DEDALOMANE

 

dedalomane@tiscali.it

 

"diciassette anni 

Gioia del Colle

Suona in un gruppo punk da due anni.

maniacale passione per Miller, Joyce, il primo De Carlo, Wislawa Szymborska, i fumetti di Pazienza, Pennac...

Libro più bello mai letto...

"Dedalus.Ritratto dell'artista da giovane"

Il peggiore...

"Arcodamore"

Film preferito....

"Arancia Meccanica"

Che altro dire...

Niente"

 

 

Là, Dove Le Orchidee…

 

Un giorno il poeta decise che era arrivato il momento. Raggiunse a grandi falcate il precipizio che si apriva dinnanzi all’albero della vita cresciuto ai margini del bosco e guardò in basso.

Le rocce aguzze si rincorrevano a vicenda ai piedi della grande cascata Karzai sacra agli indios che stillava acqua in abbondanza raccogliendola in un ampio bacino che dissetava i villaggi della regione e sprigionavano scaglie di luce riflessa dalle striature di quarzo rosa e ialino corrose dai flutti e dal vento.

Chiuse gli occhi e respirò l’aria dell’immobile intorno.

L’assaporò con calma, con un immenso piacere dal retrogusto fatale, quasi fosse l’ultima volta e ripensò ai tre anni trascorsi lì, fra quegli altipiani verdi e labirintici.

Stava per fare l’ultimo passo, nudo, quando una farfalla prese a volargli intorno alla testa e stranamente sibilava, sibilava, come una docile biscia che narra le sue storie nel silenzio della notte e consegna la sua pelle alle spine per mutarla in più bella.

In quel momento, quasi inconsciamente, i suoi occhi andarono oltre le rocce della cascata e si spinsero all’interno del suo corpo per scrutarlo e scoprire le condizioni e le motivazioni che lo avevano spinto all’autodistruzione e all’inerzia di fronte al resto del mondo in lacrime sotto le bombe.

Non trovarono nulla…

Nulla…

Stretto in una morsa di indecisione ed inquietudine, paurosamente attanagliato dalla gioia della scoperta, il poeta girò le spalle ai flutti verticali e aprì le braccia a mo’ di ali d’albatros.

Guardò la farfalla posatasi su di un’orchidea nera, rare perle della flora della regione, e gli parve di sentirle sussurrare:

“Non cadere, non puoi, non c’è motivo, non cadere…”

Con gli occhi ancora chiusi ma gonfi di lacrime le rispose:

“Il motivo è la mia inutilità per il mondo, non ho scopi o idee da poter difendere e tutto mi sembra un canone di qualcosa di costruito. Ho progettato la mia vita come l’inverso di questo canone e non mi sono mai sacrificato a scapito dei miei progetti.

Ho perso tutto il bel nulla che avevo.”

“Non cadere…” la vocina dell’esserino alato gli tornava nel cuore e martellava selvaggiamente il suo desiderio…

“Il poeta non cade. Vola!” e volò incontro al sole nel disperato tentativo di raggiungerlo, di spegnerlo…

Lo ripescarono due giorni più tardi nel bacino sottostante, dove le fresche acque del Karzai inondano la valle, dove il pesce abbonda, dove le farfalle volano… 

 

 

                                        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                          

L’Angelo Idrofobo

 

Il muto verdetto di quel vecchio l’aveva inquietato ed ora tormentava come un orribile incubo il suo sonno. Mentre si contorceva fra le coperte lo vedeva avvicinarglisi con quello sguardo monoculare, talmente menomato da acquisire una forza sovrumana. Il passo malato di quella figura che solo poche ore prima gli era comparsa davanti quasi all’improvviso ora rimbombava nel buio della sua stanza e fra le pieghe della sua mente gli ricordava un’immane e degradante realtà.

Era appena uscito dalla sala d’attesa stazione di Milano. Aveva indosso solo uno sdrucito giubbotto di jeans senza maniche sopra un felpone nero altrettanto maltrattato dal tempo, e i mille aghi dell’alito di dicembre gli perforavano la pelle rendendola dura e secca come pancetta texana.

Aveva la superficie delle labbra ridotta quasi in brandelli di piccole croste che ogni tanto tirava via con gli incisivi superiori e dalla bocca continuavano a venirgli fuori imponenti nuvole di vapore condensato che si divertiva a modellare con rapidi movimenti della lingua, assegnando loro ogni volta astratte rimembranze del suo passato.

Accese una sigaretta. Adesso il vapore in fuga profumava di tabacco e notte, e la notte, a sua volta profumava di tabacco e vapore, e il tabacco, ancora, profumava di esaltante solitudine.

Si guardò indietro per osservare ancora una volta la facciata della stazione. In quel momento gli tornò in mente l’unica volta in cui aveva guardato fuori dal finestrino uscendo da Milano Centrale in direzione Torino via Genova. Ai suoi occhi si era presentato l’affascinante panorama dei tre archi di copertura che facevano di quel luogo una splendida favola paesaggistica in un oasi di cemento, gas e rumore.

Respiro.

Iniziò a camminare in una via Codevilla a quell’ora, dovevano essere le tre di mattina, completamente vuota a parte qualche sporadica auto che l’attraversava sfrecciando nella solitudine più insolita. Teneva lo sguardo alto. Riusciva a farlo soltanto quando era solo, quando non era circondato da altri sguardi da incontrare e sfidare, da altri stupidi con cui misurare la propria stupidità, con altri poveri coi quali fare gara di ricchezza, altri animali con cui misurare la rispettiva umanità…

Tutto era avvolto da un enorme batuffolo di silenzio ed una parvenza di libertà più forte del solito aveva mischiato il proprio respiro alle ormai consuete nuvolette di freddo. Tutto questo lo convinse sempre più di essere completamente in grado di poter urlare fino alla mattina dopo senza che nessun dormiente infastidito o piedipiatti su di giri potesse costringerlo a smettere.

Prese a correre al centro della via, a metà esatta fra le due corsie, con gli occhi semichiusi sferzati dal vento, le mani infreddolite serrate a pugno e le gambe sciolte in un disordinato ballo a corpo libero, una rabbiosa ed euforica mossa di spirito, una

                                                               11     

                                                               

 

 

 

violenta legnata fra la paura, la stanchezza e l’insicurezza che le aveva messe a tacere almeno per un po’.

In quei momenti pensò alle sue mete future, alle successive tappe del suo viaggio solitario intorno al mondo. Voleva vedere Cuba, gli altipiani del Venezuela, Berlino, Dublino ed Amsterdam. Voleva tornare a Parigi per rivedere Monmartre, riscoprire Dinan, un microscopico paesino nella valle dei castelli della Loira, voleva Mosca tutta per sé, il mondo anche…

Gli tornò in mente un passo di un libro che aveva letto quando aveva sedici anni. Non ricordava chi l’avesse scritto ma sapeva solo che aveva voluto impararlo a memoria, fissarlo per sempre fra le pieghe più recondite della sua mente, dove la luce non batte e i sogni riposano per l’eternità.

Cominciò a recitarla fra l’affanno per la corsa e gli sforzi per ricordarla.

“Adesso, ogni volta che raggiungeva l’ ingresso, si fermava ad osservare quelle fenditure ramificate e biforcute che solcavano le pareti scolorite e tentava di esplorarle con lo sguardo.

Le esaminava in ogni angolo, curva o scanalatura e si avventurava in un fatato viaggio al loro interno, rami labirintici isolati dal mondo dai quali il mondo lo si poteva scrutare comodamente seduti e distaccati dalle sue genti dalle ombre lunghe, lente ed uguali che sfioravano le case strascicando il passo e modellando di nero gli ostacoli…”

Si sentiva esattamente così. Sapeva di essere un osservatore estraneo e distaccato. Un semplice registratore e classificatore di profili, mascelle, occhi, braccia e capelli. Parole, insulti e minacce, silenzi e tenere dichiarazioni impacciate, baci, scopate, persempre e maipiù, risse ed omicidi per lui erano il ritratto perfetto dei suoi simili e di sé stesso, un piccolo popolo di formiche autodistruttrici che lavorano e lavorano per raggiungere con dignità la morte.

Ad un tratto dovette fermarsi. Al centro della strada c’era un uomo disteso e rannicchiato su una vecchia sacca da viaggio macchiata e strappata.

Cazzo…” pensò immediatamente al peggio.

Riprese la corsa in direzione di quella sagoma immobile.

Hei, amico. Tutto bene?” si piegò su di lui per guardarlo in viso. Era un vecchio barbone, un senza tetto per i più fini, un clochard per i francesi. In quel momento non pensò alle mille e mille definizioni per la gente come lui, si limitò solo a trascinarlo sul marciapiede più vicino. Lì lo sistemò a pancia in su per permettergli di respirare. Vestiva leggero. Certamente aveva avuto una crisi termica. Tremava come un bambino appena uscito dalla vasca da bagno e le sue mani ormai tendevano più al viola acceso che al loro colore naturale. Mattia gli distese indosso la sua felpa nera e cominciò a picchiettargli il volto con leggeri schiaffi per riattivare la circolazione.

 

                                                                        12

 

 

 

 

Il vecchio aprì gli occhi.

Ch…chi sei…” la sua voce era il ritatto sonoro della debolezza.

“Non preoccuparti, amico. Ti porto al caldo. Fidati.” Guardò il suo viso con sguardo rassicurante. Notò che aveva degli occhi verdissimi. Lo incantarono quasi…

“Lasciami qui. Ti prego. Sono stanco. Voglio riposare…”

“ Non puoi. Riposerai a casa di questo mio amico, Luca. Di sicuro ci darà una mano. Forza, ti aiuto…”

“Non hai capito…Voglio riposare per sempre.

“Ma che cazzo dici. Adesso ti alzi e andiamo a prendere una bella cioccolata calda insieme. Su…”

“ Hai mai notato che le nuvolette di vapore hanno sempre una forma compiuta, ragazzo?”

Mattia pensò che in quel momento farlo parlare l’avrebbe aiutato a non riaddormentarsi. Gli avrebbe dato corda, poi, appena fosse passato qualcuno gli avrebbe chiesto aiuto.

“No, veramente no…”

“Ecco. Guarda questa per esempio.” Ed esalò un timido getto d’aria.

“Dipende tutto da come cacci via l’aria. Se lei sente che le vuoi bene allora assume una forma gradevole. Altrimenti raffigura cose terribili”

Questo è fuori. Non potè pensare ad altro in quel momento udendo quelle parole.

“Ecco, quella era un cigno in volo.”

“Questa invece un tulipano sotto la pioggia d’agosto.”

“Ah, fantastico.” Doveva parlargli in qualche modo “E se non le vuoi bene?”

“ Ti faccio vedere.”

Respiro.

“ Questa è la morte…”

“ Io non vedo nulla…”

“ Lo so. Posso farlo solo io. Vedi, la morte mi è piaciuta. Sono l’unico che può vederla e quindi capire cos’è in realtà. E’per questo che voglio morire. Io…l’amo.”

“Senti, adesso interpreta  il mio respiro. Ti prego.”

“D’accordo.” Il vecchio pareva quasi gratificato.

Respiro.

“Per la miseria…” iniziò a chiudere gli occhi lentamente. Le sue parole ora scorrevano sempre più piano. Come un nastro al rallentatore.

Cosa? Che hai visto?”

“ E’…è…l’angelo idrofobo….”

“Cos’ è per dio!” Mattia ora urlava quasi.

 

 

                                                                   13            

 

 

 

Il vecchio sorrise lievemente. Poi chiuse gli occhi e respirò ancora una volta.

L’ultima.

Mattia lo coprì anche con il giubbotto.

Poi continuò a camminare con le braccia nude sotto la maglietta dei Ramones.

Non aveva freddo.

Ma quella notte pianse.