Giorgio
Maggi, 36 anni
. Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari vincendone due, (Premio città di Collecorvino, "Raccontarsi. Una generazione che parla di se") e ha pubblicato su qualche rivista di letteratura. Il racconto inviato è stato anche adattato per farne un cortometraggio da un giovane regista torinese.
ci invia questo racconto molto particolare, da noi pubblicato il 19/7/’02
Il Colpevole
La stanza buia era illuminata soltanto dall’occhio vitreo del televisore. Lo schermo in bianco e nero rifletteva sulle pareti, sui pochi mobili, la stessa semplice cromaticità. Hermes aveva deciso di rispolverare quel vecchio apparecchio con la speranza di poter fare un salto all’indietro, un carpiato con avvitamento nelle acque calme della sua infanzia, quando quello scatolone pre-new economy, senza colori, telecomando, alta definizione delle immagini, sourround system, rappresentava una fantastica magia. Quella era la sua vita, la mente sgombra e il corpo ancora intero. Anni di pane e nutella, giochi e certezze. A saperlo allora, che un giorno quell’utero caldo si sarebbe seccato, lasciandogli solo avanzi, avanzi di lavoro, avanzi di donne. Ma era passato tanto di quel tempo ormai, che la delusione aveva ceduto il posto alla rassegnazione amara di essersi giocato la gioventù come un baro suonato dalla sfortuna.
Le grida di un tizio che aveva appena vinto tre milioni, per aver azzeccato il nome dell’ultimo vincitore di San Remo, lo distolse dai suoi pensieri, i soliti. Puntò lo sguardo sullo schermo. Delle ballerine tettute e chiappone, erano intente a sbattersi in improbabili coreografie per festeggiare l’avvenimento. Lo facevano impazzire le ballerine della tv. Tanta carne in movimento fresca e soda. Per guadagnare quei milioni a lui ci sarebbero voluti tre mesi e nessuna fata seminuda avrebbe ballato per congratularsi.
“ C’è qualcosa che non va in tutto questo” borbottò alzandosi dal divano. Passò dalla tv al frigo. Lo aprì. Prese una lattina di birra scura e due uova. Le ruppe e le versò in un bicchiere. Aggiunse la birra. La cena era servita. Trovava che mangiare liquidi era molto più pratico che non dover masticare bocconi solidi, inoltre non soffriva più di digestione pesante. Sbirciò fuori dalla finestra. La strada era deserta al solido, nessun segno di vita intelligente in quello sputo di paese, muto come un convento di suore.
Ritornò in salotto e precipitò di nuovo sul divano di fronte all’altra finestra, quella che dava sul mondo o almeno così la raccontavano, che poi quel mondo fosse fasullo come un saltimbanco era un altro discorso. Pezzi di vita aggrovigliati tra fili e fusibili e risputati da un tubo catodico. Merda via etere che gli scivolava addosso per dodici ore al giorno. Si staccava dallo schermo soltanto una volta al mese, per il tempo necessario a zoppicare fino all’ufficio postale e ritirare la sua pensione di invalidità. Poco più di un milione in cambio della sua gamba destra. Era stata una gamba bellissima, lunga, ben piantata, bruna come legno di ciliegio. L’ aveva lasciata in fonderia, una mattina di luglio di due anni prima, sotto tredici quintali di ghisa arrogante e ultimativa. Un boato sordo in crescendo che lo aveva accecato. Poi nulla. Il risveglio in un letto d’ospedale, e nessuno a dirgli che un pezzo di sè aveva deciso di andarsene. Gli occhi avevano fissato le coperte sulla depressione che iniziava dove una volta c’era stato il ginocchio. Niente lacrime, ne urla, il dolore stava ancora tutto dentro. Uno zoppo schifoso, se lo ripeteva ogni giorno.
Le donne avevano preso il volo con la sua parte mancante. Scopare con uno che aveva una gamba in lega titanio, non faceva loro un bell’effetto e neanche a lui. Alla fine ci aveva rinunciato e quel vecchio televisore era lì a rimpiazzarle. Non c’era quella gran differenza, anche lui vomitava cazzate in continuazione come una donna, con il vantaggio però che si poteva zittirlo a comando. Un vecchio, che a giudicare dalla tonalità di grigio dell’immagine doveva avere i capelli rossi, lo informò che il fallo su Totti era dentro l’area. Rigore. Dal pubblico in studio, una dozzina di esemplari di italiano medio, mediamente brutti, mediamente malvestiti e mediamente stronzi, presero a lanciare imprecazioni per manifestare il loro dissenso. Pel di Carota li fissò con i suoi occhi da bue, sporgenti e vuoti, cercando di zittirli. Accanto, una ventenne ossigenata assolutamente a digiuno di calcio, mostrava le tette alla telecamera cercando di dare un senso a tutto quel baraccone. Non ci sarebbe mai riuscita. Si alzò per cambiare canale. TG della sera. Gli fregava niente dei guai del mondo, aveva già fatto il pieno dei suoi. Schiacciò un altro tasto, e due rinoceronti che si incornavano in mezzo alla savana, fecero il loro ingresso. Era da quando sua madre gli puliva ancora il culo che mandavano quel documentario, nel frattempo i rinoceronti si erano estinti, ma quello era un vecchio televisore non poteva saperlo. Ancora. L’ispettore Callaghan prese il posto dei due sfidanti corazzati. Quello gli piaceva, un uomo contro tutti, solo con la sua fedele Smith and Wesson, nessuno aveva mai la minima possibilità di fregarlo. Lui non era così. Non c’era mai riuscito a prendere a calci la gente, per quanto fosse giusto. Preferiva subire il male piuttosto che farne, un raro esemplare di idiota buonista.
Lo squillo arrugginito del campanello lo sorprese, facendolo sobbalzare, mentre si domandava dell’ennesimo perché. Non ricordava neanche più quanto tempo era trascorso, dall’ultima volta che aveva suonato. Si considerava un uomo invisibile ormai, un ricordo nascosto nel subconscio di pochi. Qualche sua ex, qualche vecchio compagno di storie non ancora schiantato dal matrimonio, dalla carriera, da una vita regolare.
Di nuovo un impulso elettrico chiuse il circuito e il martellino di ottone trillò. Puntò la sua gamba dritta al culo di Lucifero e si sollevò dal divano. Chi poteva essere? Passò in rassegna tutte le facce della sua vita come soldati al presentat - arm. Tutti e nessuno. Allungò la mano verso la maniglia. Una mano affusolata, sottile, nonostante l’avesse maltrattata per anni, nei mercati, nelle fabbriche, nelle bettole. Non erano cambiate, le sue mani. Gli ricordavano quello che avrebbe potuto essere e non era stato.
L’uomo che apparve dietro la porta aveva un aspetto imponente. Gli occhi erano nascosti dietro delle lenti scure, anche se il sole illuminava l’altra metà di mondo ormai da un pezzo. Sotto l’impeccabile completo blu che indossava, s’intuiva un corpo possente. Le spalle larghe, il torace spesso, le braccia leggermente piegate per una smaccata ipertrofia, creavano un contrasto sospetto con l’effemminata eleganza dell’abito.
“ Il signor Ermes Taddei?” domandò.
La voce era profonda, senza accento, tanto da sembrare sintetica.
“ Sì ,chi lo vuol sapere” disse Hermes in bilico sulla sua unica gamba buona.
Un biglietto da visita color avorio con le lettere dorate in rilievo, apparve come dal nulla nella mano destra del visitatore.
BATTISTA GIOVANNI
GIUDICE AGGIUNTO
DELLA
CORTE SUPERIORE
“Cos’è uno scherzo?” domandò Hermes rigirando il cartoncino ruvido tra le dita.
“Affatto, posso entrare?”
Lo guardò. Non c’era nulla su quel viso.
“Prego si accomodi” disse indicando il divano.
Quando ci si sedette sopra le molle rimasero rigide, senza cigolare, come se quel colosso non avesse avuto peso.
“Abbiamo esaminato a fondo il suo caso ed abbiamo rilevato cinque capi d’accusa” disse senza preamboli.
Hermes lo guardò attonito.
“Ma di cosa sta parlando? Non esco più di casa da due anni, non posso aver fatto niente”
“Appunto lei è colpevole di asocialità recidiva, di essere inutile al ciclo produtivo e di furto aggravato alle casse dello stato, che le passa la pensione di invalidità. E’ accusato inoltre di professare la fede comunista come risulta dalle sue schede elettorali e di turbe maniaco-depressive. Per questi reati è stato condannato a morte.”
La sentenza schizzò nella stanza, assoluta, come lo sperma di un dio vendicativo. Dal televisore rimasto acceso, l’applauso della platea sollecitato dal presentatore, accolse l’ingresso degli ospiti della puntata. Un critico televisivo, un filosofo miliardario, un’attrice emergente, un comico e un giovane scrittore di sicuro talento. Tutti avrebbero illuminato le piccole menti degli spettatori con le loro indispensabili puttanate.
Hermes sentì la protesi in titanio scossa da un tremito. Roteò gli occhi in giro per la stanza come in cerca di qualcosa. Riascoltò le parole pronunciate da quell’uomo. Se le passò sotto la lingua, amare, vere.
“Lei ha ragione” disse.
Il giudice si alzò e lo fece sedere sul divano, al suo posto. Era gentile nei movimenti, quasi premuroso.
“La condanna verrà eseguita seduta stante” sentenziò. Tolse gli occhiali dal viso rivelando occhi color nocciola con delle sottili screziature grigie.
“Davvero belli ” pensò Hermes. Le mani dell’uomo si serrarono intorno al suo collo, nessuna traccia di calli o duroni. Frantumarono la trachea morbidamente.
Il Giudice
Giovanni Battista alias Rosario Papotto, chiuse la porta dietro di se, senza rumore. Si era dato quel nome perché anche lui in fondo imponeva battesimi, soltanto che i suoi invece di far rinascere a nuova vita la stroncavano. Inoltre faceva sempre un certo effetto alle sue vittime, dava loro un senso di biblica ineluttabilità. Era stato un lavoro facile quella sera. Gli capitava raramente di trovare uomini come quello, che riconoscevano la giustezza delle sue sentenze senza protestare. Di solito urlavano come scimmie o imploravano, alcuni cercavano di difendersi. Non gli riusciva di capire perché ci tenessero tanto a quella miseria. I peggiori erano i vecchi, meno avevano da perdere e più lottavano.
Salì in macchina, una Jaguar XK8 da 280 cavalli, gentilmente offerta dall’organizzazione. L’organizzazione era una sezione ultrasegreta dell’INPS, coordinata insieme al ministero della sanità, che censiva i casi di cui occuparsi. Con i sindacati e le sinistre sempre più arroganti a difendere i privilegi dei pensionati, degli invalidi, dei disoccupati, l’unica soluzione per tappare il buco nero della previdenza era eliminare il problema alla radice. Lui aveva contatti solo con il suo diretto superiore che gli forniva ogni mese la lista dei condannati, e a cui doveva far rapporto dopo ogni terminazione. Non aveva mai conosciuto altri colleghi, ma dovevano essercene molti, l’Italia traboccava di vecchi e malati. L’organizzazione pensava a tutto. Casa, un attico ai Parioli, abiti, solo alta moda (l’immagine era importante), auto e anche donne se si voleva, mignotte di gran lusso rigorosamente nostrane.
L’auto sfrecciava per le strade deserte, non c’era molto traffico da quelle parti, non c’era proprio niente da quelle parti, solo montagne e paesini addormentati, il buco di culo del mondo. Capiva perché quel tipo non si era difeso mentre gli spezzava il collo, doveva già sentirsi morto da tempo.
L’innocente
Patrizia si accese una sigaretta. Aveva già ridotto in fumo un pacchetto intero quel giorno. Stava in strada dalle due del pomeriggio ed adesso era notte fonda. Avrebbe fatto volentieri a meno di quel viaggio, ma i suoi ci tenevano a festeggiare il compleanno della loro unica figlia. Così almeno una volta l’anno gli toccava tornare in quel buco tra le montagne, dove aveva vissuto tutta la sua adolescenza. Era cambiata dal giorno in cui aveva fatto le valigie per scappare in città. Si era abituata in fretta alle sue regole, rendendosi subito conto dell’effetto che facevano agli uomini le sue cosce lunghe, i suoi seni grossi e duri come meloni, gli occhi grandi e acquosi da animale selvatico. Passpartout universali in grado di spalancare qualsiasi porta. Fino ad un milione a notte, per far sbavare poveri illusi con miraggi penetrativi in qualche night club, più gli extra dei suoi tanti fidanzati. Abbastanza per un appartamento in centro, bei vestiti e il necessario per soddisfare tutti i capricci di una donna. Poi un giorno avrebbe accalappiato un pollo ben farcito e sarebbe diventata una rispettabile signora, ma c’era tempo per quello.
Svoltò a destra con sicurezza, scalando di una marcia e toccando leggermente i freni. Era un incrocio pericoloso senza segnali, come gli intrecci del destino, ma lei lo conosceva bene. Quando due fari arroganti gli entrarono nell’abitacolo non ebbe neanche il tempo di sputare l’ultima sigaretta, l’inghiottì.
La Jaguar guidata da Rosario non si accorse minimamente, nei suoi centoquaranta km orari, di quello sconosciuto, buio congiungersi di strade. Si schiantò contro la spider di Patrizia colpendola sulla fiancata destra. L’airbag gli esplose in faccia in un lampo facendogli perdere i sensi. Le due auto precipitarono giù per una scarpata in un fragore di metallo, pietre e legno. Un incontro spietato di elementi, poi la notte si richiuse su di loro, indifferente così come era sempre stata.
La legge è uguale per tutti
Rosario Papotto ex giudice aggiunto uscì dall’ospedale dopo tre mesi, ma non lo fece sulle sue gambe.
La sedia a rotelle cigolava sofferente sotto il suo peso. Era una quercia d’uomo anche da seduto. L’organizzazione gli aveva permesso di restare nell’appartamento ai Parioli e concesso una pensione d’oro per i servizi svolti. La ragazza che aveva schiantato a quel maledetto incrocio era morta sul colpo, condannando lui a restarsene seduto a vita, una vendetta postuma. Ogni giorno apriva l’armadio in camera, dove conservava i ferri che erano stati del mestiere, una serie di completi blu notte, una 238 magnum con silenziatore, due coltelli a serramanico e in un cofanetto i suoi biglietti da visita color avorio con le lettere in oro, e pensava che nessuno che li avesse letti era ancora in vita per raccontarlo. Aveva sempre considerato le malattie e le minorazioni delle sue vittime colpevoli segni di debolezza, sicuro che a lui non sarebbe mai capitato, e adesso la vergogna della sua condizione lo paralizzava ancor più delle vertebre spezzate.
Quando il citofono prese a ronzare, staccò gli occhi sorpreso dalla sua tv. Restava incollato davanti allo schermo da mattina a sera. Era l’unico contatto con il mondo esterno, l’unico modo per poter vedere senza essere visto.
Si domandò chi fosse, nessuno lo aveva più cercato dopo l’incidente. Le donne erano sparite insieme ai suoi passi e non aveva amici ne famiglia. Spinse la carrozzina lungo il corridoio fino alla porta, e aprì fiducioso come un cane che aspetta il ritorno del padrone.
Una ragazza sui trenta, in un serissimo tailleur blu notte, capelli rossi a caschetto e con due gambe lunghe e affusolate che la gonna non riusciva a nascondere, gli sorrise non appena lo vide.
“Il signor Papotto Rosario?” disse con una voce di velluto senza accenti.
“Si?”
Nella mano delicata e pallida di lei appena spolverata di minuscole efelidi, apparve come dal nulla un biglietto da visita color avorio con le lettere dorate in rilievo.
MARIA MADDALENA
GIUDICE AGGIUNTO
DELLA
CORTE SUPERIORE
Furono le ultime parole che lesse, prima che una pallottola ad alta penetrazione gli sfondasse il torace. La sedia a rotelle schizzò indietro per la forza d’urto, andando a sbattere contro un elegante appendiabiti in tek indonesiano. La ragazza si avvicinò al corpo spezzato del suo ex collega ed esplose un altro colpo alla gola, per finirlo.
Quando uscì dal palazzo inspirò profondamente la notte profumata, salì nella sua Jaguar XK8 e se ne andò. Giustizia era stata fatta.