Claudio Conti
Petali di cristallo
Pensate se all’improvviso il Creatore si mettesse a
tossir fuliggine, pensate all’effetto che farebbe.
Che ci crediate o meno e questo non è un mio
problema, è proprio quello che successe da quelle parti.
Neanche con una secchiata d’acqua sporca si sarebbe
potuto far di meglio, neanche ad andar su e giù con un rullo da pittore bello
zuppo di vernice nera ci si sarebbe riusciti così bene, a fare un lavoro così
preciso, a sporcare a quel modo il cielo.
Eppure, vi assicuro, quella ci riuscì, come fosse un
gioco da ragazzi poi.
Successe nel bel mezzo di un sabato gelato di fine
dicembre, successe che una pozza grigia si affacciò di colpo oltre il
precipizio del mondo e macchiò poco a poco tutto quell’azzurro terso e
brillante, macchiò quella tela tanto tesa e tirata da sembrare sul punto di
strapparsi. L’avreste dovuta vedere.
Si arrampicò su per il cielo sbuffando vento
ghiacciato per la fatica e imprecando fulmini verso quello schifo di terra ai
suoi piedi.
Poi, senza nessun motivo se non per pura cattiveria,
decise di fermarsi proprio sopra di quelli. Proprio sopra quel pugno di
dimenticati, sopra quelle quattro anime infreddolite.
Ve lo dico io se l’avreste dovuta vedere.
Imponente, cicciona, ingombrante e impicciona, si
piazzò lì sopra per giorni, a batter la noia, a buttar un occhio sopra quei
poveracci rinchiusi in quelle ridicole e pendenti scatole, a rider di loro e
del loro starsene intorno a vecchie stufe vomitanti più fumo nero che caldo
vero.
Una volta si diceva una cosa dalle mie parti, si
diceva che dalla terra ci si rialza, che dalla peggiori delle disgrazie rinasce
sempre un fiore, basta crederci.
Voglio sperare che qualcuno di quei disgraziati che
la vide arrivare, che la vide chiudere quel pesante coperchio sopra le loro
teste, a questa cosa del fiore ci abbia almeno un po’ sperato.
E diavolo se ci avrebbe azzeccato.
Avvenne infatti qualcosa, qualcosa di simile ad un
piccolo miracolo.
Successe che in quella pancia buia e gonfia decine
di piccole gocce d’acqua cominciarono a correre all’impazzata finendo
inevitabilmente con lo scontrarsi, con l’abbracciarsi strette l’una con
l’altra.
È una cosa normale, sapete.
Ma queste qui erano speciali, si abbracciarono così
strette, trattennero il fiato così a lungo, da trasformarsi, meraviglia, in
splendido e prezioso cristallo.
Così bello da esser invidiato, ripudiato e cacciato,
sputato giù dalla pozza grigia su quello schifo di valle.
Così quel primo, perfetto e morbido, petalo
d’inverno cominciò lentamente a ondeggiare verso il suolo. Stretto su se stesso
scese indeciso sul dove andare a crepare: se sciogliersi in una chiazza scura
di melma, su un campo desolato o su un tetto bucherellato.
Ma, proprio a pochi istanti dall’impatto, per sua
immensa fortuna, qualcuno gli venne in soccorso e decise per lui.
Una piccola mano con dei grossi rombi di un verde
acceso disegnati qua e là si aprì come un fiore verso l’alto.
Il piccolo petalo di neve, stremato, ci si posò
senza fare nessuna resistenza. Preoccupate che un simile tesoro potesse
sfuggirgli, le cinque dita di lana si richiusero in fretta su di quello andando
a formare un minuscolo pugno che, vibrando sotto la corsa sfrenata di quel
bambino, incominciò a dimenarsi e a minacciare il cielo e la sua pozza grigia.
-
Ehi
Ma’, Ma’, guarda qua Ma’!
La piccola asticella di
plastica, ingiallita e mezza storta, se ne stava rinchiusa al di là del vetro
annerito e graduato. Era a dir poco sfinita, se n’era andata a destra e
sinistra per tutta la mattina fino a fermarsi, finalmente, tra il numero 101 e
il 102.
Di lì una stazione sobria dalla voce impolverata
aveva sciorinato un’infinita quantità di vecchi pezzi scricchiolanti, uno
dietro l’altro: Frankie Avalon, Bobby Darin, the Pyramids
e roba così, una pacchia per vecchi ragazzi insomma.
Adesso a darci dentro c’erano i fenomenali Coasters.
Strisciavano dall’angolo basso della cucina umida di
vapore e afferravano per le caviglie l’unica vecchia ragazza presente, da lì
salivano come un serpente insidioso e la stringevano con forza fino a togliergli
il respiro.
Quell’edera di note l’accarezzava, la cullava e la
immalinconiva molto oltre il necessario, che, credetemi, a spingersi ancora un
po’ più in là c’era da morirci tra tutti quei cocci di illusioni.
Così, con un velo di stanchezza ad appannargli la
vita, quella donna pendeva cadente sopra i fornelli intenta a domare una
pentola di ragù rosso sangue che, di smetterla di brontolare, sembrava proprio
non volerne sapere.
I capelli, raccolti in un foulard, le incorniciavano
un viso sul quale rimaneva chiaro il profumo, la sensazione, che una bellezza
senza pari era appena passata di lì, che uno sguardo limpido e pieno di cose se
n’era andato da poco, da qualche giro di trottola della Terra, da una manciata
di lune al massimo.
Sotto di lei, all’altezza di un paio di ginocchia
nascoste da un gonnone ben poco invitante, stava il forno ardente e, di tanto
in tanto, c’era da buttarci un occhio per vedere a cosa stava succedendo di
bello lì dentro.
Impugnando uno straccio la vecchia ragazza apriva
per metà quello sportello cigolante cercando, con poco successo, di
affacciarcisi dentro. Un onda di vapore caldo, una lingua afosa, saliva da lì a
leccargli il viso e ad oscurargli definitivamente sia quell’espressione
distratta che le lenti dei piccoli occhiali tondi e fuori moda da un pezzo.
Ma và a cambiarli, và a sapere quanto mi costa.
La testa, in tutto questo, se ne rimaneva inclinata
verso sinistra tutta presa nel difficile compito di tener ben salda la cornetta
tra l’orecchio e la spalla.
-
Si
Ma’, ti dico di si, ti avevo detto e ripetuto cento volte che al dolce ci avrei
pensato io, che avrei fatto... come? dimmi di no! uff...
Richiuse il forno di botto, il dolce veniva su che
era una meraviglia.
Speriamo che non si afflosci, che non faccia come
l’altra volta..
Alla fine quella lingua calda l’aveva costretta a
toglierseli, gli occhiali. Li prese e cominciò a pulirli con il piccolo
strofinaccio sforacchiato e stanco di quell’esistenza balorda.
-
Ti
prego, non ricominciare, come vuoi che stia eh? Vuoi che incominci a
ballare da sola in mezzo alla...
Sotto la spinta della voce che saliva di tono il
pentolino prese di nuovo a bofonchiare di brutto, il sugo incominciò a far
capolino oltre il bordo che sembrò così sanguinare. La donna diede un giro al
basso di fuoco, aprì il coperchio con l’aiuto del solito straccio e impugnò una
cucchiaio in legno agitandolo un po’ per aria come a voler accompagnare la
conversazione.
-
Dai
Ma’, per favore, ne parliamo dopo, va bene?
Il vecchio Frankie Lymon attaccò con Why
Do Fools Fall In Love, al cuore della vecchia ragazza di poco non venne un
accidente.
-
Oh
Ma’, non ricominciare! Non ricominciare a piagnucolare! Sono io
quella che dovrebbe piagnucolare ecco cosa! Proprio non serve a nulla
che ti ci metti pure... che?
Richiuse il pentolino e girò lo strofinaccio intorno
al grembiule.
-
Si,
è fuori, è fuori a giocare da stamattina... come? No, non ha chiesto di
lui, sono un paio di giorni che non mi chiede di lui... certo che non se n’è
dimenticato! Ma che cavolo di domande... si, si, ti ho detto che mi hanno
spiegato che è una reazione normalissima... è un bambino sai, non voglio mica
che gli prenda una depres... uf!
Guardò sulla parete quell’insieme di linee incerte
con grossi cerchi colorati al posto delle teste e con una specie di quadrato
sbuffante fumo tondo che, quasi un anno fa, suo figlio aveva disegnato a loro
perfetta somiglianza.
-
Si,
si, di questo puoi star tranquilla, sembra molto forte, sembra quasi che sia
lui a rincuorarmi, mi consol... scusa, aspetta un secondo...
Prese un mezzo bicchiere di vino bianco e lo versò
giù per il pentolino. Quello gorgogliò assetato.
-
Ci
sei Ma’? ...come? si, il regalo gli è piaciuto, altroché, figurati che
lo tiene sempre nella tasca interna del cappottino.......come dici?...si, è proprio quello che penso anch’io, voglio
che se ne stia tranquillo questi giorni, domani è Natale, per un bambino deve
esser un giorno fantastico, mica se lo deve ricordare come una giorn...... già,
si, proprio così, il Natale ci aiuterà,
vedrai, il Natale azzera tutto, e poi è sempre un buona scusa per dimenticarsi
di tutto il resto.... si... si... va
bene.... ora ho da finire qui.... si, il sugo è quasi pronto....ci vediamo
dopo... si, stai tranquilla, sto benone.... ciao.... ciao Ma’.
Il telefono ricadde sul suo solito posto, la donna
sospirò.
Si guardò intorno, di nuovo sospirò.
Infine, finalmente, si lasciò cadere esausta su di
una minuscola sedia in un angolo, la sedia di suo figlio.
Ci cadde floscia e pesante, simile ad una marionetta
di cui il burattinaio si è definitivamente scocciato e di cui non ne vuol più
sapere nulla.
Le piccole dimensioni di quella sedia, se sommate
alla figura di quella donna adulta dagli abiti fin troppo larghi, restituivano
a tutta la scena una sensazione stonata di ridicolo, di un grottesco
crudelmente beffardo se confrontato alla desolazione senza scampo che si
nutriva di lei.
La voce calda sparò nell’etere vaporoso della stanza
un paio di pezzi natalizi da starci male: prima i Cadillacs con Rudolph
the Red-Nosed Reindeer e poi un brano del tardo ‘64 dal Christmas album dei
Beach Boys.
Incominciò a piangere senza difesa, pianse che tanto
il fuoco andava e non c’era nient’altro da fare.
Il piccolo irruppe nella
stanza improvviso come una valanga, sbattendo la zanzariera e rilanciando
debolmente la porta dietro di sé. Aveva indosso un espressione euforica, era
tutto un fervore, una voglia di dire e fare.
-
Guarda
Ma’! – disse allungando il pugno verso di lei.
Una freccia d’aria gelida passò per l’uscio rimasto
semiaperto, sorpassò il piccolo e si conficcò nel petto della vecchia ragazza
seduta sulla sediolina.
La donna si scosse.
-
La porta!
Il piccolo, mormorando qualcosa di volutamente
incomprensibile, forse imprecando per la perdita di tempo, si fermò di colpo,
tornò indietro e diede a quella una spinta esagerata con la mano ancora libera.
BUUUMM!
La donna ne approfittò per passarsi lo straccio sul
viso arrossato mentre il piccolo, tornato sui suoi passi, riacquistò in un
baleno quella splendida espressione. Come una magia.
Si fermò di fronte a lei.
-
Perché
sei sulla mia sedia? – gli chiese
-
Oh,
bè, volevo vedere se era resistente, non vorrai mica caderci un giorno di
questi, no?
La donna gli tolse il cappello di lana afferrandolo
per il pon pon che ancora ballava scosso dalla corsa forsennata.
-
Sei gelato, per oggi basta giocare fuori eh? ora ci facciamo un bel bagno caldo
che poi dobbiamo andare dalla Nonna, ti ricordi vero che dobbiamo...
-
Hai
pianto, Ma’?
Il piccolo mise su un’aria interrogativa,
sottintendendo che certo era impossibile che sua madre piangesse ma che
comunque pretendeva una spiegazione plausibile. Perché quella sembrava proprio
una faccia di una che aveva pianto.
-
Io?
Ma che ti salta in testa eh? vieni qui stupidino.
La vecchia ragazza lo trascinò a se abbracciandolo.
Il suo viso, una volta al di fuori del campo visivo del piccolo, si fece di
nuovo serio.
-
E’
solo tutto questo vapore sai, dammi il cappotto e i guanti piuttosto! O morirai
dal caldo!
-
Aspetta
Ma’! ti devo far vedere una cosa incantevole!
-
Incantevole! Ma senti un po’, ma dove hai imparato...
Il piccolo porse il pugno sotto il viso della madre.
-
Sei
pronta?
-
Prontissima
Lo aprì lentamente sfogliando una ad una le dita
come per paura che qualcosa gli potesse volar via da sotto il naso.
I rombi verdi si aprirono riassumendo finalmente la
loro forma originale, non meno stramba, a dirla tutta, di quella momentanea fin
lì improvvisata.
Dentro non c’era nulla, se non una macchiolina umida
più scura a colorar la lana.
I Platters
attaccarono con In The Still of the Night.
La Madre, intuendo l’accaduto, fissò il piccolo
trattenendo un sorriso di pura e sincera tenerezza. Lo fissò fissarsi tutto
serio il palmo vuoto.
-
Mi
deve esser caduto – disse infine.
-
Deve
esser andata sicuramente così!
Una mano si allungò a stropicciargli i capelli, gli
tolse il cappotto e i guanti ormai spogli di tesori.
-
Vatti
a preparare per il bagno. Dai! Che la mamma ha da fare ancora per cinque
minuti.
Il piccolo, senza ancora essersi riuscito a spiegare
l’inspiegabile, prese lento verso le scale.
A metà salita si bloccò pensieroso:
-
Ma’,
- disse - L’albero! -
-
L’albero
cosa?
-
E’
spento! Babbo Natale così non ci troverà mai!
Il piccolo abete se ne stava al buio del salottino
preso di striscio dalla luce del pomeriggio che si abbassava sempre più.
-
Hai
ragione tesoro! Vai su che la mamma lo accende subito.
La vecchia ragazza si alzò, poggiò i guanti, il
cappellino e il cappotto a riscaldarsi su di una sedia vicino alla stufa di
ghisa che, lentamente, stava addormentandosi senza più molto calore da regalare.
Che tanto siamo fuori, stasera.
Qualcosa cadde dalla tasca del cappottino di suo
figlio con un tonfo sordo.
Era il portafogli che la Nonna, rivendicando la
libertà di non dover aspettare Babbo Natale, il giorno precedente aveva
regalato al nipote.
-
Perché
ormai sei grande, sei l’uomo di casa ora - gli aveva detto.
La vecchia ragazza lo raccolse e lo aprì.
Nel tascone centrale c’era un foglio di carta delle
dimensioni di una banconota, era dipinto di verde e ai due lati campeggiavano
due 10 giganteschi e dal tratto deciso. Al centro c’era un cerchio con una
specie di faccia disegnata dentro, un faccione con tanto di boccoli ed
espressione seria. La donna iniziò un sorriso.
Il mio ragazzo è ricco.
Poi vide che da una tasca laterale usciva curiosa
una lingua bianca.
Afferrò quella lingua e tirò.
Ne venne fuori una piccola foto tessera in bianco e
nero tutta spiegazzata e rovinata. Masticata dagli anni.
Stette lì ad osservarla per un po’.
C’era un ragazzo, lì sopra, con un sorriso favoloso,
con il gel a disegnarli un’onda perfetta e gli occhi socchiusi di felicità.
E lì con lui, con le guance schiacciate a toccarsi,
c’era una ragazza.
La ragazza che lo amava, c’era lei.
Mentre una voce sussurrava che tra un attimo le Shirelles
avrebbero attaccato con Will you still love me tomorrow il mondo di luce
chiudeva poco a poco gli occhi e tanti piccoli gioielli di cristallo
incominciarono a cadere senza aver la fortuna che il loro pioniere e
predecessore aveva avuto.
Né presumere di assumer pari bellezza.
La donna girò la foto e vi lesse proprio ciò che
ricordava:
“Alla mia incantevole ragazza”
Dopodiché sorrise, attraversò la stanza e accese
l’albero.
Giù a perdifiato per la gola delle scale.
Scheggiati, sdentati e consumati dalla vecchiaia gli
scalini girano stretti nascosti nell’ombra fresca che il vecchio palazzo si
inghiotte assetato.
Noi si stava su in cima, lassù, fino ad alzar lo
sguardo sopra la testa, fino a tendere il collo piegato teso e tirato tutto
all’indietro. Fino al sesto piano di quella torre di cemento di sei piani
stretta e lunga, sparata dritta tanto nel cielo freddo come in quello
d’agosto, afoso e senza colore.
Quante volte mi sono lanciato col cuore in gola giù
per quell’imbuto più veloce delle grida di mia madre. Due scalini alla volta
con le dita tese a sfiorare appena il corrimano, ad accarezzarlo di tanto in
tanto come se già solo questo bastasse a fare di un bambino che precipita tra i
tornanti stretti di una buia scala di palazzo un bambino certo sicuro di
arrivare in fondo tutto ma proprio tutto sano.
Fosse vero! come se quel bambino non avesse in verità
seminato cento piccoli spaventi rimasti, miracolosamente, soli e incompiuti
incastrati tra tutti quei piani.
Certo, non pretendo che crediate che non sia mai
caduto o che, perlomeno, non abbia rischiato seriamente di farlo una qualche
decina di volte, d’altronde erano i rischi da correre se ci si voleva gettare
nel caldo accecante che il pesante portone in ferro in fondo a quella gola
sembrava contenere appena a fatica.
Così come vi racconto, con un filo appena di
fiatone, arrivavo all’ultima rampa in piena velocità saltando con tutte le
forze al di sopra dell’ultima sporca manciata di scalini.
Quattro
signori. Si, come no! Quattro, record
assoluto! Quattro scalini sorvolati con le gambe nude a pedalare forsennatamente
nell’aria e con tutto il mondo immobile ad osservare.
Che vi credete? spiccioli di tempo certo, ma più che
sufficienti per farmi credere di volare.
Se poi devo esser sincero, un paio di volte ho
addirittura tentato il salto degli ultimi cinque scalini. Sapete, in quelle
giornate in cui ci si crede in grado di fare qualsiasi cosa, perfino saltare
cinque scalini. Ma, e questo preferirei che rimanesse fra di noi, non ce l’ho
mai fatta.
I ricordi che ho di quei Giugni sono la cosa più
bella che mi sia trascinato dietro per tutto questo tempo, forse l’unica cosa
che è valsa la pena portare fino a qui.
D’altronde finché i tuoi anni rimangono rinchiusi
tra le dieci dita a disposizione non c’è nulla di cui aver paura. Non c’è
d’aver timore nel superare quel portone che ha già nel suo tremendo peso
tutto quello che c’è da sapere su cosa si nasconde dall’altra parte.
A premere quell’interruttore il vecchio cigolo,
sembrava quasi esplodere. Un clock profondo prendeva a rimbalzare compiendo il
percorso contrario che io avevo appena intrapreso tanto pericolosamente.
La piccola lingua d’asfalto, senza auto che
potessero violentarla, si snodava lunga e stretta tra la mia torre di cemento e
poche altre sue grigie gemelle.
In estati calde come quelle, come le ricordo io
perlomeno, sembrava fondersi e fumare sotto i colpi inesorabili del sole, quasi
ci si potevano lasciare le impronte ad esser pesanti.
Ma questa è anche la forza dei bambini, i bambini
sono leggeri, così leggeri che su di loro né caldo né fatica né freddo né
tristezza possono nulla. I bambini galleggiano sulla vita, ed è una bella
sensazione, lo fanno prima che sia la vita, pochi anni dopo, a pesare sulle loro
spalle e, talvolta, a schiacciarli.
Se solo sapessero, quei bambini leggeri, che le sorti
si invertiranno all’improvviso, in maniera scorretta e beffarda. Se solo
sapessero forse, forse, fermerebbero quel tempo con una qualche sorta di magia o
fantasticheria insita nell’essere, come loro, splendidamente leggeri.
Ma se c’è una fregatura nel vivere, e vi dico che
c’è, è rinchiusa proprio nell’assoluta inconsapevolezza della felicità
che hanno in dono i bambini.
Viviamo il nostro momento d’incanto quando non
possiamo saperlo, quando non siamo in grado di assaporarlo semplicemente perché
privi di ricordi con cui contrapporlo. Solo più tardi, quando subentrerà la
consapevolezza del passato capiremo di aver già vissuto il nostro tempo dolce.
Il nostro tempo di zucchero.
Di allora mi piace conservare sia le discese per le
scale sia le eterne giornate passate su quella minuscola strada d’asfalto
sporco a giocare finché l’ombra non ti faceva un giro intorno.
Col serbatoio del fiato sempre in rosso.
Il bello di quella strada è che era viva, vicino
avevamo un giardinetto pubblico con l’erba, i giochi e tutto lo spazio del
pianeta Terra ma proprio non c’era confronto. Era lei, la strada, a chiamarci,
a volerci.
Ci sporcava da far gli spazzacamini, ci mangiava le
scarpe, ci bruciava le gambe strappandoci di dosso la pelle, ogni santo giorno.
Perché entrare in scivolata va bene, ma farlo
sull’asfalto è tutta un’altra storia. L’amavamo.
C’era quell’angolo giù a sinistra perfetto per
farci girar le biglie, con le incanalature scavate e inventate sul vecchio
asfalto mezzo rotto.
C’era un muretto che d’estate ti risparmiava
dalla coperta di sole e da cui potevi buttar giù una partita con le figurine.
Le attaccavi al muretto e quelle giù a volteggiare fino a cadere sul nulla o
magari, se quello era il tuo giorno, proprio preciso sopra le altre.
Buffe le figurine, potevi farle partire ogni volta dallo stesso identico punto di quel cavolo di muretto e mai che cadessero alla stessa maniera. Nel posto che volevi tu.
Ma più di ogni altro consumapomeriggio noi si
giocava a qualcosa che somigliava da vicino un palmo a quello che voi chiamate
Calcio ma che in fondo, a dargli un’occhiata come si deve, non è che
c’entrasse poi molto.
Ogni giorno noi
riversavamo sul campo di cemento tutto il nostro impegno in partite senza soste
e senza inganni, in partite vere. Seppur con porte inventate, seppur con i muri
al posto delle linee laterali, seppur senza tempo né senso.
Maledettamente più bello del Calcio reale a ben
vedere.
Ognuno di quei lerci calzoncini corti, di quei Jeans
tagliati male con i fili a spenzoloni e ognuna di quelle scarpe senza marca era, per una sola manciata d’ore,
qualcun altro.
Il più delle volte un 10 di grossa fama, i più
spericolati un 9 dalla potenza inaudita sotto rete. L’importante era essere
qualcun altro, nel tempo in cui tanto il nome sulla schiena non c'era e si
poteva esser qualcun altro per davvero.
E se io ero famoso per qualcosa fatta proprio da
altri su per la TV, era grazie alle mie punizioni alla Platini. Ero un autentico
fuoriclasse.
Tutti con il naso all’insù.
Un incontrollabile SuperTele giallo e nero si alzava
in aria zigzagando, volteggiava spaventato terribilmente indeciso sul da farsi.
Nel vento. Nel suo soffio come nel suo grido.
Guarda lassù.
Di solito mi facevo tenere ben fermo il pallone con
un dito da uno dei miei, una formica avversaria era infatti più che sufficiente
a farlo rotolare via. Poi calciavo tutto piegato da un lato proprio come faceva
quel 10 a strisce incolori.
I Pentagoni neri roteavano furiosi perdendo colore e
limiti, assumendo, in un sol giro su se stesso, tutte le forme geometriche che
questo pianeta abbia mai conosciuto.
Oltrepassava la barriera leggero, scendendo e
risalendo senza alcun controllo. Addirittura tornando indietro, completamente
impazzito.
Di tanto in tanto, senza preavviso, si andava ad
insaccare nella finta porta, sotto il 7 immaginario formato da due pali del
tutto inventati, solo pensati.
Dopodiché, se riuscivi a vincere le relative
discussioni sul fatto che, come ti eri convinto, il pallone si era infilato
proprio all’incrocio e non che, come sosteneva la squadra avversaria, era
andato decisamente alto o, nei casi ancora più controversi, aveva addirittura
colpito in pieno quel palo ipotetico... bè, se alla fine riuscivi a spuntarla,
la sera potevi raccontare ai tuoi di averne battuta una uguale uguale a quelle
di Platini.
Le punizioni, una mia specialità.
Ma
se ora mi metto a sfogliare tutti quei giorni è sempre e solo uno quello che mi
torna a far visita, il giorno dell’incidente.
Il giorno in cui di poco non ci investì una macchina
impazzita, il giorno in cui successero un bel po’ di cose tra le quali vedere
Samu, il mio fratellone, piangere nascosto tra le pieghe di quella sera agitata.
Come se fosse possibile vedere il proprio eroe
piangere, come se non fosse già di per se un’ingiustizia.
Alla fine è sempre quello che mi torna davanti, il
giorno in cui sono cresciuto un po’ di più.
- Non puoi aspettare vero? Fa troppo caldo! Aspetta un poco, dai – è mia madre che parla, so
che sono solo il figlio ma dovete assolutamente credermi se vi dico che è una
donna fantastica, che io ne ero innamorato per davvero.
La cosa buffa da ridere è che me la sono sempre
ricordata neanche fossi precipitato in un cartone di Tom e Jerry. Dalla vita in
giù. Dal busto in giù. Proprio come la governante di colore in uno di quei
cartoni.
Vai a capire il motivo di questa cosa.
Ne ricordo le ciabatte rosse che gli coprivano appena
le dita, le caviglie sottili da vederci attraverso, la grande distesa
delle sue gambe nude attraversate, di qua e di là, da piccoli fiumi blu
che non andavano e non nascevano da nessuna parte.
La gonna alle ginocchia e la sigaretta tra le dita.
Il resto è come se fosse tagliato da un inquadratura
che solo di tanto in tanto riesco a rompere.
Quando ero ancor più piccolo e fragile, quando di
anni da raccontare ne avevo proprio pochi, ricordo le mie braccia tese verso
l’alto. Ricordo le sue mani scendere in picchiata e agganciarmi con una presa
forte e dolce insieme. È lei che mi prende in braccio.
Non so se effettivamente si può ricordare così
in là, cose così lontane. Ma io ricordo il suo viso da ragazza e le mie braccia
sul suo collo, il suo profumo e l’inquadratura che finalmente si
apre, si spezza.
- Scommetto che non puoi riposarti un po’, e andar
giù dopo. Scommetto che non puoi –
non so mica voi ma io non ho mai risposto ad un certo tipo di domande. Di
solito andavo via per la porta nel bel mezzo di qualche risposta un po’
improvvisata e un po’ di routine, con lei che mi seguiva, con le sua voce e le
sue raccomandazioni a pedinarmi. Fin giù per le scale. Sapevo esser sempre più
veloce di loro.
E c’è un’altra cosa che non voglio dimenticarmi
di dirvi.
Nel precipitarmi giù per il palazzo non potevo
assolutamente esimermi dal fare una bella porcata: davo due decisi colpi alla
porta della signora che abitava proprio sotto di noi. Sistematicamente, ogni
giorno.
Una porcata da premio, chi lo nega.
Saltavo gli ultimi scalini e, con il pugno della mano
teso e stretto, davo due colpi belli forti alla porta. BUM! BUM!
Subito dopo abbassavo la testa infilandomi un mezzo
sogghigno in tasca e mi lanciavo a tutta potenza per la successiva cascata di
scalini con un affanno divertito e silenzioso nel sentirla aprire la porta
quando ormai ero troppo lontano anche solo per potermi immaginare.
A volte i bambini sanno essere di una cattiveria
inaudita.
Il fatto è che durante il mio divagare mentale o i
miei mille giochi avevo spesso sentito parlare della signora del piano di sotto
dai miei genitori, non che la cosa mi interessasse, queste ovviamente sono
questioni che non possono e non devono invadere il piccolo e perfetto mondo di
un bambino. Però ne avevo sentito parlare dai miei, altroché.
- E’ solo una povera disgraziata – è mia madre
questa qui – La depressione è una malattia sai? –
- Ma Cristo
Santo, è alcolizzata fino all’osso, pure la figlia ha preferito levarsi
dalle palle e andar col nonno, alcolizzata capisci? A-l-c-o-l-i-z-z-a-t-a!
- mio padre. Inconfondibile. Sapeva sempre come e dove attaccare il
nemico.
Nel mio totale disinteresse per la cosa riuscivo
comunque a captare che qualcosa che non andava si nascondeva oltre quella
vecchia porta del piano di sotto. Oltre la maniglia ossidata e il campanello
senza nome.
E poi avevo sentito pure io la musica di notte a
tutto volume. Al termine di queste considerazioni mi sembrava giusto ed
inevitabile dargli due colpi decisi alla porta.
A volte la vendetta assume forme strane ed io, almeno
così pensavo, ero l’incarnazione di quella dei miei genitori nei confronti di
quella spaccatimpani disperata della malora.
Così, fieramente, feci anche quel giorno. BUM! BUM!
Proprio poco sotto, in piena fuga, incontrai mio
fratello, Samu, che se ne veniva su per le scale con addosso una faccia di sole
da far estate.
So che è solo un particolare, ma se lo ricordo è
perché per lui il solo venir su per le scale rappresentava di per sé un
avvenimento, e se ci mettiamo che lo stava facendo sorridendo l’eccezionalità
di quell’attimo diveniva perla nell’ostrica.
Sta di fatto che il giorno di cui sto parlandovi se
ne andò via furbescamente come sempre, senza dir nulla a nessuno.
Bè, se non fosse per quella macchina di cui vi ho già
accennato.
Mentre eravamo nel pieno svolgimento di una partita,
una finale di Coppa del Mondo come minimo, proprio durante il concitato finale,
sentimmo un gran stridere di freni e un fracasso incredibile che seppe oscurare
le nostre grida, il nostro respiro e la nostra irrefrenabile gioia.
Quel diavolo meccanico di ferro e lamiere, di luci e
gomma, urlò piombando all’improvviso nella stradina. Un boato.
Ruppe l’esile catena che divideva il pericoloso
mondo esterno dalla nostra piccola oasi come nulla fosse, si ingoiò i sassi che
costituivano i pali della nostra porta e si andò a schiantare su una linea
laterale, cioè su di un muro, con un gran scintillare e con un assordante
rumore di metallo e vetri che se ne vanno in pezzetti.
Ci salvammo per un pelo, per un caso, come a volte
accade. Ci salvammo solo perché la nostra attenzione era tutta rivolta
sull’altro lato della piccola strada, tutti noi eravamo assiepati lungo la
rete che delimitava il lato opposto della via.
A causa di Giotto interrompemmo quella finale di
Coppa del Mondo.
Ci salvammo grazie a Giotto, il grande esploratore.
Quello
che c’è da dire su Giotto è che, come già il nome tradisce, faceva parte di
una stramba e numerosa famiglia tutta ammassata al primo piano nella mia stessa
torre di cemento. Aveva la mia età, tale e quale.
Quattro fratelli maschi, due genitori e un cane. Una
volta avevo perfino sentito chiamarli matti
da mia madre. Mio padre invece sapeva come definirli: Imbecilli cretini.
Il padre, Raffaello, per hobby se ne andava per la
città e le campagne vicine a raccattare i corpi delle bestie investite. Cani,
gatti, procioni, istrici, topi ecc. ecc.
È così, tra l’altro, che trovò il loro
cagnolino, Crip, ferito e mezzo stecchito sul lato di una strada.
La madre, Ada, era un donnone corpulento eternamente
incastrato in vestaglie logore e azzurre, se ne andava tutto il giorno in giro
per la casa a cercare le sigarette che continuamente accendeva.
Se le scordava dappertutto.
I figli poi, Davide pesava qualcosa come diecimila
quintali, era immenso, oscurava il sole. Ai nostri occhi spaventati appariva
come un gigante d’acciaio.
Una volta volle giocare a calcio con noi, a tutti i
costi, nonostante i suoi vent’anni e i suoi infiniti chili.
Durante una mischia in aria - provocata in realtà
dalla sua sola presenza - cadde di colpo sul nostro portiere in uscita alta,
Gigi.
Quando Davide riuscì finalmente a rialzarsi, non
senza il nostro aiuto, Gigi aveva assunto la forma di quelle sagome di gesso
disegnate sul cemento al posto dei cadaveri. Se ne dovette andare un po’
all’Ospedale per fare tutti i controlli del caso e così via.
Tacito, aveva sedici anni o giù di lì. Era forse il
più strano dei quattro fratelli, si vestiva e parlava in una maniera
incredibile, un vero personaggio. A suo modo ci sapeva fare, - Il vecchio
Paolino - mi chiamava. Si, perché Paolo è il mio nome.
Il più piccolo, qualcosa del tipo quattro/cinque
anni, era Tullio, un bambino solitario che non mollava mai o quasi il suo
piccolo Crip.
Infine vi dico di Giotto.
Giotto giocava spesso nella mia squadra, non aveva i
piedi di legno che costringevano Gigi a starsene tra i finti pali anzi, non era
affatto male se non fosse che a volte, come d’incanto, si assentava
mentalmente e fisicamente dal terreno di cemento senza dir nulla, senza
preavviso.
Si arrampicava su un muro nel bel mezzo di un
contropiede o tirava con estrema precisione verso la sua porta o lo lanciavi lungo e quello prendeva la palla con le mani
proseguendo l’azione in pieno stile Rugby. Giotto. Era così.
Ma in fondo la sua vera passione era un’altra: la
caccia agli oggetti. Gli piaceva definirsi un Esploratore, e in un certo senso
lo era.
Su di un lato della stradina, proprio dove eravamo
ammassati quando la macchina irruppe urlando a squarciamotore, c’era una
vecchia rete, rotta e stanca di star su che ci divideva da un piccolo terreno
incolto e lasciato completamente a se stesso, dove gli abitanti del quartiere
gettavano di tutto anche se stessi se solo si fosse reso necessario.
Giotto era capace di passarci l’intera giornata al
di là di quella rete, era un esploratore nato. Eccome se lo era.
Specialmente quando Maggio diveniva Giugno lo vedevi
sparire tra la fitta vegetazione neanche si inoltrasse nella foresta Amazzonica.
Si presentava in alta uniforme prima di ogni
missione, stivaloni di gomma verde militare alti fino alle cosce, pantaloncini
di jeans strappati dal quale le mutande non esitavano a mostrarsi orgogliose dei
propri pallini colorati, una maglia mimetica di una decina di taglie superiori
probabilmente appartenuta al suo immenso fratello Davide, un paio di occhiali da
sole che aveva trovato durante una precedente esplorazione e ai quali mancava
quasi completamente una lente e un cappello che lui credeva simile a quello di
Indiana Jones ma che in verità era un pesante copricapo in pelle nera che
d’Estate faceva caldo anche solo a guardarlo da lontano. Figuratevi avercelo
sulla testa tutto il giorno.
Col tempo aveva perfezionato ed aumentato la sua
tecnologica attrezzatura grazie alle sue innumerevoli e fruttuose spedizioni in
quella fitta vegetazione piena di scarti e inutili dinosauri domestici del
quartiere.
-
Ehi, Otto! – che poi era come lo chiamavamo noi, Giotto proprio non si
riusciva a capire che razza di nome fosse - Che cavolo c’hai lì dentro? –
la sera di cui vi racconto Giotto era uscito dal vecchio cigolo in alta uniforme
da esploratore e con in mano una specie di 24h ex nera tenuta su alla meno
peggio con uno spago da cucina.
Quella valigetta era di per se una grossa novità.
È per questo che la partita venne interrotta, per
permettere ad un nugolo di bambini curiosi, sudati e sporchi di formare un
perfetto cerchio intorno a Giotto.
- Ragassi – bè, quasi mi dimenticavo, aveva anche un lieve difetto di pronuncia, faceva una confusione della miseria tra le z e le s – sto partendo, starò in missione forse per due o tre giorni di seguito, ho saputo che lì dentro, da qualche parte, ci deve essere nascosto un frigo pieno seppo di gelati, le informasioni in mio po