FABIO
PIERGIOVANNI
FOGLIA
La foglia, con un ultimo
sussulto di vita, staccò il rimanente appiglio che la legava, da molto tempo,
all’abbraccio vitale del nodoso ramo.
Presa dall’ultima brezza
tiepida, di aria proveniente dal caldo bosco
decadente, volgeva le sue venature ai limpidi raggi del sole, danzando calma,
come se fosse ad esso diretta.
Movendo il suo corpo vegetale
in voluttuosi rigiri, si diresse, sospinta da leggere correnti, sempre più in
alto, verso il cielo, dal quale da sempre era attirata; arrivata a sfiorare le
nuvole, miriadi goccioline d’acqua si deposero in ogni suo anfratto, lavandola
di tutti i suoi ricordi, donandogli nuova lucentezza.
La nuvola si spostò, e ,con essa, il vento scomparve,
la foglia perse la sua forza e lentamente, dondolando
come cullata, giungeva tristemente verso l’oscuro terreno bruno, che, una volta
giunto a sfiorare l’arido vegetale, lo avvolse a sé con un ultimo abbraccio.
La foglia si appoggiò,e, con calma finale, si adagiò serenamente, avvolta dalla
polvere, che la terra le donava con gratitudine infinita.
FABIO PIERGIOVANNI IL RUMORE DEL SOLE
Avete mai sentito il rumore del sole ? No? Beh vi siete persi qualche cosa.
Provate, una sera d’estate,
ad andare in collina, trovate una zona lontana da una strada trafficata, magari
seguite quelle stradine bianche che passano in mezzo ai campi, per qualche
metro. A quel punto entrate in un campo, se incolto è
meglio, ma va bene qualsiasi prato, basta che vi siano erbe e qualche albero.
Ora fermatevi,
dopo aver controllato che, sotto di voi, non vi siano troppe asperità,
sdraiatevi con il viso verso la rossa palla di fuoco.
Fate silenzio
e chiudete gli occhi.
Il calore vi scalderà tutto
il corpo, ma ancora avrete nella testa il ricordo del rumore della città.
Cancellatelo, cancellate i clacson, cancellate i motori, cancellate la gente
che fa chiasso. Cancellate tutto, lasciate la mente aperta verso il sole. Solo
allora sentirete.
Sentirete il fruscio
dell’erba mossa dalle brezze serali, sentirete il cinguettare dell’uccellino,
probabilmente ha il nido nell’alberello vicino a voi,
sentirete il frinire delle cicale, che con il loro concerto annunciano l’arrivo
della notte.
Ma se
vi concentrate ancora di più sentirete
due cose che, molto probabilmente, è tanto tempo che non sentite più: il vostro
respiro e i vostri pensieri.
Questo è il momento di
pensare, di ragionare, di vivere, perché sì, il miglior modo di ricordarsi che
si è vivi non è il chiasso, la musica ad alto volume, la ressa della gente, ma
solo un piccolo ed insignificante momento della nostra vita, cioè
quando ci sdraiamo ad ascoltare il rumore del sole.
FABIO PIERGIOVANNI RISVEGLIO
La scaglia di luce discese il
crinale. Vagava solitaria, accompagnata solo dal suo cangiante bagliore.
Tutte le cose che sfiorava
riprendevano vita.
Il fiore sbocciava, la foglia
si apriva, l’ape si destava.
Ad un tratto la piccola
scaglia non fu più sola. Dallo stesso crinale da cui era comparsa, ne
comparvero decine, poi migliaia, ed infine, con un bagliore unico, si
radunarono in una sola luce.
Il sole sorse dal suo
giaciglio, per illuminare ogni cosa.
Era l’alba di
un nuovo giorno.
La lucina
che, solitaria, si era lasciata scivolare dalla
montagna, si lasciò trasportare dall’entusiasmo, e , non curante della comparsa
del suo creatore, si diresse, piena di sé, verso l’oscura finestrella di una
casetta.
Entrò.
Il buio era totale, assieme
alle sue sorelle sarebbe riuscita, senza problemi, ad
illuminare tutto, ma, sola soletta, riuscì a mala pena a creare un piccolo
lampo, che tanto bastò a dare una piccola visione della stanza: un armadio, uno
specchio, un letto, ed un uomo che dormiva.
L’uomo si svegliò, ma non
aprì gli occhi, ancora voleva assaporare il gusto dei suoi sogni, che, invece
di sparire con il giorno, erano ancora lì, sbiaditi ma ancora vivi. Sapeva che,
se avesse aperto gli occhi, la sua mente avrebbe smesso
di produrre immagini dai colori irreali e storie di mutata realtà.
Mantenne le palpebre
abbassate, l’oscurità della notte era ancora in lui, lo faceva stare bene, il
suo corpo era un tutt’uno con il morbido giaciglio, i
suoi muscoli rilassati non ne volevano sapere di muoversi. Ma poi, il suo viso,
rivolto alla finestra, venne invaso da un calore improvviso. Attraverso gli
occhi chiusi, un bagliore diffuso gli riempì la testa, colorò di bianco tutti
gli scampoli di sogni rimasti.
Il calore proseguì
il suo viaggio, prima passò sul collo, poi sulle braccia, e quindi,
toccò le gambe. I suoi muscoli rimasero rilassati, ma ora pieni di energia, pronti a muoversi al primo comando.
Aprì gli occhi.
FABIO PIERGIOVANNI
IL GAMBERO
E LA COZZA
Il
sole calava lentamente dietro il colle, i tenui raggi del
tramonto lambivano l’acqua, finendo per colorare di rosso, la spuma
dell’ultima onda, che, con calma, ma piena di forza, s’infrangeva sullo
scoglio.
L’uomo si muoveva con agilità,
balzando da una pietra all’altra, schivando, senza fatica,
gli schizzi che il mare creava, aveva in mano un retino con legata una corda. Probabilmente doveva calarlo tra gli anfratti degli scogli,
cercando di catturare qualche gamberetto, attirato dall’odore penetrante della
sarda, infilata nella rete. Dopo aver vagato per un po’ di tempo trovò
quello che cercava, un profondo buco tra gli scogli.
L’acqua
contenuta in esso rifletteva perfettamente quello che lo sovrastava, la mano
del pescatore calava la corda con attaccato il retino, il quale, una volta sul
fondo, si agitava sospinto dalle correnti, che filtravano da numerosi anfratti.
La sarda non tardò a compiere il suo lavoro, i sommovimenti marini liberavano il
dolce odore di pesce, spargendolo a metri di distanza, cercando di attirare
quanti più esseri marini poteva.
Da una piccola crepa dello scoglio, due minuscole
palline, prendendo le fattezze di due piccole lanterne,
danzavano
mosse dalle correnti.
Le due palline
che facevano capolino dalla fessura iniziarono ad uscire, ma non erano sole,
difatti erano collegate ad una grande testa oblunga,
munita di becco, antenne, zampette ed una lunga coda terminante con un piccolo
ventaglio: si trattava di un gamberetto!
Il piccolo
mollusco iniziò a muoversi lentamente. Un po’ nuotando,
un po’ passeggiando tra le alghe, si dirigeva, confidando nel suo ottimo
olfatto, verso quello che per lui era uno spuntino atteso da tempo.
Avvicinandosi
alla fonte dell’odore, già sentiva il suo minuscolo stomaco rumoreggiare. Ne aveva di fame! Non che lì non c’era cibo, è che si era stancato di staccare, dagli scogli, i rimasugli dei
pasti degli esseri più grandi di lui, adesso che c’era, da come indicava il suo
piccolo nasino, un grosso pezzo di pesce non se lo voleva far scappare! Aumentò
prontamente l’andatura.
Gli ci volle
qualche minuto per giungere a tiro del gustoso pasto.
Giunto a
sfiorarlo iniziò a studiarlo con le antenne, poiché di luce, in quel profondo buco, ce n’era veramente poca!
Dopo un
accurato esame, decise che era giunto il
momento di affondare, in quella deliziosa polpa di pesce, le
sue minuscole chele. Quando staccò il primo pezzettino,
avvicinandolo alla desiderosa bocca, una vocina proveniente dall’alto parlò:
“Allontanati da
lì!!” Disse la misteriosa voce. “sei in pericolo!! Vattene prima che la Gente
di Sopra ti metta in sacca!”
Il gambero
rimase un attimo sbigottito, con il boccone a pochi millimetri dall’essere
inghiottito, ma quando si riprese ingollò e, dopo aver
degustato il tutto, parlò:
“Chi è?
Lasciami mangiare in pace” E preso un nuovo pezzettino rimise al lavoro le
piccolissime fauci.
“Sono la
vecchia cozza abitante la sommità dello scoglio. Ascoltami! Ne ho visti
parecchi di piccoli gamberi come tè, essere catturati dalla fitta maglia
della rete!” Rispose la vocina dall’alto.
“Di che rete
stai parlando? Io non vedo nulla! Le mie antennine hanno solo scoperto questo pesce, e adesso me lo voglio
gustare in pace, vattene!” La cozza,
affranta, ci riprova:
“Dai! spostati da lì, non ti far prendere dall’ingordigia, tu non
vedi la rete perchè laggiù è buio, ma io vedo
benissimo la corda che la sorregge -Una corda, scura e rovinata
dall’acqua salata, si dirigeva verso il fondo- Se non ti muovi il pescatore
tornerà e ti solleverà fuori dall’acqua!
“ Non dire
fesserie!” Rispose il mollusco, strascicando un po’ le parole, giacché la bocca
era piena di pesce. “Sono storie, non c’è nessun pescatore e nessuna rete,
anzi, dilla la verità, mi vuoi spaventare per poi mangiare tutto te!” Si stava
arrabbiando, non si stava gustando il pasto come avrebbe voluto, e tutto per una
stupida cozza! Cosa ne sapeva lei- pensò- di come si
cattura il cibo? Non deve aspettare altro che il nutrimento le passasse sotto al naso!
Si rimise a
mangiare.
La cozza iniziò
a sentire strane vibrazioni nel terreno e capì. I passi dell’uomo, camminando
verso il posto in cui aveva lasciato il retino, facevano leggermente vibrare la
roccia.
“Scappa!Scappa!” Urlò il mitilo. “è qui, sta per tirare la corda,
se….”.
Non riuscì a
finire la frase, la corda si era tesa ed iniziava
a salire; dal fondo del buco si innalzarono degli
strilli.
“Aiuto!Aiuto!”
Era l’ingordo gambero, che non si era accorto di
nulla, fintanto che la rete, non si era stretta su di lui. “Aiutatemi signora
cozza!” Urlava verso l’apertura del buco, non sapendo
di preciso dove essa fosse attaccata.
“Vi prego!” Aveva iniziato a darle del lei “Se mi aiutate vi porterò del cibo
ogni giorno!” La luce iniziava a farsi più forte, il Mondo di Sopra si
stava avvicinando pericolosamente.
La rete saliva
regolarmente, l’uomo controllava che non si incastrasse
in nessuno sperone roccioso, ma d’un tratto la corda si bloccò, il pescatore
imprecò, non aveva tenuto conto di come le cozze azzannavano, richiudendo le
due valve, tutto ciò che gli passava davanti la bocca.
Il gambero non
se ne accorse subito, continuava ad urlare
disperatamente, ma la cozza lo tranquillizzò:
“Allontanati,
vai via, la rete è bloccata, puoi scappare!” Il mollusco si
accorse che la voce era a pochi centimetri da lui, ma anche stranamente
sofferente. Aprì gli occhi, li
aveva chiusi dalla paura durante la salita, e quello che
vide lo spaventò a morte, la rete era lacerata nel punto
in cui la cozza la aveva morsicata, ma purtroppo per il mitilo, la valva
superiore si era rotta, lasciando fuoriuscire la molliccia carne arancione che
aveva all’interno.
“C-cc-Cozza!” Balbettò “Sei tutta
rotta, lascia la rete, così morirai, e tutto per colpa mia!” Urlò.
“Vattene, prima
che l’uomo inizi a dare strattoni alla rete, io ormai sono vecchia, morirei in
pace sapendo che ho salvato un piccolo gambero che ,
sicuramente, metterà allerta tutti gli abitanti del mare sul pericolo dei pasti
facili!
Il gambero non
aveva più parole, era stanco e spaventato, ma riuscì ugualmente a sgusciare fuori dalla trappola.
La Cozza parlò
nuovamente: “Promettimi una cosa: aiuta tutti coloro
che non conoscono le insidie della superficie, aiutali a diffidare dei facili
bocconi e delle semplici catture, ti prego!” Detto questo la cozza uscì
dall’acqua.
Il piccolo
gambero aveva sentito tutto e, tra decine di singhiozzi e lamenti sussurrò: “Te lo prometto”
Quindi, lentamente si diresse verso il suo minuscolo
rifugio.
FABIO PIERGIOVANNI IL MACIGNO
La grande roccia se ne stava
tranquillamente appoggiata, ignara di tutto, nel mezzo della piccola strada.
Con la sua massa aveva provocato una profonda ferita nel
selciato, la sua circonferenza era tale che nessuno, ma proprio nessuno, poteva
passare dall’altra parte: addirittura, un agile gatto, passando di lì, preferì
arrampicarsi per la scarpata adiacente la stradina, che scalare la scivolosa
pietra ricoperta di muschio e fango. Un pettirosso arrivò
svolazzando alla base dell’impedimento, per lui saltarlo, non sarebbe
stato sicuramente un problema, ma non lo fece, anzi approffittò
del solco provocato dalla caduta, per catturare qualche piccolo vermicello
stordito dalla botta presa.
In quel mentre, un gran rumore sferragliante e
un’infinità di piccole esplosioni spaventarono il
rosso pennuto, che, fatto un balzo, si nascose nella folta chioma di un
alberello.
In men
che non si dica, una sgangherata vettura, con a bordo
un piccolo uomo vestito all’inglese, comparve da dietro una stretta curva, e,
se non avesse prontamente frenato, si sarebbe sicuramente stampato contro la
grande roccia.
L’omino inglese scese dal suo mezzo di locomozione, e
con sguardo stupito, fissò per lungo tempo la pietra. Sembrava volesse
spostarla con lo sguardo, ma come ben sappiamo, un grosso macigno difficilmente
si muove con la sola forza della mente, quindi rimase
fisso la suo posto, ignorando tutto ciò che aveva attorno.
L’inglesino doveva passare,
aveva fretta, la macchina alle sue spalle sbuffava e fischiava, doveva
assolutamente passare, quindi, rimboccandosi le maniche, appoggò
le mani contro la viscida roccia e iniziò a spingere.
Lo sforzo era enorme, spingeva con
tutte le forze, le nocche delle dita, da rosa pallido cambiarono
repentinamente colore, fino a diventare bianco latte, il collo era teso come
una zampogna, il viso era rosso e gonfio come un pomodoro, i denti digrignanti
erano sull’orlo della rottura. L’omino sbuffava come un vaporetto, ma ad un
tratto la forza gli venne meno, lasciò la presa e si accasciò
al suolo privo di forze.
“Povero me, povero me, come farò ad arrivare in tempo all’appuntamento?” Gemeva il piccolo Lord.: “Devo
spostare questa roccia, devo farlo velocemente, ma è troppo pesante per me! Ohhh povero me!”
In quel mentre si udì una vetusta voce, confusa dal cianfrusare della macchina, venire dal dilà
della roccia: “ Hei! Chi c’è dietro al macingo?”
“Sono Mr.Bellis, vi prego aiutatemi, devo venire dalla vostra parte, ma sono
impossibilitato a farlo, ne io ne tantomeno la mia
vettura possiamo scalare questo ostacolo, è troppo grande per noi! Ed ho molta fretta!” rispose l’ometto.
La voce parlò di nuovo “Piacere di
conoscerla Mr. Bellis, il mio nome è Avellano, sono
il vecchio del paese che stà al di qua. Le conviene
cambiare strada, sicuramente passando per Primulaverde arriverete agilmente dove dovete andare!
“No!No! vi
prego di aiutarmi,- si lamentava Mr.Bellis- devo
raggiungere in fretta la cima della montagna, non posso perdere tempo
percorrendo quella lunghissima strada, mi ci vorranno almeno tre giorni
passando da la! Sono quasi arrivato, non posso fermarmi quando sono a pochi
passi dalla meta. Per venire fin qua ho quasi scassato la mia vetturina, lo spinta al massimo della velocità- dicendo
questo si tolse gli occhialoni da guida che ancora
aveva addosso- non mi sono neanche fermato a mangiare e a riposare! Me misero e
me tapino, devo arrivare di la!”
Aveva iniziato a dare
calci e pugni al masso: Si stava proprio arrabbiando!
Intanto la sera era
giunta, il verso del cuculo e del barbagianni avevano preso il posto della voce
di Avellano, che da un po’ aveva iniziato a tacere.
Mr. Bellis
lo aveva chiamato per un po’, ma inutilmente. Del vecchio non c’era più
traccia.
Il poveretto, si accorse in quel momento, che l’autovettura non
sferragliava più, si chiese per un po’ perché, provo ad accenderla, a
spingerla, a calciarla, ma tutto era inutile. Poi, come folgorato da un’idea, allungò una mano tremante verso il serbatoio del carburante e capì:
la benzina! Era finita la benzina! Preso da sconforto, impossibilitato ad
andare avanti, ma anche a tornare indietro, si abbandonò sul sedile anteriore e
si mise a dormire.
La notte trascorse veloce,
il pettirosso, con il silenzio e l’oscurità scese furtivo dal ramo dell’albero
in cui si era riparato, guardò incuriosito il piccolo uomo dormire seduto, e
quindi si rimise a caccia di vermiciattoli vicino alla roccia.
Un raggiò di sole , proveniente dalla montagna, iniziò ad accarezzare
il viso di Mr Bellis, e
dolcemente lo svegliò.
L’uomo era triste, non
sapeva cosa fare, aveva anche una gran fame, il giorno prima era stato troppo
impegnato ad arrabbiarsi per ricordarsi di mettere qualcosa nello stomaco,
quindi si diresse verso la macchina, prese la valigetta di pelle in cui erano contenuti i suoi pochi averi e, una volta aperta,
prese l’unico panino che gli era rimasto della provvista che si rea fatto per
il viaggio, lo aggredì con ingordigia e se lo mangiò in un sol boccone, senza
pensare di tenerne un po’ per il futuro.
“Mr
Bellis! Mr. Bellis!- era il
signor Avellano che lo chiamava dal dilà- Ho qui una cosa per voi! Si scosti
dalla roccia per favore!” L’ometto si
scostò appena in tempo per evitare una zappa che cadde rumorosamente ai suoi
piedi. “Signore provi ad usare questa, forse con un
po’ di sudore riuscirà a spostare l’impedimento!”
Bellis guardò con stupore l’arnese, e si
accese in lui la scintilla della speranza, si rimboccò le maniche, lo prese in
mano ed iniziò a dare colpi nella terra alla base della roccia.
Le ore passavano,
il panciotto e la camicia erano appoggiati sudici nel cofano della macchina, la
carnagione chiara dell’uomo era scottata e sporca di terra.
Arrivò la sera, il lavoro
era durato tutta la giornata, senza sosta, ma il
risultato era stato ben poco! La terra in quel punto era molto dura, quindi il
buco formato era ben piccolo, Mr Bellis
cadde sfinito a sedere, appoggiò la schiena contro la
roccia e si mise a dormire.
Nella notte il pettirosso,
indispettito dalla presenza di quel bipede sul suo territorio di caccia se ne
volò finalmente al dilà della roccia per cercare
nuovi vermi.
Il Sole ricomparve, ma
essendo l’omuncolo, coperto dall’ombra della roccia non se ne
accorse, rimanendo a dormire per quasi tutta la mattinata.
Quando si
sveglio ormai l’ora di pranzo era passata, se ne disperò un po’, poi ripresa la
zappa iniziò di nuovo a tirar colpi fino alla sera.
Giunta la sera, essendo
meno stanco del giorno precedente ebbe tempo, prima di
coricarsi, di vagliare il lavoro fatto. Ne rimase sconvolto. Del lavoro che aveva fatto non ce n’era traccia! Due giorni di faticoso
lavoro buttato al vento!
“Perché! Perché!”- iniziò
ad urlare- “Che cosa ho fatto per meritarmi questo? Non ho fatto niente…..”.
“E’ proprio questo il fatto”Era tornato Avellano,
“Cosa
vuol dire: E’ proprio questo il fatto?” Mr Bellis si adirava
“Vuole dire che non hai
fatto proprio niente per evitare questo!”L’ometto non capiva, ma il vecchio
continuò a parlare: “Questo masso lo hai messo tu, andando troppo veloce, non
fermandoti a mangiare, a dormire, a riflettere su quello che stavi facendo, se andavi più piano, se ad ogni cosa davi il giusto peso, la
giusta dimensione e il giusto tempo, alla cima della montagna ci arrivavi più
lentamente, ma senza scontrarti con questo immenso macigno.”
La voce tacque , Mr Bellis
si guardò intorno, guardò la sua macchina scarioccia,
guardò le sue mani sporche, le sue spalle bruciate e i suoi vestiti rotti,
iniziò a girargli la testa e svenne per lo sgomento.
Rimase svenuto tutta la
notte, fino alla mattina dopo non aprì gli occhi, ma
quando lo fece, sorpresa! La roccia era scomparsa! Forse durante la notte un
terremoto l’aveva spinta giù per il declivio, ma guardando da quella parte non notava niente, né un ramo spezzato né un filo
d’erba piegato. Comunque se ne disinteressò,
finalmente vedeva cosa c’era di là, poteva andare a dirne quattro al vecchio che
lo prendeva in giro, poteva andare a rifocillarsi al paese vicino, finalmente
poteva continuare la sua strada!
La macchina era
inutilizzabile, quindi si mise di buona lena ed iniziò a camminare.Il suo volto era raggiante.
Ma non capì una cosa: non
avrebbe trovato nessun vecchio e nessun paese, ma solo la cima della montagna.