Gianni Failla

 

Breve biografia

(non autorizzata)

 

Sono nato una trentina d’anni fa, (1970, anno in cui di me si comincia a narrare, giuro, nel certificato di battesimo) in Sicilia, ridente isoletta mediterranea, che tanto ha contribuito al PIL nazionale, con la sua innata propensione all’import-export, specie di malavita, organizzata e non. Cresciuto fra i pomodori di mio padre contadino e le cronache locali, ho da subito afferrato le verità essenziali della vita: tutto cio che é buono é anche naturale e nasce dalla terra; tutto cio che spara é anch’esso naturale e forse, prima o poi, ti sotterra.

Dopo sette anni di strenua resistenza, alla fine sono costretto a cedere ed a subire l’ingiuria del titolo di studio. Marchiato a vita: Ragioniere perito programmatore (1991, é li che comincia la mia carriera di scrittore, incoraggiata dai voti della prof. d’italiano, che mi metteva quattro perché: il tema é scritto bene ma é troppo sovversivo), aspiro ad una dignitosa carriera di disoccupato. Purtroppo, per inspiegabili disegni del destino, le mie speranze sono disattese, trovando sovente di che lavorare. A mia parziale discolpa posso sostenere di essere sempre stato sottopagato e sfruttato. Condizione questa che, se da una parte non mi permette di rientrare nella nobile e campassionevole categoria del “disoccupatodelsudperòédiplomatoéchepropriononcélavoropoverini”, mi permette comunque di poter lamentare quel minimo di frustrazioni a cui ogni lavoratore serio aspira.

Resto gioiosamente frustrato per una decina d’anni, dopodiché decido di averne abbastanza di farmi frustrare a stipendio fisso e trovo il modo di essere frustrato senza l’angoscia dello stipendio tutti i mesi. Sarebbe a dire che mi licenzio dall’azienda in cui lavoro e mi butto nel sociale (2000). Lavoro nel settore per tre anni, con l’ARCI siciliana. Tre anni durante i quali lavoro con quasi tutte le categorie di sfigati del creato, dagli extracomunitari, ai bambini con problemi, dalle tossicodipendenze all’omosessualità. Accumulo infinite soddisfazioni personali e raggiungo in tempi brevi un grado di sicurezza economica pari forse solo quello di San Francesco d’ Assisi. Incontro quindi la mia attuale compagna, che ha lo sfortunato vizio di essere francese ed ha la curiosa abitudine di esercitare il suo vizio in Francia. Dopo seria e puntigliosa riflessione, mi convinco che la mia carriera di frustrato puo’ finalmente conformarsi all’attuale sviluppo dell’unione europea. Mi trasferisco in Francia (2003), dove da qualche mese, mi sento finalmente realizzato nel ruolo di Disoccupato Internazionale.

 

 

Un nuovo racconto edito il 28/3/'04

 

PERCHE’…

 

 

 

“Ma perché ti ostini a vivere in Sicilia?!”

La domanda che la mia amica poneva mi sembrava fuori luogo, sdraiati in quella spiaggia di fine agosto. La notte calda, la scarsa luce e la tranquillità in cui eravamo immersi, mi ispiravano pensieri di tutt’altra natura.

“Come perché?” Risposi io, cercando di non irritarmi per il poco intuito della mia molto interessante amica.

“Ma si! Hai detto tu stesso che dopo la strage di mafia al bar vivete in un clima di costante paura. Che ogni volta che vuoi prendere un caffè in un bar, ti fai prima un giro di addii a parenti e amici”

Il suo accento romano la rendeva ancor più interessante.

“Si, ma non permetterò a nessuno di condizionarmi la vita, prenderò tutti i caffè che voglio in tutti i bar che voglio. Non ci sono attentati mafiosi che tengano”

Speravo con quella frase maschia e decisa di riuscire a chiudere l’argomento per passare finalmente ad altro.

“Ma che cazzo dici! Ogni giorno rischi di essere ammazzato per sbaglio o di essere testimone di qualcosa di atroce e poi essere ammazzato”

Inutile. Ormai si era fissata, non c’era verso di portarla su altri argomenti e della mia figura maschia e decisa…se ne sbatteva decisamente.

“Embè!? Dappertutto è così. Non dirmi che a Roma non ci sono omicidi” Ripresi sulla difensiva.

“Si ma è diverso. Lì se non sei del giro è veramente difficile che ti capiti qualcosa di peggio di una rapina.”

Mi stavo veramente incazzando “Insomma questa è la mia terra, qui ci sono nato!” dissi.

“E ci morirai!”. Fece lei per nulla intimorita dal mio tono.

Inspirai profondamente per rasserenarmi. In fondo le sue domande avevano un senso.

“Non posso andarmene, sarebbe troppo facile. Se andiamo via tutti… E poi per vivere meglio, qui, non servono eroi. Servono le persone comuni come me e te, con i loro normalissimi bisogni…un libro, un film, posti dove suonare, posti dove poter parlare…anche di queste cose. E’ solo che qui siamo tutti convinti di non averne diritto. Io non ho la vocazione per gli atti di eroismo, anzi sono pure vigliacco, ma la vocazione del rompicoglioni forse ce l’ ho. Ecco forse resto per avere ciò che mi spetta”

“tu stesso mi hai detto” riprese lei, a sua volta un po più calma “che cercare di migliorare la qualità della vita quaggiù è un’impresa troppo difficile per le singole persone e che le istituzioni fondamentalmente se ne sbattono. Perché non dovresti far crescere tuo figlio in un posto in cui abbia reali possibilità di realizzare se stesso, in un posto in cui abbia più opportunità. Perché devi costringerlo a lottare ogni giorno per avere dalla vita il minimo? Perché vuoi che cresca infelice e paranoico come te?”

“Io non sono paranoico, sono guardingo”

“eh gia! Anche adesso sei guardingo?” Chiese con sorriso ironico.

“No, no. Stavo solo notando quelle persone sulla strada che parlano a voce alta”. In effetti, a quell’ora di notte, nella solitudine della spiaggia, sentire all’improvviso delle voci concitate, mi aveva messo in allarme.

“E già scattano le tue paranoie! Ma guarda che stanno solo facendo un falò.”

“Come un falò?! Sulla strada!”

“Eh si. Vedo il fuoco!”

Mi alzai in piedi per guardare meglio. C’era realmente un gruppo di persone che sulla strada alle nostre spalle stava attorno ad un fuoco e lo alimentava con i rifiuti del cassonetto vicino.

“Si ma è troppo vicino a quella macchina” Feci io. Cominciavo a vedere meglio e a preoccuparmi di più. “Cazzo ha preso fuoco la macchina! La stanno incendiando!!”

“Oddio non ci credo! E mò che facciamo! Adesso che ci vedono ci danno fuoco pure a noi, i tuoi cari amici con i normalissimi bisogni normali”

Non capivo se era spaventata o incazzata con me. Io in ogni caso ero chiaramente spaventato.  Non mi ero mai trovato in una situazione del genere. Avevo sempre cercato di immaginare come avrei potuto affrontarla, ma mi ricordai che neanche nella mia immaginazione ne uscivo tanto bene, così decisi di tornare alla realtà e di provare a rallentare i battiti cardiaci.

“Calma!” dissi, con sguardo quasi convinto “Anche se siamo vicini a loro, noi siamo nascosti dal buio e non ci hanno ancora visto. E poi da qui non riusciamo a vederli in faccia, quindi non siamo testimoni di niente”

“Si, ma loro questo non lo sanno” Rispose. Ed era dolorosamente vero.

“Hai ragione, dobbiamo andare via da qui. Subito!”

Ci alzammo per andare via allontanandoci a piedi, nell’ombra, lungo la spiaggia. Ma la visione di questi tipi che c’inseguivano per la spiaggia fu troppo forte. Svoltai deciso verso la strada. Camminavo svelto, ma i pochi metri che ci separavano dalla strada sembravano chilometri.

Mi voltavo a guardare lei. Dalle occhiate interrogative che mi lanciava potevo intuire le sue domande mute: ma che cazzo fai? Mi porti in piena luce, dove ci possono vedere. Per arrivare alla macchina che sta a pochi metri da loro?

In realtà non avevo idea di ciò che facevo. Ero sotto il totale controllo dell’istinto di conservazione.

La macchina si faceva più vicina. Non c’era verso di rallentare i battiti cardiaci, mi scoppiava il cuore. Nessuno sembrava notare il nostro passaggio, anche se non potevamo saperlo con certezza, visto che guardavamo fissi verso l’auto, nella disperazione di riuscire a tenere un passo normale senza cedere all’istinto di correre.

Finalmente riusciamo ad infilarci in macchina e a partire.

Tiriamo un sonoro sospiro di sollievo. Non c’eravamo accorti di aver trattenuto il fiato per tutto il tragitto.

Tengo sotto costante controllo lo specchietto retrovisore, nel timore che qualcuno ci segua. Sembra tutto tranquillo e mi dirigo verso posti più affollati.

 

Tutto questo succede nel silenzio più totale.

Appena mi fermo lei placida mi chiede: “Ma perché ti ostini a vivere in Sicilia?”

“Non lo so!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le prime ore

 

 

 

 

Buio. Coperte calde. Limbo liquido.

“Gianni!?

Nuoto, placido, fra fondali della mia incoscienza

“Gianni!”

Qualcuno chiama da lontano. Chissenefrega, preferisco la tranquillità del mio mare scuro

“Gianni, svegliati!”

La richiesta si fa perentoria. Mi manca il fiato per continuare la mia immersione.

Cerco di risalire, annaspando, tutti gli strati del mio letargo.

“Gianni!!!”

Voce femminile. L’aria sta per finire. Manca poco e sono fuori.

Riemergo dal sonno aspirando avidamente l’aria della stanza, alzandomi a sedere sul letto.

“Scusa, non volevo spaventarti.” Mia sorella interpreta male la mia reazione.

“No, no!…dimmi! che c’è?!”mi sforzo di non far trapelare la mia incazzatura.

“Niente. Io sto uscendo e a casa non c’è nessun’altro. Alzati che è tardi”. Trattengo a stento un fatticazzituoi e la lascio continuare: “Guarda che Sergio mi ha detto che gli è arrivata la chiamata per fare lo scrutatore alle prossime elezioni, ma non ci può andare, quindi se ti va puoi andare tu al posto suo”.

Chi cazzo è Sergio?! Che ore sono?! Dove sono?! Cerco di snebbiare velocemente il cervello, ma non ci riesco.

Fisso inutilmente la sagoma scura di Maria contro la luce accecante della mia porta. Lentamente comincio ad orientarmi.

 “Ma chi è Sergio?” Le funzioni neuro linguistiche si sono riattivate.

“Sergio, il figlio dei vicini...”. L’espressione di mia sorella è di comprensione materna. Ha solo venticinque anni, ma è già, in potenza, una madre.

“Aah! Ok. ciao”. Cerco di liberarmi velocemente di lei per tornare ad immergermi.

“Guarda che devo dargli una risposta entro l’ora di pranzo” insiste lei.

“Va bè, va bè, ne parliamo più tardi, ciao” mi rimetto sotto le coperte, voltandole le spalle, spero che afferri il messaggio.

La luce della stanza torna a smorzarsi nel buio ed io cerco di rituffarmi.

Niente da fare. C’è bassa marea. Mare mosso. Divieto di balneazione. Non riesco a riaddormentarmi. Maledizione al mio condizionamento infantile sulla responsabilità.

“Alzati che é tardi”. Le parole di mia sorella devono aver toccato qualche senso di colpa scoperto.

Devo alzarmi, essere produttivo. E’ vero é tardi ed ho un troppe cose da fare.

Mi concedo dieci minuti di puro ozio, che inevitabilmente saranno riconfermati diventando venti. Prendermi da solo per il culo è l’unico modo che conosca per mandare in corto il mio fastidioso senso di responsabilità.

Accendo la radiosveglia: raistereodue. Il modo in cui radiorai ha clonato alcuni programmi delle radio commerciali ha dell’incredibile.

Mi viene in mente “La giornata di uno scrutatore” di Calvino. Non riesco a capire cosa centri con radiorai. Niente infatti, dev’essere collegato a quanto mi ha detto mia sorella, sul lavoro di scrutatore. In effetti non sarebbe male guadagnare qualche lira in più, e poi ripenso al libro di Calvino. Sarebbe una buona esperienza. Calvino ci ha tirato fuori un bel libro, io potrei benissimo tirarci fuori una giornata interessante.

 

 

Passo il resto della mattinata a sbrigare le faccende del lavoro quotidiano pensando all’indomani. Fare lo scrutatore…

Potrebbe essere molto di più di una semplice giornata di lavoro. ..

A pensarci bene, andrò ad infilarmi direttamente in uno degli ingranaggi più importanti della macchina della democrazia. Potrò vedere dall’interno dove si è inceppato il meccanismo.

 

Mi sento già meccanico.

 

Mi vedo fare il mio ingresso al seggio elettorale con la tuta blu e la cassetta degli attrezzi.

 

L’inetto presidente del seggio mi si butta ai piedi implorandomi di aggiustare la macchina e salvare la democrazia.

 

Inquadratura della mia persona, dal basso a sottolinearne la statura fisica e morale.

 

Determinato e taciturno, segno evidente della forza e della saggezza che non ha bisogno di esprimersi con inutili parole, scavalco l’inetto presidente ancora inginocchiato, entro nella stanza dell’infernale macchina e chiudo la porta in faccia ai miei spettatori: ci sono momenti in cui un uomo deve affrontare il pericolo armato solo di se stesso.

 

Dopo qualche ora di incessante e rumoroso lavoro, esco pulendomi le mani su uno straccio già sporco delle innumerevoli ed eroiche fatiche passate, richiudendomi lentamente la porta alle spalle, quasi con rispetto per il nemico sconfitto ma meritevole.

 

Getto il mio straccio unto in faccia all’inetto presidente, peraltro ancora ginocchioni, a voler rimarcare la fine della mia opera ed il totale disprezzo per chi non ha saputo usare un congegno tanto delicato quanto nobile.

 

Esco quindi dal seggio, mentre tutti si precipitano nella stanza della macchina e mi allontano silenzioso, cavalcando verso il tramonto, lasciandomi alle spalle le esclamazioni di stupore e meraviglia della brava gente che potrà finalmente tornare al sano esercizio della democrazia.

 

 

 

Cinque e mezza di mattina. Un’ora della giornata che può appartenere solo ai sogni. Le strade sono ancora illuminate unicamente dalla luce dei lampioni. Il cielo in alto è nero quanto lo é in basso l’asfalto.

I rumori di pochi svegli sono amplificati dal silenzio dei tanti dormienti.

Per le strade echeggia un russare ovattato che copre l’intera città come una coperta calda e soffice.

Uscire di casa alle nove di mattina, ha il sapore del caffè inghiottito di fretta, il suono del ciaocivediamodopo urlato saltando sulle scale mentre cerchi di raggiungere disperatamente il mondo che corre già almeno un’ora avanti a te.

Uscire di casa alle cinque e mezzo del mattino ha in se un’approccio più soffice alla giornata.

Ha il ritmo lento e cauto dei gesti fatti con cura, da questi pochi padri della città che vegliano sulla tranquillità dell’infinto mondo ancora addormentato.  Ha la lucidità di un rapporto più pieno ed antico con la giornata.

Caffè al bar. Le luci al neon, i termosifoni accesi, le chiacchiere sommesse e i rumori di tazzine, gli sguardi di saluto e intesa fra i guardiani del sonno altrui. I bar a quest’ora sembrano piccole oasi di luce nel deserto buio delle anime addormentate. Ogni tanto le voci assonnate e roche, si alzano di qualche tono: qualcuno comincia a svegliarsi o forse l’effetto del caffè corretto.

 

 

Finalmente raggiungo il seggio.

La scuola che ospita il seggio è una signora di almeno settant’anni, nata fascista, che ora lotta contro le ingiurie del tempo e dei vandali, con seriosità e decoro.

L’ingresso della scuola è intasato da un gruppo di persone che parlottano fra di loro.

Davanti alla porta chiusa, un poliziotto. “Si, è così, più tardi avrete la conferma dai giornali” sta dicendo.”Per il momento posso solo leggervi il mio ordine di servizio”

Fra la gente intravedo un viso conosciuto. E’ Giacomo, un’ amico d’infanzia, di quelli che ogni tanto si incontrano al bar, un caffé e via. “Ciao Già, che succede?”gli chiedo. “Boh!? Ero venuto a fare lo scrutatore, ma non ci fanno entrare, lo sbirro qui, dice che è stato annullato tutto”

“Tutto che?!”chiedo io. “Tutto. Le elezioni. Il governo ha deciso che non servono”.

Sorrido. Giacomo non è mai stato un genio, né si è mai interessato di politica, come la maggior parte dei miei coetanei del resto.

”Ma che minchia dici, Giacomi’? Sei ancora morto di sonno.” gli dico ridendo.

“Morto di sonno ci sarai tu!”. Lui di ridere non ne vuole sapere. “è da mezz’ora che sto qua e di entrare non se ne parla. Comunque ora mi sono rotto le palle. Me ne vado a dormire. Ciao Giovà”.

E’ sempre stato un tipo allegro, mi dico. Un po lo invidio perché so che nonostante il sonno mi stia mangiando il cervello, non me ne andro’ a dormire finché non avro’ chiara la situazione. Mi avvicino al poliziotto per capire meglio. Sta leggendo il suo ordine di servizio “…il ministro degli interni….sentito il parere…” non ci capisco niente.

Aspetto che finisca, dico:“ ’ngiorno. Senta io dovrei fare lo scrutatore, mi può spiegare che succede?”.  “Ancora??!!” Fa il poliziotto spazientito, poi riprende forzatamente la calma. Si aggiusta i pantaloni cadenti e comincia un discorso che sembra registrato “abbiamo ricevuto ordine di non fare accedere nessuno al seggio, quello che so è che le elezioni sono state annullate, il capo del governo in accordo con il parlamento ecc. ecc. ha decretato l’invalidità di queste consultazioni, ulteriori dettagli li apprenderete più tardi dagli organi di informazione. Fine”

A questo punto mi viene in mente una domanda …stupida... non c’entra niente col discorso, mi prende per scemo se gliela faccio… Gliela faccio: “Ma il parlamento c’é ancora?” Lo sbirro mi fissa. Ha un’espressione stupita, ma non mi ha preso per scemo. Tutt’altro, sembra volermi dire qualcosa. E’ un attimo. Poi riprende il controllo. Sorride e parla ad alta voce: “Ma che domande fa?! Ma dove pensa di essere a Cuba? Su vada a dormire, vada, torni a casa tranquillo”.

Mi sento gelare.

Si dev’essere abbassata la temperatura dell’aria.

Dopo tutto è inverno, che ti aspettavi.

E’ meglio andare via.

I pensieri mi si accumulano in testa, ma non riesco a formulare un’idea.

Mi allontano lentamente dal gruppo, ho bisogno di un bar, di un’oasi di caldo e di sicurezza.

 

Ho freddo.

 

Ho paura.

 

 

 

 

FINE

(speriamo)