Gianluca Parravicini

 

 gianluca.parravicini@tiscali.it 

 

 

 

                                           

 Pago io

 

In un mondo di nomi, cognomi e soprannomi, come diceva mio nonno la morte non ha mai caldo. Il mio nome è Eusebio, sono le 15.30 di un’epoca che non mi piace, ecco ora sono le 15.31, ma quest’epoca continua a non piacermi! Fa caldo oggi all’Avana, è un caldo che non rispetta le consegne che gli ha passato Dio, è un caldo che ti attraversa le ossa gettandoti addosso tutto il peso della vita in umidità, perché la vita è anche umida. Il turno in albergo comincia questa notte alle 22. 00, ora me ne sto seduto in veranda nella casa dei miei genitori in Avenida 19, la casa dove sono nato e dove forse morirò. La mia storia come la mia vita ha 44 anni, ci tengo a separarle, la mia storia è quella di un rivoluzionario, la mia vita è quella di un semplice consierge d’albergo all’Avana. Ora sono le 15.35, passo così tutto il pomeriggio a guardare l’orologio, seduto sulla sedia a dondolo nella veranda di casa, ogni quattro o cinque secondi mi do una spinta con le gambe, non mi piace farmi trovare fermo al cospetto del tempo che mi passa davanti. Su questa sedia a dondolo si sedeva mio nonno negli anni cinquanta, all’epoca in cui a Cuba governava Fulgencio Batista, si è seduto mio padre durante lo sbarco nella Baia dei Porci, ora sono vent’anni che mi dondolo io. A Cuba i dondoli non smettono mai  di fare quello che gli riesce meglio, dondolare, mentre qualcuno racconta un storia. Solo quando sono seduto sul dondolo mi sento un vero socialista, quando al lavoro indosso la mia divisa da consierge e sorrido ammiccante al turista per strappargli la mancia mi sento solo uno sporco consumista, alcuni amici del partito, una volta che sono venuti a sapere delle mance che mi lasciano i clienti mi hanno dato del capitalista. In questi ultimi anni L’Avana è diventata molto cara e comunque non dimentico ogni mese di versare cinque pesos convertibili al Comitato per la Rivoluzione, cosa che qualunque vero cubano che ha qualche soldo in tasca dovrebbe fare. Ora sono le 15.45, spesso in strada davanti alla porta di casa mia si ferma una macchina della Polizia, una Lada di colore bianco, li conosco i due poliziotti, sono Chico e Juan, con Chico giocavamo da piccoli a baseball, lui era un grande lanciatore, ora se ne sta lì per strada a fermare qualche automobilista a cui fottere dei pesos, non mi saluta neanche più, secondo molti non è onorevole lavorare in un albergo di turisti che spendono in una vacanza quello che noi non guadagniamo in un anno. Invece a me piace guardare le facce dei turisti, mio padre li chiamava gli invasori, lui se n’è andato dieci anni fa lasciandomi in custodia la casa e una vecchia Pontiac. Comunque, mi piace molto guardare negli occhi tutte queste persone che non abitano sull’isola, sono occhi abituati a vedere la neve, la nebbia, le montagne, il denaro, come si può vivere quando la temperatura scende sottozero?, come si fa a guardarsi in faccia con la nebbia?, come è possibile guardare una montagna e non vederne la cima?, come si può avere così tanti soldi da non sapere come spenderli?. Per me l’unica vera meraviglia della natura è il mare, le montagne servono solo per alimentare i corsi d’acqua, i fiumi, che poi arrivano al mare, molte delle cose che esistono prima o poi arrivano al mare, la vita sulla terra è nata nel mare, l’ha detto anche il canale educativo della nostra televisione qualche giorno fa. Io non sono mai uscito da Cuba, qualche volta ne ho avuto anche la voglia, ma l’ignoto mi ha sempre fatto paura, per me l’Europa, l’Asia, il nord America esistono solo dentro l’albergo, le facce sono gli unici continenti che conosco, la crescita economica di un paese la riconosco subito dal numero di pullman che arrivano in albergo, tutto quello che so del mondo lo vedo in Calle 70 all’Hotel Montehabana. Ore 16.20, sono almeno venti minuti che non vedo passare nessuno per strada, tutta questa cappa di calore non invita ad uscire, neanche la mia vita mi passa davanti agli occhi, forse anche la memoria con questo caldo preferisce non mettersi al lavoro. Ho solo davanti a me il presente di quest’epoca disastrata, tirata un po’ a lucido con quel po’ di socialismo che è rimasto ancora dalle nostre parti. Ore 16.25, un uomo si avvicina al cancello di casa. Non aspetto nessuno, ma gli sconosciuti abbattono anche le barriere delle aspettative, alzarmi dal dondolo per aprirgli il cancello è quasi un supplizio, ma guardandolo da vicino mi accorgo che non è poi tanto uno sconosciuto, credo di averlo visto in albergo, dovrebbe essere un turista italiano, non lo dimentico perché mi ha dato dieci dollari di mancia, ed è una cosa che non capita tutti i giorni.

 

- Hola Eusebio, come stai? Hai visto ti sono venuto a trovare.

 

Non sono stupito su come possa avere avuto il mio indirizzo, a Cuba con dieci dollari si ottiene tutto.

 

- Buon pomeriggio señor.

 

- Mi chiamo Gaetano, questi venti dollari ti aiuteranno a ricordare meglio il mio nome.

Non sono stupito su come possa avere avuto il mio indirizzo, a Cuba con dieci dollari si ottiene tutto.

 

Nessuno mi ha mai dato una somma simile, poi quando sono seduto sul dondolo mi sento un socialista, un rivoluzionario, il problema è che con le banconote tra le mani i dubbi si dissolvono presto, poi la mia camicia ha molte tasche.

 

- Sei uno sveglio Eusebio, l’ho capito subito quando ti ho visto, per questo sono qui. A proposito, mi offriresti una Bucanero fresca, ho la gola che mi scoppia dalla sete, ho bisogno di parlarti, ma forse è meglio entrare in casa.

 

In casa mia non è mai entrato un europeo, come neanche un asiatico, un nordamericano, sempre meglio entrare prima che qualcuno mi veda parlare con un turista, a Cuba le voci corrono più delle macchine nuove. Oltretutto non ho ancora lavato la cucina, il tavolo è ingombro di piatti e come se non bastasse Pupito, il mio cagnetto, deve avere fatto la pipì sul tappeto perché entrando sono subito assalito da una puzza di urina. Con tutti questi soldi in tasca non so più cosa pensare, Gaetano non ha la faccia di uno che va con gli uomini, anche se al dito non porta nessuna vera, ma che vuol dire.

 

- Ah… una Bucanero bella fresca è quello che ci voleva proprio.

- Mi scusi Señor Gaetano per il disordine, se solo mi avvisava che passava.

- Gaetano, qui non c’è nessun señor, chiamami Gaetano, siamo amici no?

- Sì Gaetano.

- Così mi piaci. Senti Eusebio, di te mi posso fidare, voglio dire, ti va di metterti in società con me?

 

Non ho mai avuto la risposta pronta, nella vita non ho dovuto rispondere a molte domande, le risposte spesso mi sono arrivate accompagnate dalle domande. Sono le 16.45 e Gaetano mi chiede se voglio essere suo socio, sto ancora pensando quando vengo investito da un suo sorriso.

 

- Eusebio, ti interessa guadagnare 1000 dollari, in banconote di piccolo taglio, così che le puoi cambiare senza dare nell’occhio?

 

1000 dollari! Sono le 16.48, Gaetano mi sta offrendo 1000 dollari per diventare suo socio. Ora sono seduto sulla sedia della cucina, la cosa più socialista di questa casa, il dondolo, se ne sta lì immobile in veranda, ed è proprio da lui che vorrei avere una risposta. Seduto su questa sedia mi sento spogliato dalla voglia di dire no, i soldi corrompono la fierezza, gli ideali, il patriottismo, i soldi avvicinano i continenti perché creano la voglia di costruire ponti. Con 1000 dollari non sarei più io, non riuscirei più a lavorare, a sognare, i soldi si comprerebbero la mia vita, non sarei più un uomo libero, finirei per diventare un salvadanaio viaggiante. Ho gli occhi di Gaetano piantati addosso, è come se avessi già con me quei 1000 dollari oramai, il suo sguardo me li ha messi in tasca, un’ultima occhiata al ritratto di José Martí alla parete, allungo timidamente la mano verso Gaetano e alle 16.50 lo dico:  Siamo soci!

 

- Sapevo che di te potevo fidarmi, tieni questi 100 dollari come anticipo, il resto a lavoro finito.

- Di che lavoro si tratta, Gaetano?

- Bravo, mi piace vederti così interessato.

 

Sarà per la lattina di Bucanero che ho bevuto d’un fiato, ma riesco a sorridere compiaciuto, eppure Gaetano non mi piace, non mi piace come parla, come sorride, per lui devo essere solo un poveraccio, non mi piace quel suo modo rozzo in cui mi mette tra le mani i soldi, ma il denaro è l’unica cosa che riesce ancora a galleggiare in tutto questo mare di dubbi, ho quasi l’impressione che il denaro è l’unica cosa seria in tutta questa faccenda.

 

- Non posso dirti molto di questo lavoro, è una questione delicata, dove ognuno deve fare la sua parte, senza occuparsi di quello che devono fare gli altri. Quello che posso dirti è che del tuo operato rispondi direttamente a me, da me avrai le direttive e il denaro, questi sono i termini del contratto e naturalmente di tutto questo non devi parlarne con nessuno.

- Quindi non siamo i soli a fare questo lavoro?

- Non cominciamo con le domande, Eusebio, ricordati, meno sai e meglio è per te.

 

Sono le 17.05 e di tutta questa storia non capisco più nulla, Gaetano mi ha appena offerto da fumare un Cohiba, ne ha un’intera scatola nello zainetto, non so se sto cacciandomi in un guaio, so stare zitto, ma con 120 dollari in tasca mi viene solo voglia di urlare.

 

- Ascoltami bene Eusebio, quello a cui stai per partecipare è solo un grande gioco, tutto quello che farai e vedrai devi pensare che è solo un gioco, noi siamo solo dei giocatori che fabbrichiamo una realtà, ma una realtà che non esiste, ricordati, la realtà è il primo stadio dell’illusione. Ciò che vedi è solo ciò che senti, e ciò che senti è solo quello che qualcuno a voluto farti sentire. Prova a contare con la mano da zero a dieci… cosa conti? le dita…perché i numeri non esistono, ecco i numeri sono la realtà, perciò la realtà non esiste, siamo solo noi che le attribuiamo un significato.

 

Ho come il sospetto che tutta questa storia abbia a che fare con la politica, sono le 17.15, e ne ho quasi paura, il tempo mi ha sigillato in tutta questa storia senza che me ne accorgessi, il peso della scelta si è oramai librato in volo, ora sono solo.

 

- Il tuo contratto consiste nel fare un viaggio in Italia, naturalmente a nostre spese, ti forniremo un passaporto diplomatico, volo in business class fino a Roma, lì troverai una macchina che ti condurrà in una zona residenziale della città, avrai a disposizione un appartamento dove potrai riposarti e mangiare.

 

Il passaggio vicino al tavolo di Pupito, il mio bassottino, mi distrae, ho da qualche minuto lo sguardo di Gaetano addosso, così mi prendo Pupito tra le mani, ho bisogno di lui, e Pupito quando vuole sa farsi coccolare, sono le 17.25 e so che dovrò andare a Roma ma a fare cosa ancora non lo so.

 

- Il giorno dopo qualcuno ti suonerà il citofono, la parola in codice è Matanzas, dovrai salire su una macchina e sarai condotto in una zona del centro, ti verrà data una valigetta, quindi salirai all’ottavo piano di un palazzo, interno 15. Entrato nell’appartamento ti apposterai vicino alla finestra dalle tende rosse, per terra troverai un cellulare, non ti rimarrà altro da fare che aspettare una telefonata per ricevere ulteriori istruzioni.

- Istruzioni per fare cosa?

- Istruzioni, il resto non ti riguarda, riceverai poi istruzioni sul volo di rientro all’Avana.

 

Sono le 17.40 e forse per la prima volta ho capito cosa vogliono farmi fare, una finestra, una valigetta, secondo me vogliono farmi sparare a qualcuno. Figuriamoci, l’ultima volta che ho sparato è stato venticinque anni fa quand’ero nell’esercito e non ero neanche una cima con l’arma tra le mani, una delle ragioni per cui ho abbandonato l’esercito.

 

- Posso pensarci, Gaetano?

- Negativo, quando entri nel gioco non puoi più tirarti indietro.

- Perché io?

- Eusebio, a chi pensi di appartenere, a te stesso o al tuo paese?

- Cosa c’entra Cuba?

- Non rispondo a domande che si rispondono da sole. Non c’è tempo da perdere, partirai questa sera alle 19.30, questo è il tuo passaporto diplomatico, il tuo biglietto aereo e questi sono i baffi che devi incollarti sotto il naso, il tuo nome ora è Ignacio Rodríguez, diplomatico venezuelano, in aeroporto non ti fermerà nessuno.

 

Sono le 17.50, per un po’ mi chiamerò Ignacio Rodríguez, Gaetano è appena andato via, poi sarà quello il suo vero nome?, per ora è tutto finito ma quello che mi chiedo è che cosa è incominciato.

Io sono un consierge d’albergo, non ho neanche voluto studiare, tutto quello che so l’ho imparato all’Hotel Montehabana, perché tutto questo?, inoltre non avrei mai pensato di dover piangere con 120 dollari in tasca, ho sempre pensato che i soldi non portano la felicità e ho anche il dubbio che l’unico a pagare di tutta questa storia sarò io. Tra un’ora e mezza ho un volo per l’Italia, non ho neanche fatto la valigia, non so neanche che tempo fa in Italia, non ho nel mio guardaroba abiti invernali e Pupito non l’ho mai lasciato solo per qualche giorno. Sono le 18.15 e ho già chiamato il taxi, attaccato i baffi, avvisato in albergo che mancherò per qualche giorno, forse mi licenzieranno, ma avrò anche 1000 dollari tra le mani se tutto va bene, è buffo perché non so cosa mi debba andare bene. Se penso che fino a qualche ora fa ero seduto sulla sedia a dondolo a lamentarmi del caldo, ora che ho il culo appoggiato sul taxi, mi rendo conto che la vita non è mai come te l’aspetti. Le vie dell’Avana a quest’ora sono molto trafficate, all’incrocio c’è una ragazza che vuole salire per avere un passaggio, quasi mi dispiace non offrirle un passaggio, così la faccio salire a fianco a me, sul sedile posteriore, dal Malecón deve andare verso il porto. Non deve avere più di vent’anni.

 

- Che fai, parti?

 

Mi ha visto gli abiti della Domenica addosso, io che non li indosso mai di Mercoledì, a Cuba quando uno parte si veste bene, anche perché non succede spesso di farlo.

 

- Sì parto.

- Dove vai?

- Parto!

- Io mi chiamo Janelle.

- Sono.. Ignacio.

 

Volentieri avrei soddisfatto la sua curiosità di voler conoscere la destinazione del mio viaggio, anche per parlarne con qualcuno, per raccontare questa storia, poi mi sono ricordato le parole di Gaetano e comunque quando si hanno tanti soldi tra le mani a Cuba è sempre meglio tacere.

Al porto è scesa dalla macchina, baciandomi prima sulla guancia, lasciando che il mio sguardo si indirizzasse nella generosa scollatura della sua camicia.

 

- Un viaggio lungo compagno?

 

 Nell’ultimo tratto di strada verso l’aeroporto è il tassista a voler parlare, ma questa volta me ne sto zitto. Provo quasi un certo piacere ad essere maleducato, del resto è una cosa che nel mio lavoro non mi è mai consentita di fare. Sono le 18.40 e dentro l’aeroporto l’aria condizionata aggredisce la gola già al primo respiro. Devo mantenermi tranquillo, ora il mio nome è Ignacio Rodríguez, il ragazzo al check-in della business class una volta letto dal passaporto che sono un diplomatico mi guarda con una certa deferenza, anche alla dogana il militare, preso atto delle mie generalità, mi saluta e ringrazia, mentre una fila di turisti attende vociante il proprio turno per mostrare i documenti. Per la prima volta mi sento un  privilegiato, ed è una strana sensazione quella di sentirsi addosso gli sguardi invidiosi degli stranieri che attendono da ore il proprio turno. Forse per la prima volta non mi dispiace quello che sto facendo, mi sento anche addosso gli occhi del personale femminile dell’aeroporto, sembra che vogliono fare di tutto per catturare la mia attenzione, una mi ha sorriso, ha gambe lunghe da gazzella e un sorriso che toglie il respiro, ecco ora si avvicina.

 

- Buonasera señor, il mio nome è Margarita, ho visto che lei è un diplomatico, è una persona importante, mio marito lavora come operaio in raffineria, è laureato, vorrebbe trovare posto in qualche ministero, parla anche l’inglese e sa usare il computer, lui soffre di asma, lei potrebbe fare qualcosa, la prego!

- Non le posso promettere nulla compagna, mi dica solo come si chiama suo marito e vedrò quello che posso fare.

- Grazie compagno, le siamo molto grati. Mio marito si chiama Joaquín Cotroilò lavora alla raffineria di Cárdenas.

- Farò il possibile compagna e ora se vuole scusarmi.

 

Oddio! mi sono anche messo a fare promesse, ma non avevo altro modo per liberarmi da quella donna, oltretutto è sposata, non sono mai stato capace di stare con una donna sposata, è un po’ come sedermi su un dondolo che non mi appartiene, le donne sposate trattengono dentro di loro storie che si infrangono contro altre storie, non portano mai nulla di buono. Da qualche minuto sto guardando la televisione dell’aeroporto, è sintonizzata su Telesur, c’è la faccia di Bush trasmessa a tutto schermo che cattura la mia attenzione, dalle notizie sembra che è appena sbarcato a Roma per incontrarsi con il primo ministro italiano per poi vedersi con il Papa. Ho come un sobbalzo dalla sedia, sento il sangue allagarmi la mente, i pensieri intercettano i presentimenti e le paure, io sto partendo per Roma e Bush è a Roma, tutti i perché di questo viaggio sembrano darsi una risposta generando paure che fino ad allora parevano lontane. Mi risuonano le parole di Gaetano:

 

 “sarai condotto in un palazzo, ti verrà data una valigetta poco prima di salire all’ottavo piano interno 15. Entrato nell’appartamento ti apposterai vicino alla finestra dalle tende rosse, per terra troverai un cellulare, non ti rimarrà altro da fare che aspettare una telefonata per ricevere ulteriori istruzioni”.

 

Era tutta una trappola, volevano usarmi per uccidere Bush! Ma perché servirsi di me?, sono un pessimo tiratore, non so maneggiare armi da fuoco, perché tutto questo? Che cosa ho io che li ha interessati così tanto? Sono un cubano, lavoro in un albergo, non ho molti amici, sono lontano dalle istituzioni. Potrei essere un terrorista, che come copertura lavora in albergo, non ho moglie, non ho figli, sono perfetto. Forse volevano semplicemente usarmi come capro espiatorio, magari questi vogliono far fuori Bush e dare la colpa a me, quello che fecero con il presidente John Kennedy fu più o meno la stessa cosa. Sono un uomo morto allora, se tutte queste cose sono vere sono un morto che cammina, faranno fuori Bush e me, perché sono l’unico che sa tutto. E’ tutta una messa in scena e forse anche quella Margarita che mi ha chiesto aiuto per il marito era tutta una finzione per far notare la mia presenza in aeroporto. Adesso fermo qualche funzionario dell’aeroporto e gli chiedo se conosce una certa Margherita.

 

- Compagno, mi scusi, conosce Margarita?, dovrebbe essere una sua collega, gonna e giacca blu, capelli lunghi neri, intorno ai trent’anni, il marito lavora in una raffineria di Cárdenas.

- No, non conosco nessuno con questo nome che lavora in aeroporto, mi dispiace.

- Ma ne sei sicuro?

- Compagno, lavoro da quindici anni in aeroporto e una così la conoscerei sicuramente.

 

Ecco la prova, è tutta una messa in scena, probabilmente mi staranno osservando ora, ci sarà qualcuno nascosto da qualche parte che mi tiene d’occhio, si sono presi gioco di me, poi anche Janelle, la ragazza a cui ho dato un passaggio con il taxi, era tutta una messa in scena per far sì che il tassista si ricordasse di me. Basta, me ne vado, che figli di puttana, sì, me ne vado, fatemi fuori pure, bastardi! Chi ci sarà dietro, la Cia, la mafia, chi? Quel Gaetano era italiano, questo vuole dire che c’è la mafia. Alla dogana  con questo passaporto mi sanno solo sorridere, potrei forse chiedere io i documenti a loro, e ora che sono uscito dall’aeroporto torno a casa, tanto non ho più niente da perdere, ma non ho nessuna voglia di morire! Forse potrei andare alla Polizia e raccontare tutto, ma poi, chi mi crederebbe, e se fossero coinvolti anche loro? Anche Cuba coinvolta in tutto questo? Forse non esiste una sola Cuba. Ma andiamo, sto esagerando, potrebbe anche essere solo una coincidenza, o la mia fantasia che ha preso il sopravvento sulla razionalità, ho voluto solo costruire un’altra storia su una storia, non so più se sono un pazzo che si crede normale o uno normale che si crede un pazzo.

 

- Taxi, taxi, compagno portami in Avenida 19 al quartiere Miramar.

 

Ore 19.30, dovrei essere su un aereo in direzione Roma, invece sono su un taxi all’Avana, la mia vita è un po’ così, non sono mai dove dovrei essere o dovrei essere dove non sono mai, avrei dovuto avere 1000 dollari tra le mani invece ne ho solo 100.

Ore 20.05 sono a casa, anche Pupito è stupito di vedermi, abbaia e scodinzola.

No, è stupito di vedermi perché prima di me deve aver visto qualcuno, la porta della camera da letto è aperta, eppure io sono sicuro di averla chiusa, lo faccio sempre quando esco perché non voglio che Pupito mi salti sul letto. Eppure tutto sembra apparentemente in ordine, ma qualcuno è stato qui. Vorrei stare tranquillo ma non ci riesco, questa notte avrei tanta voglia di andare al lavoro in albergo, ma oramai ho detto che mi sarei assentato per qualche giorno, mi verrebbe difficile dover dare ulteriori spiegazioni. Non so bene cosa sta succedendo, ma sono sicuro che sta per succedere qualcosa, me lo sento. Ore 20.30 vorrei provare a mangiare qualcosa ma i pensieri distraggono lo stomaco dal suo fare abituale, ho come la sensazione di cercare qualcosa che mi sta per sfuggire, rapino di sguardi gli occhi di Pupito per cercare risposte che non è in grado di darmi. Per la prima volta ho pensato alla morte, non mi fa paura morire, ma è il non sapere come e per quale mano che mi provoca inquietudine. Sono entrato dentro a uno sporco gioco della politica, io che da ragazzo non volevo neanche studiare Marx, mi sento una comparsa di un film di cui non conosco il genere, ma che vorrei tanto che fosse solo romantico. C’è un cielo stellato all’Avana, non sarà lo stesso di Roma, si sente l’abbaiare di qualche cane in lontananza nella notte, la luce accesa della cucina, ho un bicchiere d’acqua tra le mani per combattere la sete che cominciava a non darmi più tregua. Ore 21.10, mi butto sul letto per provare a raggiungere un sonno che vuole provare ad essere solo di giornata, visto che per l’eternità c’è sempre tempo. La paura che ho in corpo nasconde anche la stanchezza, il sonno è la paura e la paura si fa sonno, gli occhi incollati al soffitto quasi lo scrostano, è come se il tempo si fermasse sulle ciglia, perché le pupille sono l’ultima cosa vigile che mi è rimasta, non sentono il travaglio della giornata. Le braccia le gambe e la testa invece  patiscono una stanchezza che solitamente appartiene a loro in altri orari. Ore 22.20 Pupito abbaia, poi lancia un lamento strozzato, come se fosse stato colpito, la testa in un vortice di paure prende il sopravvento e si stacca dal cuscino.

- Pupito, vieni qua, Pupito!

 

Sono arrivati, lo sento.

 

- Chi è là!

 

Qualcuno accende la televisione a volume alto, trasmettono un documentario.

 

- Siete arrivati? Vi aspettavo!

 

Scopro un coraggio che mai avrei creduto di possedere, stanno per uccidermi, dovrei gridare, urlare, ma non servirebbe a nulla. Sono al piano di sotto in cucina e dalla finestra della camera vedo la sagoma di un uomo in giardino, in un raptus avevo pensato di gettarmi dalla finestra. Non sento i loro passi ma sono sicuro che stanno salendo per uccidermi, l’audio del televisore copre tutto. Forse mi resta un minuto di vita, forse meno, non ho armi per difendermi, ma soprattutto non ho colpe per dover morire. Che sarà della mia vita e della mia morte, che si dirà di me! Qualcuno apre lentamente la porta della camera da letto, sento un disperato bisogno di parlare, urlare, è più difficile uccidere un uomo che parla.

 

Perché fate questo? Perché?. Vi do tutto quello che volete, vi restituisco i 100 dollari, vi do questa casa, la macchina, tutto, perché! Perché di tutta questa storia…. pago io……perché, non sparate, no!

 

Ore 08.00

Notiziario della mattina della televisone cubana, Giovedì 8 Luglio 2003, un uomo è stato trovato morto nella sua abitazione in Avenida 19, sembra che ad ucciderlo sia stata una perdita di gas della cucina, probabilmente una bombola difettosa. L’uomo si chiamava Ignacio Rodriguez, 44 anni, diplomatico venezuelano, di più non ci è dato sapere. La Polizia ha dichiarato che non ci sarà bisogno dell’autopsia, il caso è stato dichiarato formalmente chiuso.

                                                                     

Ore 20.00

Notiziario della notte della televisione cubana, Giovedì 8 Luglio 2003 il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush in visita di Stato a Roma, ha subito un attentato mentre attraversava a bordo della sua limousine il centro di Roma. Dalle prime notizie sembra che la sua auto sia stata colpita da proiettili di grosso calibro, al momento non si hanno notizie di nessun fermo. Il presidente risulta illeso, ma per precauzione ha sospeso la sua visita a Roma, attualmente è nascosto per precauzione in una località segreta. Da tutto il mondo sono giunti attestati di solidarietà per il presidente Bush e da parte di tutte le forze politiche internazionali una ferma condanna per questo deprecabile attentato terroristico. Quando avremo altre notizie sarà nostra cura farvele avere. Ora passiamo al campionato di baseball…….

 

 

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                                         Delfini di montagna

 

Non sono sicuro che qualcuno riesca a sentirmi, forse dovrei restarmene zitto, che cazzo, i morti che parlano non esistono, eppure io parlo! Sono riuscito anche a dire cazzo, che non è una bella parola da sentirsi dire da vivo, figuriamoci ora che vivo non lo sono più. Non sono sicuro di essere ascoltato, anzi non credo di essere ascoltato, perché se qualcuno non l’avesse ancora capito sono morto, non ho più un corpo, non ho più i capelli, del resto quelli prima non abbondavano, non ho più gli occhi, non ho più un naso, niente, non ho più niente, però prima ho detto cazzo, e quando uno dice questa parola, qualcosa ha dentro ancora, per Dio! Non so ancora cosa sono, o per meglio dire, cosa sono diventato, mi risulta di essere morto, e ora scopro che la morte è una certezza più da vivo che da morto, prima ero una persona in carne e ossa, senza alcun dubbio, mi ricordo che facevo lo scrittore, o meglio, tentavo di farlo, scrittori lo si è molto prima di farlo, e poi ricordo le ultima gesta che ho compiuto, l’ultima cosa che ho fatto, ed è stato tutto quello che mi ha condotto alla condizione in cui ora mi trovo, cioè morto. Insomma qui è tutto confuso, da morto mi ritrovo, ma non so dove mi trovo, non so più se provare delle colpe per quello che ho fatto, anche perché non so più se sono io che ha fatto tutte quelle cose, non pensavo neanche che la morte portasse più confusione che la vita, non so se la psichiatria arrivi fino qua giù, che poi dico giù, ma potrebbe anche essere su. Di una cosa posso essere certo, nessuno può derubarmi di nulla, proprio perché non posseggo più niente, neanche me stesso, non posso neanche subire violenza, e tutto questo mi da anche un certo senso di forza, della quale poi non so che farmene. Credo di poter dire di essere ora più che mai fuori dal giro, ecco forse questa è l’unica condizione che mi apparteneva anche prima e di cui non mi sono più liberato, sono morto restando da solo e ora mi ritrovo solo e non lo dico per provare a commuovermi, tanto non ci riuscirei, se avessi un portatile potrei anche provare a scriverci qualcosa, ma non saprei neppure dove potermi attaccare alla corrente, da morto l’unica cosa che sento di dover accettare è la rassegnazione, perché tanto so che da qui non si guarisce e non solo per problemi di malasanità. Qui non c’è notte, non c’è giorno, del resto un’anima non dorme mai, non va mai al bagno, ecco cosa sono, un’anima, involontariamente me lo sono detto da solo, non ci avevo pensato, è proprio vero che uno le verità le ha dentro di se, adesso finalmente per la prima volta, dovrei dire nella mia vita, ma non è possibile, quindi per la prima volta dalla mia morte so finalmente chi sono, un’anima, precisamente un’anima di uno scrittore. Mi piacerebbe sapere da quanto tempo mi trovo in questa condizione, credo non sia molto, ma non ho la capacità di contare, poi contare cosa, qui oltretutto la matematica non esiste, io poi credo di essermi sempre trattenuto dentro un concetto di alfabetizzazione dei numeri, mi sarebbe piaciuto insegnare ai numeri a scrivere una storia, perché no! Comunque del tempo deve essere passato, anche se non so quanto, è certamente passato del tempo rispetto all’ultima cosa che ho fatto da vivo, che poi è l’unica cosa della quale ho un ricordo nitido, confessarla mi crea un certo imbarazzo, ma ho la consapevolezza di non essere ascoltato da nessuno, quindi questo stato d’animo è del tutto ingiustificato, forse si può essere imbarazzati anche davanti alla propria anima, del resto a me è rimasta solo quella. E’ difficile considerarsi se stessi, senza il proprio peso, la propria altezza, perché io ora non so quanto spazio occupo, sono me stesso sempre a disposizione di se stesso. Sembrerà strano a credersi, ma l’ultima cosa che ho fatto è stata quella di collocare una bomba, ne avevo già piazzata un’altra, erano tutte e due collegate ad un timer, non mi restava che programmare la seconda, ma quella stronza mi ha fottuto, deve essere stata difettosa, insomma è scoppiata prima del tempo, credo che il mio povero corpo lo avrà letteralmente straziato, non so cosa possano aver ritrovato, del resto oramai non custodisco più interesse per le mie ossa e per quel po’ di encefalo spiattellato chissà dove, mi dispiace si, per quel girocollo nero a cui ero affezionato, con quello addosso mi sentivo veramente uno scrittore. Sopra indossavo la mia giacca di velluto marrone, con  nel taschino una penna metallica, che avevo rubato in un locale, rubare una penna è un po’ come appropriarsi della storia di un’altra persona e questo lo considero in sintesi il mestiere dello scrittore,  nel mio caso un  po’ bombarolo. Quello che sono è quello che resta di uno scrittore, qualcuno penserà così, ecco gli scrittori non muoiono mai, sopravvivono anche alle loro opere, forse di me è sopravissuta la parte migliore, non lo so, comunque non voglio sfuggire le mie responsabilità di aver collocato le bombe, secondo me in quel momento era necessario, e se qualcuno mi stesse ascoltando spero di riuscire a convincerlo. Ero un autore noir, sapevo di avere tra le mani un libro di successo, le mie storie avevano tutto quello che un lettore di quel genere di libri cerca, pathos, spessore, scorrevolezza, credibilità, un’ottima grammatica, a detta di molti editor, ma il mercato era in mano a questi due bisonti editoriali, i quali avevano già i loro autori e non intendevano valorizzare un nuovo astro nascente. Le mie richieste di essere almeno ricevuto venivano prontamente disattese, i responsabili si negavano, i loro autori non mi degnavano di alcuna attenzione per il semplice fatto di non essere riuscito a pubblicare, dovevo in qualche modo fargliela pagare, così pensai di far saltare per aria le loro sedi, il tutto di notte, in modo da non causare vittime. Così se loro mi impedivano di arrivare al grande pubblico, io ci arrivavo lo stesso, sempre grazie a loro, quel gesto lo consideravo come la stesura di un racconto, del resto avevo predisposto tutto al meglio, ero conscio dei rischi, ma chi mi aveva venduto le bombe mi aveva garantito che tutto sarebbe andato per il meglio, naturalmente non aveva specificato per il meglio di chi! Dovevano saltare per aria alle due in punto, mi piaceva quell’orario, erano due le case editrici e saltavano per aria alle due, per uno scrittore anche i simbolismi sono importanti, avevo scelto anche il Venerdi in omaggio ad un mio racconto, “Un venerdì che sa di mandarino”, era tutto semplice, troppo semplice. Non avevo mai maneggiato dei timer, erano grandi come quelle vecchie radiosveglia, probabilmente non  erano di un modello di fabbricazione recente, forse un po’ vintage, erano nascosti dentro ad un  sacchetto dell’Esselunga, e poi buttate all’interno di un cestino della spazzatura nelle vicinanze dei palazzi, il tritolo era sigillato con del nastro adesivo, mi era stato garantito che era di una quantità necessaria a tirare giù un palazzo, di più non saprei dire. Non ricordo il momento esatto della deflagrazione, rammento solo che stavo impostando il timer sulle 0.2 in punto, mi restava più di un’ora per la fuga, mi pare di avere visto una luce fortissima, ma non saprei dire se in quel preciso momento ero già anima o se invece ero ancora uno scrittore in carne e ossa. Riconosco l’impotenza e la disperazione del gesto, del resto i pregi servono soprattutto a riconoscere i propri difetti, ma era il gesto di uno scrittore disperato, di un uomo che vedeva la sua carriera distrutta da queste case editrici, che altro potevo fare, in quella condizione mi sentivo come un  pesce fuor d’acqua che cercava il suo amo da mordere, almeno per poter dire che sfiga mi hanno pescato, ma con la consapevolezza che almeno qualcuno in un ristorante “venderà” cara la sua pelle. Ora non so se da queste parti avrò modo di pubblicare le mie storie, non so se qualcuno avrà modo di leggerle, perché le storie non si accontentano di essere scritte, hanno anche bisogno di essere lette, nutrono i lettori e a loro volta si nutrono di lettori, rappresentano al meglio il ciclo naturale delle cose, della vita, ed è proprio grazie alle storie che i delfini si riuniscono in montagna.

 

 

 

Dolcissimo omicidio

 

 

Se passi alle 8.30 sulle strisce pedonali di Corso Ventidue Marzo, vicino alla scuola elementare Mugello, incontrerai un vigile, divisa nera impeccabile, cappello d’ordinanza e fischietto in bocca, ha solo un piccolo tic, quello di spostare leggermente la bocca sul lato sinistro, sembra quasi che sorrida a scatti, del resto, i bimbi che attraversano la strada lo conoscono bene. Carlo 9 anni, accompagnato dalla mamma, appena lo vede comincia a imitarne il tic, Luisa 10 anni quando lo riconosce sposta tutta la mascella da una parte, malgrado i ripetuti rimproveri della nonna, che non sta bene prendere in giro una persona, anche il cocker fulvo della nonna, quando lo vede gli abbaia addosso, Valentina 7 anni, appena incrocia il suo sguardo gli spalanca la bocca mostrandogli la sua frastagliata “costellazione dentale”. Gabriele 10 anni, forse il più insolente, una mattina lo ha salutato così, ciao signor tic, come stai signor tic, con il papà che esterrefatto dall’imbarazzo se è mestamente scusato per quel maldestro saluto, rimproverandolo e strattonandolo poi verso il marciapiede. Marta 8 anni, quasi 9, oramai erano diverse settimane che lo osservava, un giorno aveva anche notato una persona indossare quella stessa divisa entrare nel portone di fronte a quello di casa sua, ma le era sempre mancato il coraggio di rivolgergli la parola, e poi quel tic le metteva un po’ paura, le ricordava un sogghigno di qualche storia dell’orrore di cui era ghiotta. Non le era molto chiaro chi fosse esattamente quella persona vestita a quel modo che aiutava la gente ad attraversare la strada, sapeva che si trattava di un vigile, sapeva anche che i vigili dirigono il traffico, ma un vigile fermo in prossimità delle strisce pedonali, con quello strano tic proprio non lo reggeva. Così una mattina, cercando di farsi forza stringendo intensamente la mano della mamma, ha sentito che doveva passare all’azione, era il caso di saperne di più di quell’uomo che non la convinceva e che tutti prendevano in giro. A colazione aveva mangiato più del solito, aveva passato alcune ore nel corso della notte ad immaginare chi fosse realmente costui, un rapitore di bambini, un assassino, una spia, un agente segreto, un extraterrestre travestito da vigile, nei pochi isolati che separavano casa sua da scuola non aveva aperto bocca, la mamma avvocato era già alle prese con il telefonino, e lei, avvolta nella sciarpa per il gran freddo, avvinghiata alla mano della mamma sudava freddo. Girato l’angolo con lo sguardo aveva subito cercato la sagoma di quell’uomo in divisa, lui era lì, come al solito, per nulla intirizzito dal freddo, appena qualcuno si accingeva a voler attraversare la strada alzava lentamente la mano destra, sempre con quell’espressione fiera e orgogliosa, disturbato solo da quel piccolo tic, fermava le macchine che stavano sopraggiungendo,  così da consentire il deflusso dei pedoni da un marciapiede all’altro, per poi elegantemente sottrarsi così da far riprendere la circolazione delle auto. Marta ancora non si sentiva pronta ad affrontare quell’uomo, ma ormai erano tanti i giorni in cui rimandava, del resto, se lo era ripromesso la notte precedente andando a dormire, qualcuno deve avere il coraggio di provarci, ho 8 anni, quasi 9 e quel qualcuno sento che sono io, si era ripetuta più volte. Oramai gli erano arrivate vicino, la mamma aveva da poco terminato la telefonata con lo studio che le aveva reso l’umore pessimo, Marta fremeva, aspettava il momento più opportuno, sul lato opposto della strada si era aggiunta un’altra persona che attendeva di attraversare, in quel preciso istante il vigile ha riversato verso Marta e la mamma un rapido sguardo d’intesa, come per avvisarle che stava per consentir loro di attraversare la strada è proprio in quell’istante che parte dalla tenue vocina di Marta la domanda, chi sei? Il vigile, malgrado il caos del traffico, distingue la labile vocina della bambina, si volta dedicandole attenzione, per poi rigettarle la domanda non prima di averla inflazionata con il solito tic, e tu chi sei? Marta non sembra sorpresa, anzi è più rinfrancata così si fa più incalzante, sei un assassino tu?

Nel frattempo il vigile si era predisposto per farle attraversare la strada, ma in quel preciso istante si  volta giusto il tempo per fare con la testa un gesto di assenso, accompagnandolo poi da un chiaro movimento delle labbra che traducevano il sì, quindi si ripropone il solito tic con la bocca. Marta con una voce stentorea risponde di getto, l’avevo capito, per poi riprendere il passo verso la scuola, con la mamma estraniata da tutta quella situazione, che si raccomanda solo di allungare il passo. Finalmente si era rivelato, Marta si sentiva orgogliosa di quella scoperta, per la prima volta in vita sua aveva sotto il naso un assassino, durante tutta la mattina in classe non aveva pensato ad altro e non si era neanche confidata con la sua compagna di banco Valentina con la quale era abituata a dirsi tutto, ma questa volta era troppo grossa la questione, sulla pagina giornaliera del diario aveva scritto in rosso, “grande scoperta”. Durante l’intervallo si era chiusa per diversi minuti in bagno, non per una reale necessità, ma perché aveva bisogno di pensare, di riflettere, era una questione che non poteva rimanere irrisolta doveva fare qualcosa, uscita dal bagno si era anche presa il rimprovero di una bidella perché nella concitazione si era dimenticata di tirare l’acqua. Alla fine delle lezioni alle 13 i bambini escono chiassosi dalle rispettive aule, si dispongono in fila lungo i corridoi per poi raggiungere l’uscita, dove ad attenderli ci sono le mamme e le nonne, pronte a gravarli del peso della cartella, le più affettuose porgono anche un delicato bacio, come per voler rimarcare il proprio territorio di competenza. Ad attendere Marta c’è Anna, una baby sitter filippina, come da programma le sottrae la cartela, dopo averla amorevolmente salutata con una carezza sulla testa, Marta non è di molte parole, anzi un po’ si vergogna di quella baby-sitter straniera, cerca subito di prendere la via verso casa, rispondendo distrattamente con un cenno della mano al saluto di una compagna. A gestire il passaggio dei pedoni sulle strisce pedonali a quest’ora non c’è nessun vigile, come se della sicurezza dei bambini ci si dovesse occupare fino alle 8.30 e non oltre, una delle tante corrive stranezze della città. Nella mente di Marta si è insediata un’altra marea di inquietudini, chiusa nella sua cameretta in un pomeriggio con il cielo che proprio grigio non vuole restare malgrado il freddo, seduta al tavolo di frassino, la cartella ai piedi e un quaderno aperto in una pagina qualunque giusto per dare alla baby-sitter la parvenza di fare i compiti, si lascia coccolare da tutte quelle sensazioni dense di paure sfilacciate e puntute emozioni che la presunzione di avere scoperto un assassino le provocano. Quel vigile con quello strano tic, un assassino, ma chi avrà ucciso, magari il figlio, oppure il fatto che lavora vicino ad una scuola è perché cerca una nuova vittima, Marta si ricorda di avere letto da qualche parte che queste figure si chiamano serial killer. Non c’è un momento da perdere, bisogna preparare un piano, quello è un uomo grande, grosso e pericoloso, Marta si rende subito conto che deve usare l’astuzia, finalmente può mettere in atto tutto quello che ha letto nei libri, in tutte quelle strane storie che legge di nascosto dai libri di papà. La prima cosa è quella di non farsi scoprire, se il tizio si rende conto che qualcuno sospetta di lui tutto è perduto, quindi bisogna farselo amico, solo in questo modo ha l’opportunità di avvicinarlo senza destare in lui il benché minimo sospetto, del resto Marta è una bella bambina di 8 anni, quasi 9, sa come rendersi simpatica. Il giorno seguente, poco prima di raggiungere le strisce pedonali si prepara davanti allo specchio, distribuisce una decina di sorrisi, giusto per scegliere quello più efficace, indossa anche una giacca a vento rossa perché il rosso le dona, lo ha saputo dalla nonna e di lei si fida ciecamente, la mamma al solito è presa al telefonino, come sempre è infuriata, sembra che allo studio siano stati persi dei documenti fondamentali per una causa che deve discutere in giornata. Marta con il vociare della mamma ha modo di prepararsi ancora meglio, sussurra continuamente ciao signor vigile, come stai? Girato l’angolo c’è sempre un destino che ci attende, quello di Marta indossa una divisa nera e un berretto, in quelle decine di metri che la separano da lui cerca di mantenersi calma, ho un piano e devo rispettarlo, non devo avere paura altrimenti è la fine, lui ha con se anche una pistola io la mamma che anche quando è arrabbiata non mette paura a nessuno, quindi sono sconfitta in partenza. Ferma in prossimità delle strisce Marta si predispone subito per intercettare il suo sguardo, ma questa volta lui no si volta, è preso dal traffico che sembra più intenso del solito, non le resta che passare all’azione chiamandolo, ciao signor vigile cercando di impersonare al meglio la brava bambina. Lui si volta come se fosse sorpreso,  ciao risponde, ciao cara, sulla seconda sillaba di cara gli scappa il solito tic, quindi consente loro di attraversare, Marta s’incolla un sorriso estasiato, come se l’avesse salutata il tenente Colombo, il suo telefilm preferito, riesce al mantenerlo per tutto il  tratto di attraversamento della strada, per essere ancora più convincente saluta con la mano. Sono stata brava, perfetta, si ripete di seguito, non ho avuto la  minima paura, gli sono piaciuta, mi ha sorriso e mi ha chiamato cara, quell’uomo non deve aver mai chiamato cara nessuno, non mi resta che passare alla seconda fase del piano. Le ore della mattina incedono noiose, le prime due di geometria con l’area del triangolo da calcolare, poi la geografia, stanno studiando il Piemonte, Marta si distrae guardando le fotografie delle pagine successive sulla Valle d’Aosta, poi l’ora di religione con Don Carlo, il quale parla dell’importanza del sacramento della Comunione e infine l’ultima ora di grammatica, Marta scrive a matita il verbo uccidere, io uccido, tu uccidi, si ferma, lo fissa per qualche istante e poi come rapita da un’idea cancella tutto. Fuori c’è Anna che riesce ad essere ancora più brava di lei con i sorrisi, Marta pensa che ad Anna i sorrisi riescono così bene perché si allena tanto, sa fare solo quello, non ha mai accettato l’idea di avere una baby-sitter, ne cambia una all’anno, non le piace vedere sempre la stessa faccia per casa e poi la diverte vedere la mamma tribolare per cercarne una nuova. La seconda parte del piano comporta molta determinazione e sangue freddo, Marta ha deciso di eliminarlo quel vigile, lo ha deciso a scuola durante l’ora di grammatica, a scuola hanno appena imparato a trasformare i verbi al presente e la prima persona singolare del verbo uccidere è io uccido. Si sente posseduta da questo verbo, il piano è molto semplice, è sempre stata abituata a razionalizzare le cose a scuola ma anche nei libri di Agatha Christie e Rex Stout, nei telefilm del tenente Colombo, lui è grande e grosso io sono piccola e furba, quello lo avveleno, è semplice. Mi conosce, gli sono simpatica, di me si fida, sono una bambina di otto anni, quasi nove, che gli offre una caramella, non vorrà deludermi non accettandola. Marta sa che la mamma è ghiotta di caramelle alla fragola, nel salotto c’è un cofanetto pieno, si tratta solo di prenderne una, immergerla per un po’ in una bacinella con dentro ammoniaca, quindi riavvolgerla nella carta e il gioco è fatto. Facile a dirsi, la mamma tiene tutti i prodotti per la casa nell’armadietto sul balcone e la chiave è nascosta, sicuramente Anna conosce dove è stata messa, la difficoltà consiste nel farsela dare. Marta ha sempre fatto della furbizia una dote, si inventa un compito per casa che consiste in una ricerca sui prodotti domestici destinati all’igiene, si limita a chiedere ad Anna di poter vedere le etichette dei prodotti in questione, così, con la semplicità con la quale forse Dio ha creato il mondo, scopre il nascondiglio della chiave dentro ad una scatola nel vano sotto il lavandino, il resto è un gioco da ragazzi, anzi da bambini. Infila i guanti da cucina per evitare il contatto con l’ammoniaca, immerge la caramella per qualche minuto nel liquido, poi l’asciuga, aggiunge quel po’ di zucchero così da coprire l’odore, quindi la riavvolge nella carta. Le viene subito di ripetere il tic di quell’uomo, lo accompagna in seguito con un sorriso controllato, proprio quello che ha visto fare a un’attrice in una puntata del tenente Colombo, la sua mente è oramai sovrastata dal protagonismo di tutta questa storia, Marta sa che ora deve recitare solo la parte della brava bambina, butta le braccia al collo quando rientra la mamma dall’ufficio e poi  lo stesso trasporto lo riversa sul padre che rientra dal lavoro poco dopo. Nessuno in casa sembra accorgersi di nulla, Marta racconta la giornata di scuola con un’enfasi inusuale, inventa di aver risposto bene ad una domanda della maestra, conquistandosi un bacio del papà sulla fronte, mentre la mamma apre lo sportello del microonde da dove riemerge una porzione fumante di lasagne alle verdure. Di sera le famiglie ritrovano le loro storie, i televisori in sottofondo trasportano altre storie, le formiche, le mosche, i ladri, si danno da fare con quello che trovano in giro, come tutte le sere qualcuno è felice, qualcuno un po’ meno. Sotto le coperte tutti i bambini sono uguali, Marta non si fa raccontare storie dalla mamma, ha i suoi libri sul comodino, il suo peluche sulla poltrona a fianco, la luce tenue della lampada, ma questa sera non ha voglia di leggere, vuole mantenersi lucida, la lettura la allontana troppo da se stessa, la caramella al gusto di ammoniaca è nel cassetto della scrivania, il buio della notte sta per sopraggiungere anche nella stanza, con i pensieri che si tormentano tra loro prima di essere assorbiti dal sonno. Alla mattina il risveglio è sempre la mamma a portarlo in giro, prima con i pesanti passi verso il bagno, poi con il rumore dello sciacquone del bagno, infine, in cucina la tovaglia sul tavolo che attutisce i rumori delle scodelle e dei cucchiai, e poi quell’urlo inconfondibile, è pronto! Marta si era svegliata con lo sciacquone del bagno, che spesso è la sua sveglia, la mente subito si riconduce al crimine che sta per organizzare, gli occhi fissi sul soffitto, rivede la scena di lei che porge la caramella a quell’uomo, nel preciso istante entra la mamma, che con l’insistenza che solitamente la contraddistingue, la prega di alzarsi, una mamma tra le 7.30 e le 8 di mattina si può anche odiare, ha sempre pensato Marta. Apre subito il cassetto per assicurarsi che la caramella è ancora lì, poi si trascina in cucina con la solita aria addormentata, come sempre si estrania dalle chiacchiere di mamma e papà, il suo mondo non ha mai voluto rivelarlo a nessuno, riversa il cucchiaio bolso di marmellata sulla fetta di pane appena sfornato, con poderosi morsi cerca di saziare quell’inquietudine che è cresciuta dentro, avrebbe voglia di mangiare altre fette, ma preferisce non fare nulla di diverso rispetto al solito, tre fette e non di più, il caffélatte e il solito bicchiere di spremuta d’arancia a chiudere. Ha già deciso cosa indossare dalla sera prima, quindi apre l’armadio con le idee già molto chiare, pantaloni blu, camicetta azzurra, golf rosso e poi la solita giacca a vento rossa, tutto semplice per ora, anche se sta quasi per dimenticarsi la caramella nel cassetto. Marta ha quasi fretta, premura di sbrigare la faccenda, ha la necessità di liberarsi di tutti questi pensieri, non perché li trova brutti, li giudica noiosi, ha solo voglia di tornare a leggere le sue storie e basta, il suo sogno segreto che però non ha mai rivelato a nessuno è quello di un giorno poterle scrivere le sue storie. Per una volta la mamma è di buon umore, niente telefonate, riesce anche a trovare il tempo di chiedere a Marta se ha fatto i compiti, figuriamoci, Marta è sempre stata diligentissima, per lei non sono mai stati un problema i compiti, così ricambia chiedendo alla mamma se la mattina deve andare in tribunale, ma sembra di no, passerà tutta la giornata in studio, giornata relax. Mamma e figlia stanno per essere protagoniste di un assassinio, eppure a guardarle camminare per strada, coinvolte in una serena armonia non si direbbe, tutto merito di Marta che conosce la mamma come le sue tasche, svoltato l’angolo il volto di Marta si contrae per un attimo alla vista dell’uomo, le fa quasi pena vederlo coinvolto a dirigere il traffico, senza che lui sappia quello che sta per succedergli. Si infila la mano in tasca per sincerarsi che la caramella sia ancora lì, la afferra tra le dita quasi per ottenere una maggiore convinzione di quello che sta per fare, ma non c’è più tempo, oramai sono arrivate all’altezza delle strisce pedonali. Marta lo fissa allargandosi in un tenero sorriso, ciao signor vigile, afferra subito la situazione conquistandosi l’attenzione dell’uomo che si prodiga in un sorriso compiaciuto. Tieni una caramella, aggiunge, poco prima che la mamma, che la tiene per mano, la invita ad attraversare, e in quel preciso momento ecco il passaggio della caramella, che dalla mano di Marta passa teneramente a quella dell’uomo, grazie piccola, riesce a dire. Ora è molto più sollevata, è tutto finito, si volta subito per vedere se quell’uomo la sta già mangiando, ma sembra che ancora non ne ha trovato il tempo visto l’incedere di pedoni da un marciapiede all’altro, Marta avrebbe quasi voglia di correre, di allontanarsi, di estraniarsi, vorrebbe già essere seduta sul banco di scuola a fare un dettato. Oramai quello è un uomo morto che dirige il traffico, gli ho dato la lezione che si merita, ho eliminato un serial killer, sono stata brava, magari un giorno ne scriverò di tutto questo una storia, intanto deve sedersi in aula per una lezione di matematica della signora Galloni, la sua maestra. Le ore della mattina non lasciano traccia, Marta ha anche evitato di alzare la mano quando sapeva le risposte, la mente tornava sempre su quelle strisce pedonali, a quell’uomo, sarà morto subito, avrà sofferto, e se non gli piacciono le caramelle, arriva a pensare, ma non è possibile, a tutti piacciono le caramelle. Alla fine della mattinata come sempre è venuta Anna a prenderla, vorrebbe quasi domandarle se ha sentito di un incidente, ma si arrende subito quando in prossimità di quelle strisce vede dei vigili intenti a fare degli accertamenti, sembra che stiano prendendo delle misure da terra e poi ad una patita come lei di gialli non sfuggono delle macchie di sangue sulla strada e poco più in là, tracce di una brusca frenata. Cosa è successo, domanda Anna ad uno degli uomini in divisa, tra la sorpresa di Marta. Un brutto incidente signorina, è stato investito un nostro collega, è morto! Marta, padrona della situazione, finge un accenno di disappunto, quando un brivido la percorre dentro, sul ciglio della strada c’è la carta della caramella alla fragola, la riconosce perché a casa ne hanno un cofanetto pieno, le sale la paura, visto che Anna le mangia solitamente tutto il giorno potrebbe riconoscere la carta. Andiamo Anna ti prego. La porti via signorina, interviene una vigilessa da dietro, una bambina non deve vedere queste cose, le due si allontanano avvolte nei loro pensieri, poverino, fa in tempo a dire Anna, già, è la chiosa finale di Marta, già! Era il 15 gennaio 1993, ora Marta ha 22 anni, va all’università, studia psicologia, ha intenzione di presentare una tesi sull’inquietudine omicida, con un’analisi sul fenomeno dei serial killer, ancora si sta preparando e nelle pause ha scritto la sua storia.

 

 

 

       

 

                 Il marito della caffettiera

 

Ci sono giorni in cui anche il freddo ha bisogno del calore famigliare di cui tutti noi ci nutriamo, ci sono giorni in cui anche la realtà delle cose sfugge e diviene difficile riprenderla. Ma dove starà andando e poi cosa ci resta se sparisce la realtà e soprattutto è ancora realtà veder sparire la realtà, o stanno già sopraggiungendo i primi conati di fantasia, l’immaginazione si infila la tuta e le scarpe sportive, comincia a correre, correre,  posso assicurare che non è sempre facile starle dietro, anche se per un po’ ci sono riuscito… eccomi così marito della caffettiera. Non abbiamo mai litigato, forse anche perchè se ne sta tutto il giorno chiusa, nella credenza della cucina, ma alla mattina il mio primo sguardo è solo per lei, si compie la prima esperienza tattile della giornata, non credo che gradirebbe essere sorretta da altri, la svito cercando di non provocarle turbamenti, introduco un paio di cucchiai di caffé tostato, la riavvito già coinvolto dalla sua sinuosa eleganza, quindi la ripongo sul fornello, nell’attesa mai vana che dopo il nostro rapporto si faccia ancora una volta, innamorare dal caffé. Così che ai suoi primi tenui sussulti spengo la fiamma, dalla sua bocca si colgono subito un valzer di aromi aspersi in un tenero vapore messianico, dispongo della sua generosità inchinandola sulla tazzina in modo che il caffé possa deliziare della sua calorosa voluttuosità prima le pareti algide della tazza e nel seguito di qualche soffio le mie più sensibili papille gustative. Negli istanti che seguono sono le sensazioni che si aggrappano ai pensieri, ed io sopraffatto dalla mia pochezza di uomo soddisfatto, la abbandono tra i piatti e i bicchieri sporchi della cucina, in attesa che i vestiti possano vestire tutti i momenti che si vogliono nascondere, così la realtà è tornata anche in questo giorno a camminarmi davanti e a farmi divorziare dalla fantasia.

                                                                                                                      

 

 

Morte nell’ovetto di cioccolato                

 

 11 Ottobre 1978,la giornata stava per iniziare e nessuno aveva ancora avuto il coraggio di parlare con Matilde. Una bambina di 8 anni, Matilde, adorabile e graziosa, tenera quando voleva esserlo, cinica e determinata in altrettanti momenti. Si sa che i bambini hanno una grande fortuna, che è proprio quella di essere bambini. Matilde custodiva nel suo metro e ventidue d’altezza, non si sa come, un unico difetto, smisuratamente grande: l’intolleranza ai contrattempi, anche i più piccoli, voglio dire anche le cose più banali come per esempio non avere tra le mani nell’arco di almeno due secondi, dopo uno starnuto, un fazzoletto di carta rigorosamente profumata al mentolo. Poteva mettersi ad urlare e strillare anche in mezzo alla strada o nel cuore della notte in camera da letto.  Questa volta, Patrizia e Roberto, i suoi genitori, l’avevano fatta veramente grossa: si erano dimenticati di comprarle l’ovetto di cioccolato per la colazione mattutina delle sette. I volti di Patrizia e Roberto erano terrei, la notte l’avevano passata insonne nel disperato tentativo di trovare una soluzione, ma nessuno dei due aveva avuto l’idea risolutiva. Niente, nessuna idea, ore 6,58 suona la sveglia. Si alzano dal letto come se quella fosse l’ultima cosa da fare, Roberto corre al bagno con la scusa della pipì, si sa le donne sanno trattenerla più a lungo. Patrizia accende la luce in cucina, apparecchia il tavolo, con il solo desiderio di sedersi sulla tazza del bagno e non rialzarsi per la prossima mezz’ora. Nel frattempo Roberto si fa la barba, rallentando vilmente la passeggiata del rasoio sulla pelle così da non subire l’ingrato compito di dover svegliare lui la figlia. Roberta diligentemente prepara il caffè e visto che alle donne toccano sempre i compiti più ingrati si reca lei a svegliare Matilde, che da brava bambina si alza prontamente, ignara di quanto sta per succedere. Seduti tutti e tre in cucina, intenti a versare il caffelatte e ad imburrare il pane, nel tepore domestico di una grigia giornata d’autunno, ecco la domanda fatale di Matilde: Mi passi l’ovetto, mamma? Secondo gli inquirenti quelle furono le ultime parole di senso compiuto, pronunciate in quella stanza, quello che è successo dopo è inenarrabile, una carneficina, urla strazianti, schizzi di sangue ovunque, tracce organiche in ogni dove. La polizia che fu chiamata dai vicini fu la prima ad entrare in quell’appartamento e parlò subito di qualcosa d’indescrivibile e d’inimmaginabile, la bambina aveva letteralmente fatto a pezzi i genitori, con una forza e una crudeltà che in una bambina di quell’età pareva inimmaginabile. Oramai da quella storia sono passati oltre venticinque anni, centinaia di giorni, di cliniche e ospedali psichiatrici ha affrontato, nel frattempo si è fatta donna, l’amore per il cioccolato è sempre irrefrenabile, una volta dimessa si è subito sposata con un pasticciere. Ed ora a 35 anni è madre di due bambini, Patrizia e Roberto, a voluto usare i nomi dei nonni, riconducendo al cinismo un gesto che solitamente è interpretato come di gratitudine. Di quella terribile storia nessuno ha più saputo nulla, i giornali del tempo non vi dedicarono troppo spazio per non voler turbare i lettori, i telegiornali non ne parlarono, il marito ignaro come tutte le mattine confeziona torte di cioccolato nella sua pasticceria, nel mondo i genitori continuano a comprare per i loro bambini ovetti di cioccolato, il ricordo di quel giorno terribile è svanito per sempre o forse si è semplicemente sciolto, già, sciolto nel cioccolato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                               My family

 

 

La vita è come un cane che tira il guinzaglio, da qualche parte ti conduce sempre.

Ecco la parola sempre mi ha, qui mi ripeto, sempre condizionato, cova al suo interno quel senso di eternità, quell’infallibilità, quella morbida e intraducibile ineluttabilità che non può essere scalfita neanche dalle circostanze, già è per sempre? Del resto Pelè rimarrà per sempre il più grande calciatore della storia del calcio, Moahmed Alì rimarrà per sempre nella storia del pugilato tra i più grandi, JFK sarà per sempre ricordato come il presidente americano più amato, ed io per sempre chi sarò? Già il pensiero di” essere” mi carica di una responsabilità che non vorrei avere. Il pensiero di essere” qualcuno” ti porta a viaggiare in business class con la fantasia, ti veste di un’aurea vellutata che sovrasta il quotidiano più che mai quotidiano, ma il solo pensiero di essere, non qualcuno, solo di essere, se a molti semplifica la vita, a me varcata la soglia dei 34 inocula quell’incertezza masticata di malessere, quella consapevolezza di dover combinare qualcosa a questo mondo, perché è proprio questo mondo che ti dice che sei un essere, per poi nascondersi dietro il palcoscenico e tu rimani solo, nella vita dentro alla tua vita. Quando il mio corpo era bambino io non lo ero già più, si è bambini di fuori, ma dentro si è adulti e adulteri della propria età. Traducevo la mia vita alle pendici dei miei genitori e furono loro i primi che sigillarono nel mio microcosmo il concetto del sempre. Mio padre, nella tonaca di padre era perfetto: non troppo basso, non troppo grasso, misuratamente intelligente, buon capofamiglia, equanime moralista, appassionato di calcio e tifoso interista, sapiente gestore dell’economia familiare. Mia madre è stata castana, poi è stata bionda, nel frattempo è stata anche una buona madre, del resto come si fa a parlare male della propria madre, è contro natura, sarebbe come sputare nel piatto degli ovuli che hanno contribuito a generarti, penso solo che dopo l’investitura  di quel ruolo, lei sia  diventata una sorta di ogm, si è voluta cucire l’abito di mamma e forse le è venuto un  po’ largo, ecco tutto. Anzi no! Quando penso a mia madre mi viene in mente la scuola! La cosa che detestavo della scuola è che quando tornavo a casa c’era mia madre con la sua incombente domanda: Com’è andata a scuola? A scuola era meglio perché nessuno mi chiedeva: Com’è andata a casa? Nella camera di fronte alla mia, credo molto nei parallelismi, c’era mia nonna Maria, la creatura più simile a me, lei ha provato, ha cercato di arrivare ad essere qualcuno, solo che ha seguito il percorso inverso di molte star del cinema che da cameriere sono diventate attrici, ecco lei da attrice di avanspettacolo si è fatta per sempre cameriera. Ecco che torna la parola sempre, l’avverbio che esiste da prima dell’uomo, una sequoia grammaticale, riempie la memoria di tempo e il tempo di memoria, il sempre trattiene la vita, è la temporale famiglia di provenienza per ognuno di noi, siamo figli del nostro tempo ancor prima che dei nostri genitori, nessuno potrebbe vivere se non avesse vicino il suo sempre, nella mia famiglia quel sempre se n’è andato subito. A ventanni sono fuggito io con il mio sempre, il sempre della mia famiglia aveva cessato di esistere, mia nonna ottuagenaria è stata tradita dal cuore, mio padre sessantenne da un male del nostro tempo, io e mia madre spogliati dalle nostre diversità, ognuno con il suo sempre ci guardiamo da case diverse, da città diverse, lei in provincia, io nella famelica città, come due corpi estranei che temono per sempre il contatto.              

 

 

                                              Intanto lui è lì

                    

Ho deciso di nascere il primo settembre del 1970, una volta rescisso consensualmente il cordone ombelicale presumo che mi abbiano sdraiato su di un letto, si sa nascere non è un’esperienza che capita tutti i giorni, costa fatica, le lenzuola saranno state di quel bianco ospedaliero tessuto d’inquietudine, che poco rinfranca lo spirito, credo proprio in quel momento di aver deciso di voler fare lo scrittore, stavo iniziando a scrivere la mia vita su  quelle lenzuola bianche, la stessa cosa che continuo a fare oggi sui fogli di carta. La flagranza dei primi anni di vita sfugge alle ragioni, gli obblighi e i doveri sono ancora lontani, sono anni che si è anche padroni delle attenzioni altrui, si vive una bellezza che è propria dell’età, ma che un bel giorno si sveste, lasciandoti solo con la tua faccia, è un momento che fa parte della vita ma che sfugge all’identificazione del tempo, d’improvviso ti ritrovi con la tua faccia, che sia bella o brutta, interessante o meno, ed è proprio con quel musetto che ti rapporti per la prima volta al tuo Dio, intanto lui è lì e io dove sono? Il biberon, le prime minestrine, il formaggino, l’orsacchiotto, i pannolini, in quel tempo ero troppo distratto per pensare a lui, è stato con i primi cartoni animati che  Dio me lo sono d’improvviso trovato dentro, è stata mia madre a presentarmelo, credo che me lo abbia per primo edificato qualche suo gene, in seguito è sopravvenuta la culinaria dottrina dell’assaggio, che consisteva nelle orazioni mattutine e serali coadiuvate dalla Messa domenicale, per vivere un contatto più ravvicinato con l’altissimo, in Chiesa vedevo tutte quelle persone rivolgersi a lui, chi si inginocchiava, altri che alzavano la testa verso l’alto, qualcuno accendeva una candela, io stavo seduto composto, con il vestito della domenica, non sapevo a chi pensare, anzi avevo quasi paura di quello che pensavo perché sapevo che lui era dentro di me, mi sentivo di troppo, mi veniva quasi da dire… che ne so, fai un po’ tu, Dio! Non cercavo altro Dio, per me Dio era solamente lui e per qualche tempo pensavo anche che per lui esistessi solamente io, era come se fossimo fatti uno per l’altro, io ero io, lui era Dio, mia madre faceva da suggeritrice, qualche volta da sua portavoce. I momenti di dialogo con Dio si sono poi intensificati con la scuola, tutte le mattine prima dell’inizio delle lezioni ci facevano recitare il Padre nostro e poi c’era il crocefisso sopra la lavagna verso il quale nei numerosi momenti di disattenzione riversavo rapide occhiate benefattrici, era il solo, oltre agli insegnanti a conoscere la mia apatia per la scuola, per i miei genitori ero solo svogliato, per i miei compagni ero semplicemente ritardato, ero convinto che di me sapesse già tutto ed il mio principale timore era che riversasse tutto il suo sapere in casa mia. Mi ero anche convinto che le fortune e i privilegi erano dati da Dio, ignoravo ancora il criterio di assegnazione, riconoscevo il suo essere superiore ma cercavo di carpirne i perché, per esempio perché quello lo hai fatto bello, bravo a scuola e bravo a giocare a pallone, non contento gli hai dato anche una bella casa, una bella mamma e gli fai indossare scarpe di marca, io cercavo di essere bravo a giocare a pallone ma era sempre un supplizio riuscire a dimostrarlo, riuscivo a scartarne tre e poi cadevo per terra, tiravo in porta da lontano e il portiere senza sapere come, riusciva a pararlo, facevo una rovesciata e la ragazzina che mi piaceva guardava altrove, sentivo che quando giocavo c’era anche Dio, ma non era mai nella mia squadra. Con il tempo arrivai a pensare che Dio fosse  l’artefice ultimo delle mie sfighe, preferivo che lui fosse altrove, se io sono lì lui non ci deve essere, se io non penso a lui, lui non pensa a me, durante le prime esperienze di masturbazione gradivo quantomeno rimanere solo, sono cose che a lui non riguardano, tanto non può capire, mi ero anche convinto di essere l’unico della classe che si lasciava andare fino a quel punto e in quelle succinte eiaculazioni guardavo il mio benessere scivolare nel fondo del lavandino e cominciava così a salirmi quel proverbiale senso di colpa che attanaglia tutti coloro che tradiscono. Sentivo di custodire un segreto inconfessabile, fui capace di tacerlo anche al sacerdote durante la confessione, alla perentoria domanda, commetti atti impuri, mi capitò di rispondere con un no secco e in quel momento mi convinsi che Dio me l’avrebbe fatta pagare, poi mi capitò di sentire dire in televisione che l’uomo discende dalla scimmia, pensai subito: ma come Adamo ed Eva erano due scimpanzè? I dubbi generano altri dubbi, soprattutto la notte, dove le domande che uno si pone spuntano come funghi, una delle tante: devo essere buono perché c’è Dio oppure perché sono buono? Chi sono veramente, è meglio pensare che Dio non esiste o non pensare a niente? Le interrogazioni di scuola ti avvicinano a Dio molto più della Messa della Domenica, ho sempre cercato Dio prima di un compito in classe, in Chiesa mi sono sempre sentito osservato, ma non da Dio. Mia madre ha sempre mediato tra me e Dio, con gli anni ne ha quasi preso le sembianze, malgrado la pelliccia e il suo guardaroba di sartoria, non si limitava più a pregare con me, ma pregava per me, mio padre lo scoprii una notte a sistemarmi i regali sotto l’albero, io che credevo ancora a babbo Natale, quella sera pensai: se non esiste babbo Natale non esiste Gesù bambino, al massimo esiste solo Dio, ma è meglio tacere altrimenti viene il finimondo. Più mi parlavano di lui e più lo sentivo lontano, per scacciarlo cercavo di usare anche parolacce, erano una valvola di sfogo tra il bene e il male, a momenti godevo del piacere di non credere, ma girato l’angolo mi creava angoscia anche il solo pensarlo, ero già un codardo con i denti da latte. Gli anni sfasciavano la mia pubertà, ma mantenevano inalterato il biondo dei capelli di mia madre, all’alba dei ventanni non avevo ancora posseduto una ragazza, mi sentivo annusato e coccolato dalla crudeltà, Dio era sempre lì, pur non ritenendolo responsabile, lo sentivo correo del malessere arrecatomi, non ero felice, in famiglia esercitavano molta pressione per le aspettative scolastiche infrante, la vita si stava aprendo ed io non vedevo nulla di buono, sbattuto a fare il militare ero solo, non conoscevo nessuno, tranne Dio, avevo sempre pensato che ripudiasse le armi, invece capitò lì. Poche chiacchiere, solo, come va, in famiglia tutto bene, mi è capitato di pensarti, sicuramente fummo entrambi investiti da u n po’ di reciproca ipocrisia, in modica quantità, ristabilimmo un contatto come ai tempi delle interrogazioni, non mi aveva mai aiutato, ma mi aveva tenuto compagnia, ed era proprio la cosa che in quel momento avevo bisogno, di Dio si può dire qualunque cosa, ma non che non sia di compagnia, del resto anch’io credo di esserlo stato per lui. Gli anni che si sono accumulati in seguito sono serviti per allontanarci, per renderci indipendenti l’uno dall’altro, la vita mi stava tessendo addosso le sue storie, avevo già abbandonato la famiglia, stavo per mio conto, come un piccione solitario in un piccolo sottotetto sui Navigli. L’esperienza di un dialogo con Dio era in una tasca in cui non riponevo mai le mani, troppo impegnate a cercarne altre, mi sarebbe piaciuto essere stato renitente alla leva, così forse per ripicca lo divenni davanti a Dio, del resto nella vita non si può avere tutto, ed io per il momento ho deciso di rinunciare a lui, lo rappresentano le cose che ho intorno, la mia compagna, le mie emozioni, le mie parole non ci sono barriere che ci separano, ci sono solo tanti occhi che ci guardano, lui è lì, io sono qui, entrambi liberi di esistere e non esistere.