CATALDO BALDUCCI

 

 

 

C. Balducci è nato a Venezia nel 1966. Dopo aver studiato legge a Bari, ha esercitato per alcuni anni l’attività di procuratore legale ed avvocato. Lasciata l’avvocatura, attualmente vive e lavora a Verbania, sulla sponda piemontese del lago Maggiore.

Ha pubblicato su NUOVIAUTORI A forza bruta, il suo primo romanzo di fantascienza, con il quale ha partecipato, senza successo alcuno, al concorso Urania del 1999.

 

 

 

e-mail: cataldo.balducci@poste.it

 

 Un nuovo ottimo racconto di Cataldo Balducci pubblicato il 11/6/'03

 

 

Saverio al dunque

 

Il padre di Irma era un tipo all'antica. Esigeva che la figlia fosse a casa per le nove, le nove e mezza di sera al massimo. Perciò Saverio la portava a fare l'amore alle otto.

   Sulla vespetta, prestatagli dal suo amico Mimmo, portava la giovane nel podere del nonno.

   Oddio, occorreva un atto di fede per attribuire a quel trabiccolo la natura di scooter. Era così malconcio che avrebbe potuto essere qualunque cosa: una falciatrice da giardino, una lavatrice o un ordigno bellico inesploso.

   Per via del manubrio, storto verso destra, bisognava pilotarla stando sbilenchi. Con un po' di pratica ci si faceva l'abitudine, anche se le curve a destra richiedevano un'abilità da contorsionista.

   Però, quando Saverio caricava Irma dietro di sé, aggrappata a lui come se dall'intensità di quella stretta ne andasse della propria vita (il che in un certo senso era vero, specie nelle curve a destra), con gli enormi seni di lei premuti contro la schiena di lui, non era certo alle insidie presentate dalla guida che il ragazzo pensava. Allorché la motoretta finalmente imboccava, alla massima velocità che le fosse possibile, la stradina sterrata che conduceva al campo del nonno di Saverio, lui era già in stato di completa erezione.

   All'imbrunire di quelle giornate di luglio, lui aiutava Irma a scendere dal trabiccolo, che appoggiava al muro sul retro della bassa costruzione a un piano che serviva come ripostiglio per gli attrezzi; poi si mettevano a fare l'amore. Dalla veemenza di Saverio, si sarebbe quasi detto che stesse abusando della giovane.

   La posizione preferita da Saverio era quella in cui penetrava Irma da tergo abbrancandole un seno con ciascuna mano.

   Ciò che rendeva perfetta la loro relazione, probabilmente, era che i due non si amavano. Saverio infatti non amava Irma, e nessuna ragazza sana di mente avrebbe potuto amare lui.

   Per un paio di mesi, quell'estate, Saverio verso le otto di sera arrivava in Vespa ad un angolo di strada appartato e Irma, a passi rapidi, quasi di corsa, lo raggiungeva cingendolo vigorosamente con le sue braccia paffute. Si aggiustava la gonna sotto il sellino, assestandosi con una mano la crocchia dei lunghi capelli neri, e quando Saverio la sentiva ben stretta a sè, i seni di lei due masse grandi e sode sotto le sue scapole, girava con forza la manopola del gas.

   Eppure, Irma non avrebbe certo potuto definirsi una gran bellezza. Quando gli fu presentata per la prima volta da sua cugina Gemma, praticamente Saverio non la notò.

   Come d'abitudine, una sera di fine giugno Saverio stava deambulando lungo il corso del paese insieme a due suoi amici, Pasquale e Vincenzo, altri due vitelloni come lui, due sciagurati buoni solo ad angustiare le proprie famiglie e ad infastidire le ragazze. Insieme formavano un terzetto da non sottovalutare: tre tipici "bei ragazzi meridionali" con capelli scuri e sopracciglia folte, bocca carnosa e sguardo concupiscente. Pasquale portava pure i baffetti. Ci passava le ore, a disciplinarli con pettine e forbici davanti allo specchio.

   Indossavano camicie fresche di bucato, stirate con cura dalle rispettive madri, nella speranza che il loro figlio incappasse in una ragazza che si facesse sposare, costringendolo a mettere la testa a posto e addirittura, chissà, a trovarsi un lavoro.

   Ecco passare Gemma, figlia del fratello della madre di Saverio. Sua cugina. Non potevano non fermarsi a salutarla. I tre si tolsero per un istante di bocca le sigarette che stavano fumando.

   Succhiavano quantità notevolissime di sigarette americane, Camel o Luky Strike preferibilmente; Pasquale comprava per tutti loro sette o otto stecche di sigarette di contrabbando alla volta, ad un  banchetto di corso Cavour, a Bari, dove spesso andava in treno a far visita ad un parente.

   "Ciao Gemma. Come sta papà? E mammà? Tu stai che è una meraviglia, vero ragazzi?" fece Saverio. I suoi due amici si affrettarono ad annuire vigorosamente col capo. Effettivamente Gemma era un gran bel pezzo di figliola; una mora alta e prorompente, che si metteva apposta magliette d'un paio di misure più piccole della sua taglia, sfoggiando certe scollature alla godipopolo che lasciavano ben poco all'immaginazione.

   "Bene, bene, stanno tutti bene, grazie." Rispose Gemma con un  sorriso malizioso, "E tu dovresti saperlo, visto che sei venuto a pranzo da noi tre giorni fa."

   Vincenzo e Pasquale si scambiarono un'occhiata d'intesa, dandosi di gomito. Qualcosa tipo: "Chissà cos'ha combinato Saverio con la cuginetta, dopopranzo" passò per le loro menti.

   "Gemma, conosci già questi due derelitti che mi vengono appresso nella speranza di soddisfarsi con le ragazze che sono costretto a trascurare per mancanza di tempo, vero?" fece Saverio. I suoi amici lo incenerirono con lo sguardo.

   "Li conosco, li conosco: Pasquale Sciorio e Vincenzo Lo Mastro" fece la giovane, guardandoli come se fossero dei noti frequentatori di casini.

   "Voi, invece, conoscete Irma?" chiese loro Gemma, alludendo alla ragazza che le stava al fianco. Si trattava d'un tipetto bassino e alquanto tracagnotto, dalla testa sferica, da cui sporgevano due occhi vagamente bovini.

   In effetti, i tre ragazzi non conoscevano Irma. La salutarono fugacemente e poi tornarono a dedicarsi a Gemma. Pochi minuti dopo tutti si salutarono con un "Ciao ciao" e ripresero a percorrere la via consacrata allo struscio.

   "Savè, ma quant'è bona tua cugina!" osservò Vincenzo dopo pochi passi. "Beato te, che sei di famiglia e la puoi andare a trovare a casa. Dì la verità: te la sei fatta! Magari l'altro giorno, dopo aver mangiato vi siete infrattati in qualche stanza e te la sei chiavata."

   "Certo, Vincè, che sei bacato forte! E ché cazzo, è mia cugina!" si schermì Saverio.

   "Tra cugini" fece Pasquale, col tono di quello che la sa lunga, "ne succedono di tutti i colori, è risaputo. Eppoi, volendo ci si può pure sposare, basta chiedere la dispensa del vescovo".

   "Infatti, Pasquà, spesso ti guardo e mi chiedo se i tuoi genitori non siano cugini. E poi mia cugina è mezza fidanzata con uno un po’ scemo che fa medicina a Napoli. Uno stronzo che gira in spider e tiene i soldi che gli escono dagli orecchi: il padre è assessore comunale della DC a Bitonto. Capace che prima o poi si sposino."

   Dopo qualche istante di silenzio, Vincenzo, col suo consueto pragmatismo, fece: "E di quell'altra che mi dite? Irma si chiama, mi pare. Un po’ volgarotta, no? Tutt'altra categoria. Però, ragazzi, avete visto che tette? Ma che misura porta? La quinta? La sesta?"

   Adesso che glielo facevano notare, Saverio doveva ammettere di trovarla curiosamente eccitante. Vabbe' che per come erano ridotti avrebbero trovato eccitante anche un buco in una tavola.

   Mentre era intento a masturbarsi, quella sera, chiuso nel cesso di casa, la prima immagine femminile che la sua fantasia gli richiamò alla mente fu quella di Irma. Non quella di sua cugina Gemma, o d'una qualsiasi delle bonazze del paesello che inseguiva con lo sguardo durante lo struscio. Non una delle ragazze che comparivano in posizioni improbabili nei giornaletti  pornografici che si faceva comprare a Bari sempre da Pasquale, all'edicola di fronte alla stazione, e che Saverio riponeva in soffitta dentro una vecchia cassapanca, nascosti sotto una pila di vecchie tovaglie che sua madre non usava più da anni ma non trovava la forza di buttare, perché una vita di sacrifici e privazioni aveva insegnato alla donna a non buttare mai nulla.

   La forza di quell'evocazione, la nitidezza e concretezza con cui gli riuscì di rappresentarsi mentalmente il seno della ragazza lo meravigliarono. Quasi non l'aveva degnata d'attenzione ma, dove non arrivava la memoria, suppliva la fantasia. Pensò a tutte le cose che si potevano fare con un simile paio di tette, e decise di chiederle un appuntamento.

   Poteva fallire, ma Saverio era giovane, incosciente e soprattutto infoiato, e ci sono ben pochi rischi che un essere umano in queste condizioni non sia disposto a correre. La sera seguente, datosi una ripulita ed indossata la sua miglior camicia, azzurra a righine bianche (che Saverio portava quasi del tutto sbottonata nella speranza che i radi peli che cominciavano a crescegli sul petto gli conferissero un'aria di selvaggia virilità), andò a piazzarsi ad un angolo di strada dal quale poteva tenere d'occhio gran parte del passeggio.

   La vide dopo una ventina di minuti; stranamente, era sola. Sembrava una vittima predestinata; portava la stessa camicetta proletaria della sera prima ed una gonnina sgraziata lunga al punto da strusciare quasi per terra. Saverio si diresse con decisione verso la ragazza, fendendo il flusso del passeggio. Giuntole vicino trasse un profondo respiro, sfoderò il suo miglior sorriso, incrociò le dita e partì all'attacco.

   "Ciao Irma" le disse. "Sono Saverio, il cugino di Gemma. Ti  stavo cercando." Aveva deciso di adottare una tattica diretta: o la va o la spacca. "Ti debbo assolutamente parlare a quattr'occhi. Ho una cosa importante da dirti. Sai dove sta via D'Azeglio?"

   Lei ci pensò su un attimo, poi annuì con vigore.

   "Bene" proseguì Saverio, già tutto ringalluzzito. "Domani sera verso le nove fatti trovare lì, vicino alla chiesetta. Ma, hai capito?" le chiese, un pochino dubbioso che quella testolina a forma di palla potesse mai capire qualcosa.

   Irma lo guardò. "Alle nove per me è tardi. Facciamo alle otto". fece, poi si voltò, senza attendere risposta.

   Preso in contropiede, Saverio fece appena in tempo ad aggiungere un: "Ah, ciao, allora".

 

   La sera seguente, passate da pochi minuti le otto, Saverio raggiunse, non senza difficoltà, il luogo dell'appuntamento a bordo della Vespa di Mimmo.

   "Ma, la sai portare?" gli chiese l'amico dopo che lui gli aveva chiesto di prestargliela per quella sera. "Ma sì che la so portare! E ché sarà mai, una moto da corsa?" aveva replicato spavaldo Saverio. Poi ebbe il suo bel daffare per non ammazzarsi alla prima curva.

   Lei era già lì che lo aspettava: il solito chignon di capelli  cotonati che le spuntava dalla nuca, la solita camicetta, la solita gonna. Il giovane fermò la vespetta frenando con i piedi.

Irma, dopo aver visto il trespolo scalcinato su cui Saverio stava appollaiato, era spaventata a morte. "Sali!" le intimò trafelato il giovane. Lei lo guardò in faccia e disse "Ma lo sai portare sto’ coso?".

   "Giuro che vado piano" fece Saverio, cercando di apparire rassicurante.

   Irma montò e lui partì.

   Percorrendo oscure stradine si allontanarono dall'abitato, e immettendosi infine sulla provinciale. Dopo pochi minuti svoltarono in un tratturo polveroso, e giunsero alla meta, il podere di nonno Giuseppe; tre filari di alberi d'ulivo con in mezzo una minuscola costruzione. Saverio fece scendere la giovane, appoggiò la vespetta contro il muro, poi restò qualche istante in silenzio, osservando le scarpette di vernice rossa di Irma.

   "Fa' attenzione a non sporcartele di terra" le disse dopo un lungo silenzio. Giunto finalmente al dunque, a Saverio non riusciva più di dire o fare alcunché.

   "Se non sono a casa per le nove, mio padre mi mena con la cinghia dei calzoni" osservò la giovane. Lui annuì in silenzio, sempre guardando in basso. Irma prese a sbottonarsi la camicetta.

   Saverio le si avvicinò rompendo gli indugi, e afferrò con le mani i seni della ragazza. Quando lei fu completamente nuda, le mani di Saverio non seppero più quale parte del corpo di lei tastare, palpeggiare, carezzare, strofinare, smaneggiare, penetrare; la bocca dove baciare, leccare, succhiare, mordere.

   L'unica cosa che Irma rifiutò sempre di togliersi (anche una volta che lui ci si graffiò una parte particolarmente sensibile del corpo) fu la collanina d'oro che portava al collo, e che reggeva una medaglietta raffigurante Sant'Antonio da Padova, perché, gli spiegò, era molto devota al Santo portoghese.

   "E' il cielo che lo punisce per i suoi peccati!" gli aveva detto ridacchiando dopo l'incidente, mentre lui imprecava furiosamente.

   Irma non rimase certo passiva: gli sfilò da sopra la testa la maglietta intrisa di sudore e gli abbassò con un movimento secco la lampo dei pantaloni. Una sua manina paffutella si mosse con decisione verso l'inguine di lui, facendolo gemere di piacere.

   La prese dappertutto; esplorò con le sue dita ogni recesso, ogni anfratto del corpo di Irma, con un occhio di riguardo per i seni. Le sue mani ne tormentavano gli enormi capezzoli eccezionalmente reattivi sotto l'azione delle sue labbra.

   E dire che Saverio pensava fosse ancora vergine!

 

   Tre anni prima, quando lei ne aveva tredici, come ebbe modo di raccontargli durante un altro dei loro incontri, un suo cugino più vecchio di lei di dieci anni le era saltato addosso un pomeriggio in cui si era recato a casa della ragazza per portare una stoffetta a fiori da cui sua madre, sorella della madre di Irma, voleva far ricavare un vestito estivo. La madre della ragazza era una brava sarta, e spesso parenti e amiche le commissionavano lavoretti del genere. Ma quel giorno Irma era in  casa da sola: era il primo pomeriggio, la controra, e suo padre stava al lavoro mentre sua madre aveva preso i due fratellini più piccoli di Irma ed era andata a far visita alla suocera settantenne che la settimana prima aveva pensato bene di precipitare giù per la ripida rampa di scale di casa sua fratturandosi un femore, e adesso era immobilizzata a letto con la gamba ingessata a gemere e lamentarsi, completamente dipendente dalla nuora. "Guarda che dovrebbe venire tuo cugino a lasciare della stoffa. Mi raccomando, fatti dire per quando la zia la vuole pronta" aveva detto la madre di Irma alla figlia prima di uscire di casa, bestemmiando per l'ennesimo casino che le aveva conbinato quella troia della suocera, che la volta in cui era finalmente caduta per le scale non aveva neppure avuto il buon gusto di crepare.

   Era fine maggio. Faceva già piuttosto caldo. Quando il cugino di Irma suonò alla porta, lei per rinfrescarsi stava facendo un bagno nell'acqua tiepida, nella tinozza di ferro smaltato del cesso. "Vengo, vengo" gridò avvolgendosi in fretta e furia in un grosso strofinaccio da cucina che la copriva a malapena e correndo ad aprire la porta. Suo cugino era sulla soglia, con un involto sotto il braccio. Lei lo salutò sorridendo, e lui la guardò strabuzzando gli occhi, quasi la vedesse per la prima volta. In effetti, era la prima volta che la vedeva seminuda.

   Ai piedi di Irma si stava formando una piccola pozza d'acqua, che le gocciolava dai fianchi, dai capelli ora sciolti lungo la schiena, dall'interno delle cosce piene. "Ciao, Irma. Debbo darti un pacchetto per la zia. Vedo che sei tutta bagnata. Facevi il bagno?" domandò lui. Lei assentì col capo. "Be', magari è meglio se entro un attimo per poggiarlo da qualche parte. Non vorrei che si bagnasse. Posso?" le chiese con fare innocente. Irma si scostò dalla soglia per farlo entrare in casa. Una volta entrato, il giovane si chiuse con forza la porta alle spalle.

   Il cugino di Irma lasciò immediatamente cadere l'involto per  terra, esattamente nel punto del pavimento dove si trovava la chiazza d'umido, e le saltò addosso.

   Fatti i propri comodi, sua cugina Irma non era più vergine. Data una sommaria ripulita in giro, il ragazzo ordinò a Irma di non dire nulla a nessuno di ciò che era successo, e se ne andò.

   Quella sera la madre la sgridò aspramente: "Cretina! Non ti sei fatta dire per quando la zia vuole che sia pronto il suo dannato vestito! Vuoi sapere cosa sei? Una stupida, ecco cosa!"

   Ascoltando questo racconto Saverio non potè fare a meno di pensare a sua cugina Gemma, che, quando lui una volta aveva solo accennato a baciarla non proprio su una guancia, gli aveva rifilato una sberla che gli aveva infiammato la faccia per ore. "Non ti ci riprovare, sai, che ti sputtano davanti a tutta la famiglia" lo aveva minacciato in un sibilo mentre lui teneva le mani sulla parte offesa del viso.

 

   Andò avanti un paio di mesi, quasi ogni sera. Saverio aveva trovato nella cantina di casa uno dei teli che i contadini stendono sotto gli alberi di ulivo percuotendone poi le fronde con lunghe pertiche di legno per farci cadere sopra le olive e raccoglierle. Portò il telo in campagna, per potercisi rotolare sopra con Irma, dietro la casupola di tufo.

   Una volta lei disse a Saverio: "Se lo sapesse mio padre, che facciamo queste cose, ci ammazzerebbe". Lui sapeva che era la pura verità. Il padre di Irma era un tipo notoriamente violento, un bruto, un energumeno. Faceva il manovale qua e là, dove gli capitava, ed era enorme e fortissimo; ma quello che più preoccupava Saverio era che questi già due o tre volte fosse finito in galera per rissa, percosse e lesioni. Finiva sempre col mandare qualcuno all'ospedale. Lo stesso avvocato dell'uomo diceva che era un miracolo se ancora non c'era scappato il morto.

   "Be', e tu vedi di fare in modo che non lo sappia, cazzo!" fu l'accorato suggerimento che diede alla ragazza. Lui per primo non aveva fatto parola ad anima viva dell'intrallazzo che aveva con Irma. In parte per paura che la cosa arrivasse all'orecchio del padre di lei, in parte perché non sapeva bene se fosse il caso di andare particolarmente fieri di scoparsi tutti i giorni una come Irma.

 

   Una sera di fine agosto particolarmente afosa dopo aver fatto l'amore Irma gli disse che non sarebbe più venuta all'appuntamento. Il padre, gli disse, voleva che lei uscisse con un ragazzotto un po' scemo, figlio d'un salumiere che aveva un sacco di soldi, loro vicino di casa. Qualche giorno prima, infatti, il giovanotto di belle speranze si era fatto coraggio e aveva rivelato alla giovane il proprio desiderio.

   "Mi piaci moltissimo Irma, veramente. Se tu volessi fidanzarti con me, sarei la persona più felice della terra! Io ti voglio sposare!" le aveva detto, in curiose circostanze, una sera in cui lei, eccezionalmente, era ancora in giro alle dieci e mezza (dopo essere stata con Saverio fino alle nove).

   Quel giorno il paese festeggiava il Santo patrono, e tutti i giovani, provenienti anche dai paesi viciniori, stavano alle giostre che occupavano le vie del centro. C'erano gli autoscontri per adulti e quelli per bambini, i tirassegno coi fucili ad aria compressa, i castelli di cilindri di piombo da abbattere a colpi di palle di pezza, e la ruota di seggiolini dei "calci in culo", dove Saverio era abilissimo nel dare delle poderose pedate ad un suo amico, che così riusciva ad afferrare la finta coda di volpe vincendo un giro gratis. Stavano ore a vorticare per aria e, quando poi finalmente scendevano, il terreno gli ballava sotto i piedi e gli veniva da vomitare.

   Davanti al tunnel della paura il figlio diciannovenne del salumiere la fermò insieme a due amiche, dopo averla cercata per tutta la sera, offrendo a tutte loro un giro nel tunnel tenebroso. Le ragazze accettarono con entusiasmo, ed Irma rimase perplessa quando, vagando nel loro carrello su e giù per la giostra il ragazzo, seduto al suo fianco nella penombra, invece di approfittare dell'occasione per metterle le mani addosso, si limitò a farle la sua impacciata dichiarazione.

   Quando il padre di Irma lo seppe, in considerazione della buona posizione  del padre del ragazzo, e dal contegno tenuto dal giovanotto ("Non è che ha fatto il porco e si è preso qualche passaggio? Eh? Che sego le gambe a tutt'e due, a lui e a te!"), diede il suo assenso.

   Lei ebbe così il permesso di uscirci insieme, a condizione: 1) che i due rimanessero sempre in pubblico e 2) in compagnia d'una qualche parente della ragazza. La sera, coprifuoco confermato per le nove.

 

   La festa del patrono finì, le giostre se ne andarono, e Irma doveva andare a spasso per il corso del paese con il salumiere. La loro ultima volta insieme il cielo era così arrossato dal sole al tramonto che a lui sembrava andare a fuoco. Non amava Irma, però gli era piaciuto. "Comunque è stato bello, no?" le chiese, accarezzandole una caviglia. Quando stavano insieme avvertiva il bisogno fisico di toccarla. Non riusciva a farne a meno. L'estate stava finendo, presto sarebbe dovuto tornare a scuola a vedere di prendersi la benedetta maturità, e non avrebbe più potuto sollazzarsi con le tette di Irma. Ce n'era a sufficienza per impiccarsi al primo albero, tanto era grosso il magone che gli era venuto.

   "Sì, è stato bello" disse Irma. Gli occhi, due biglie scure sporgenti da quella biglia più grossa che era la sua testa, le brillavano un pochino. Entrambi i giovani erano sull'orlo delle lacrime. La mano di Saverio cominciò a salire lentamente lungo la gamba della giovane. Saverio guardò l'orologio. Le nove meno venti. Era ancora piuttosto presto. Quasi quasi...

 

 

 

 

 

C. Balducci, autore cui siamo legati, essendo stati appassionati lettori di "A FORZA BRUTA", ci propone questo divertente racconto, che pubblichiamo davvero volentieri, con la speranza di riceverne presto altri.

             pubblicato il 18\10\'02

 

 

Cartellina rossa

 

          "Sai cos'è questo?" mi chiese il collega dalla soglia della stanza, sventolando con la mano destra un foglio di carta.

          "Si direbbe un foglio di carta" osservai, alzando per un attimo lo sguardo dal monitor che avevo davanti. Ferretti era vestito con la consueta sobrietà. Con tutta evidenza, si serviva da una rivendita di residuati bellici.

          "Ti ho mai fatto i complimenti per come ti vesti?" gli chiesi.

          "Per la verità, no" constatò il collega, piacevolmente esterrefatto.

          "Te li faccio ora. In tempi di conformismo imperante, fa piacere trovare qualcuno che ha il coraggio di distinguersi dalla massa."

          "Be', grazie" fece, entrando nel mio ufficio. "Da' un'occhiata" aggiunse porgendomi il foglio. "Non sei tu l'incaricato dei rapporti con l'ufficio mutui centrale?"

          "Non c'entra nulla con le mansioni del mio incarico, quindi mi pare di ricordare che, in effetti, spetti proprio a me" dissi afferrando il foglio che il collega mi porgeva, dopo aver posato la sigaretta che stavo fumando in equilibrio sul bordo del posacenere. "In linea con l'organizzazione 'creativa' degli uffici che vige qui da noi da qualche tempo, del resto. Ma quand'è arrivato?" chiesi dopo avergli dato una scorsa.

          "Non vedi, due settimane fa."

          "A tutti tranne che a me, naturalmente" osservai.

          "In ogni caso, il resoconto mensile non l'hanno avuto, e adesso sollecitano."

          "Vabbe', mettilo nell'armadio, se non ti spiace. Ci dev'essere una cartellina rossa, da qualche parte, con scritto sopra 'PRATICHE URGENTI'. Schiaffacelo dentro, che poi me la vedo io" gli dissi.

          "Ma, in che ordine metti i fascicoli, qui dentro?" mi chiese Ferretti guardando raccapricciato l'interno del mio armadio.

          "In ordine sparso."

          "Che cos'erano quelle urla che ho sentito ieri?" mi domandò il collega prima di uscire dalla stanza.

          "No, niente; il direttore che mi cazziava. Sostiene che io non faccia nulla."

          "Vitto', diciamoci la verità: tu effettivamente non fai nulla!"

          "Mica pretenderai che disattenda le aspettative della dirigenza, spero?" replicai, alquanto piccato. "Alcuni tipi di attività mal si prestano ad una valutazione meramente quantitativa. E comunque, a ben guardare, qua dentro c'è persino qualcuno che riesce a combinare meno di me. Ricordami di chiedergli come ci riesce."

          "E quell'istanza di trasferimento che presentasti mesi fa, che fine ha fatto?"

          "Ho saputo, informalmente, che me l'hanno respinta. Pare che l'unica carta che sperano di ricevere dal sottoscritto sia una lettera di dimissioni" osservai, tornando a guardare il monitor del computer. La borsa aveva appena aperto, in ribasso.

          "La ripresenti?"

          "Forse gli faccio direttamente causa. Debbo parlarne col mio avvocato, appena esce dall'ospedale."

          "Ma che c'ha?"

          "Un lieve infarto. Si è sentito male l'altro giorno, mentre era in udienza penale. Gliel'avevo detto, che lavorava troppo."

          "Vabbe', che ti devo dire?" fece Ferretti, congedandosi. "Ti faccio i miei auguri. Se son rose..."

          "Pungeranno" terminai la frase. Diedi un'altra occhiata agli indici di borsa: stavano accelerando al ribasso.

          Non c'era nulla da fare. Mi toccava proprio lavorare.

 

 

 

 

pubblicato il 22\10\'02
Imperfezione


Con un certo pudore, debbo confessare come ci sia
stato un tempo in cui, talvolta, venivo colto da
un'improvvisa ed inesplicabile voglia di lavorare. In
tali drammatici frangenti cercavo di mantenere la
calma, di non farmi prendere dal panico. "Se ti viene
voglia di lavorare, siediti e aspetta che ti passi"
recitava una delle regole del decalogo del Club dei
Natistanchi. Ed io così facevo: mi mettevo seduto,
sforzandomi di dare regolarità al respiro, ed iniziavo
a contare: uno, due, tre... Questa ferrea disciplina
mi consentiva di riprendermi relativamente in fretta.
Le prime volte magari dovevo arrivare attorno al
cinquanta/sessanta prima che mi passasse; alla fine
già verso il quindici/sedici la crisi era superata. Ora
posso tranquillamente affermare, senza peccare di
falsa modestia, d'esserne uscito: sono anni che non
ho più voglia di far nulla.
Il guaio è che ciò non significa che io in effetti
non faccia più nulla. L'uomo può aspirare alla
perfezione, ma le meschine necessità del vivere
quotidiano lo trattengono fatalmente (e
saldamente) ancorato all'imperfezione. Così,
ammetto che qualcosa finisco col farla.
"Non fare mai oggi quello che può fare un
altro domani" recitava un'altra delle regole auree del
Club dei Natistanchi. A mio avviso, però, e sperando
che ciò non appaia blasfemo, tale massima è
perfettibile. Io uso dire: "Non fare mai oggi quel che
ha già fatto un altro ieri". E se ieri qualcun altro non
l'ha fatto, avrà pur avuto le sue buone ragioni.