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picari
Una settimana da diavoli
neri la nostra. Una sua speculazione andata a buon fine. Cominciavamo alle
quattro del pomeriggio, pieni di Radegast
[1],
sgargianti, luminosi, sfacciati, malfermi, tra palle di bowling, boccali e risate delle ragazze.
Ne rimorchiava sempre di
nuove. L’ultima una Miss del ‘99. Cosce lunghe, fianchi stretti e petto
morbido. Maledetto figlio di puttana. Alle volte lo invidiavo. Sempre a
trastullarsi tra caldi corpi di donna dall’anima bianca e selvaggia, lungo
collosi pensieri di sperma e condiscendenti sospiri d’amore. Dàbel[2].
Arrivò il mio turno. Gli
affrontai con una media e un sorriso niente male. SBHADLAAAN. Otto birilli al
primo colpo. Quattro strikes nei primi venti minuti. Il deltoide moscio e il
polso incerto. La birra mi portava fortuna. Ne arrivò un’altra.
“Grazie Angelo!”,
ricambiai stringendo una sigaretta.
“Vedi, devi mirare dritto
al primo birillo. Esattamente al centro. Così.”, raccomandò piegandosi elastica
sulle ginocchia.
Eseguii.
La palla rullò pesante girando
su se stessa. Il primo birillo, il terzo, il quarto... sette punti.
Accettabile.
Altra birra, oro,
fortuna.
Spensi la sigaretta e
andai a sedere. Ne arrivarono delle nuove. Una mi si fermò davanti e sorrise.
Mi si rizzarono le vertebre della spina dorsale. Una ad una. Gli occhi larghi e
profondi. Azzurri. Le lunghe dita sottili torturarono una ciocca di capelli.
Trangugiai birra per calmarmi. Non avrei ottenuto molto. Il francese mi avrebbe
battuto. Sapeva come intrattenerle. Troppo elegante. Ero un rude boscaiolo al
confronto. Mai toccarle il culo senza intimità. Mi arrangiavo con le mie
studentesse. Alcune minorenni. Come mandare giù un frutto acerbo. Non
importava. Quando impennava, bisognava piantarlo in morbida bambagia umida.
Il Francese s’agitò,
lanciò forte. La palla curvò, si raddrizzò, colpì il primo birillo e strike. Le ragazze gioirono e lo
abbracciarono. Ci diedero di lingua.
Sedetti e accesi una
sigaretta. Avevo perso. Ordinai una Kelt.
“Non fare così! È solo un
gioco!”, fece la cretina.
Improvvisai una smorfia.
Non me ne fotteva. Solo un modo d’ammazzare il tempo. Per lui no. Amava la
sfida e il pericolo. Se tutto era calmo, i guai se li procurava.
“Alex! Alex! Andiamo in
centro! Vogliamo ballare”, fecero le oche del gruppo.
“Mah, vediamo! Wilem, tu
che dici? Ti va?”, domandò alzando il mento.
Scossi
impercettibilmente la testa. Sorrise. Ne abbracciò due e andarono verso
l’uscita. Spensi la sigaretta. Finii la birra e li seguii. Ancheggiavano decise
con tacchi a spillo e minigonna di cotone. Alex in mezzo, con le braccia
intorno alla vita, sgambettando con brio tra caviglie sottili, dragoni tatuati
e calze smagliate. Mi mantenevo lontano. Cianciavo con una. Convinta che fossi
interessante. La circuivo abilmente. Dopo anni di praticantato sapevo cosa le
donne volevano. Mi fissava col cuore tra le mani. Lo sentivo battere e me ne
compiacevo. M’ero rotto della solitudine. Volevo una donna per me, per un po’.
Le schioccai un bacio. Non apprezzò.
“Gesù!
Come baciare un portacenere! Tieni una zvýkačka[3]!”
Masticai
e accesi un’altra sigaretta. Vidi Alex e le ragazze scomparire dietro un
angolo. Accelerammo. Attraversammo la Masarykovo Nàmĕstì, prendemmo la Postovnì e dopo una
serie di volte fummo sulla Stodolnì Ulice[4].
La
notte s’animava. Brilli e chiassosi per la strada a socializzare. Ne urtammo
qualcuno. Si voltavano e sorridevano. Ricambiai. Entrarono in un locale dalle
grandi vetrate. “Desperado”. Esattamente
come mi sentivo. Li seguimmo. Buttammo le giacche in un angolo, vicino ad un
ubriacone con la busta della spesa.
Ballerine
seminude rullarono sul bancone del bar tra le mani eccitate di uomini in
ebollizione. Poi saltarono in piedi e scossero
corpi di venere, esibendo bei culi rotondi. Ne fissai uno. Mi venne fame.
Altro che puttane del Kleopatra.
Andammo oltre e ordinammo diversi giri di birra.
“šARKA! aMORE! bAGNAMI LE LABBRA!”, esclamai
stringendola.
Cacciò la lingua e me la
spinse in bocca. La masticai delicatamente. Gli strinsi i seni e le toccai la
gnocca. Sgocciolava come un vecchio rubinetto. Le strofinai ben bene il palmo
della mano e lo passai sotto la lingua. Frizzante champagne dal retrogusto un
po’ acido.
“Non ora! Ho appena
cominciato a divertirmi! Ritorno quando ne ho voglia! Ciao!”, e s’eclissò.
Ordinai una birra e mi
concentrai su Alex. Ballava a con il busto piegato in avanti, le braccia tese e
i pollici che schioccavano al ritmo afro. Un passo avanti, due dietro, uno di
lato. Le ragazze lo ammirarono divertite.
“Oooooh! È un
amoreeeeee!”
Lo imitai. Girammo in
tondo, scuotendo le spalle e boccheggiando come stupide carpe. Poi mi
s’arrampicò sulla spalla e balzò all’indietro. Mi sentii un po’ idiota. Un
gorilla sbronzo con una paresi alle gambe. Scoppiammo a ridere.
Presi la mano di una e la
trascinai sulla pista. La tenni ben stretta. Mi Seguì malvolentieri. Le labbra
strette e i denti serrati.
“Maledetta Puttana!
Sorridi!”, dissi dentro di me.
Nulla. La spinsi via e
tornai alla mia birra. La finii. Accesi una sigaretta. Guardai Alex. Ci dava
dentro estasiato. L’afro gli ricordava gli anni passati in Brasile. Saltai
sulla pista e ne seguii il ritmo. Vendula ed Ema si avvicinarono e agitarono le
chiappe. Afferrai Vendula e la feci girare. Poi la strinsi e partimmo con un
caldo merengue. Grande. Scivolammo animati con fuochi d’artificio nel cuore,
librando elastici sulle gambe inquiete, torcendo il tronco e il capo, con le
pupille roventi, la fronte madida e la giugulare gonfia. Le misi le mani sotto
le ascelle, la sollevai e girammo vorticosamente. Poi la portai giù e
m’incollai alle labbra. Baciai petali di rosa e fragola. Le guardai gli occhi.
Azzurri, frivoli e nervosi.
“Ti voglio!”, le
confessai in un orecchio. Sorrise, mi baciò una guancia e andò alla toilette.
Alex sorridente alzò il
pollice.
“Buena suerte, amigo!”
“Gracias!”, ricambiai
brillo.
Andai al bar per una
nuova birra. Mancavo di carburante. Arrivò una Kozel schiumosa. Mi dissetai. La barista mi porse un guscio d’ostrica
sporco di cenere. Accesi una sigaretta. Le sorrisi. Mi fece una smorfia e
s’allontanò. Invecchiavo. Feci un sorso e diedi un’occhiata in giro. Il locale
si riempiva d’africani. Un rimestare di portoghese e spagnolo. Alex balzò dalla
pista tra le braccia di un Nigeriano dai capelli ossigenati. Lo accolse con un
sorriso dai denti d’avorio. Si salutarono. Dopo riccioli d’oro, strinse la mano
ad un Senegalese con le trecce, ad un Angolano, ad un Marocchino e tutta la
tribù.
Ritornò a sedere
contento.
“Merda! Ho visto come
saltavi con quelle scimmie!”, replicai insofferente.
“Oh! Pensa piuttosto a
tenerti vicino la ragazza! Sono figli di puttana questi!” e riandò in pista.
Il branco si mosse a
cadenza tribale, gorgheggiando a suon di bassi. Le ragazze si scaldarono e
andarono in pista. Il locale un furore. I selvaggi balzarono sulle bionde prede
e se le contesero. Sudavo. Mi fissavano con gli occhi gialli dalle orribili
facce porose.
Vendula tornò fresca e
leggera, spedita tra le mie braccia. Mi preparai. Uno sgorbio nero le si piantò
davanti e giocò con l’ombelico. Il momento che aspettavo. Saltai in piedi e lo
avvicinai ostile.
“Ehi! Africano! Lascia la
ragazza! Torna a raccogliere cotone!”
Si voltò e sgranò gli
occhi. Poi le diede le spalle e rimase immobile. Mi fermai di fronte
alitandogli negli occhi.
“Ti scuoio e mi faccio un
giubbotto di pelle!”
“Scusa amigo! Scusa!”,
replicò sorridendo.
“Gli stronzi neri come te
li cago di mattina!”
Indietreggiò. Lo
schiaffeggiai e lo spinsi forte. Cadde. Si rialzò. Mi corse contro. Lo schivai,
gli afferrai una caviglia e l’alzai. Perse l’equilibrio e sbatté sul muro.
I compagni non gradirono.
Scesero ostili e innervositi. Alex accorse e urlò in portoghese. Esitarono.
Scambiarono sguardi perplessi. Poi scoppiarono in risate, lo spostarono e avanzarono.
“Merda!”, imprecai.
Vendula assisteva
eccitata.
L’accontentai. Ne
affrontai uno. Lo colpii dritto allo stomaco e al mento. Cadde all’indietro.
Rimpiazzato da uno più robusto. Quasi due metri. Cercai di fuggire. M’afferrò
per l’omero e colpì forte sul collo. Le gambe cedettero. Mi piegai,
m’inginocchiai, inspirai forte. Non avrebbe avuto la meglio. Mollai un pugno
tra i testicoli. La sequoia nera storse le gambe, sbuffò, urlò e si raggomitolò come un grosso riccio. Molti
andarono in soccorso. Ne approfittai. Saltai su una sedia, su un tavolo, mi
feci spazio tra la folla e raggiunsi l’ingresso. Alex capì. Raccolse giacche e
giubbotti e ci rincontrammo per strada, diversi metri più avanti.
“Focosi i tuoi amici,
eh?”, feci con un sorrisetto.
“Mi dispiace! Non sono
riuscito a fermarli!”
“E le ragazze?”, chiesi
preoccupato.
“Un negro vale più di un
italiano e mezzo francese!”, rimbeccò con un sorriso affilato.
“Questo per le Ceche o in
generale?”, replicai massaggiandomi il collo.
“Per le Ceche ovviamente!”,
esclamò colpendomi la testa.
Entrammo abbracciati in
un locale a bere.
SMS:
Oggi ho toccato una donna ed è stata
una cosa buona. La prima commestibile dopo un mese di avanzi. Che mi sia
innamorato?
<Giorgio Leaci>
-Sono felice per te. Ora puoi stappare
quella bottiglia di barolo del 1968 e andare a prendere a sassate i gatti.
<Andrea Ginnasi>
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