Chiara Fidiani
Sofferte onde serene
L’ascolto di un disco
Contrappunti dialettici e altro. Alla mente. Una fragorosa violenza mi strappa i
tendini, e lo fa con strumenti sublimi, dalla sembianza ancor più perfetta
nell'affiancarmi, che nell'incontrarmi. Nulla davvero mi incontra, neppure le
oasi fischiate, strozzate, infanticide della mia persona non sviluppata.
Neppure quella musica che è eccesso e privazione, contrazione ed espansione
spasmodica insieme. Descrizioni di nani, mostri e farfalle recise, in parole
suggerite dal suono, suggerite con pervicace invadenza: è tutto ciò che riesco
ad ascoltare davvero.
Normalmente, in periodi come questo, ad entrare nella mia
casa immaginaria sono melodie ampollose, umide e dolci come creme. Quella
carenza di ascolti mi culla, nella semplice scelta della musica dei ricordi. La
musica emotiva, premeditata pur nella complessa bellezza. Puerilità senile
senza baratri di infanzia, le canzoni di anni in cui non c'ero, di cui non
posso avere ricordo, che scivola dipingendo male la finzione. La finzione
scenica, l'immaginifica produzione di cui non sono capace. E, soprattutto, vere
parole. Cinema, proiezioni audiovisive che ottundano completamente un organismo
dolorante, facendolo palpitare di luce acquisita, banchettando sulle deformità
luminose del suo corpo nel momento della mutazione. La mutazione fintamente
artistica, i tumori di materia che inaspettatamente si ritira, all'estinguersi
dell'atto.
L'atto audiovisivo completo si ciba di stordimenti roccheggianti,
di brani e opere inesorabilmente incompiute. Inesorabilmente imperfette per
quella stizzosa quadratura del loro schema. Alle sbarre che mi vedo crescere
attorno, ai macigni che soffocano e oscurano la vista, nutriti dalla vecchiezza
dei giorni trascorsi, si unisce la prigionia dell'effimero, pesantemente tale.
Eppure rimane, bistrattata, l'attrazione per ciò che non è graziosamente
inutile, né utilmente piacevole, né universale, né deciso.
Il grigiore della mia prigione ha delle crepe profonde, delle
porte irreparabili e violacee. Alla salda ottusità del ragionamento, e alle
urla che seguono, preferisco loro. La prigione vera e la casa immaginaria non
coincidono. Me ne sto così, rimpinguata dalle lacrime, offuscata dalle sbarre
dello sbaglio, e di un turbinio a passeggio che muore, per non poter andare
avanti, né indietro. Mi nutro di cibo solido e audiovisivo per poter essere
comodamente ancorata. E' un'ancora, l'incertezza - timore - remora, è un'ancora
la catena di rinunce senza scelte, unita alla spazzatura vomitata dagli apparecchi,
sposata anche al beat edulcorato sessanta-settantottanta.
Esistono volismi inquieti che non dovrei mai concedermi, illusorie
aperture psichico-liquide, note fatte di vapore. Mi appartengono le screziature
degli organici, i non detti, l'essenziale ridondanza di poche, sofferte onde
sonore. Mi incide il collo, senza liberarmi dalla vita, un soprano
ineducato. Mi terrorizza la mancanza della quadratura, e vedo in quel terrore
una preparazione alla vita, un esercizio utile. "Assusto", dicevano
in quella terra che ho lasciato troppo presto, colpita duramente dalle prigioni
dell'inattività. Voglio assustarmi e dunque perdere, ma solo con la comoda
certezza di aver acquistato qualcosa. Voglio picchiare un pianoforte
abbandonato, come quello che ascolto ora, per fargli percepire l'isolamento
doloroso dei suoi accordi. L'isolamento fisico, produttiva delizia, contro il
posticcio del contatto ineludibile. So che l'isolamento, la sofferenza di
un'arte che non descrive e non parla, ma uccide, è il preludio alla comunicazione.
Strana comunicazione, sofferta, mediata, ma non più falsata, non più fuggevole.
Sogno ancora la comunicazione - comunione esaustiva, perfetta. Comunione
cattiva, nel suo non esistere. Cattiva e menzognera di rosa pastello.