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Piergiorgio Leaci
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   picari

 

 

Una settimana da diavoli neri la nostra. Una sua speculazione andata a buon fine. Cominciavamo alle quattro del pomeriggio, pieni di Radegast [1], sgargianti, luminosi, sfacciati, malfermi, tra palle di bowling, boccali e risate delle ragazze.

Ne rimorchiava sempre di nuove. L’ultima una Miss del ‘99. Cosce lunghe, fianchi stretti e petto morbido. Maledetto figlio di puttana. Alle volte lo invidiavo. Sempre a trastullarsi tra caldi corpi di donna dall’anima bianca e selvaggia, lungo collosi pensieri di sperma e condiscendenti sospiri d’amore. Dàbel[2].

Arrivò il mio turno. Gli affrontai con una media e un sorriso niente male. SBHADLAAAN. Otto birilli al primo colpo. Quattro strikes nei primi venti minuti. Il deltoide moscio e il polso incerto. La birra mi portava fortuna. Ne arrivò un’altra.

“Grazie Angelo!”, ricambiai stringendo una sigaretta.

“Vedi, devi mirare dritto al primo birillo. Esattamente al centro. Così.”, raccomandò piegandosi elastica sulle ginocchia.

Eseguii.

La palla rullò pesante girando su se stessa. Il primo birillo, il terzo, il quarto... sette punti. Accettabile.

Altra birra, oro, fortuna.

Spensi la sigaretta e andai a sedere. Ne arrivarono delle nuove. Una mi si fermò davanti e sorrise. Mi si rizzarono le vertebre della spina dorsale. Una ad una. Gli occhi larghi e profondi. Azzurri. Le lunghe dita sottili torturarono una ciocca di capelli. Trangugiai birra per calmarmi. Non avrei ottenuto molto. Il francese mi avrebbe battuto. Sapeva come intrattenerle. Troppo elegante. Ero un rude boscaiolo al confronto. Mai toccarle il culo senza intimità. Mi arrangiavo con le mie studentesse. Alcune minorenni. Come mandare giù un frutto acerbo. Non importava. Quando impennava, bisognava piantarlo in morbida bambagia umida.

Il Francese s’agitò, lanciò forte. La palla curvò, si raddrizzò, colpì il primo birillo e strike. Le ragazze gioirono e lo abbracciarono. Ci diedero di lingua.

Sedetti e accesi una sigaretta. Avevo perso. Ordinai una Kelt.

“Non fare così! È solo un gioco!”, fece la cretina.

Improvvisai una smorfia. Non me ne fotteva. Solo un modo d’ammazzare il tempo. Per lui no. Amava la sfida e il pericolo. Se tutto era calmo, i guai se li procurava. 

“Alex! Alex! Andiamo in centro! Vogliamo ballare”, fecero le oche del gruppo.

“Mah, vediamo! Wilem, tu che dici? Ti va?”, domandò alzando il mento.

Scossi impercettibilmente la testa. Sorrise. Ne abbracciò due e andarono verso l’uscita. Spensi la sigaretta. Finii la birra e li seguii. Ancheggiavano decise con tacchi a spillo e minigonna di cotone. Alex in mezzo, con le braccia intorno alla vita, sgambettando con brio tra caviglie sottili, dragoni tatuati e calze smagliate. Mi mantenevo lontano. Cianciavo con una. Convinta che fossi interessante. La circuivo abilmente. Dopo anni di praticantato sapevo cosa le donne volevano. Mi fissava col cuore tra le mani. Lo sentivo battere e me ne compiacevo. M’ero rotto della solitudine. Volevo una donna per me, per un po’. Le schioccai un bacio. Non apprezzò.

“Gesù! Come baciare un portacenere! Tieni una zvýkačka[3]!”

Masticai e accesi un’altra sigaretta. Vidi Alex e le ragazze scomparire dietro un angolo. Accelerammo. Attraversammo la Masarykovo Nàmĕstì, prendemmo la Postovnì e dopo una serie di volte fummo sulla Stodolnì Ulice[4]. 

La notte s’animava. Brilli e chiassosi per la strada a socializzare. Ne urtammo qualcuno. Si voltavano e sorridevano. Ricambiai. Entrarono in un locale dalle grandi vetrate. “Desperado”. Esattamente come mi sentivo. Li seguimmo. Buttammo le giacche in un angolo, vicino ad un ubriacone con la busta della spesa.

Ballerine seminude rullarono sul bancone del bar tra le mani eccitate di uomini in ebollizione. Poi saltarono in piedi e scossero  corpi di venere, esibendo bei culi rotondi. Ne fissai uno. Mi venne fame. Altro che puttane del Kleopatra. Andammo oltre e ordinammo diversi giri di birra. 

šARKA! aMORE! bAGNAMI LE LABBRA!”, esclamai stringendola.

Cacciò la lingua e me la spinse in bocca. La masticai delicatamente. Gli strinsi i seni e le toccai la gnocca. Sgocciolava come un vecchio rubinetto. Le strofinai ben bene il palmo della mano e lo passai sotto la lingua. Frizzante champagne dal retrogusto un po’ acido.

“Non ora! Ho appena cominciato a divertirmi! Ritorno quando ne ho voglia! Ciao!”, e s’eclissò.

Ordinai una birra e mi concentrai su Alex. Ballava a con il busto piegato in avanti, le braccia tese e i pollici che schioccavano al ritmo afro. Un passo avanti, due dietro, uno di lato. Le ragazze lo ammirarono divertite.

“Oooooh! È un amoreeeeee!”

Lo imitai. Girammo in tondo, scuotendo le spalle e boccheggiando come stupide carpe. Poi mi s’arrampicò sulla spalla e balzò all’indietro. Mi sentii un po’ idiota. Un gorilla sbronzo con una paresi alle gambe. Scoppiammo a ridere.

Presi la mano di una e la trascinai sulla pista. La tenni ben stretta. Mi Seguì malvolentieri. Le labbra strette e i denti serrati.

“Maledetta Puttana! Sorridi!”, dissi dentro di me.

Nulla. La spinsi via e tornai alla mia birra. La finii. Accesi una sigaretta. Guardai Alex. Ci dava dentro estasiato. L’afro gli ricordava gli anni passati in Brasile. Saltai sulla pista e ne seguii il ritmo. Vendula ed Ema si avvicinarono e agitarono le chiappe. Afferrai Vendula e la feci girare. Poi la strinsi e partimmo con un caldo merengue. Grande. Scivolammo animati con fuochi d’artificio nel cuore, librando elastici sulle gambe inquiete, torcendo il tronco e il capo, con le pupille roventi, la fronte madida e la giugulare gonfia. Le misi le mani sotto le ascelle, la sollevai e girammo vorticosamente. Poi la portai giù e m’incollai alle labbra. Baciai petali di rosa e fragola. Le guardai gli occhi. Azzurri, frivoli e nervosi.

“Ti voglio!”, le confessai in un orecchio. Sorrise, mi baciò una guancia e andò alla toilette.

Alex sorridente alzò il pollice.

“Buena suerte, amigo!”

“Gracias!”, ricambiai brillo.

Andai al bar per una nuova birra. Mancavo di carburante. Arrivò una Kozel schiumosa. Mi dissetai. La barista mi porse un guscio d’ostrica sporco di cenere. Accesi una sigaretta. Le sorrisi. Mi fece una smorfia e s’allontanò. Invecchiavo. Feci un sorso e diedi un’occhiata in giro. Il locale si riempiva d’africani. Un rimestare di portoghese e spagnolo. Alex balzò dalla pista tra le braccia di un Nigeriano dai capelli ossigenati. Lo accolse con un sorriso dai denti d’avorio. Si salutarono. Dopo riccioli d’oro, strinse la mano ad un Senegalese con le trecce, ad un Angolano, ad un Marocchino e tutta la tribù.

Ritornò a sedere contento.

“Merda! Ho visto come saltavi con quelle scimmie!”, replicai insofferente.

“Oh! Pensa piuttosto a tenerti vicino la ragazza! Sono figli di puttana questi!” e riandò in pista.

Il branco si mosse a cadenza tribale, gorgheggiando a suon di bassi. Le ragazze si scaldarono e andarono in pista. Il locale un furore. I selvaggi balzarono sulle bionde prede e se le contesero. Sudavo. Mi fissavano con gli occhi gialli dalle orribili facce porose.

Vendula tornò fresca e leggera, spedita tra le mie braccia. Mi preparai. Uno sgorbio nero le si piantò davanti e giocò con l’ombelico. Il momento che aspettavo. Saltai in piedi e lo avvicinai ostile.

“Ehi! Africano! Lascia la ragazza! Torna a raccogliere cotone!”

Si voltò e sgranò gli occhi. Poi le diede le spalle e rimase immobile. Mi fermai di fronte alitandogli negli occhi.

“Ti scuoio e mi faccio un giubbotto di pelle!”

“Scusa amigo! Scusa!”, replicò sorridendo.

“Gli stronzi neri come te li cago di mattina!”

Indietreggiò. Lo schiaffeggiai e lo spinsi forte. Cadde. Si rialzò. Mi corse contro. Lo schivai, gli afferrai una caviglia e l’alzai. Perse l’equilibrio e sbatté sul muro.

I compagni non gradirono. Scesero ostili e innervositi. Alex accorse e urlò in portoghese. Esitarono. Scambiarono sguardi perplessi. Poi scoppiarono in risate, lo spostarono e avanzarono.

“Merda!”, imprecai.

Vendula assisteva eccitata.

L’accontentai. Ne affrontai uno. Lo colpii dritto allo stomaco e al mento. Cadde all’indietro. Rimpiazzato da uno più robusto. Quasi due metri. Cercai di fuggire. M’afferrò per l’omero e colpì forte sul collo. Le gambe cedettero. Mi piegai, m’inginocchiai, inspirai forte. Non avrebbe avuto la meglio. Mollai un pugno tra i testicoli. La sequoia nera storse le gambe, sbuffò, urlò e si  raggomitolò come un grosso riccio. Molti andarono in soccorso. Ne approfittai. Saltai su una sedia, su un tavolo, mi feci spazio tra la folla e raggiunsi l’ingresso. Alex capì. Raccolse giacche e giubbotti e ci rincontrammo per strada, diversi metri più avanti.

“Focosi i tuoi amici, eh?”, feci con un sorrisetto.

“Mi dispiace! Non sono riuscito a fermarli!”

“E le ragazze?”, chiesi preoccupato.

“Un negro vale più di un italiano e mezzo francese!”, rimbeccò con un sorriso affilato.

“Questo per le Ceche o in generale?”, replicai massaggiandomi il collo.

“Per le Ceche ovviamente!”, esclamò colpendomi la testa.

Entrammo abbracciati in un locale a bere.

 

SMS:

Oggi ho toccato una donna ed è stata una cosa buona. La prima commestibile dopo un mese di avanzi. Che mi sia innamorato?

                <Giorgio Leaci>

 

-Sono felice per te. Ora puoi stappare quella bottiglia di barolo del 1968 e andare a prendere a sassate i gatti.                 

               <Andrea Ginnasi>

 

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email: giorgioleaci@tiscalinet.it

 

 



[1]Tipica Birra Ceca.

[2] Dal Ceco:’Demone’.

[3]Chewing-gum.

[4]Via al centro di Ostrava, piena di Pubs, Birrerie, Rock Clubs e puttanai vari.