Enricoelle

 

 enrico.elle@libero.it

Enricoelle ha scritto tre romanzi, venticinque racconti e sette soggetti cinematografici, tutti di genere thriller. Con il suo vero nome, Enrico Luceri, ha pubblicato nel 2001 la raccolta di racconti “Ma delitto è un sostantivo maschile?” (Il Calamaio). Nel 2003 ha ottenuto una segnalazione al premio Lovecraft, la rivista Celluloide ha pubblicato il soggetto cinematografico “Perché sei tornato? (Anatomia di un’ossessione)”, mentre nella raccolta “13 in noir”, del concorso “Autore esci dalle tenebre”, compare il racconto “Labirinto”, tutti firmati come Enricoelle. Nel 2004 vince due volte il NeroPremio, l’11° edizione con il racconto “Ricreazione” e la 12° con il racconto “La stanza perduta”. Altri suoi racconti e sceneggiature sono stati o sono pubblicati su siti Internet come Scrivi, PatrizioPacioni, Scheletri, Scrivendo e Pennadoca, ClubGhost. Il racconto “Non si salutano più i genitori?” verrà pubblicato nella raccolta del primo premio Phantom.

Predilige creare situazioni complesse in cui il delitto rappresenta la conclusione di un dramma interiore avvolto nelle pieghe della coscienza e della memoria.

 

 

 

Il tempo dei pensieri

 

Quando sto per spegnere la luce del comodino, esito sempre qualche istante. Ogni sera, invariabilmente. Controllo con una sola occhiata la porta aperta della camera da letto ed il corridoio immerso nel buio, soffoco uno sbadiglio, ma resto ancora incerto con la mano sull’interruttore, mentre ripenso mentalmente alle azioni che ho compiuto prima di stendermi. Adesso sono tranquillo, spengo la luce e subito cado in un sonno pesante. Anzi, più che tranquillo, sono semmai sereno, con l’animo e la coscienza in pace dopo una giornata di lavoro così intensa da non aver mai avuto tempo di raccogliere i miei pensieri. Cado, ma forse è più corretto dire che precipito nel sonno. Perché esistono dei sogni così angoscianti e terrorizzanti da rendere preferibile l’insonnia più invincibile.

Cammino lentamente nel giardino abbandonato di una vecchia casa colonica che sembra disabitata. Nessun suono o rumore, nemmeno quelli della natura. Strano, ma non tanto, in fondo è solo un sogno. In mezzo al giardino un vecchio pozzo, con la carrucola ed un secchio di lamiera appoggiato sul bordo di pietra. Mi avvicino, cercando di non dare nell’occhio, come se mi sentissi osservato, anzi spiato, da qualcuno alle mie spalle. E’ una sensazione sgradevole perché sono certo di quella presenza alle mie spalle ed altrettanto sicuro che non riuscirei a distinguerla, neanche se mi voltassi di scatto. Se lo volessi. Ma io non lo voglio. Mi accosto al pozzo e mi sporgo per vederne il fondo, ma è immerso nelle tenebre. Quasi perdo l’equilibrio, mentre arretro di colpo, come se temessi contemporaneamente di essere spinto in quel pozzo profondo come il sonno in cui sono precipitato o di esserne irresistibilmente attratto. Raccolgo allora un sasso e lo lascio cadere nel pozzo. Quindi resto con le orecchie tese, pronto a distinguere il tonfo in un acqua che immagino scura, limacciosa e popolata di creature spaventose.

Conto mentalmente i secondi, aiutandomi con le dita delle mani, come l’arbitro di un incontro di boxe mentre incombe implacabile sul pugile steso a terra. Ragiono: il calcolo del tempo di caduta di quel sasso mi permetterà di misurare a spanne la profondità del pozzo. Aspetto inutilmente, lo so, perché quel tonfo non lo sentirò mai: è ovvio, questo pozzo non ha fondo, è un abisso, come il mio sonno. O forse non è vero, anche questa fuga nelle tenebre deve avere una fine, come tutto ciò che fa parte della nostra vita, solo che la distanza non è misurabile in metri ma in rimpianti, rancori, recriminazioni e rimorsi, questi ultimi in pochi casi, come quelle unità che evitiamo perché difficili da calcolare. Stringo a pugno le dita, che continuavano irrazionalmente a contare e mi avvio verso un pergolato poco distante. Sento distintamente alle mie spalle lo scricchiolio sulla ghiaia delle scarpe di chi mi segue.

Ora mi trovo nel corridoio di una casa che immagino antica, con i soffitti alti ed il pesante mobilio annerito dal tempo. La stanza da cui esco ha la luce accesa ma il resto della casa è immerso nel buio. Mi avvio lungo il corridoio, attratto irresistibilmente dal ritmico rintocco della pendola, laggiù, accanto ad una porta. Mi sento osservato, e sono certo che sia la stessa persona di prima. Avanzo circospetto lungo il corridoio, rasente il muro, incerto se accendere la luce. Ma non ce n’è bisogno perché dalle persiane accostate della cucina filtra quel tanto di luce che basta per distinguere la pendola che batte il tempo sempre con la stessa frequenza, come il cuore di una persona che non provi alcuna emozione. Istintivamente, stringo una mano sul polso dell’altra: anche il mio cuore pare battere al ritmo della pendola. Rasserenato, mi volto lentamente per guardare in faccia che mi sta ostentatamente alle spalle dall’inizio di questo lungo sogno. Lo vedo, è in piedi a circa due metri da me, in un angolo immerso nella penombra, accanto ad un appendiabiti. Mi avvicino senza riflettere e lo afferro per il bavero, pronto a chiedergli conto di quell’ossessionante persecuzione, ma qualcosa si affloscia per terra. Era solo un vecchio cappotto. Chino lo sguardo ad osservarlo, dapprima perplesso, quindi divertito, ma quando sollevo gli occhi al posto del viso di quella persona c’è una vecchia specchiera. E quindi il mio viso, pallido e tirato. L’inseguimento è finito, ho smascherato chi mi inseguiva così bene da non farsi mai vedere.

Mi sveglio lentamente: la casa colonica, il pozzo ed il corridoio vengono come risucchiati in un istante dentro la specchiera. Quando distinguo la soglia della camera da letto, per qualche istante credo di vedere una figura in piedi che mi osserva impassibile. Sbatte le palpebre, chiudo gli occhi poi li riapro di colpo, strizzandoli, ma la figura è sparita e lì vicino non c’è nessun appendiabiti. Bene. Osservo stupito il lenzuolo ed il copriletto perfettamente piegati, nessuna traccia di questa notte, che immagino sia stata quanto meno agitata. E invece niente, come fossi rimasto immobile, così immerso nelle tenebre da muovere nemmeno un muscolo. Scrollando il capo, mi alzo dal letto. Ho deciso, devo controllare bene le persiane di casa, magari qualche asse si è allentata e nottetempo la luce dei lampioni o della luna filtra insinuante e provoca quella penombra che poi assume contorni angoscianti.

Mi avvicino all’armadio, pensando a quale abito indossare oggi, il ricordo di quei brutti sogni ormai scacciato, allontanato, come quei pensieri con i quali il giorno prima non mi ero potuto raccogliere, che si erano vendicati trascinandomi in un sonno profondo come un pozzo. Oggi troverò il tempo, ne sono certo, per pensare, per ricordare, per confrontarmi con il mio passato, per…però anche oggi, a dire il vero, mi aspetta un programma molto impegnativo. Come ieri.

Quando percepisco alle mie spalle quella presenza, come nel sogno, di colpo mi irrigidisco. Un asse del pavimento in legno scricchiola, alle mie spalle. Mi giro di scatto, fissando il mio viso pallidissimo nello specchio, lo stesso davanti al quale ogni mattina mi annodo la cravatta. Sono certo, il sogno ora finirà, per davvero, mi devo alzare, per andare a lavorare. Quando spalanco l’anta dell’armadio, vedo al suo interno solo delle tenebre profonde come un pozzo, profondo come il sonno di chi non ha il tempo per i propri pensieri.