Duedidue
nata nel 1982 in provincia di Pordenone diplomata in ragioneria sta facendo il servizio civile volontario a
Torino.
Il nome viene dal suo libro preferito.
LE
MIE PAROLE
Amo
le parole come una tartaruga ama il suo carapace.
Le
amo come una piantina di riso ama l'acqua che la sommerge.
Vivo
di parole. Mi proteggono dalla pioggia e dagli urti, mi avvolgono come una calda
coperta colorata in una notte d’inverno.
Mi
affascinano le parole, i loro suoni sottili o graffianti, le loro immagini come
un pugno in pancia o un soffio di vento, i loro odori di marcio o di mughetto,
il loro sapore di grissini o di salsiccia, le loro carezze e i loro schiaffi.
Amo
la loro imprevedibilità di donna, il loro sorgere e scorrere per poi tuffarsi
in cascate scroscianti e sgusciare in anse improvvise che arrivano al mare.
Le
parole lette galleggiano nella mia testa come tanti anatroccoli, sbattono come
farfalle contro una lampadina accesa, fluttuano come foglie accartocciate nel
vento d’autunno, urlano come mare in tempesta.
Le
parole dette emergono come sub senza più ossigeno, si fanno strada come feti
che cercano aria e luce, brillano come la canna di una pistola appena lucidata,
passano veloci come treni che stanno per deragliare.
Le
parole scritte arrivano come scia luminosa di cometa, si posano come polvere
sulle mensole, spariscono come vecchi compagni di scuola, muoiono come luce di
candela spenta.
Amo
le parole perché volano, guizzano, rompono, hanno odore, ci sono e poi sono
distanti, si nascondono, si distendono, si inchiodano, tremano.
Odio
mio fratello perché lascia le parole in disordine, le butta sul pavimento, le
calpesta, le ammucchia sulle sedie, le abbina con pessimo gusto, le dimentica in
fondo ai cassetti, le lascia all’aperto.
Mi
irrita mio fratello per l’indifferenza con cui usa le parole, le indossa come
calzini spaiati, camicie stropicciate, pantaloni macchiati, scarpe bucate.
Odio
la sua superficialità di uomo immaturo, il suo scivolare indifferente sulle
sillabe, il suo trascinare vocali, il suo ignorare le consonati geminate.
Amo
Zeno. Lo amo per la sua capacità di schierare le parole come i giocatori di una
squadra di calcio, di farle muovere come una squadra di nuoto sincronizzato.
Amo
la cura che ha nel collezionarle, nel riporle accuratamente nei cassetti e poi
nello sceglierle a seconda dell’occasione.
Adoro
la spontaneità con cui gioca con le parole, il suo modo di gustarle, mettersele
in bocca e succhiarle lentamente, masticarle, rigirarle tra la lingua e il
palato e poi inghiottirle e digerirle o rigurgitarle educatamente in faccia a
qualcuno.
È
molto meno istintivo e vorace di me. Io soffro di bulimia delle parole. Le
mangio con ingordigia sento di aver bisogno di loro, non mi saziano mai. Ne
mangio fino a non poterne più. Lunghissime o brevi, auliche o rozze, insipide o
succulenti.
Poi
le vomito, le vomito su fogli a quadretti, di solito. Escono sotto forma di
inchiostro blu.
La
mia vita è fatta di parole, la relazione con Zeno si muove su un territorio
comune di parole.
Ormai
so che il mal di testa di Zeno non è insopportabile, è terebrante, so che Zeno
odia la mia pessima abitudine di mangiucchiarmi le pipite.
Ha
un sacco di manie linguistiche come queste e io sono legata a loro perché mi
danno sicurezza, mi danno l’illusione di conoscerlo.
Per
questo amo il suo modo di dire “prosciutto” pronunciando la fricativa post
alveolare in modo sonoro anziché sordo, per questo mi piace il suo modo di
articolare la “R” come uvulare anziché come alveolare. Perché lo
caratterizza, perché lo rende adorabile e più mio, per la possibilità che ho
di dare un nome scientifico alle sue peculiarità di pronuncia.
So
che Zeno prima o poi chiacchierando inserirà un cultismo, un arcaismo, un
participio passato di uso poco frequente.
So
che sbuffando dirà “che fastidio” o che tutte le volte userà la parola
“nulla” nei contesti in cui io avrei usato “niente”.
Ha
anche una serie di parole associate a gesti. O meglio, dissociate dai gesti. Nel
senso che muove le mani e poi le braccia in modo caotico, in modo che non ci sia
nessuna relazione con il ritmo delle sue parole. Questo lo rende molto buffo.
Sembra
una persona che annaspa.
Zeno
oltre alle parole ama molto anche i numeri.
In
realtà ama i numeri, per lui le parole sono solo un passatempo.
La mia vita è per le parole, la sua per i numeri. Lo so da sempre, anche se non ci ho mai fatto molto caso. A me Zeno non racconta di assiomi né di teoremi. È come se la matematica fosse la sua amante, so che c’è nella sua vita, che per lui è importante ma faccio finta che non ci sia. Preferisco dividerlo con questa affascinante signora che lo lascia imbambolato per ore davanti a corollari, piuttosto che perderlo. Quello che ho di lui è già molto.
Questo era quello che pensavo. Pensavo che il territorio comune di parole su cui ci muovevamo fosse abbastanza vasto per non farmi sentire in gabbia, per darmi l’illusione di avere uno spazio infinito su cui muoverci.
Invece
ieri, per caso, ho visto un suo quaderno di appunti. Li avrei creduti fogli
usciti da una stampante impazzita se non fossero stati scritti a mano, dalla
mano di Zeno.
30
RIGHE SU COSA VEDO DALLA FINESTRA DELLA MIA CAMERA.
La
mia camera non ha una finestra, ma una porta-finestra, è un caso alla Dr.
Jekyll e Mr. Hyde. D’inverno è solo una finestra: la apri per
arieggiare la stanza, guardi fuori, alzi
e abbassi la tapparella. D’estate invece diventa una vera e propria porta che
si apre sul giardino. Certo, usare la parola giardino per definire quello che si
vede affacciandosi alla porta-finestra, è un’esagerazione, un sostantivo che
utilizzerei solo se dovessi affittare questa stanza a un cieco.
Quello
che c’è, è una piccola porzione di suolo recintato, un mosaico non
particolarmente riuscito di terra e selciato, un fazzoletto di superficie
terrestre.
In
un angolo del fazzoletto, si trova un piccolo ripostiglio in cui so per certo
esserci un ammasso di ruggine. Ora vale la pena soffermarsi su tre questioni: la
prima è che non ho mai avuto il coraggio di entrare nel ripostiglio, la seconda
è che le mie coinquiline usano quell’ammasso di ruggine per lavare la loro
biancheria, la terza è che nel fazzoletto di terra, che non è occupato dal
selciato, la mia coinquilina col pollice verde ama piantare i pomodori. I
pomodori, come si sa, crescono d’estate. Ora siamo in inverno, fa un freddo
incredibile sia dentro che fuori casa, ma… sul pezzettino di terra che si vede
attraverso il vetro della porta-finestra, ci sono delle piante di pomodoro, dei
gambi rinsecchiti, assiderati e aggrappati ciascuno al suo stecco
con grande tenacia.
Per
fortuna tra poche settimane sarà di nuovo primavera, così se Pollice Verde
vorrà piantare zucchine o peperoni dovrà rimuovere per forza quei poveri
vegetali rattrappiti. Quello che mi preoccupa è che fuori dalla porta-finestra
della mia stanza c’è un bidone nel quale so per certo finiranno quei rifiuti
verdi, che con le piogge primaverili, inizieranno ad imputridire e riempiranno
la mia stanza dell’odore di cadavere vegetale.
un nuovo testo, ottimo come al solito, edito il 23/8/'04
LETTERA AL MIO PROSSIMO FIDANZATO.
È strano scriverti una lettera ora, senza sapere che faccia hai, di che colore sono i tuoi occhi, quale la consistenza delle tue mani. Senza sapere il sapore della tua bocca, la forma del tuo pene, il suono della tua voce, il sapore del tuo sperma.
È la prima volta che scrivo una lettera
senza destinatario, forse è più facile, mi aiuta ad essere sincera.
In questa lettera vorrei parlarti di me, del mio passato. Vorrei elencarti tutti
i miei irrimediabili difetti in modo che tu non me li possa lanciare addosso
alla fine, quando mi lascerai di nuovo sola, con i sentimenti lisi e il corpo
tremante.
Ti dirò tutto di me in queste pagine, non per toglierti la sorpresa di
scoprirmi, ma perché sono stanca di iniziare relazioni sentimentali che
finiscono con il recriminare requisiti che erano evidenti già all'inizio.
Credo che la maggior parte delle volte i motivi per cui una storia finisce siano già tutti in fila fin dall’inizio. Solo si finge di ignorarli, si concentra lo sguardo su quello che di bello c’è da vedere perché all’inizio è così facile amare.
La novità toglie il sonno, strappa i sogni, mescola i pensieri. Il piacere di scoprire un corpo è sempre nuovo. La delizia di due mani addosso è ogni volta diversa.
La mia pelle è stata esplorata da decine di mani. Alcune sapevano solo sfiorare, altre graffiavano, altre trasmettevano desiderio di possesso ma nessuna consistenza era uguale, nessun tocco ripercorreva altri gesti, di altre mani, di altri momenti.
E da adesso saranno le tue mani a cercarmi, le tue labbra a togliermi il respiro, le tue dita a definire i confini del mio corpo, a tracciare i miei vuoti e i miei pieni. Cancellerai tutte le altre carezze o forse sbiadirai soltanto il loro passaggio.
Io vorrei che sparisse ogni traccia degli altri passaggi. Vorrei potermi riprendere tutta la pelle consumata da mani distratte, da gesti imprecisi, da desideri imperfetti. Vorrei che tutto quello che mi sono fatta rubare per ingenuità potesse essermi restituito intatto.
Ho passato anni interi della mia vita a prostituirmi in nome dell’amore. Abbandonavo il mio corpo in balia di estranei convinta che fosse normale, che fosse giusto. Non provavo alcun piacere, solo un piccolo vuoto, un disagio difficile da collocare. Non ero felice. Non c’era desiderio da parte mia, solo uno slancio inspiegabile che mi spingeva a darmi tutta intera per sentirmi amata. Non mi sono mai sentita come avrei voluto. Mai serena, a mio agio, coinvolta, partecipe.
Affittavo il mio corpo per qualche ora, andavo a fare un giro. Tornavo a riprenderlo con la speranza che fosse stato lavato e stirato. Invece tutte le volte era sempre più stropicciato, stracciato, strappato, stranito.
Forse il problema è che non so lasciarmi andare fino in fondo. Non voglio perdere il controllo, farmi coinvolgere. Non voglio diventare succube dei sentimenti. Ho scelto di non soffrire, di buttarmi tra le braccia di persone che mi attraevano solo esteticamente per evitare di rimanere incastrata tra le maglie strette dei sentimenti “buoni”.
È questo che sono davvero. Una specie di bambola gonfiabile capace di piantarsi uno spillo in pancia poco prima di aver raggiunto il livello massimo di sopportazione.
Per i miei gusti duedidue non fa che confermarsi, non una parola fuori posto in ogni racconto che ci manda. 2/3/'04
OSPITI
Questo
week-end ho avuto ospiti nell’appartamento di Padova.
A dir la verità non è proprio un appartamento: è una bella villetta a schiera
su due piani in un intero quartiere di villette tutte uguali che sembra quasi di
essere entrati in un’immagine strappata da un depliant sull’Inghilterra.
Ma torniamo a noi. Stavo dicendo che ho avuto degli ospiti: erano così ansiosi
di vedere la mia nuova casetta che a suon di bussare alla porta-finestra che dà
sul giardino l’hanno rotta.
Così sono entrati direttamente nella mia camera. Forse avevano letto il libro
“il vangelo secondo Larry”, quando dice che la maggior parte delle persone
tiene settantacinque oggetti solo nel primo cassetto, infatti loro hanno aperto
proprio il primo, ed unico cassetto della scrivania, solo che ci hanno trovato
qualche borsa di nailon e nient’altro. Allora devono aver capito che io sono
una persona alternativa, e hanno aperto anche l’armadio, nel dubbio. Ma hanno
visto i miei quattro vestiti appesi, per la maggior parte ereditati dalla mia
sorella maggiore, che lei stessa definisce stracci, e immagino abbiano
seriamente pensato di lasciarmi 50 euro, “a Natale siamo tutti più buoni”.
Alla fine hanno lasciato tutto più o meno come lascio io di solito, cioè un
caos, tanto che, a parte per i vetri della porta-finestra, non mi sarei accorta
io stessa di niente.
Poi gli ospiti hanno visitato anche il resto della casa.
In linea generale non hanno avuto molta fortuna, hanno recuperato una catenina
d’oro e uno stereo, si sono dimenticati il computer portatile che è sempre
seduto comodo sul divano e non abbaia a nessuno.
Non hanno trovato i soldi che per l’occasione Eliana aveva lasciato in un
cassetto, anche se lei dice che ci sono andati vicino…
Diciamo che si sono comportati come fa mia cugina di norma. Ogni volta che va a
trovare suo fratello raccatta sempre qualcosa, in un modo o nell’altro.
“questa cassapanca sembra fatta apposta per stare nel mio salotto vicino al
divano”, “ma guarda, questo vaso sarebbe perfetto sul tavolo della mia
cucina, non trovi?”.
Solo che mia cugina ha una capacità di persuasione tale che riuscirebbe a
vendere ghiaccioli al polo nord, e di solito fa affari migliori.
Gli ospiti non hanno neanche voluto vedere il bagno, per fortuna! Di solito il
pavimento è ricoperto di capelli e il bidone emana una puzza tremenda, visto
che nessuna di noi si preoccupa di vuotare la pattumiera e in un mese si
accumulano gli assorbenti di quattro ragazze.
Alla fine gli ospiti sono usciti dalla porta finestra della sala, hanno
saggiamente evitato quella della mia stanza, sarebbe stato pericoloso con tutti
i vetri sparsi sul pavimento.
Mi dispiace solo che si siano dimenticati di lasciarmi i 50 euro che avevano
pensato di regalarmi…
Un nuovo ottimo racconto di questa giovane autrice. Ci conferma quanto sia
capace e quanto si a riconoscibile il suo stile.
pubblicato
il 7/4/'03
La mamma
È sera. Patrizia si è addormentata in salotto sulla sedia a dondolo. Tra le
sue braccia di giovane mamma, Gaia respira tranquilla. Ha solo due mesi e come
tutti i neonati non perde occasione per assaggiare il mondo. La maggior parte
delle scoperte che fa passano attraverso le sue labbra morbide e la sua
linguetta rosa. Dal dolce seno materno ai lisci giocattoli di plastica, dai
capelli sottili della sorella, al mento ruvido del padre, tutto è esplorato con
estrema attenzione. Patrizia lo sa bene. Soprattutto sa quanti batteri siano
continuamente in agguato. Così, ogni giorno, sterilizza con cura ciucci,
biberon e tettarelle in acqua bollente. Patrizia non potrebbe mai sopportare che
il corpicino indifeso della sua piccola venisse attaccato da cattivissimi mostri
microscopici.
Paolo sta rientrando a casa dal lavoro. Bacia sulla fronte le sue
"donne" preferite. Patrizia si sveglia, ricambia con un sorriso il
gesto d'affetto, lascia la sedia a dondolo facendo attenzione a non svegliare
Gaia e la infila sotto le coperte nel suo lettino.
È mattino. Patrizia è già in piedi da un paio d'ore. Gaia strilla per la fame
e per il pannolino sporco. Paolo è già uscito; prima di andare in ufficio
accompagnerà sua figlia Anna a scuola. Patrizia non lo farebbe mai. Non
sopporta quella mocciosa, non è stata lei a darle la vita, non c'è alcun
legame tra loro. È solo un incidente di percorso nell'esistenza di Paolo, che
Patrizia ha dovuto accettare suo malgrado.
Ora la casa è immersa nel silenzio. Gaia ha il pannolino pulito e il pancino
pieno. Patrizia osserva la sua bambina mentre si succhia il pollice tutta
contenta. Patrizia si guarda le mani, poi infila il pollice in bocca e iniza a
succhiarlo. Sente premere il polpastrello sul palato e sugli incisivi, le labbra
stringere il dito mentre con la lingua si accarezza l'unghia liscia. La
sensazione che la pervade è piacevole. In fondo, pensa, i bisogni primari sono
gli stessi, da quando si nasce a quando si muore. Prende il ciuccio della
piccola e se lo infila in bocca. Il sapore sgradevole della gomma la disgusta.
Patrizia cerca un barattolo di miele e con il ciuccio ne sfiora la superficie
densa e dorata. Ora il sapore è molto più piacevole, anche la sensazione è più
intensa, per la morbidezza dell'oggetto, che scivola sul palato e sulla lingua
lasciando a tratti il dolce gusto del miele.
Patrizia inizia a dedicarsi alle pulizie di casa. Apre le finestre, mette in
lavastoviglie le tazze della colazione, riordina i letti, spolvera i mobili.
Gaia inizia a strillare. È di nuovo ora della pappa. Patrizia prende in braccio
la piccola e con gesti ormai sicuri si scopre il seno e lo offre alla sua
creatura, che inizia a succhiare avidamente. Patrizia la guarda, pensa a quanto
la natura sia straordinaria. Pensa a questo essere in miniatura perfetto in
tutti i particolari, a come esso riesca a trovare nutrimento, a come, nonstante
sia indifeso e completamente dipendente, l'istinto della madre sappia guidarlo
l'autonomia.
Al termine della poppata, la mamma culla la piccola. Appena si addormenta
Patrizia inizia a disinfettare ciucci e biberon. Poi ne sceglie uno, apre il
frigo, prende del succo d'anans e lo versa nel piccolo contenitore graduato.
Inizia a succhiarne. Il liquido giallo chiaro, comincia a riempirle la bocca
dandole un piacere sconosciuto. Sente il tepore della gomma sulle labbra e sulla
lingua, il freddo del succo tra il palato e i denti. Le piace giocare con quella
specie di finto capezzolo. Le sembra di tornare bambina, di riuscire a provare
le stesse sensazioni della sua piccola Gaia. Ma ancora non le basta. Non le è
sufficiente un ciuccio o un biberon.
Abbassa lo sgurdo verso i suoi seni abbondanti. Si dirige verso il bagno. Si
leva la maglia, slaccia il reggiseno, lo lascia cadere a terra ed inizia ad
accarezzarsi i capezzoli davanti allo specchio. Li sente irrigidire sotto i
polpastrelli. China il capo, e sollevando con una mano il seno sinistro cerca di
succhiarlo. Improvvisamente si interrompe, richiamata dal pianto misto a
singhiozzi di Gaia. Si riveste in fretta. Si avvicina al lettino, prende in
braccio la bambina, la distende sul fasciatoio e inizia a leccarle la bocca e la
guancia da cui cola un piccolo rigurgito di latte. Poi le sotituisce il
pannolino e la tutina rosa. La culla, le canta una nenia della sua infanzia e la
culla perché si addormenti. Poi chiude le porte di tutte le stanze. Va in
camera sua, sceglie un cd di Vasco, lo infila nello stereo. Accende, alza il
volume e inizia a ballare. Dopo tre canzoni cade esausta e sudata sul letto
matrimoniale. Inizia a sfilarsi i pantaloni, la maglia, si slaccia il reggiseno
se ne libera, si siede al centro del materasso.
Paolo sta rientrando con Anna. Sentono Gaia strillare isterica e la musica
fortissima che proviene dalla camera da letto. Paolo prende in braccio la bimba
e cerca di calmarla, poi sale le scale con Anna che lo segue silenziosa. Cerca
di proteggere le orecchie di Gaia con il braccio destro, mentre con lo stesso
gomito apre la porta della stanza da cui escono i suoni. Anna si infila nello
spazio vuoto, tra il padre e lo stipite. Staccca d'istinto la spina dello stereo
e vede Patrizia, la sua matrigna, completamente nuda china sul seno mentre ne
succhia il latte, di cui è sporca quasi ogni parte del suo corpo. Paolo è
immobile, gli occhi fissi sulla moglie. Patrizia alza la testa solo nell'istante
in cui Anna dice: "ne voglio anch'io, mamma!"
Una giovane autrice per la quale val la pena spender due
parole. I suoi racconti sono a tratti molti forti ma la sua prosa segue
perfettamente lo svolgersi delle vicende, riesce a renderci partecipi, a “farci
vedere” come difficilmente si riesce, soprattutto considerando l’età. Ottimo il
primo racconto, Jenny, capaci di farci riflettere il secondo e il terzo,
davvero ben scritti, intrigante e originale il quarto.
C.T.
Un nuovo racconto pubblicato il 22\3\'03
Oltre la porta
È notte. Fabio, ormai da parecchie ore, sta cercando la posizione per
addormentarsi tra il fianco destro e quello sinistro. Sono passate già un paio
di settimane da quando il suo letto matrimoniale è diventato, nel giro di una
notte, troppo ampio. "Eppure", pensa: "questo stesso materasso mi
era sembrato molto stretto, per giorni, mesi, forse interi anni".
Ciò che Fabio non riesce proprio a trovare è una cosa tangibile che riesca a
giustificare il cambiamento. Non può credere che due righe, scarabocchiate su
un tovagliolo di carta abbandonato al centro del tavolo di cucina, possano
bastare a svuotare una casa dai suoi abitanti, una stanza dai suoi rumori.
Poteva immaginare una lite, con lancio di oggetti e minacce di abbandono, ma non
un tovagliolo al posto di sua moglie e suo figlio.
Fabio non riesce proprio a darsi pace. Si alza, attraversa la stanza nel buio,
entra in bagno, apre il mobiletto con le medicine e cerca un sonnifero o una
cosa qualunque in grado di legarlo al sonno. Nulla. Allora scivola in cucina,
afferra una bottiglia di vodka e vi si attacca avidamente, come se il collo
freddo di una bottiglia e il suo contenuto, potessero sostituire la morbidezza
di due labbra e le emozioni che possono provocare.
Dopo aver ingoiato parecchio liquido, soddisfatto delle sue percezioni non più
spigolose ma morbide, quasi ovattate, Fabio torna in camera e si infila sotto le
coperte, lasciando che il vortice di immagini che ha in testa lo riscucchi in un
sonno pesante ed ottuso.
Adesso è mattina. Fabio si sveglia di scatto a causa degli squilli del
telefono, allunga la mano verso il comodino, avvicina il ricevitore all'orecchio
e con voce insicura dice "pronto?". Attraverso la cornetta sente la
voce allarmata della sua segretaria che si preoccupa per la sua assenza
ingiustificata in ufficio. Fabio accampa qualche scusa, qualcosa che suona come
un forte mal di testa, dolori alle ossa, raffreddore e anche mal di gola, certo,
i classici sintomi influenzali. Riattacca, quando ancora la sua segretaria
suggeriva tisane e infusi, naturali ed efficaci.
L'orologio segna le 10. Fabio si alza, si rade, si fa una doccia, si infila
giacca e cravatta, come se dovesse andare in ufficio. Esce di casa. Al bar
dell'angolo si regala cappuccino e brioche. "Oggi niente giornale",
pensa, "non voglio rovinarmi l'umore con beghe politiche e fatti di
cronaca", e se ne va passeggiando per le vie della città, per la prima
volta senza preoccuparsi dell'orologio, del traffico, delle pratiche da
sbrigare, dei clienti da contattare...
Cammina e guarda le persone, osserva scarpe, gambe, sederi, schiene, spalle,
braccia, capelli, volti. Si sofferma sulle diverse andature, sui modelli di
cappotto, sui colori delle sciarpe. Cerca di immaginare la consistenza dei
guanti, quella delle mani che li indossano. E poi, tra la folla anonima, vede un
donna sottile e leggera, in netto contrasto con i grigi pesanti da cui si sente
circondato. Vede i capelli lunghi e chiari che ondeggiano sul suo cappottino
nero e poi la sagoma, ben disegnata che arriva fino alle gambe sottili. Fabio
vorrebbe affrettare il passo, raggiungerla, toccarle una spalla, dirle
"aspetta", con la naturalezza di chi ferma, davanti ad un negozio di
CD, un'amica di vecchia data. Fabio continua a camminare a breve distanza da
lei. Vorrebbe parlarle della sensazione di intesa profonda che ha sentito, della
forza invisibile che ha attratto il suo sguardo e i suoi sensi proprio verso di
lei, ma lui è quasi certo che lei non capirebbe, che lo prenderebbe per pazzo,
che si lascerebbe influenzare dal buon senso, dalle convenzioni sociali. Allo
stesso tempo non vuole perderla di vista, così, quasi senza deciderlo, si trova
a seguirla. Aspetta il pullman a poca distanza da lei. Pensa che potrebbe
rimpere il ghiaccio con delle considerazioni sul tempo atmosferico, sul
traffico, sul fatto che perdere dell tempo alla fermata è davvero snervante.
Non dice nulla. Fabio vede lei salire sul 63 e fa lo stesso. Approfittando della
calca le sta dietro, le osserva da vicino il collo, la guancia, la spalla, il
braccio, fino alla mano che stringe una busta della spesa. Scende alla settima
fermata con lei, sulla sua scia di prufumo fruttato. Fabio aspetta alcuni
istanti. Lei cammina sul marciapiede verso sinistra, lui la segue. Lei apre la
borsa, vi infila la mano destra e prende un mazzo di chiavi, sempre camminando
veloce ne sceglie una. Ad un tratto si ferma davanti ad un palazzo, apre la
porta d'ingresso con la chiave che ha in mano. La porta si richiude prima che
Fabio abbia il tempo per fermarla. Pensa "potrei suonare i campanelli
dicendo di essere il postino, qualcuno prima o poi potrebbe crederci e
aprirmi". Poi si rende conto che non sa oltre quale porta si è infilata
lei.
Lascia perdere. Pensa che in fondo la vita di ognuno si consuma oltre la porta
che ciascuno si chiude alle spalle con diffidenza e noncuranza. Pensa che a
volte, anche le persone che riescono a varcare quella porta blindata e chiusa a
parecchie mandate, alla fine sentono il bisogno di andarsene, lasciando un
tovagliolo di carta sul tavolo di cucina.
Quattro racconti
pubblicati il 15\3\’03
Jenny
jenny è pazza,
jenny vuole dormire...
Jenny ha il ventre gonfio e dolorante. Guarda il calendario e pensa
-vaffanculo- prendendo un assorbente dall'armadietto del bagno.
Abbassa i jeans e le mutandine di pizzo azzurre, si siede sul vater. Pensa -troppo
tardi-. Si rialza, lascia pantaloni e biancheria ammucchiati a terra e recupera
un paio di slip puliti. Adesso può finalmente mettersi 'sto cazzo di assorbente
-con le ali- altrimenti sporcherebbe persino i pantaloni.
La casa è vuota. I suoi 45 metri quadri sono per metà silenzio e disordine.
Sua madre ha smesso di andarla a trovare. Ogni volta ripeteva "pensi che
qualcuno ti sposerebbe se vedesse in che razza di porcile vivi?!". Ogni
volta Jenny pensava -non mi conosci affatto- e alzava le spalle in modo appena
percettibile, con un sopiro.
Jenny si toglie la maglietta, accende lo stereo, le note escono leggere. Toglie
da sopra il divano, un libro, una camicia, una bottiglia d'acqua mezza
vuota, un pacchetto di patatine aperto. Lascia tutto a terra. Sprofonda in
mezzo ai cuscini. Ne prende uno, lo abbraccia forte e si rannicchia in un
angolo del divano. Si addormenta.
Il cellulare di Jenny inizia a squillare. Da qualche parte. Lei si sveglia di
soprassalto. A tentoni, nel buio che avvolge la stanza, segue la provenienza
del suono. Sul piccolo diplay legge "luca". Pensa -cazzo-. Ma in
senso buono. Nel senso di -che bella sorpresa- Risponde con voce incerta.
Dall'altro capo una voce familiare e decisa dice "tra un'ora siamo
lì". Senza lasciare il tempo di replicare.
Jenny si guarda attorno e pensa -che casino-. Poi inizia a raccogliere tutti
gli oggetti sparsi. Dà ad ogni cosa il giusto nome e il giusto posto, spolvera
tavoli e mensole, passa l'aspirapolvere sul pavimento. Prende un secchio, ci
versa dentro del detersivo, lo riempie d'acqua. Con lo straccio bagnato fa
splendere tutto.
Dopo 45 minuti in suo appartamento è in perfetto ordine come accade tutte le
volte che qualcuno la viene a trovare -tranne mia madre- pensa.
Si sciaqua il viso e le ascelle, si infila un paio di pantaloni larghi blu di
velluto a costine, una t-shirt e una felpa col cappuccio azzurra.
Qualche istante dopo nella sua tana regna il caos: ragazzi seduti a terra che
stappano bottiglie di birra, ragazzi ai fornelli che preparano pop-corn,
ragazzi al videoregistratore che riavvolgono la cassetta da guardare.
E Luca.
Luca che la saluta con fare distratto, che non la guarda nemmeno, che finge.
Finge di non averla mai portata a letto. Finge davanti a tutti di non averla
mai toccata. Mai baciata, in quel modo lento e leggero, con le lingue che si
sfiorano appena. Quel modo che le fa venire i brividi, tutte le volte. Finge di
non ricordare. Forse non ricorda davvero. Era ubriaco. Lei no. Jenny era solo
un po' brilla, ma ricorda tutto. Mani, bocca, lingue, sperma, sudore, pelle,
braccia, gambe. Ricorda la naturalezza di quella notte. La facilità con cui
sono scivolati sul letto a una piazza e mezza, con cui i vestiti cadevano uno
dopo l'altro sul pavimento, con cui il piacere è arrivato per entrambi come un
ospite inatteso ma gradito.
Ora Luca sorride a Claudia. La riempie di attenzione, di gesti di conferma,
proprio davanti alla porta della stanza in cui l'ha tradita.
Alla fine della serata nei 45 metri quadri di Jenny regnano di nuovo silenzio e
disordine.
Jenny è esausta. Si spoglia. Si infila sotto le coperte. Sente le lenzuola a
contatto con la pelle nuda. Fissa il soffito. Batte un pugno contro il muro.
Sente gli occhi riempirsi di lacrime. Le viene voglia di ammazzarsi, per tutti
i motivi del mondo, per nessun motivo. Si stringe una mano attorno al collo
fino a provare dolore, fino a sentirsi soffocare. Poi, quella stessa mano le
scivola sui seni. I polpastrelli accarezzano i capezzoli, e poi scendono, fino
all'ombelico, fino a solleticare la clitoride.
Jenny infila l'indice e il medio della mano destra nella vagina. Sente le dita
scivolare senza difficoltà grazie al sangue mestruale. Caldo. Denso. E mentre
Jenny cerca il piacere a cerchi concentrici, sempre più in profondità, pensa
-sono vuota, sola-. Stringe forte le palpebre. Per non vedere? Per non
piangere?
Poi estrae le dita. Piano.
Accende la piccola luce che tiene sul comodino. Voltandosi sul fianco sinistro
guarda la parete bianca. Poi striscia l'indice e il medio della mano destra sul
muro, lasciando la traiettoria di un volo che si schianta.
IL RE LEONE (febbraio 2003)
Oggi ho baciato Paolo.
Non so cosa mi è preso. Semplicemente lo stavo fissando e sono rimasta a
guardare come muoveva la lingua mentre la passava sulle labbra sporche di
yogurt. È stato quando si è fermato all'angolo destro della bocca che mi è
venuta voglia di prendergli il viso tra le mani e pulire con la mia lingua il
bianco dolce che gli sporcava il mento, il naso e le guance.
L'avevo visto fare in un video in cui erano registrati un sacco di giochi che
mamma e il suo compagno facevano nudi sul letto, sotto la doccia, sul tavolo di
cucina e sul divano. Ma non in questa casa. Le stanze erano molto più belle.
Forse erano quelle di un castello.
Io volevo solo guardare "Il re leone", un pomeriggio che ero da sola
a casa e non avevo voglia di studiare storia.
Invece ho visto uno di quei film che mamma e il suo compagno guardano la notte
in camera da letto. Lo so perché quando mi alzo per chiedere alla mamma di
rimboccarmi le coperte appoggio l'orecchio alla porta e guardo dal buco della
serratura per capire cosa sta succedendo. Poi se è tutto tranquillo busso,
altrimenti torno nella mia stanza in silenzio. È un'abitudine che ho preso da
quando sono stata picchiata con una cintura. Ero entrata di sorpresa una notte
in cui nella loro camera da letto c'era anche un'amica di mamma come ospite. Mi
hanno detto che sono stata molto scortese.
Mi hanno detto: "non ti ha insegnato nessuno a bussare?". E poi mi
hanno colpita con la cintura tre volte a testa, così invece dei soliti sei
colpi ne ho presi nove!
Ma questo non c'entra. Quello che volevo dire è che dopo aver pulito Paolo
dallo yogurt mi è venuta voglia di sentire che sapore ha un bacio. Si baciano
sempre tutti nei film! Così ho messo la mia lingua dentro la bocca di Paolo. Ma
i nostri nasi si scontravano. Allora ho girato un po' il collo, ma Paolo ha
iniziato a piangere. Ho sempre detto che ho un fratello rompiscatole. Comunque
ho capito che tutti si baciano perché i baci sanno di yogurt alla banana.
LA STORIA DI FAITH (febbraio 2002)
Faith ha 17 anni. È una bella ragazza. Alta. Occhi scuri. Fisico tonico e
proporzionato messo in evidenza da vestiti attillati e scarpe col tacco alto.
Faith parla inglese. È qui in Italia da poche settimane. È venuta per studiare.
A casa ha lasciato sua madre e i fratelli. Il padre è morto. E lo dice con un
tale distacco che sembra che parli del padre di qualcun altro.
Faith ha passato le sue prime settimane a Torino. Poi ha preso un treno. Ha
aspettato cinque o sei ore ed è arrivata qui, in questa stazione ferroviaria.
Stanca, spaventata, affamata.
Faith è nigeriana. Ha lasciato il suo paese insieme ad altre ragazze perché le
avevano promesso l'Italia. Le avevano promesso che avrebbe terminato gli studi,
affinato le sue doti atletiche e guadagnato molti soldi. Faith ha lasciato la
Nigeria con un futuro migliore negli occhi. Faith ha lasciato la Nigeria per
venire a prendere il suo sogno nel Paese dei Balocchi.
E mentre parla attraversiamo la città in autobus.
Faith è invitata a pranzo a casa mia. Saliamo. La faccio accomodare in cucina.
Mi chiede se si può togliere le scarpe col tacco. Evidentemente le stanno
strette. Le porgo le mie ciabatte. Le infila, poi appoggia lo zaino accanto a
sé. Non se ne vuole separare. Probabilmente lì dentro c'è tutta la sua vita,
penso.
Le offro dell'acqua. Beve.
Poi inizia a raccontare davvero.
" A Torino hanno portato me e delle altre ragazze in un appartamento. Qui,
la prima sera, le stesse persone che ci avevano regalato il sogno di un futuro
migliore ci hanno fatto cambiare d'abito e ci hanno obbligato ad andare in
strada. Mi sono prostituita per due settimane. Venivo picchiata ogni sera.
Sostenevano che non guadagnavo abbastanza. Io stavo male. Avevo dei forti mal
di pancia. Loro mi obbligavano a prostituirmi. Poi mi picchiavano. Mi picchiavano.
Mi picchiavano.
Alla fine sono scappata, ma non potevo certo rimanere a Torino. Se mi avessero
trovato sarebbero stati capaci di uccidermi".
Si interrompe per qualche secondo. Si guarda attorno. Non sta piangendo. Le
chiedo se è stanca. Accenna un sì con la testa. La porto sul divano. Le offro
una coperta. Le prometto che tra una mezzora sarà pronto il pranzo. E mentre
lei si avvolge nella coperta io torno in cucina. Metto a bollire dell'acqua per
la pasta e apparecchio la tavola e mi chiedo com'è possibile che una ragazza di
soli diciassette anni possa essere trattata come un oggetto, venduta e
barattata e sfruttata e picchiata. Mi chiedo chi può commettere un'azione del
genere e chi con il silenzio asseconda quell'orrore. E nel frattempo due bei
piatti fumanti di spaghetti con il pomodoro aspettano le nostre bocche
affamate.
Così vado da Faith, le dico di venire in cucina. La osservo, cercando di essere
il più discreta possibile, mentre mangia avidamente. Poi alza la testa. Mi
sorride. Le sorrido.
Riprende a raccontare.
" A Torino, mentre stavo piangendo seduta su una panchina, un uomo mi ha
chiesto il perché. Ho cercato di spiegarglielo. Mi ha dato un numero di
telefono".
Le chiedo se ha provato a chiamarlo. Dice di No. Poi infila la mano in tasca e
ne estrae un libricino. Lo sfoglia fino a trovare un pezzo di carta ripiegato
che mi porge. Guardo il numero, secondo quello che leggo sul foglietto si
riferisce ad un organismo ministeriale che si occupa delle donne vittime della
tratta. Le restituisco quel piccolo ritaglio di speranza e mentre chiamo
l'assistente sociale mi accorgo che il libricino è un Vangelo.
LADRO DI EMOZIONI (agosto 2002)
Questa è una tiepida sera d'estate, la brezza soffia leggera. Sfiora i fili
d'erba, le foglie, i capelli delle ragazze, la loro pelle liscia.
Anche Francesca ha la pelle liscia, mi piace accarezzarla come fossi la brezza,
sotto il tessuto sottile delle sue t-shirt colorate. Mi piace la sensazione di
morbido che mi trasmette, quella di calore, lasciata dal sole dopo una giornata
in spiaggia.
E tra poco le mie mani proveranno la gioia di toccare Francesca di nuovo.
È dolce e divertente trascorrere le serate con lei. Francesca è come le onde
del mare: a volte ti travolge, altre ti culla. Mi piace questa sua
imprevedibilità. Qualcuno dice che lei è lunatica, ma solo perché non la sa
comprendere bene quanto me.
Io e Francesca ci frequentiamo da poche settimane ma è come se la conoscessi da
sempre. È una sensazione strana, che ho provato dal primo incontro, un grande
senso di complicità. Alcuni, di certo lo chiamerebbero innamoramento.
Tra poco sarò da lei.
Mi piace arrivare sotto il suo portone a piedi: lungo la strada, penso a lei e
così aumenta il senso di attesa, il desiderio di incontro, l'aspettativa nei
confronti della serata. E mentre scende le scale per raggiungermi cerco di
immaginare quale sarà la prima frase che pronuncerà, il suo stato d'animo, il
programma che proporrà, lo slancio del bacio o dell'abbraccio che mi regalerà.
Questa sera vorrei che non brontolasse come il mare in tempesta, mi piacerebbe
sentirla ridere, tacere, in ascolto dei nostri respiri, dei nostri cuori.
Questa sera vorrei che fosse vestita di azzurro. È un colore che fa risaltare
la sua pelle abbronzata.
Adesso Francesca è qui, proprio come la stavo sognando, attraente nel vestito
al ginocchio che le scopre braccia e gambe, dolce, con un bacio appena
accennato sulle labbra, affettuosa, con una carezza sulla guancia.
Questa sera ha voglia di passeggiare lungo le strade del centro, dice che sono
molto più belle quando tutti abbandonano la città per ammucchiarsi sulle
spiagge.le piace la sensazione di tranquillità, quasi di vuoto.
Così mentre cammina si incanta davanti ai palazzi, li spia attraverso le
finestre in cerca di lampadari sontuosi e soffitti affrescati. Si lascia
affascinare come un bambino. Mi fa tenerezza questo suo modo infantile di
entusiasmarsi.
Soprattutto mi piace il suo modo di coinvolgermi, di trascinarmi per un braccio
per poi indicarmi i tesori che vede.
A volte infila frenetica le mani nella borsa, sempre la stessa,
indipendentemente dall'abito che porta, e a volte, ne estrae la macchina
fotografica. Di solito le piace fotografare attraverso cancelli, feritoie,
sbarre, reti di protezione, finestre semichiuse.dice che è la metafora della
vita, dice che è esattamente come noi, che guardiamo tutto attraverso una
specie di filtro, di finestra sul mondo, senza riuscire mai a fermare niente in
modo oggettivo, tanto meno le emozioni.
Anche adesso sta rovistando nella sua sacca colorata, mi chiedo cosa stia per
tirarne fuori.
Francesca ha un sacco di hobby: la fotografia, la poesia e la chitarra. Alcuni
interessi svaniscono, altri li porta avanti con determinazione e un impegno
quasi maniacale.
Tra la passeggiata, quattro chiacchiere e un gelato si è fatto tardi, così ci
avviamo di nuovo verso casa, la sua. Sto per salutarla, quando mi chiede di
salire, dice che i suoi genitori sono fuori per il fine settimana. Non ho
nemmeno il tempo di pensare una risposta e già lei mi ha preso il braccio e
trascinato su, davanti alla porta del suo appartamento. La apre e mi conduce
con la sua solita fretta, un miscuglio di leggerezza e impazienza, nella sua
stanza. Un luogo che nella mia mente immaginavo spazioso, luminoso, dominato da
un disordine allegro. Invece qui è piccolo, buio, con degli angoli
ordinatissimi e degli altri a soqquadro. È strano.
Francesca è vicina allo stereo, sarebbe carino se lo accendesse. Invece non lo
fa, viene verso di me, ride, mi chiede di rilassarmi. Ci sediamo sulla
moquette, al centro della stanza, e lei inizia ad accarezzarmi i capelli, il
collo, le braccia. Inebriato dalle sue coccole mi sento molto più a mio agio.
La stanza inizia a sembrare meno estranea. Le forme paiono arrotondarsi. Adesso
ho voglia di giocare con lei, inizio a farle il solletico, ride, mi fa sentire
bene, lei cerca di fermarmi, di divincolarsi, riesce ad afferrare un cuscino e
iniziamo la battaglia.
Alla fine siamo entrambi ansimanti divertiti e stremati. Propongo una tregua,
inizio a baciarle il collo. Sembra disposta ad un armistizio, forse alla pace.
Chiude gli occhi, si lascia coccolare come un gattino. Quando le mie labbra
sfiorano le sue lei inizia a tremare, è una cosa che capita spesso. Ed è una
caratteristica di Francesca che mi piace tantissimo. Mi fa sentire responsabile
di lei, del suo corpo. Francesca è capace di rimanere ad occhi chiusi per
ore, per tutto il tempo che passiamo in silenzio ad esplorare i nostri corpi
con le mani. È intensa quest'atmosfera, densa, avvolgente. Mi fa sentire vivo,
importante, protagonista, custode. È qualcosa di troppo complesso per essere
spiegato, compreso.
Certe volte mi capita di pensare che ognuno di noi non è altro che un intero
mondo che nasce, cresce, cambia, rifiorisce in noi, alimentato da tutto quello
che ascoltiamo. E allora mi chiedo perché permettiamo ad alcuni di entrare nel
nostro universo che forse nemmeno noi conosciamo fino in fondo. Mi chiedo dove
o come, Francesca abbia trovato la chiave che l'ha condotta a quello sono.
Certe volte mi spaventa ammetterlo, ma davvero c'è qualcosa di lei che mi è
entrato ed è rimasto dentro: certi suoi sguardi, sorrisi, frasi.
Ma forse tutte quelle cose erano già in me.
Non credo di volere delle risposte, sapere renderebbe tutto meno magico.
Adesso ho sentito un rumore. Come di un sassolino caduto sul pavimento.
Francesca sembra spaventata, è tesa, ha riaperto gli occhi, come quel suono
avesse spaccato qualcosa.
Si alza di scatto, mi fa alzare, mi invita ad andarmene in fretta. Le chiedo
spiegazioni. Mi spinge fuori dalla stanza, oltre il corridoio, apre
inesorabilmente la porta di casa. E mentre cammino nella notte cerco di trovare
spiegazioni a quel suo fare, a quel repentino cambiamento di umore e mi viene
in mente quel suono, in quella specie di tonfo secco. Mi sento stupido. Avevo
Francesca tra le braccia, le sue mani che accarezzavano le mie e ho lasciato
che tutto svanisse.
18.08.02 4.30
Francesca.
Scusa.
Lo sai ke mi
lascio rapire
solo da te. fra
Quando ho riacceso il cellulare questa mattina lo schermo si è illuminato con
questo sms che aspettavo ormai da tre giorni. Ci avevo quasi rinunciato. So che
Francesca è orgogliosa.
Leggere quella frase mi ha fatto sorridere. Ha cancellato in un istante tutti i
cattivi pensieri. Adesso è pomeriggio. La musica cerca di farmi compagnia
mentre provo a concentrarmi su una delle infinite pagine di diritto penale.
Inutile, in testa c'è solo lei e lo sguardo scivola sulla sua foto, il pensiero
a lei che sorride, che mi accarezza, che mi prende per mano.
Hanno suonato il campanello. Spero sempre che sia lei, non è così quasi mai.
Ora sì, voglio godermi la sua presenza fino in fondo. È entrata nella mia
stanza, ha fatto cadere a terra la borsa e mi ha abbracciato forte, sento i
suoi seni premere sul mio petto, le sue mani scivolare sulla schiena nuda, il
suo ventre contro il mio. Amo la sua sensualità. Il suo modo aggressivo di
prendere, a volte, l'iniziativa. Mi fa sentire desiderato. Continua a chiedermi
scusa. Scivoliamo sul mio letto per dirci tutto quello che in tre giorni ci
siamo portati dentro. Quando riemergiamo il mio sguardo scivola al pavimento,
la borsa di Francesca, e, appena fuori, una cassetta e alcune pile. Sembra
accorgersene, fa sparire tutto all'interno della sacca con un sorriso
innaturale. Cerco di fermarle il polso in tempo, di riuscire a vedere cosa mi
sta nascondendo. Fa l'offesa, dice che non mi fido che faccio il bambino. Le
chiedo scusa. Mi abbraccia di nuovo. Mi bacia. Poi se ne va, lasciandomi confuso
ed eccitato sul letto.
È da nove giorni che Francesca non si fa viva, mi manca tantissimo. Vorrei che
fosse lei a cercarmi. Non ce la faccio davvero più. Ho bisogno di lei, anche
solo di sentirla. Non so con quale stato d'animo se ne sia andata da casa mia.
Certe volte vorrei poter entrare nella sua testa, capire esattamente cosa
pensa, cosa prova. In fondo la conosco da così poco, non so quasi nulla di lei,
dei suoi umori, dei suoi desideri per quanto possano sembrarmi simili ai miei.
Vorrei avere degli indizi, delle mappe, un libretto di istruzioni per riuscire
a non rovinare tutto, per riuscire ad entrare nel suo mondo senza perdermici
dentro, senza devastare niente.
Adesso sono nella stanza di Francesca, lei è andata un attimo in cucina a prendere
qualcosa da bere. La voglia di curiosare è forte. Vorrei non farlo ma apro uno
dei cassetti della scrivania, è pieno di nastri registrati, ma sulle custodie,
invece di esserci scritto il titolo di qualche cd o il nome di qualche gruppo
famoso ci sono nomi di uomini con accanto un numero in progressione. Recupero
uno dei nastri con il mio nome, MARCO 5. Infilo la cassetta nello stereo e con
mia grande sorpresa sento la voce di Francesca, la mia, le parole che ci siamo
dette in uno dei nostri primi incontri e poi, prima che me ne renda conto, alle
mie spalle c'è lei, mi volto, è scura in viso. Non dice niente, solo mi guarda.
Mentre il nastro continua a scivolare ripetendo frasi che credevo custodite
solo nei nostri ricordi.
Le chiedo perché, che senso hanno tutte quelle cassette. Per quale perverso
motivo ha registrato tutto. Perché ha inciso tutti quei nastri a mia insaputa.
Sono furioso, sto gridando. Non riesco a trovare un motivo sensato, che possa
spiegare.
Mi girano in testa le immagini di lei che chiede di andare in bagno, che infila
le mani nella borsa, magari per accendere il registratore o girare la cassetta,
ho in mente l'occasione in cui mi ha mandato via da casa sua dopo quel rumore
inspiegabile, la fine del nastro probabilmente. Tutti i suoi comportamenti
bizzarri mi sembrano terribili, crudeli, falsi, sleali.
Sto gridando. La sto insultando. Non sopporto il suono della sua voce. Sto
sbattendo la porta. Andando via. Correndo. Correndo lontano da lei, da tutte le
sue falsità, da tutti i suoi segreti, da tutte le sue perversioni. Sono senza
fiato. Ho voglia di piangere. Mi sento tradito, preso in giro.
Sono trascorsi alcuni giorni, è passata la rabbia. Qui una lettera di
Francesca. È da parecchio che la giro e rigiro tra le mani. Ho paura delle
risposte che potrei trovarci. Ho paura che potrei farmi convincere che in fondo
non c'è niente di male. Ho paura che potrei farmi coinvolgere di nuovo da lei,
e non voglio. Non posso perdonarla.
Caro Marco.
Te ne sei appena andato. E anche se nel momento in cui ho sentito sbattere la
porta ho capito che quel suono avrebbe segnato la fine, credo di doverti delle
spiegazioni, anche se so che non ti riporteranno da me.
Mi dispiace che sia andata così. Sapevo che questo mio segreto non avrebbe
potuto rimanere tale ancora per molto tempo, solo che io avevo estremo bisogno
di quei nastri. Volevo poter fermare le emozioni. Volevo che quelle
striscioline lisce e scure custodissero ogni istante di noi. Ogni respiro, ogni
pensiero, ogni frase. Volevo che tutto quello che c'era, rimanesse, perché io
ti voglio bene, perché io voglio capire come funziona che ci si innamora,
voglio riuscire a seguire il flusso delle emozioni. Sono stufa di tutte le
storie d'amore che quando iniziano sembra che debbano durare per sempre e
poi.all'improvviso va tutto in frantumi. Ho registrato nastri su nastri. Li ho
ascoltati e riascoltati un sacco di volte, volevo capire dove, come, quando si
strappava cosa e perché. Non ci sono mai riuscita. Non ho mai capito la legge
che regola tutto, non so se sono io ad essere sbagliata o cosa. Nelle parole,
nei silenzi, nei respiri, non ho mai trovato niente che potesse spiegare perché
ciò che va bene alla fine muore.
Poi ho conosciuto te. Credevo fossi uno dei tanti. Non me ne importava poi molto.
Registravo tutto. Era importante avere altra materia di studio. Volevo provare
di nuovo a capire.
E quando mi sembrava di aver quasi trovato una risposta, ti ho sentito sbattere
quella porta, e tutto quello che mi resta, adesso, sono solo queste stupide
cassette, le nostre voci, incise per sempre e una certezza.
Un'amara convinzione: i nastri riescono a captare suoni, rumori, fruscii,
stridii, schiocchi, ma niente di quello che è invisibile, di quello che c'è in
noi. E solo adesso, che non ti ho più e che sento dentro questo immenso vuoto,
che lo stereo non può registrare, ho capito che tu avresti potuto riempire la
mia vita.
In fondo una risposta l'ho trovata, al prezzo più caro che avrei potuto pagare.
Francesca