Gabriella Cuscinà

 

 

Insegno lettere

a Palermo. Ho pubblicato un romanzo che

s'intitola :"Elena a New York".

Scrivo e pubblico su vari siti letterari di Internet

racconti e novelle.

 

 Il genetliaco

 

Alcuni amici sono seduti a bere l’aperitivo e stanno conversando sulla inesorabilità del tempo che scorre e che, anche per Luigi, è trascorso conducendolo ai sessant’’anni che oggi festeggia. Sono un gruppo di persone di una certa cultura ed amano avventurarsi in dissertazioni a carattere filosofico e intellettuale. Qualcuno sta dicendo che nulla può ritardare le rughe dell’anima. Forse quelle del viso sì, grazie alla chirurgia estetica, ma nello spirito non sei mai quello che sei stato il giorno prima poiché il tempo è implacabile ed assottiglia la tua energia vitale.

Un altro interloquisce ribadendo che bisogna guardare all’eternità che di per sé, è un concetto terribile perché non sappiamo esattamente cosa sia, eppure siamo destinati ad essa.

Un signore con gli occhiali sul naso ed un fare pieno di sussiego sta dicendo di essere d’accordo con Giordano Bruno secondo cui il tempo tutto toglie e tutto dà, ogni cosa muta e nulla s’annichila.

“Macché!” dice un altro “Ricordatevi, signori miei, che il tempo è denaro! Pensate agli idraulici, loro sanno perfettamente quanto valga il tempo. Se lo fanno pagare a prezzo d’oro!”

Un altro tizio con i capelli  bianchi e l’aria assorta scuote il capo e dice:

“Ogni giorno che passa, cari miei, ci avvicina alla morte; poi l’ultimo giorno direttamente ci arriviamo. La cellula invecchia al momento che viene alla luce. Cioè si muore già nascendo.”

“Ehilà! Ma che discorsi allegri!” fa Luigi, avvicinandosi al gruppetto d’intellettuali.” Ragazzi io ho sessant’anni, ma me ne sento addosso solo venti. Lo so che è la solita frase fatta, ma vi garantisco che chi è felice non fa caso alle ore che passano. Dissertate piuttosto sulla felicità. Cos’è? Secondo me, consiste nel riuscire a guardare al futuro e nel darsi da fare sempre, soprattutto per aiutare gli altri. Solo donando al prossimo si può essere felici e sperare di restare giovani nel cuore. Vedete, come diceva Sofocle, per chi sta male, una sola notte è un tempo infinito, per chi sta bene il giorno giunge troppo presto.”

“Bravo Luigi!” dice qualcuno “Il segreto dell’eterna giovinezza consiste proprio nel donarsi agli altri e nel guardare al futuro.”

“Alt!” fa un altro “ Secondo me è da sciocchi voler guardare a tutti i costi al futuro prima che al presente. L’avvenire talora è un fantasma a mani vuote che tutto promette e nulla ha. Anzi non sappiamo mai cosa l’avvenire ci riservi. Allora è meglio guardare al presente.”

“Mi fai pensare a Seneca,” interviene Luigi “ diceva che si volge al futuro colui che non sa vivere il presente. Penso comunque che oggi quasi tutti sappiamo vivere il famoso attimo fuggente; si tratta di come lo viviamo. E appunto per questo insisto a dire che bisogna vivere adoperandosi per gli altri. “

“Hai ragione Luigi,” gli dice un amico professore “l’uomo è ciò che fa e non deve comportarsi da lupo verso un altro uomo. Homo est homini lupus. Ricordi? Lo diceva Plauto.”

Mentre questi signori sono assorti nelle loro teorie peregrine sull’ineluttabilità del tempo, Sara, la moglie del festeggiato viene avvicinata da Irma: “Eccoti qua! Sei venuta filibustiera!” le dice abbracciandola.

“Cara amica, come mancare al genetliaco di tuo  marito? Dov’è? Gli voglio augurare i famosi cento di questi giorni!”

“Temo che in questo momento sia stato inghiottito dai vortici e dalle voci altisonanti dell’intellighenzia. Quando ne verrà fuori lo potrai abbracciare.”

Irma e la sua famigliola avevano abitato per alcuni anni nell’appartamento accanto al loro. Avevano riempito la casa di animali di ogni genere. Pareva un vero zoo. C’era di tutto: un cane, un gatto, un pappagallo, dei pesci, due criceti.

Gli aneddoti che erano derivati dalla loro presenza erano stati innumerevoli. Basti pensare alla volta in cui una nuova colf era stata letteralmente assalita sul pianerottolo dal cane che l’aveva scambiata per un ladro. La poverina era rimasta immobile come una statua di sale, con le zampe della bestia addosso e il muso sul naso. Per giunta il cane ringhiava. In quel frangente, Luigi era accorso udendo le grida e aveva notato che la sventurata si stava urinando addosso.

Un’altra volta il pappagallo era entrato svolazzando nella casa di Sara attraverso una finestra e lei s’era messa ad urlare mentre lo vedeva volteggiare intorno alla testa. C’era voluto del tempo affinché Irma lo riacchiappasse per portarlo via.

Per non dire poi della volta in cui il gatto Camillo s’era introdotto nell’appartamento di Luigi. Aveva approfittato della porta aperta mentre le due signore chiacchieravano sull’uscio. Inoltre Camillo era di dimensioni ciclopiche!

Luigi in quei giorni soffriva d’intestino pigro e passeggiava nel corridoio nella speranza che il suddetto intestino si risvegliasse dopo una buona dose di lassativo. Tutto si sarebbe aspettato tranne di veder comparire quella specie di leone! Aveva fatto un salto e il gatto aveva rizzato il pelo filando via come un razzo. Dopo di che Luigi era corso in bagno. Generalmente le paure sortiscono di questi effetti e il suo intestino s’era destato e aveva voglia di riprendere una vecchia abitudine.

Alla sua festa sono presenti anche molti conterranei che hanno in comune con lui  l’orgoglio dell’appartenenza ad una terra millenaria. D’altra parte, chi perde la consapevolezza del proprio passato, perde un po’ la coscienza di sé e il festeggiato non l’ha mai persa. Costoro cominciano a dissertare e si addentrano nei meandri dei concetti delle Storia e del passato. Uno di loro afferma che conoscere i fatti del tempo antico è come riuscire a fare filosofia tratta dagli esempi. Un altro dice che non si sfugge alla maledizione del tempo e che l’uomo distrugge tutto, ma che distruggendo resta schiavo del vecchio mondo, e che la distruzione della tradizione è essa stessa una tradizione.

Un amico scrittore ribadisce che il romanziere è lo storico del presente, mentre lo storico è il romanziere del passato, infatti la Storia è il romanzo di ciò che è stato, mentre un romanzo è una Storia che sarebbe potuta essere.

Luigi, che è sempre stato legatissimo ai ricordi e alla tradizione della sua terra, afferma che ogni ricordo è come un richiamo, qualcosa che conserviamo e che lavora dentro di noi, perché la memoria è come il salvadanaio dello spirito.

Si avvicina un cameriere e dice a Sara che fuori c’è una ragazza che la vuole salutare e vorrebbe fare gli auguri al marito.

“La faccia accomodare, ” soggiunge lei.

Di lì a poco s’avvicina una giovane donna.

“Karima!” esclama Sara abbracciandola, “ Che piacere!”

“Signora, ho saputo casualmente della festa di suo marito e sono venuta a fargli gli auguri e a rinnovargli i miei sentimenti di gratitudine. Il bene ricevuto non si dimentica, signora, e suo marito me ne ha fatto tanto!”

Giunta come profuga dal Kosovo, Karima s’era trovata subito in difficoltà. Era stata adescata e avviata alla prostituzione, ma era riuscita a venirne fuori grazie a Luigi e accolta da Sara come baby sitter.

 Qualche tempo dopo, la Kosovara aveva scoperto di avere un tumore al seno. Non lo aveva detto a nessuno e anzi aveva cominciato a comportarsi in maniera insolente e stranissima. Trascurava il suo lavoro, rispondeva sgarbatamente a tutti. Si allontanava da casa e portava via taluni oggetti. Una condotta misteriosa visto che fino a quel momento, Karima era stata un modello di onestà e affidabilità.

Sara era una signora generosa e le era affezionata, aveva capito che qualcosa l’angosciava e invece di licenziarla, aveva cercato d’indagare sulle cause di quel cambiamento repentino. Era riuscita a sapere che la ragazza rischiava di essere rimpatriata.

In Kosovo aveva diciotto anni quando le avevano bombardato la casa, ucciso i genitori e strappato l’adolescenza, offrendole la sola alternativa di una vita da profuga e di un ingresso clandestino in Italia. La storia della sua vita l’aveva raccontata a Sara piangendo. Aveva detto che nel suo paese la guerra aveva spazzato via tutti: non c’era più traccia di parenti o amici. Un paese che viveva di pastorizia e agricoltura; lì aveva avuto una grande famiglia ed era fondamentale, nella cultura Kosovara, una forte rete di parentela.

“Signora, se non mi faranno restare in Italia, mi lascerò morire anche perché ho un cancro al seno.”

Non poteva essere operata in Italia poiché era una extracomunitaria. Allora bisognava trovare una soluzione differente e cercare d’intervenire in ogni caso sul tumore.

Sara e Luigi avevano fatto l’impossibile per aiutare la povera Karima. Avevano istituito una specie di volontariato che aiutasse le donne clandestine che rischiavano di morire perché non avevano diritto all’assistenza sanitaria. I volontari avevano sorretto materialmente e moralmente queste sventurate e le avevano assistite nel terribile percorso della lotta contro il cancro. La Kosovara era stata operata e le avevano asportato un seno.

Ogni tanto Karima ricordava: “Quando i Serbi cannoneggiarono la mia casa, io stavo stendendo la biancheria nel cortile. Mamma e papà sono morti sotto le macerie.”

Sara l’aveva aiutata a cacciare via tristezza e paura e l’aveva stimolata a ritrovare se stessa e la sua dignità di donna. Luigi s’era industriato per farla restare nel paese che l’aveva vista quasi morire e poi rinascere.

“E’ qui in Italia che sente di dover iniziare la ricerca di sé,” aveva detto “un rientro in Kosovo significherebbe per lei un lutto senza redenzione. Un’espulsione sarebbe vissuta come un rifiuto che suggella un passato di emarginazione.”

C’era riuscito. Adesso la ragazza lavorava come infermiera alla Croce Rossa e lentamente stava ricostruendo la propria esistenza.

Luigi ha visto da lontano Karima, le va incontro e l’abbraccia.

“Sei venuta anche tu! Grazie!”

“Tanti auguri dottore! Tanti auguri da chi le sarà grata per la vita!”

Ma intanto già un altro amico lo fa girare ed esclama: “A proposito di esserti grato! Eccomi qua! Mi hai salvato dalla morte durante una partita.”

“Massimo! Anche tu!”

Qualche anno addietro stava facendo una partita. Vi erano molti giocatori. Fra tutti, il più giovane era proprio Massimo che aveva fatto delle azioni nella porta avversaria e si era prodigato per segnare dei gol. Aveva corso come un matto per tutta la partita e verso la fine del secondo tempo, si era accasciato al suolo come un morto. La partita era stata naturalmente interrotta e tutti s’erano precipitati verso il giovane che non dava più segni di vita. Luigi aveva cominciato a fargli la respirazione artificiale. Gli aveva aperto la bocca e vi aveva introdotto dentro la sua, soffiando ossigeno con quanta forza avesse nei polmoni. Nel frattempo avevano chiamato l’ambulanza. I medici quando erano arrivati, avevano detto che lo aveva salvato per un pelo, perché il giovane aveva avuto un attacco di cuore e, se Luigi non fosse intervenuto subito, avrebbe rischiato di morire. Massimo invece si era laureato e aveva fatto una tesi sulle indagini di mercato. Era divenuto un esperto in quel campo.

Adesso è lì davanti a Luigi e gli rinnova i suoi auguri. Gli porge un pacco dicendo che si tratta di un importante libro d’Economia.

“Grazie Massimo!” fa il festeggiato “Sono proprio contento perché la lettura serale di questo testo mi eviterà ogni eventuale consumo di sonniferi. Ah ah  ah ah.  Scherzo naturalmente.”

S’avvicina un altro amico pure con un pacchetto tra le mani. Poi un altro e un altro ancora. Come se tutti si fossero dati il segnale per la consegna dei doni. E’ arrivato dunque il momento dei regali!

Tante persone fanno ressa attorno a Luigi che è sempre più emozionato e contento, ma continua a pensare ai suoi sessant’anni vissuti e spesi all’insegna della solidarietà.

 

 

 

 

 

Notte di mistero

 

Anselmo era partito per uno dei suoi soliti viaggi di lavoro e la moglie quella notte era rimasta sola. Si preannunciava un temporale e i tuoni e i fulmini erano stati violenti. Giulia, la moglie, aveva recentemente visto un film di fantasmi e il suo animo non era ben disposto ad affrontare la solitudine di quella nottata tempestosa.

“Ci mancavano pure i lampi e i tuoni!” s’era detta, mentre si apprestava a coricarsi.

Adesso stava leggendo un bel romanzo d’avventure.

Il protagonista purtroppo non era un tipo fortunato, poiché dopo una serie di casi sventurati, era finito in ospedale. Lì, aveva cominciato ad avere le prime visioni e le prime percezioni extrasensoriali.

“Bella questa!” aveva pensato “ Ci voleva pure un romanzo di  fantasmi!”

Aveva dunque richiuso il libro e si stava addormentando, quando sentì un rumore provenire dalla stanza accanto. Leggeri brividi la pervasero, ma pensò d’andare a vedere di cosa si trattasse. Nella camera adiacente accese la luce e ad un tratto, vide un oggetto indefinibile, un qualcosa di mai visto, dai contorni sbiaditi, luminescente e informe, né umano né animale.

Aprì la bocca e gridò, ma si ritrovò nel letto e si mise a sedere di scatto.

“E’ stato un sogno,” si rincuorò “ mi devo mettere tranquilla a dormire, senza lasciarmi impressionare da nulla.”

Poco dopo, squillò il telefono. Era Melania, la sua più cara amica.

“Giulia, come stai? Scusa se ti disturbo. Sai sono sola, perché Aldo è partito.”

“Ah! Anche tu! Sono sola anch’io.”

“Se sapessi! Ho fatto un brutto sogno. Vedevo un oggetto strano, informe,  luminoso, non era un animale, però non era neppure un uomo. Non so cosa fosse. So solo che mi sono impressionata e ho avuto il bisogno di sentire la tua voce.”

Altri brividi attraversarono le sue membra!

“Dove l’hai visto scusa?” fece con voce atona.

“Come dove l’ho visto? Ma in sogno naturalmente. Ah! Mi pareva che si trovasse in una stanza della mia casa.”

“Una stanza vicina alla tua camera da letto?” La voce di Giulia ora era un sussurro.

Dall’altra parte silenzio. Poi:

“Come fai a…a…. a saperlo?” Melania era interdetta.

“L’ho sognato anch’io. Un oggetto come l’hai descritto tu.”

“Ma va! Ho capito, vuoi prendermi in giro per incoraggiarmi. Sei sempre la solita, Giulia!”

“Non ti prendo in giro. Sto tremando, ho fatto anch’io il medesimo sogno.”

Di nuovo silenzio dall’altra parte del cavo.

“E perché? Oh che impressione! E che vuol dire? Può essere solo una coincidenza?” La povera Melania aveva la voce strozzata.

“Non lo so, avevo la certezza che fosse reale ciò che vedevo. Mi sono accorta di sognare solo dopo avere gridato per la paura.”

“Io sono sconvolta! Perché abbiamo fatto lo stesso sogno, scusa?”

“Non so che dirti. Adesso però bisogna che ci tranquillizziamo. Qualsiasi cosa  succeda, richiamami. Io farò altrettanto.”

“Va bene Giulia. Terrò il portatile accanto, sul letto.”

“Okay. Buona notte Melania.”

Chiuse la comunicazione, ma era agitata. Non riusciva a spiegarsi il perché e come mai fosse potuta capitare una cosa del genere!

Ma no! Era stata solo una casualità! Doveva mettersi tranquillamente a dormire.

Stava finalmente per addormentarsi, quando squillò nuovamente il telefono.

“Sì pronto,” rispose.

“Pronto signora, lei è la moglie di Anselmo......?” Una voce d’uomo aveva pronunziato anche il cognome del marito.

Si allarmò all’istante. Cos’era avvenuto? Perché chiedeva di lui?

“Sì sì, certo sono io. Cosa è successo a mio marito?”

“No, nessun incidente. Volevo solo avvisarla che in questo momento si trova con Amelia. Sa, quella è una rovina famiglie.”

Quel tono di voce era strano, profondo, come insolente ed insinuante.

Giulia di nuovo s’era messa a sedere sul letto.

“Scusi, ma lei chi è?”

“Il mio nome non importa. Le sto dicendo di stare attenta perché Amelia ha già distrutto varie famiglie.”

“Sì, ma lei prima si presenti e poi possiamo continuare a discutere.”

Cominciava ad innervosirsi. Quella persona era arrogante e poi perché non voleva dire come si chiamava?

“Non c’è bisogno signora, lei deve sapere che suo marito è partito con Amelia.”

“Senta, se lei non si presenta, io le dico che è un gran maleducato!”

Giulia era tutta rossa in viso ed arrabbiatissima. Aveva fiducia cieca in Anselmo e sentirlo accusare così gratuitamente e ancor peggio, in maniera anonima, l’indignava.

Dall’altra parte del filo, la sua reazione era evidentemente giunta inattesa. Infatti udì ancora qualche frase sconnessa e poi la comunicazione fu interrotta.

“Ecco appunto! Bell’educazione!” Guardava ancora la cornetta, come se da un momento all’altro potesse venirne fuori la faccia di quello screanzato.

Avvertiva una strana inquietudine, una particolare agitazione.

Ma che belle notte di mistero! E chi era quell’individuo? Che intenzioni aveva? Perché le aveva detto quelle cose? Come si poteva più riaddormentare! Una cosa del genere non le era mai capitata!

Si rigirava nel letto, pensando se dovesse o meno telefonare a Melania per raccontarle l’accaduto, quando squillò ancora il telefono.

“Se è lui lo mando a quel paese! Porca miseria!” disse fra sé.

Difatti rispose urlando: “Prooonto!”

“Ehi Giulia, ma che c’è?  Perché gridi?”

Era Anselmo, meravigliato di sentirla rispondere a quel modo.

“Non sai cosa mi è capitato!” Che sollievo però udire la sua voce!

“Stai bene? E’ tutto a posto?”

“Sì sto bene, ma un cretino ha telefonato e ha detto che tu eri partito con Amelia.”

“Con chi?”

“Ma che ne so! Amelia, ha detto Amelia.”

“Ah! Ho capito di chi si tratta, e forse ho pure capito chi ti ha telefonato. Aspetta, non ti preoccupare, fra non molto riceverai una telefonata chiarificatrice.”

“Anselmo, ma che stai dicendo? Chi mi deve telefonare?”

“Tu stai tranquilla. Tra poco capirai tutto. Ciao amore, ci risentiamo.”

La comunicazione cadde.

 Ma quella era proprio una notte di mistero! E adesso chi avrebbe dovuto telefonare? Intanto s’era fatta mezzanotte. Tornò a rigirarsi nel letto e trascorsero così altri dieci minuti, dopo i quali squillò per l’ennesima volta il telefono.

“Pronta signora, sono l’architetto Amelia........, so che ha ricevuto la telefonata del mio ex compagno.”

“Sì sono io ed ho ricevuto una telefonata a dir poco inquietante. Mi scusi sa, ma è pazzo il suo ex?”

“E’ un mascalzone signora, non stia più ad ascoltarlo.”

“Io non lo avrei mai ascoltato, ma ha telefonato senza presentarsi, ha detto che lei era partita con mio marito. Che è una rovina famiglie.”

“Signora, io sono qui in città, se vuole la vengo a trovare. Vede, con quell’uomo ho avuto un figlio. Siccome è un tipo poco raccomandabile, non gli faccio più vedere il bambino per precauzione.”

“Capisco, deve essere proprio pazzo.”

“Peggio, è un lestofante! Pensi che vuole farmela pagare cercando di mettermi in cattiva luce con tutti coloro con cui lavoro, tra cui suo marito.”

“Accidenti! E’ un bel pasticcio!”

“Secondo la sua mente contorta, non potrò più lavorare e sarò costretta a tornare con lui.”

“Ha fatto bene a chiamare, architetto. Ora so che lei è una brava persona. Mi dispiace per la situazione. Si faccia coraggio.”

Bella anche questa! Ora era lei a dover incoraggiare gli altri!

Trascorsero altri dieci minuti, e richiamò suo marito.

“Pronto tesoro, hai capito adesso? Quella è un architetto con cui ho lavorato; le ho telefonato subito ed ho spiegato la situazione.”

“Sì ho capito, mi è sembrata una brava signora.”

“Era già divorziata con due figli. In seguito ha conosciuto quello lì e s’è inguaiata!”

“Anselmo ma che ore sono?”

“Ormai è tardi. Cerca di dormire. Buona notte amore.”

Una parola dormire, dopo tante emozioni! Ormai il letto era divenuto come il giaciglio chiodato del fachiro. S’alzò e guardò nella stanza incriminata. Tutto era tranquillo e nessun oggetto luminescente faceva bella mostra di sé. Meno male!

Andò in cucina: avrebbe bevuto una tazza di latte caldo per conciliare il sonno. Lo fece e tornò a letto. Ma perché non riusciva ancora ad addormentarsi? Già, il perché era chiaro: si sentiva troppo agitata e nervosa. Pensò di telefonare a Melania. In fondo s’erano ripromesse di chiamarsi se ci fossero state novità. E più novità di ciò che le era capitato!

“Pronto sono io. Sapessi cosa m’è successo! Stento a crederci. Sono scossa e non riesco a prendere sonno.”

“Dai, racconta. Tanto neppure io riesco a dormire.”

Trascorsero dunque tutto il resto della notte a raccontarsi e a commentare i fatti. Fecero le dovute congetture ed espressero gli immancabili giudizi. Melania sembrava esterrefatta di ciò ch’era capitato all’amica. Davvero pensava che nella vita, non si possa stare mai tranquilli. Ritornarono a discutere dei loro strani e coincidenti sogni.

“Sono sempre più convinta che sia stata una casualità,” diceva Giulia.

“In vero una strana casualità, Giulietta!” ribadiva l’altra.

“Sì ma vedi, secondo me, è il caso che domina gli uomini, non sono essi a poter intervenire sul caso.”

Sarà stata l’ora tarda, ma cominciava a diventare filosofa.

“Va bene, il caso ci domina, però io mi stupisco lo stesso.”

“Melania, i due più grandi tiranni della terra sono il caso e il tempo!”

L’amica l’ascoltava interessata.

“Per esempio c’è un filosofo tedesco che invece sostiene che nulla al mondo avviene per caso.”

“Già, allora a noi perché è accaduto di fare il medesimo sogno?”

“Domandalo a lui. Io, più invecchio, più mi convinco che il caso faccia i tre quarti del lavoro in questa vita. Proprio perché il Padre Eterno ha tutto programmato affinché sia esso ad intervenire sempre. Poi noi, con il nostro libero arbitrio, facciamo il resto.”

“Giulia mi stai facendo ricordare Flaubert quando dice: “ C’est la faute de la fatalitè!” cioè: “E’ colpa della fatalità!”

“Ecco appunto. Vedi anche lui era d’accordo con me.”

Nel frattempo, cominciava ad albeggiare e le prime luci s’insinuavano tra le fessure delle serrande.

“Questa notte non abbiamo dormito. Prima che sia troppo tardi, consiglio di provarci. Buona notte Melania.”

“Buona notte Giulia.”

 

 

 

 

 

 

 

  La registrazione

 

 

Pietro incontrò un amico di suo figlio che faceva il cantautore. Cantava per talune radio private e raggranellava qualche soldo.

“Tramite questo mestiere, ho scoperto la possibilità di comunicare con l'aldilà. Non si sa bene se con i defunti, con angeli o con altre forme di vita. Io personalmente mi sono imbattuto in questo fenomeno e devo dire che all'inizio ho avuto paura.”

“Ma va’, finiscila. Non ci crederò mai.”

 “E’ vero! Durante la registrazione dei miei pezzi, ho avuto delle interferenze e, sia per il contenuto dei messaggi, sia per il modo in cui avveniva la registrazione delle voci, credo non si trattasse di una allucinazione.”

“Ma che interferenze! Non raccontare panzane!”

“Vorrei farle ascoltare qualche voce da me registrata per farle appurare il fenomeno. Se vuole provare, deve usare un registratore, anche portatile, e registrare. Le consiglio di non farlo troppo a lungo, ma per circa dieci minuti a microfono aperto. Poi, provi ad ascoltare con attenzione, senza suggestionarsi. Ci vuole buon udito. I messaggi potranno essere molto deboli, ma ricordi di mantenere il giusto distacco emotivo in quanto non si sa chi parli, come faccia e perché.”

“Io non lo farò mai. Ragazzo mio, non ci credo. Quando lo racconterò a mio figlio Vittorio, si farà le più matte risate.”

“Parlerò con lui e gli dirò che le entità hanno dimostrato di poter cambiare quanto detto da chi registra. E’ incredibile, ma è vero! Quindi potrebbe sentire la sua voce dire cose che non ha detto. Inoltre sembra che si servano proprio di rumori e voci già esistenti nell'aria e le possano modificare a loro piacimento. Alcune comunicazioni potranno essere anche in lingue straniere.”

“Ah ah ah ah. Sì, magari in lingua aramaica. Ah ah ah ah.”

Si erano salutati e Pietro aveva continuato a ostentare il suo scetticismo.

Un mattino, mentre si trovava in ufficio, sentì l’impulso di telefonare alla moglie e, non appena ebbe sfiorato il telefono, vide con gli occhi della mente una scena allucinante: due automobili urtavano violentemente e a bordo di una, vi erano il figlio e la moglie. Il telefono squillò e sentendo la voce della consorte disse all’istante: “Avete avuto un incidente, vero? Come state?”

“ E tu come lo sai?”

“Lo so.”

Si precipitò sul luogo dell’incidente, ma per fortuna si rese conto che non era nulla di grave. Solo lievissimi graffi per gli occupanti delle vetture e molti danni per le medesime.

In seguito pensò alla telepatia e alla trasmissione del pensiero. Certo la moglie doveva avergli trasmesso quelle immagini, poiché le aveva viste nitide come se guardasse la televisione! Era stata una percezione extrasensoriale di ciò che sua moglie aveva sentito e pensato. I cavi telefonici dovevano essere serviti da canali conduttori.

Mah! pensava Pietro: chi ci capisce è bravo!

Comunque cominciò a ricordare le esperienze dell’amico del figlio sulla registrazione di voci. Così una mattina  si attardò e attese d’essere solo in casa.

Si sedette accanto al registratore stereo e lo accese. Calcolò che doveva registrare per dieci minuti. Ma registrare cosa? Non poteva parlare da solo come un pazzo per tutto quel tempo!

Pensò di prendere la ‘Divina Commedia’ e di leggerla ad alta voce.

Prima di leggere, cominciò dicendo: “Io non credo di poter registrare delle voci dall’aldilà poiché le anime dei defunti sono con il buon Dio e non interferiscono con il nostro mondo.”

Tacque per qualche secondo, poi iniziò a leggere il capolavoro di Dante.

Ogni tanto guardava l’orologio e andava avanti a leggere. Si sentiva un fine dicitore, ma si sentiva pure molto scemo.

Trascorsero i dieci minuti e spense la registrazione. Ora si trattava di riascoltare il tutto. Ma che idea bislacca! Ma che scemata!

Riaccese e si mise in ascolto. Udì la propria voce che diceva: “Io credo di poter registrare delle voci dall’aldilà poiché le anime dei defunti son con il buon Dio che tutto può.”

Balzò in piedi e spense di nuovo. Doveva avere sentito male, ma nel frattempo i battiti del cuore avevano accelerato il ritmo.

Tornò indietro con la registrazione e riascoltò. La sua voce diceva ciò che non aveva detto la prima volta. Pietro aveva lo stomaco scombussolato e provava tremore e affanno, ma andò avanti ad ascoltare e udì se stesso declamare i versi celebri della ‘Commedia’.

Ad un certo punto, udì dei sibili leggeri incisi sul nastro e delle interruzioni. Poi mentre la sua voce declamava, si sentivano di nuovo i sibili e i fischi e, contemporaneamente, si udiva un’altra voce che sussurrava e diceva qualcosa di incomprensibile.

Aveva ormai i brividi e i sudori freddi. Non sapeva se andare avanti ad ascoltare o lasciar perdere tutto. Ma sarebbe stato peggio restare con il dubbio. Cercò di calmarsi e di sforzare l’udito per meglio capire.

Riconobbe la voce di sua madre che bisbigliava: “Perdonaaaaa…..perdonaaaaa……perdonaaaaa……..perdonaaaaa………”

No! Non poteva essere! Era tutta una suggestione e aveva sentito male. Oppure aveva creduto di sentire ciò che in realtà era solo un fischio o un sibilo.

Pietro aveva addosso una paura incredibile! Si guardava attorno credendo di poter essere circondato da forze occulte.

Che scemo che sono stato! Peggio per me che ho voluto fare questi esperimenti! pensava.

Spense tutto e si alzò. Cominciò a passeggiare per la stanza, cercando di calmarsi.

 Doveva andare in ufficio. Di sera avrebbe riascoltato la  registrazione  insieme alla moglie e al figlio.

Arrivando sul posto di lavoro, trovò Vittorio che rideva parlando con un collaboratore. Seppe che l’azienda sua e di suo figlio era stata contattata affinché commercializzassero l’ultima novità inventata in California. Esattamente si trattava di una tomba con schermo a cristalli liquidi dotata di ‘touch screeen’ ovvero di uno schermo sulla lapide e un micro chip di memoria che consentiva all’estinto di parlare attraverso un messaggio, ovviamente preregistrato.

Vittorio aggiunse scherzando: “ Insomma il caro estinto può inviare una

e mail dall’oltretomba! Mi pare una follia. Ah ah ah ah.”

Vide il padre impallidire e lo guardò interrogativamente.

“Non sai che m’è capitato!” E Pietro cominciò a narrargli dell’incontro con il suo amico, dell’esperienza di chiaroveggenza e infine la registrazione di voci effettuata a casa.

“Cos’hai fatto?” Il figlio era trasecolato.

“Il bello è che ho registrato cose che non avevo detto, cioè il contrario di quello che avevo espresso. E poi ho avuto l’impressione di sentire la voce di mia madre.”

A questo punto Vittorio scoppiò a ridere.

“Ma papà, non dire sciocchezze! Ah ah ah ah. Allora la follia non è solo di chi ha ideato la tomba parlante! Ah ah ah ah.”

Quella sera Pietro narrò le sue prodezze anche alla moglie che ebbe la medesima reazione di icredulità e sconcerto.

“Pietro, ogni tanto mi sembri matto! Ma come ti è venuto in mente di fare una cosa del genere! Capisco l’episodio di chiaroveggenza che può essere dipeso da telepatia tra noi, ma andare a registrare le voci dell’aldilà, mi pare davvero troppo!”

“Io ho sentito la voce di mia madre che mi diceva di perdonare.”

“Sì e io ho sentito la voce di Garibaldi che mi diceva di combattere per la

patria! Ma fammi il favore!”

Vittorio intanto era andato ad accendere il registratore e invitava il padre

a fargli ascoltare la famosa registrazione.

Così la famigliola si radunò attorno all’apparecchio stereo e si misero ad ascoltare.

Con enorme meraviglia di Diego,questa volta tutto era come aveva pronunciato la prima volta, tutto normale e non si sentiva più nulla, neppure i sibili e i fischi. Né bisbigli, né nulla. Non c’era più niente di niente.

“Allora? Dov’è la voce di tua madre? Eeee? Dov’è? Sei scemo! Ecco quello che sei!” La moglie ostentava molto sarcasmo.

Lui provò una forte delusione, si sentì abbattuto, frustrato.

Vittorio provò a confortarlo: “Dai papà, in fondo è possibile che tu abbia sentito ciò che dici, chissà forse per suggestione, oppure perché potevi sentire solo tu quelle cose.”

“Io so solo che ho sentito, prima, la mia voce dire l’esatto contrario di ciò che avevo registrato e poi tra i fischi e i sibili, ho sentito la voce di mia Madre.”

La moglie, al colmo dell’esasperazione, sbottò: “Sì, sì, va bene, va bene. Hai sentito tua madre. Ora però basta! Non ne voglio più sentire parlare!”

Così Pietro si ritrovò a non doverne più parlare in famiglia, ma il pensiero di ciò che gli era accaduto e dell’esperienza vissuta non l’abbandonò, anche perché aveva provato, nel momento della registrazione, una sensazione nuova e particolare, come se si fosse trovato improvvisamente in un'altra dimensione.

 

 

 

 

 

 

 

                                             Poldo

 

La villetta di Daniele sorgeva tra tante altre tutte a schiera. Vi abitava già da svariati anni. Esattamente da quando, dopo la guerra, l’amministrazione comunale del suo paese gli aveva espropriati i terreni appartenuti al nonno e di cui era l’unico erede. Non li aveva ereditati, ma il Comune glieli aveva tolti con il pretesto di realizzare in futuro un parco urbano. Invece quelle terre erano state cedute gratuitamente a una industria per la commercializzazione del latte e dei suoi derivati. Oggi quelle stesse aziende si trovano rovinosamente in crisi e il proprietario è stato indagato. Daniele pensa allora che una giustizia divina c’è per tutti prima o poi.

Nella villa accanto alla sua abitava Poldo, uno scapolo attempato assai corpulento e brontolone. Era sempre vissuto con l’anziana madre ammalata ed era rimasto scapolo per non dover lasciare sola quella donna cui era legato da un affetto morboso. Purtroppo da qualche anno era morta, ma per lui era come se ancora fosse viva e manteneva intatta la stanza, tutti gli oggetti e  le consuetudini appartenuti alla vecchia signora. Venerava il suo ricordo, le parlava come se ancora vivesse in quella casa, preparava le pietanze che lei preferiva.

Per questo motivo il poverino era stato spesso vittima delle beffe di Daniele, che era divenuto suo amico. Ad esempio, una volta gli aveva fatto sparire lo scialle della madre in cui s’avvolgeva per sentire il suo odore. Un’altra volta gli aveva sottratto le medicine che ogni mattina si faceva recapitare come quando la signora era viva. E poi gli faceva sparire i giornali, la spesa. Un giorno aveva  messo a soqquadro il letto della defunta, che Poldo teneva come se lei vi dormisse ancora. Anzi quel letto rappresentava una vera reliquia e quando s’accorse della violazione, cominciò a gridare e a inveire contro l’amico.

Però voleva bene alla famiglia di Daniele ed era particolarmente affezionato a suo figlio Lorenzo, un bimbo di quattro anni che si recava talora da lui a farsi dare le caramelle.

“Poldo sei grassone, sei grassone!” lo canzonava il bambino.

“E io non ti do più le caramelle,” rispondeva l’altro.

“Te le mangi tutte tu e diventi più grasso ah ah ah ah.”

Poi in una bella mattina di sole, Lorenzo era a passeggio con la mamma lungo il viale di casa. Improvvisamente era sfuggito alla mano materna ed era corso in mezza alla strada a prendere una palla.  Proprio  in quel momento sopraggiungeva un’auto. La scena era stata vista da Poldo che non aveva perso tempo e si era precipitato a salvare il bambino. Era riuscito a spingerlo da parte, ma era stato investito in pieno dalla vettura ed era morto sul colpo.

“Papà ti ricordi quando Poldo mi dava le caramelle?”

“Certo, lo ricordo Lorenzo.”

“Sai, una volta mi chiese se gli volevo bene.”

“E tu cosa hai risposto?”

“Che non gli volevo bene perché era troppo grasso.”

“E oggi cosa gli avresti risposto?”

“Che gli volevo tanto bene,” aveva detto Lorenzo singhiozzando.

Daniele aveva ripensato spesso alle vaste terre appartenute a suo nonno. Vi aveva trascorso le sue estati più felici, tra i filari d’uva o all’ombra dei tigli. Si era sentito defraudato, derubato di quelle magnifiche campagne dove giocava da bambino, dove si recava a raccogliere i fiori di primavera, su cui vedeva svolazzare le farfalle e dove udiva sommesso il frinire delle cicale.

L’industriale del latte, prima di essere indagato e poi arrestato, era divenuto multimiliardario, e a lui invece non era rimasto nulla.

Oggi che Poldo non c’era più, ricordava quando l’amico gli aveva raccontato di possedere, al Sud, delle terre al sole coltivate a frumento e a ulivo. Ma gli erano state rubate dall’unico fratello, che se le era accaparrate senza riconoscergli la metà dovuta.

Poldo aveva perdonato e aveva lasciato fare senza rivolgersi né ad avvocati, né a tribunali. Quindi, Daniele confrontava quella magnanimità con il proprio eterno rancore, con l’antico odio per l’ingiustizia subita.

L’amico gli aveva insegnato che si può continuare a vivere e ad amare pacificamente perché l’amore vince su tutto e l’odio invece rode e corrode l’anima lentamente come un tarlo. Chi ama perdona e trova serenità e quiete, chi continua a odiare, macera la propria mente e la propria coscienza.

Addio Poldo, amico quieto e paziente, buono e mansueto. La tua mitezza resterà per sempre impressa nei cuori di coloro che ti amarono.

                                          

 

 

 

 

 

L’olio

 

In America, Duilio svolgeva il lavoro di mediatore commerciale e finanziario. Un giorno, negli uffici della sua organizzazione trovò una nuova proposta per la commercializzazione di un olio italiano.

In realtà si trattava dell’iniziativa di una imprenditrice siciliana che possedeva delle vaste campagne con molti filari d’ulivo. Aveva  intrapreso la produzione dell’olio e voleva  venderlo in America.

Duilio comprese che i profitti sarebbero stati vantaggiosi poiché un buon olio siciliano era abbastanza richiesto sul mercato statunitense. Si mise in contatto con la persona in questione proponendo un contratto interessante per entrambi.

Scoprì che era una trentenne nubile. Si disse disposta a firmare quel contratto che avrebbe consentito al suo olio di essere smerciato sul mercato americano. Anzi consigliò a Duilio di informarsi sulla sua produzione attraverso Internet. Così lui imparò tante cose sull’olio. In particolare si rese conto che quello di cui si stava interessando era un prodotto extravergine ricavato dalla spremitura a freddo di olive appena raccolte e portate immediatamente al frantoio per garantire il minor grado di acidità possibile. L’olio non veniva filtrato e per questo sul fondo delle bottiglie si poteva trovare del deposito residuo. Ma ciò era indicativo del fatto che fosse stato imbottigliato nell’annata di produzione dichiarata. Ed era un indice di qualità per chi apprezza l’olio grezzo così come esce dal frantoio. Dopo, veniva travasato in grandi contenitori e lasciato a depositare. La fase successiva era quella dell’imbottigliamento.

Si rese conto che quello era un olio non filtrato, fruttato, dalle sensazioni di erbaceo, amaro e pungente, dalla densità e dalla splendida persistenza aromatica. Poteva incantare il palato dei consumatori statunitensi.

L’imprenditrice si chiamava Adriana e lo invitò a visitare le sue terre e i magazzini per la spremitura e produzione dell’olio.

Non poteva partire per la Sicilia, dunque pensò di mandarvi un suo

collaboratore. Tra tutti, scelse Jak Malory, un giovane impiegato che aveva le mansioni di tecnico informatico. Era alto circa due metri, biondo, piacente e dinamico. Si era distinto per la sua sagacia e prontezza sul lavoro. Non sapeva però Duilio che fosse anche maldestro nelle abitudini quotidiane e nella prosaicità della vita.

“Jak dovrai andare in Sicilia a conoscere una nostra nuova cliente e visiterai le sue campagne per la produzione dell’olio,” gli disse un giorno.

“Okay capo. Manda me perché conosco bene l’Italiano, vero?”

“E soprattutto perché confido nella tua perspicacia. Dovrai renderti conto se quelle terre rendono e se l’affare che stiamo intraprendendo possa essere davvero redditizio. Insomma quanto olio si produce? Potrà soddisfare almeno una piccola parte del mercato statunitense? Tu sai che anche una piccola parte garantisce già buoni guadagni.”

“Non si preoccupi, ci penserò io, stia tranquillo.”

E così Jak partì e arrivò in Sicilia dove, all’aeroporto, lo attendeva Adriana, che era stata avvisata di tutto. Di tutto tranne che dell’altezza dell’individuo. Ora caso voleva che ella fosse una ragazza piccolina, bellissima, ma appunto un po’ bassina. Possedeva un viso dolce, con due occhi stupendi e una bocca birichina e incantevole. Poteva permettersi di sfoggiare una zazzera di capelli color castano lucido.

I due guardandosi, ebbero l’impressione di formare l’articolo ‘iL’.

Si sorrisero comunque, attratti reciprocamente. 

“Piacere signorina, io sono Jak Malory, collaboratore di Duilio. Vengo per conoscerti. J am glad.”

“Il piacere è mio Jak. Io sono Adriana e non m’aspettavo che fossi così spilungone! Ah ah ah ah.”

“Spilungone? Cosa è spilungone?”

“Alto, very high. Ma no problem.”

“Oh yes, sì, mia madre mi ha fatto very high. Ah ah ah ah.”

Nel passare attraverso le vetrate scorrevoli dell’aeroporto, Jak vi restò incastrato dando i primi segni d’essere maldestro. Quando arrivò nelle campagne di Adriana e ne vide l’enorme estensione, cominciò ad aggirarsi tra i filari d’ulivo con fare sapiente. Guardava ogni albero e toccava le olive.

“Signorina, quanti kilogram producete in un anno?”

“Oh Jak! Non posso quantificarlo con precisione. Cioè voglio dire che la quantità cambia di anno in anno. Perché se l’annata non è buona, gli alberi non fanno olive o, se le fanno, non sono buone e allora si fa poco olio. Però in genere ne produciamo moltissimo ed è di qualità eccellente, credimi.”

“Okay Adriana. Posso chiamarti così vero? Ma non c’è possibilità che tutti  gli anni siano buoni?”

“La possibilità riguarda il tempo meteorologico. The Wheather forecast.”

“Yes, ma gli operai lavorano sempre molto? Lavorano nimbly, veloce?”

“Jak siamo in Sicilia. Lavorano come possono e con i loro ritmi.”

“Puoi mandare via e prendere gente che lavora molto.”

Mentre camminava lui non si accorse che stava mettendo i piedi dove la terra era concimata e, prima che Adriana potesse avvisarlo, s’era impantanato in uno strato immondo di cacca.

La ragazza rise della sua sbadataggine e lo invitò in casa a ripulirsi. Poi gli propose di ospitarlo a dormire. Si conobbero e si piacquero sempre più. Parlarono delle rispettive vite, dei loro gusti, delle preferenze. Insomma ebbero modo di scambiarsi impressioni e opinioni.

Le specialità di quelle terre non erano solo le olive, ma altri prodotti agricoli pieni di sapore e profumi che Jak assaporò entusiasta.

Dopo una settimana di permanenza, era innamorato non solo di Adriana ma anche di tutto quel posto.

Giocarono a tennis nel campo dietro la casa. Adriana poté esibire la sua bravura e lui il suo rovescio imprendibile. Si divertirono e risero insieme

come non accadeva a entrambi da tempo.

Fecero dei bagni nella piscina adiacente al campo da tennis. In acqua, la  differenza delle loro stature si avvertiva meno.

Una sera, passeggiando attorno alla piscina, Adriana chiese: “Tornerai più in America Jak?”

La domanda lo colse impreparato e si volse verso lei di scatto, mise un piede in fallo e precipitò nell’acqua tutto vestito.

La ragazza non finiva più di ridere. Poi gli porse la mano per aiutarlo a risalire, ma lui la tirò verso di sé e la fece cadere in piscina.

Si abbracciarono felici galleggiando.

“J non torno più in America, ma tu devi dirlo a Duilio. Ah ah ah ah.”

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

        La signorina Pierina

 

 

Rediviva. Che parola strana e suggestiva! Evoca sensazioni di mistero. Quella parola aveva riportato alla mente di Carlo una persona conosciuta molti anni prima in Sicilia. Si rendeva conto di come la memoria dell’uomo fosse una facoltà singolare, oltre che preziosa. Infatti non appena sturava il contenitore dei ricordi, quelli venivano fuori a cascata e non poteva più fermarli.

Aveva circa dodici anni a quei tempi e la zia Sara lo conduceva spesso a far visita ad una anziana signorina che abitava in una antica villa nobiliare. Una costruzione del Settecento immersa nel verde, tra palme centenarie, piena di ampi saloni affrescati e decorati, con lampadari enormi che scendevano da volte sontuose. Vi era una cappella dedicata alla Madonna, con tante immagini sacre e una statua di Santa Rosalia.

La signorina si chiamava Pierina, era nubile, esile e sparuta. Era ammalata di tumore maligno e le davano solo pochi mesi di vita. Lei aveva reagito e con tutte le sue forze aveva voluto vivere. Non s’era rassegnata alla morte e aveva lottato come poteva. Fatto sta che era guarita dal cancro e la consideravano rediviva.

Aveva insegnato a Carlo: “Bisogna lottare nella vita. Quando tutti ti dicono che è finita, tu combatti, non ti dare per vinto. Abbiamo dentro di noi delle forze sconosciute, dobbiamo solo metterle in moto. Ama la vita. Sii sempre riconoscente per averla avuta in dono. Mostra la tua gratitudine cercando di non sottrarti mai alle sue sfide.”

E poi gli aveva parlato di quella Santa di cui c’era una statua nella cappella. Gli aveva detto che era stata una giovinetta votata a Dio e che aveva miracolosamente salvato la città di Palermo da una pestilenza nel 1600.

Un pomeriggio caldo afoso, Carlo trovò Pierina che dormiva sollevata a mezz’aria, sospesa sul suo letto. Pareva morta, invece era viva, respirava placidamente, con un respiro regolare e tranquillo. Le braccia incrociate sul petto e i piedi dritti e allineati.

Fu colto dalla paura, ma non riuscì a gridare. Restò a guardarla esterrefatto e non credeva ai propri occhi! Come poteva restare ferma sospesa in aria?

Dopo un po’, il corpo era sceso lentamente sopra il letto e Pierina si era svegliata.

Carlo non aveva mai più dimenticato quella scena.

Rammentava che zia Sara organizzava delle partite di Canasta e la signorina era sempre invitata. Si presentava fornita di una sedia gabinetto. Cioè, siccome a quei tempi non esistevano i pannoloni per gli anziani incontinenti, lei per non alzarsi in continuazione, si premuniva di quel sedile con la parte centrale vuota e con annesso un sacchetto per la raccolta degli escrementi.

Poi una volta, durante una partita di Canasta, un’amica aveva annunziato che sarebbe partita per andare con il marito in un Casinò della Francia.

Pierina la guardò e disse: “Bene. Non appena entri e vai al tavolo della roulette, punta il tuo denaro sul numero sei. Poi esattamente all’una di notte, punta il numero ventuno.”

Quando l’amica tornò dal suo viaggio, raccontò euforica di avere vinto molti milioni proprio nel modo e con i numeri indicati da Pierina.

La signorina aveva spiegato a Carlo l’antico gioco siciliano del papero. Un gioco che si faceva per la festa di San Vito, l’ultima domenica di giugno e alla scomoda ora delle due pomeridiane. Si andava al fiume e, su una corda tesa sull’acqua si appendevano per le zampe tanti paperi vivi. I cacciatori si tenevano aggrappati con una mano e con i piedi alla corda e, con l’atra mano, dovevano cercare di spezzare le zampe ai paperi e prenderli. Nel frattempo la corda, unta di grasso, veniva fatta dondolare con strattoni.

Pierina era una persona molto devota e impartiva delle lezioni di catechismo cui Carlo aveva partecipato.

Gli aveva raccontato una vecchia leggenda assai interessante:

Una volta un sacerdote passando dall’altare, decise di fermarsi per vedere chi era venuto a pregare. Vide un uomo vecchio e male in arnese, con la barba lunga,  una camicia consunta e una giacca logora. Egli pregava, poi si alzò e uscì.

Nei giorni seguenti, sempre a mezzogiorno, l’uomo tornava in chiesa a pregare. Il sacerdote, preoccupato, cominciò a sospettare che si trattasse di un ladro. Quindi lo fermò e gli chiese bruscamente: - Che fai qui?-

Quello rispose che veniva ogni giorno a dire queste poche parole: - Signore, sono venuto per ringraziarti di avermi liberato dal peccato. Non so pregare molto bene ma ti penso tutti i giorni. Beh Gesù, qui c’è Jim a rapporto!-

Il sacerdote si sentì uno stupido e disse che poteva venire quando voleva.

Ma un giorno notò che Jim non era venuto. Chiese informazioni e seppe che era ricoverato. In ospedale però egli era sempre sorridente, rideva e la sua allegria era contagiosa.

La caposala non riusciva a capire perché Jim fosse tanto felice dato che non riceveva mai né visite né telefonate.

- Nessun amico è venuto a trovarlo. Non ha nessuno.-

Sorpreso, Jim disse: - L’infermiera si sbaglia. Però non può sapere che tutti i giorni, a mezzogiorno, un mio amico viene, si siede sul letto, mi prende le mani, si china su di me e dice: ‘Sono venuto, Jim, per dirti quanto sia felice da quando ho la tua amicizia. Mi piace ascoltare le tue preghiere. Ti penso ogni giorno. Beh Jim, qui c’è Gesù a rapporto.’-

Quando Vincenzina aveva concluso quel racconto, Carlo si era ritrovato con le lacrime agli occhi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

             I cardellini

 

Totò un giorno stava dando da mangiare a degli uccellini e parlottava con alcuni passerotti in una strada di campagna. Era un viottolo sterrato tra gli alberi di carrubo il cui profumo si diffondeva intenso. In lontananza si distinguevano dei casolari e il sole cocente ne faceva brillare i tetti. S’udiva assordante il cinguettio di centinaia di uccelli. Volavano a stormo tutt’intorno e ogni tanto oscuravano il cielo. Scendevano dai rami degli alberi e talora venivano a mangiare direttamente dalle sue mani, poi volavano via sempre emettendo il loro festoso richiamo.

L’uomo era molto anziano e doveva amare teneramente quelle graziose bestiole. Infatti era un incanto osservare i volatili che saltellavano ai suoi piedi per beccare le mollichine cadute qua e là.

Mi fermai a guardare poiché lo spettacolo era affascinante:

“Cosa fa? Questi uccellini non hanno paura di lei?”

“No,” rispose “ vedi io parlo con loro ed essi mi ascoltano.”

Doveva essere stato nel passato un uomo dabbene ed attraente,  anche se ora dei segni evidenti di malattia l’affliggevano.

I capelli erano bianchi e folti. Teneva il capo scoperto sotto il sole rovente. Gli occhi verde scuro, erano frangiati da lunghe ciglia. Era alto, abbastanza snello e con le spalle incurvate.

“Ho sempre avuto una passione particolare per tutti gli uccelli,”

aggiunse “e ho anche fatto degli studi su di essi. In questa campagna per esempio, abbondano i cardellini. Sono dei piccoli uccelli dell’ordine dei passeracei, ben noti per la loro maschera rosso scarlatta. Sono animaletti sedentari e fanno uova macchiate. Io sono innamorato del loro canto. Figurati che riescono anche ad imitare il verso di altri uccelli e a ripetere semplici motivi musicali.”

Credo che in quel momento m’innamorai del vecchio Totò.

“Sai,” riprese a dire “tempo fa ho scoperto dei ragazzi che catturavano dei cardellini in una campagna. Restai esterrefatto poiché mi sembrò una cosa assai crudele. Li prendevano vivi in una maniera ingegnosa: stendevano sull’erba una fitta rete sulla quale avevano spalmato una sostanza viscida e appiccicosa. Oppure ponevano a terra tanti rametti d’albero sporchi della stessa sostanza. Quando gli uccellini si posavano sulla rete o sui rametti, vi restavano inevitabilmente invischiati e incollati. Cominciavano a dibattersi e non potevano più volare. Erano bloccati, vivi e integri, ma prigionieri di quei crudeli ragazzi. Essi li andavano a vendere a dei commercianti di animali che hanno negozi pieni di gabbie, voliere e tante varietà di uccelletti.

 A quanto pare, i cardellini catturati vivi vengono pagati bene, e addirittura alcuni rivenditori li accecano perché, stando a una diceria popolare, se ciechi cantano meglio.

Questo racconto mi fece rabbrividire e provai rabbia e disgusto.

Totò s’accorse della mia reazione e capì che condividevo i suoi sentimenti e il suo amore per gli animali. Dunque continuò:

“Io ero inorridito da tanta insensibilità. Cominciai a sognare ogni notte il volo meraviglioso di quei cardellini e li vedevo disperati e atterriti non appena venivano catturati. Per me era diventato un incubo. Ho sempre amato tutti gli animali, ma per gli uccelli ho avuto una passione particolare.

Un giorno ebbi un’ispirazione. Mi procurai una rete  e la spalmai della medesima sostanza adoperata da quei ragazzi.

Tornai in campagna, nel luogo preciso ove avvenivano le sacrileghe catture e, nascosto, attesi che essi arrivassero.

All’improvviso lanciai su di loro la rete e vi restarono invischiati e impiastricciati. Presero a gridare e a sbraitare cercando di togliersela di dosso. Naturalmente non ci riuscirono ed erano tutti sporchi ed imbrattati di colla. Io uscii dal mio nascondiglio e feci loro capire che ero stato l’autore di quel brutto scherzo. Mi subissarono d’improperi, ingiurie  e insulti che non sto qui a ripeterti. Quando si furono calmati, dissi che avevano avuto la stessa sorte dei cardellini, con la differenza che loro si sarebbero potuti liberare, le povere bestiole invece sarebbero rimaste prigioniere per sempre. Spiegai che non vi è cosa più bella della libertà per ogni essere vivente. Quelle creature che volavano libere e felici dovevano essere rispettate.

Da quel giorno, i ragazzi non si fecero più vedere e credo che abbiano smesso di compiere i loro atti vandalici e sacrileghi. Io continuo a parlare con gli uccellini, ma credimi, non mi sento San Francesco.”

Mi sembrò la persona adatta cui esporre un mio dubbio:

“Allora, secondo lei, non è giusto tenere gli uccelli in gabbia?”

“Cara mia,” rispose “tutti gli animali dovrebbero vivere liberi sulla terra. Purtroppo l’uomo invece li assoggetta al suo volere, li usa, li sfrutta, li cattura, li uccide per vari scopi, tra cui quello dell’alimentazione è l’unico comprensibile. Ma pensa alla piaga della vivisezione!”

“Quella!” esclamai “E’ una vera infamia, secondo me.”

“Già, eppure ci sono leggi ben precise in Italia che l’autorizzano e la regolamentano. Ma rimane comunque una tremenda crudeltà sezionare da vivi, animali come i cani, i gatti, anche se allo scopo di studiarne e prelevarne organi e tessuti per esperimenti chirurgici e farmaceutici.”

“Meno male,” aggiunsi “che gli scienziati hanno la giustificazione di farlo per il progresso della medicina e per il bene dell’umanità.”

“Rimane lo stesso un’infamia.”  Totò era irremovibile. Doveva essere un animalista convinto. “Vedi, alle volte neppure anestetizzano quelle povere bestie che vivisezionano. Vogliono studiare i loro organi mentre il cervello è sveglio. Mi pare una crudeltà rispetto alla quale, la cattura dei cardellini rappresenta un passatempo lodevole.”

La sua ironia rivelava l’animosità che lo agitava. Io volevo continuare ad esporre i miei dubbi:

“Però non può negare che quando si sono studiati gli effetti nocivi dei raggi X sugli animali, sono state messe a punto le misure protettive per gli uomini. E grazie ai farmaci studiati sulla leucemia del topo, si può prolungare la vita dei bambini leucemici.”

“Hai ragione in questo e poi non tutti i vivisettori sono dei sadici, però penso che ve ne sia un’alta percentuale. Dicono che la vivisezione sia necessaria, ma io non ci credo. Pensa che per risolvere l’antico problema dell’artrite, lesionano e fanno esperimenti sulle giunture degli animali. Oppure procurano un cancro artificiale sulle cavie, per studiarne il decorso. A me pare pazzesco!”

“Totò, deve convenire che non si può fare la sperimentazione diretta sull’uomo. Per esempio non ci dimentichiamo che il vaccino della poliomielite è stato sviluppato su animali.”

“Sì e non ci scordiamo neppure,” aggiunse scettico “che lo scienziato che ha debellato la febbre gialla, ha provato il vaccino su se stesso e sui suoi assistenti volontari. Per me, in nessun caso si ha il diritto di torturare gli animali.”

Eravamo ancora fermi sotto il sole e le nostre chiacchiere sui cardellini si erano trasformate in elucubrazioni su un problema grave e annoso come quello della vivisezione. I miei dubbi erano rimasti gli stessi, ma la mia testa cominciava a cuocere per il caldo.

Salutai cordialmente Totò e continuai per la mia strada.