un alieno naufragato.)
Imparerò. Devo imparare. Altrimenti sarà la fine.
Il corpo, i gesti, la voce: tutto sarà chiaro, diretto, materia, sesso, e la mia paura diventerà arte. La mia arte custodirà i silenzi che ricevo e si rivelerà inutile quando sarà perfetta.
Migliorerò. Devo migliorare. Altrimenti sarà la fine.
23:00.
La storia va avanti. Da dieci minuti l’amico Ricky parla al telefono con quella che ha conosciuto la settimana scorsa. Io sono al volante, guardo dritto davanti, stordito dai bagliori notturni di questa strade, mastico gomme e ascolto la performance alla mia destra. “Vorrei proprio leccartela sai….vorrei leccartela fino a farti piangere dalla gioia!”
Dopo due incroci svolto a sinistra. Automobili accese come formiche ubriache.
“…mi piace quello che dici…voglio sentirti parlare sempre così…che fai dopo?…sei con un’amica?”
Gente che va gente che viene. La giovinezza sfugge e la notte diventa poesia.
Venti minuti. Divento matto. Sono passati venti minuti e questi continuano come prima: ‘ti stai toccando?’ ‘Te lo infilo nel culo’ ‘so che ti piace’ ‘perché stai ridendo?’
Venti minuti del mio tempo che si fa ambizioso e lo conduco, lo guardo, lo ascolto senza dire AMEN.
La telefonata finisce. Niente amica. Nessun problema, la città è in calore anche se il Governo ha chiuso con l’alcool. Il Tevere brilla.
(Ora, se solo decidessimo di bloccare il flusso per qualche istante e osservare, con gli occhi annebbiati dei sogni, il nostro fiume melmoso che si studia sui libri di storia, potremmo accorgerci di quel tappeto verde divenuto acqua come fosse il sipario d’un lontano passato. E sotto di esso, negli abissi pestilenziali di una Roma perduta, leggere le storie che gli anziani narrarono ai figli, racconti di papi assassini e di mogli ubriache, di duelli e pugnali, di artisti affamati, patrioti uccisi. Sono le tracce di un affresco bagnato, perduto. I secoli si fanno cinici e rinnegano le rughe delle loro madri.)
03:30
Per un’ora ho parlato con una tedesca in un’inglese stentato e banale. E’ carina ma devo restare calmo. Tre mesi fa in una situazione simile tutto andò alla grande, ma si sa: gente che gente che viene, e il destino se la ride. Il nome è Monika. La mia brillantezza appena sufficiente, ma potrebbe bastare dal momento che lei è sbronza.
Ci baciamo. Ci tocchiamo. Il resto è psicologia applicata.
Un giorno farò mio il metabolismo dei vampiri e allora diventerò un principe al neon.
Mezz’ora dopo la ragazza è partita per via dell’ennesima birra. Ha la testa bagnata e un suo amico la allontana da me come fosse il padre. Del resto persino l’amico Ricky sembra dare segnali di barcollante equilibrio, ragion per cui primo argomento del giorno che nasce sarà riportarlo a casa limitanto al massimo esplosioni etiliche.
Il sole non sorge; ennesimo deja-vù di una città stanca. (Il caffè che rende svegli lo maledirò sempre. E’grezzo, ignorante, artificioso; da bandire con uno sbadiglio profondo e consapevole.)
“Stai calmo!” ripeto a me stesso “stai calmo! Un giorno ricorderai con gioia quest’oscurità farsi turchese!”
Sembra tutto finito, e infatti lo è. Cristallino, illuminante, rivelatorio.
Rallentati riflessi allungano istanti di pensieri spezzati.
Do – mi - sol. Tre note per un accordo. Durante l’intera serata ripetè quella triade all’infinito, estenuando gli amici, il pubblico, se stesso. Suonò quell’unico rumoroso accordo sorridendo al suo talento e scolpendo sguardi increduli tra gli spettatori, mentre le variopinte luci del palco fecero calare una nebbia barocca sul suo corpo allungato.
La fine della performance venne annunciata dallo stesso chitarrista che, nel rivolgersi ai pochi rimasti, decorò il suo volto distratto con un sorriso immotivato. E solo qualche istante dopo, nell’attraversare uno stretto corridoio scarsamente illuminato, il musicista iniziò a ricordare quelle strane melodie perfette che per tutta la notte precedente lo avevano inseguito nel sonno. Entrato in camerino chiuse la porta sbattendola con violenza e lo avrebbe fatto con la forza del pensiero se solo avesse potuto.
In modo assai prevedibile da allora il suo nome scomparve irreparabilmente dalle scene musicali lasciando un inconciliabile mistero e un alone memorabile attorno alla sua figura.
Dopo quel concerto pare che questo strambo personaggio rimase chiuso in casa per giorni lunghi come anni. Incastrato nella sua stanza irrideva il tempo dormendo nel disordine del suo letto, circondato dalle chitarre che agli albori della carriera aveva tanto amato collezionare e che nel corso del tempo erano diventate abituali interlocutrici del suo sonno profondo. Alcune volte, durante il tardo pomeriggio, nell’orologio appeso alla parete di fronte al suo letto, osservava le lancette dei secondi scorrere lente e veloci. Ma solitamente era la notte il momento in cui provava maggior terrore della propria condizione: quando patteggiava con le visioni insonni e veniva assalito da geometriche figure dai lineamenti ondulati o dagli appannati riflessi di maschere perdute. Alla fine di tutto era un improvviso sguardo benedetto ad interrompere le danze in modo perentorio, consegnando il suo corpo ad un rigenerato vigore.
Molte nottate filarono via in questo modo. Eppure si narra che ve ne fu una in cui successe qualcosa. Fu la volta in cui le sue visioni vennero sospese da uno sguardo diverso dal solito ed egli vide il pericolo scintillare nei suoi occhi. Uno sguardo colmo di paura e disperazione. Uno sguardo davanti al quale quegli stessi ritratti mascherati parvero sciogliersi in silenzio. In lui esplose con tutta la chiarezza possibile la convinzione d’esser diventato un individuo mostruoso educato dagli enigmi della notte, con i suoi gonfi occhi marroni ultimi barlumi per interpretare un dolore incomprensibile e necessario. Il suo respiro denunciava un sottilissimo affanno e a lungo rimase disteso sul letto, mentre la sua memoria urlava pensieri stroncati dall’oblio che non riuscivano a librarsi dal piccolo ambiente in cui venivano concepiti – e, per un brevissimo istante, egli colse in se stesso l’ingenuo desiderio di gridare insulti al proprio passato. Riassaporò le nude parti dei corpi delle donne con cui aveva condiviso i sorrisi del piacere e tutto sembrò apparirgli clamorosamente lontano, artificioso, come se tutte quelle esperienze del passato fossero soltanto sue invenzioni proiettate su uno schermo di primaverili ambizioni. Tramite i ricordi cercò, con faticosa preoccupazione, di ridisegnare quei volti femminili caduti e, nel riesaminarli in dettaglio, decise estemporaneamente di averne amato uno e di scrivervi qualcosa che rievocasse la gioia. Così su un foglio di carta ingrigito compose leggere parole d’amore, che restituivano odori all’ambiente sepolto e sembravano contraddire la tensione nervosa del suo volto accaldato. Tracciando armonie di ricordi, la sua penna procedeva con rapidità impazzita assecondando i suoni bizzarri d’un mondo passato, inventato, perennemente inseguito; ed egli, aggiungendo o togliendo colore a tutto quel che vedeva, riscoprì quella invisibile tecnica compositiva con cui in passato aveva nutrito l’ispirazione.
Con sfrenata voracità si diresse verso la chitarra a lui più vicina e le parole d’amore che aveva appena scritto vennero accompagnate da delicati arpeggi. Poi qualche istante dopo, mentre il tempo assisteva paziente, l’esecuzione cominciò ad assumere variazioni sempre più estreme e lui stesso prese a stupirsi di come riuscisse a riprodurre, a seconda di quel che gli girava in testa e delle sensazioni che provava, sonorità sincere fino al midollo, ora putride ora ascendenti, così intrise di magia e di mistero. E allora riconobbe la sua ritrovata grandezza, con quel sentimento d’orgoglio e presunzione che da sempre era stato il primo fruitore nella sua formazione artistica. “Ecco il mio capolavoro!” pensò mentre suonava; e questo pensiero cominciò a sovrastare ogni altro pensiero, ogni altra immagine, ogni altro mondo.
Caduto. Ogni
parte del suo corpo accoglieva eccitata qualunque umore galoppante, quando in sé
colse il seme d’una fragorosa risata ancora inespressa, che non volle però
liberare e preferì strozzarsela dentro quasi volesse analizzarne la
composizione ed assorbirne pienamente gli effetti. In quegli istanti di statica
imperturbabilità smise di suonare, posò lo strumento e, intrecciando le mani
dietro la nuca, si dedicò per un po’ a sperimentare il suo respiro,
alterandogli l’abituale ritmo e intensità. Il gioco dei respiri lo divertiva;
e per l’ennesima volta nella sua vita ebbe viva consapevolezza d’esser un
genio. Esaltato, cominciò a pensare a se stesso in terza persona: “La sua
musica, moderna e originale, è la realizzazione compiuta e singolare di
tutto il suo talento e mira non tanto a risultati omogenei e concreti,
bensì alla continua moltiplicazione delle possibilità infinite e
mutevoli.”
Quando il gioco dei respiri venne concluso, gli ideogrammi orientali dipinti sul soffitto della sua stanza diedero nuova linfa al suo pensiero ed egli, con fierezza, prese a recitare a voce alta insensate parole con le consonanti mischiate alle vocali, con le immagini mischiate all’esperienza, con l’esperienza mischiata alle consonanti…. “Ecco il mio capolavoro!” e la recita finì.
Al buio. Al buio rimase ad osservare gli angoli oscuri della sua stanza aprirsi verso innumerevoli punti di fuga.
Saranno
state più o meno le tre di notte quando le piante del mio balcone cominciarono
a divorarsi fra loro. “Brutta faccenda” pensai “adesso chi glielo dice ai
miei?”
Oltre tutto il baccano proveniente dal bagno non riuscivo proprio a capirlo. Cos’era? Il calcolo delle probabilità sensoriali imputava la causa ad un rubinetto lasciato aperto, ma ero comunque impossibilitato a risolvere la questione. Troppo fiacco e sudato.
Vittima di un mini-trip azzardato,
tentavo di non badare affatto al problema “piante affamate” e indirizzavo un
me stesso svuotato nelle vicende di una partita di calcio sudamericana che
davano in TV. Tolsi l’audio per non avere influenze esterne; e la prima
conseguenza fu quella di ritrovarmi nel bel mezzo di un’orazione dantesca…
Per
correr migliori acque alza le vele
omai
la navicella del mio ingegno,
che
lascia dietro a sé mar sì crudele;
Et voilà! Liceali versi sputati da
inerti ricordi come didascalie bianche su uno schermo nero.
Il primo tempo della partita parve
durare quanto una canzone dei Beatles, poi il dopo appartenne ad alcune visioni
democraticamente realizzate per nutrire un cervello medio: saponette,
automobili, mutande, camicie, il talk show del giorno dopo, gli aiuti per chi
muore in Africa, i culi delle veline in bianco e nero su un calendario.
Denigrando i minuti come fossero
secondi, attraverso i riflessi di una finestra semi-aperta convenni che le gocce
salate sulla mia morbida fronte avrebbero potuto forse inaugurare una mostra
xilografica in Germania, ma in quel contesto casalingo riuscivano a risolversi
solo nella sociologia ammuffita. Tant’è. Stop. Inizio secondo tempo. Stop.
2-0 per quelli bianchi con la banda rossa. Stop. E la mia ex, urlante dal bagno
con l’acqua alla gola di venire a salvarla, suscitava un pathos davvero degno
del suo talento. “Non andarci idiota, non c’è nessuno al bagno!” (così
immaginai le risate di coloro che assistevano divertiti a tal pantomima, tutti
nostalgicamente OUT; e per certo so che sarei stato capace di amarli come
fossero stati i figli di mio padre.)
L’effetto poi ad un certo punto
svaniva? E la Voce rispose: “Con calma, figliolo, non c’è fretta… bisogna
esser bravi a ottimizzare il tempo altrimenti a cosa serve non fare un cazzo?”
Particolarmente strano quell’inverno. Le serate in discoteca parevano moltiplicarsi continuamente condannando il corpo a intere giornate di sonno e l’euforia alcolica tracciava sfuocati percorsi di visione. Il giorno preciso nemmeno lo ricordo. Di sicuro io e il mio amico percorrevamo in una babele di suoni e rumori quel locale gremito dove eravamo soliti andare. Di sicuro era novembre. Di sicuro era lì.
“Ti sta guardando da 20 minuti, che aspetti?” mi urlò nelle orecchie quel pazzo di Claudio. Aveva ragione, dovevo andare. Ingoiai freneticamente il secondo cocktail e la raggiunsi nell’angolo dove era seduta. Qualche frase buttata lì, ci presentammo e lei mi fece assaggiare il suo drink. Per un po’ giocammo con bugie innocue e sincere. Svelta nello stare dietro alle mie battute, la sua parlantina denunciava una praticità discorsiva che la rendeva difficilmente vulnerabile in qualunque tipo di discussione (più di una volta in seguito dovetti fare i conti con questa sua dote). Anche lei era di Roma ma amava in particolare Berlino, laddove io preferivo Londra. Stemmo insieme due anni, nel corso dei quali visitammo entrambe le città; eppure tutto quel tempo sarebbe potuto sembrare pallido senza quella notte. Una notte che più avanti sarebbe stata inseguita, copiata, frantumata e ricomposta nel sogno.
Quando iniziammo a baciarci non fu difficile allontanarsi da tutto. I suoi capezzoli diventando duri cominciarono a solleticarmi il petto, mentre le dita provavano ad infilarsi dietro ai miei jeans. Trattenne il respiro scaldando il volto. La mia lingua sul suo collo e quella di lei mi disegnava le labbra. Ho in mente la gonna farsi sempre più corta, il mio pene indurirsi, la sua bocca mordermi la pelle, le parole diventare inutili, il suo corpo sul mio, l’odore che dura un giorno, mio padre e mia madre, l’orgoglio da figlio, la tristezza uccisa da una voce di donna, la giovinezza mangiata.
(Sappiate che non lo scriverò mai, perché col tempo il suo nome diventò lei e ormai non c’è più niente da fare: quel nome sarà sempre e solo lei!)
Perché non ridere di se stessi?
E’ almeno un anno che non la vedo e da un mese circa sono sepolto vivo in casa ostinandomi a mantenere limpidi i maledetti ricordi della storia con lei. Non più di tre o quattro saranno state le occasioni in cui le strade hanno scovato la mia sagoma fra la gente che vive e la presunzione non fa che battezzare tutto questo come “esperienza”. Leccando ferite addolcite dai libri, gestisco il fisico controllando i pensieri. Ingenuo! con l’immagine coltivo un amore finito e convinco il talento a considerare moderna la mia malattia. No, caro mio, è fatiscente e patetica; è una malattia vecchia di secoli.