Giovanni
Buzi
Bruxelles
Sono uno dei protagonisti di questa storia, forse
il principale. Tutto è successo un bella (si fa per dire) sera di mezza estate.
Ero innocentemente (sottolineo l’innocentemente)
disteso su un tavolo d’un ristorante apparecchiato di tutto punto. Fiori in un
vasetto di cristallo, candele accese, piatti di porcellana, tovaglia di seta
bianca e via dicendo. Avete presente una di quelle terrazze piuttosto chic a strapiombo sul mare. Il mare di
Capri, per la precisione. Vi chiedete che ci facevo disteso su un tavolo
apparecchiato?... Ah sì, forse è meglio che mi presenti. Sono un tipo serio,
d’una ventina d’anni ormai. Slanciato. Alto, più o meno. Per niente grasso.
Magro, non sarebbe esatto, diciamo che di profilo mi vedo appena. Un tipo “tagliente”,
questo sì. Avete indovinato chi sono ? Eppure non è difficile. Sono il
coltello. Sì, il coltello di questa storia ! Ne ho abbastanza d’essere
descritto, manipolato, infilzato senza che abbia mai una parola in capitolo. Al
più, questi scrittori di gialli m’onorano di qualche aggettivo : affilato,
dalla lama lucente, pungente, dal manico robusto... Grazie, grazie tante, ma
oggi voglio prendermi la libertà di parlare, di dare la mia versione. Chi, meglio di me potrebbe raccontarla questa storia?
Cosa hanno trovato infilzato in mezzo al petto di quella bella ragazza, dorata
e appetitosa più d’una faraona al forno ; la fu contessina Ameriga
Stefanucci-Sudigiri ? Me, in carne ed ossa ! Sarebbe meglio dire in
“lama d’acciaio e manico d’argento”. Eh sì, mi sono ritrovato proprio in
mezzo al cuore della splendida, bionda, croccantissima contessina Ameriga che,
ahimè !, proprio quel giorno compiva i suoi 20 anni. Fosse per me, l’avrei
lasciata in vita ; che dico?, l’avrei adorata per il resto dei miei
giorni, ma che volete, sono nato per infilzare. Il mio destino è quello di
tagliare, penetrare, tagliuzzare, squarciare... Di mia spontanea volontà, mai,
lo giuro ! Come avrei potuto finire d’un sol colpo in mezzo a quel petto
color del miele, più tenero e profumato d’un maialino di latte in
porchetta ? Ma, se con la mia testa d’acciaio sprofondavo nel suo cuore,
con la coda d’argento, meglio dire, col manico, ero nel pugno dell’assassino.
Chi meglio di me può sapere chi è ?
Devo confessarlo, m’ero perfino innamorato di
quella splendida contessina. È che ho un debole : mi piacciono le ragazze.
Nella mia condizione, vi direte. Sì, lo ribadisco, anche se sono fatto
interamente di metalli (tra i più pregiati, sia detto en passant), nelle mie intime fibre batte un cuore. Un cuore che è
capace di volere, di desiderare, mi concedete il verbo amare ? E di Ameriga, nonostante il nome, me ne ero
innamorato, pazzamente. Amore a prima vista. Quella sera, come comparve sulla
terrazza, la sua immagine si riflesse in un baleno sull’intero mio corpo.
L’acciaio brillò del celeste dei suoi occhi, il manico argento fremette al
riflesso del suo abito rosso lamé. Che emozione... Volevo entrare nel suo
cuore, lo confesso. Ma, mai in quel modo; piantato con violenza da una mano
sacrilega !
Da sempre mi sono piaciute le ragazze. Non le
magroline, non quelle su cui c’è passato San Giuseppe con la pialla, per
intenderci. Mi piacciono le ragazze in carne. E lei lo era...
eccome ! Tutte curve, tutte molle.
A volte, chiuso nel cassetto, insieme a tanti altri tipi della mia specie, mi
capita di pensare a seni prosperosi, morbidi, caldi. Vari coltelli di mia
conoscenza se la fanno con forchette e forchettine, qualcuno ha perfino
intavolato simpatie con mestoli e cucchiai. De
gustibus... Io rimango fedele alle donne. Ma rotondotte, su questo non
transigo; non obese, non fraintendetemi. Diciamo avviluppanti, glissanti,
accoglienti. Non che abbia cattivi pensieri... Mi piace solo immaginare
d’essere toccato da mani candide, grassottelle, dalle unghie smaltate.
Dolcemente accarezzato, impugnato per tagliare con gesti netti e precisi una
fettina di vitella, una bistecca ai ferri. « Come taglia bene questo
coltello ! ». Mi bastava questa semplice frase per essere felice.
Brillavo di gioia ! Ma ahimè, di questi tempi le ragazze hanno altro per
la testa che coltelli ben affilati. Alcune sì, mi trovano utile, qualcuna
perfino di belle fattezze, molte però insistono a dire che sono tagliente e la
maggior parte mi trova decisamente “freddo”. Eppure sono un tipo brillante. Non
per vantarmi, ma proprio la sera prima di quella brutta storia avevo fatto
scintille ! Sulla mola, intendo. Per la festa che s’annunciava sontuosa,
m’avevano arrotato per benino. Ma andiamo con ordine. Ecco la storia,
raccontata per una volta dall’arma del
delitto, come, contro la mia volontà, m’hanno poi chiamato.
Era una bella serata. Il mare sciabordava calmo,
le stelle brillavano nel cielo e sospesa leggera, riluceva una luna piena tinta
di rosa arancio. Un’orchestrina suonava, una cantante intonava dolci melodie.
Gli invitati erano tutti arrivati, s’aspettava solo la festeggiata per
iniziare. Io, disteso sul tavolo, occhieggiavo le belle donne. Come lei arrivò, tutte scomparvero. Dopo quel
brivido rosso lamé che serpeggiò sul mio corpo, desiderai una sola cosa :
che venisse al mio tavolo. Non osavo sperare che fosse proprio lei a sedersi al
posto dov’ero... Mi sarebbe bastato che la sua immagine si riflettesse di tanto
in tanto sulla lama, sul manico. Invece, era proprio quello il suo posto! Quasi
m’uscì un’esclamazione di gioia sovrumana quando m’afferrò; che dico ?,
delicatamente mi sfiorò. Con la mia lama prese del burro e lo passò su un
crostino, poi un po’ di caviale. Chiusi gli occhi quando, e non osavo
crederlo..., mi portò alla bocca per leccare qualche granello di caviale che
m’era rimasto in punta. Non fu che un attimo, sentii soltanto un brivido caldo
e devo riconoscerlo, dall’emozione svenni. Come può svenire un coltello, vi
direte ? È semplice : non lo so. So solo che persi conoscenza. Quando
tornai in me, erano già a fine pasto : sbucciavo una pera. Sarà stato il
contatto con quella polpa granulosa e fresca, chi lo sa?, ma ripresi
conoscenza. Sul momento restai interdetto ; perché usava me, un bel
coltellone, per la frutta ? Poco distante c’era uno di quei coltellini con
la lama che non supera i sei centimetri. Fu a quel momento che sentii dire da
un bellastro che era accanto alla mia contessina,
- Cara, perché non usi il coltello per la
frutta ?
- Che ne so ?, rispose lei con uno splendido
sorriso, m’è simpatico !
Rischiai un secondo svenimento. Questa volta tenni
duro.
- Guarda cara, continuò quel bellimbusto moro
dagli occhi azzurri, ho un regalino per te.
Doveva essere il fidanzato. Uno di quei tipi che
solo a guardarli ti fanno venire il mal di pancia, io dovrei dire “il mal di
manico”. L’avrete capito, non mi fu simpatico. Neanche un po’. Fece comparire
un astuccio di velluto blu. Ameriga mi lasciò sul tavolo. Lo prese e l’aprì.
C’era un bracciale con tanti stupidi diamanti. Lei s’illuminò e baciò quel
tipaccio sulle labbra. Avrei voluto rizzarmi e proiettarmi a staccargli d’un
sol colpo la testa ! Voltai lo sguardo. Al tavolo, oltre ai due c’erano
una bella signora, la mamma di Ameriga, suo papà, un signore distinto brizzolato,
suo fratello, un moccioso di più o meno sedici anni e una cugina magra da far
paura. Tornai a guardare lei : non c’era più ! Stava sulla pista da
ballo. Stringeva quel bellimbusto, o meglio, era lui a stringerla, mentre le
sussurrava non so quale scemenza all’orecchio. Da quel momento le cose andarono
velocemente. Torta e candeline. Champagne, applausi, altri regali, baci... Poi
tutti se ne andarono. Le luci si spensero. La terrazza stagnava nelle penombre
create dalla luna. Io, abbandonato sulla tovaglia, pensavo ancora al contatto
delle sue mani quando, sento passi, voci. Era lei. Seguita da lui.
Bisticciavano. Bravi !, pensai. Finalmente hai capito che non è tipo per
te ; troppo alto, troppo moro, gli occhi troppo azzurri. Si sa di che pasta
son fatti quei signori...
- Perché non mi vuoi più sposare ?, urlava
lui.
- Te l’ho detto, voglio ancora pensarci. È una
decisione importante, ci conosciamo da solo tre mesi...
- T’amo !
Ah, non era la prima volta che la sentivo una
frase del genere. Nella mia condizione di coltello di pregio, su quella
terrazza di Capri a strapiombo sul mare, ne avevo sentite di cotte e di crude.
“T’amo... t’adoro... amore mio... non posso vivere senza di te, eccetera
eccetera”. Ma un tono così falso non capitava ad ogni cena, questo no. Come
poteva la mia bella contessina credere a quel losco figuro?
- Anch’io t’amo ma... aspettiamo.
Brava! Oltre che bella ha anche sale in zucca!
- Aspettiamo che ? Non me lo vuoi dire, c’è
un altro uomo nella tua vita.
Cambiassero almeno replica! No, questi signori parlano proprio come nelle
peggiori telenovelas.
- Non c’è nessuno.
Brava!
- E allora? Hai forse paura che ti sposi per i
tuoi soldi ? Me ne frego ! Vedrai che troverò un lavoro. Ho terminato
con la mia vita... Sì, finora ho fatto il mantenuto. Da quando t’ho conosciuta,
tutto è cambiato.
Non m’ero sbagliato. Troppo alto, troppo moro, gli
occhi troppo azzurri...
- Basta, ti prego. Partirò per una lunga vacanza.
Al ritorno ne riparleremo.
Non solo le curve, anche la testa aveva sviluppata
la mia Ameriga! Elegante anche nello scaricare. Il mio amore per lei triplicò
di colpo.
- Non ti lascio andare !
- Lasciami !
Non potevo crederlo ; una sensazione liscia
intorno al mio corpo. Quel tipaccio m’aveva afferrato, facendo bene attenzione
a circondare il manico con un tovagliolo ! Non fu che un lampo. Guizzai in
aria, verso la luna e mi ritrovai piantato in mezzo al suo petto ! Non
ebbe neanche il tempo di gridare. S’accasciò ed io restai, impotente, a sentire
i battiti del suo cuore farsi sempre più deboli, finché cessarono, del tutto.
Non si scoprì mai chi fu l’assassino. Il bellastro
recitò bene la sua parte ; pianse, si disperò, disse che mai e poi mai
avrebbe trovato una ragazza così (ci credo: bella, ricca e rotondotta), tentò
perfino di buttarsi dalla terrazza... Convinse tutti. Ah !, avessi il dono
della parola !... Tante qualità, ma questo non m’è concesso.
Finale : il caso “Stefanucci-Sudigiri” fu
archiviato. Io resto qui, in questo deposito oscuro e freddo, sigillato in una
busta di plastica.
Unica consolazione : le impronte di lei su
me, per l’eternità.
Ecstatiche Tigri
Come
ogni sabato, Marco è passato da me verso le 10 di sera.
Abito
vicino all’accordo anulare di Roma. Dalla finestra si vedono tre pini e una
sfilata di casermoni stile quello dove sto io e una cazzo di fabbrica
abbandonata. Divido l’appartamento con altri due studenti d’architettura che
quasi tutti i fine settimana ritornano da papà e mamma al paesello. I miei
stanno in Sardegna, non posso andarci tutte le settimane, per fortuna. Idem per
Marco che viene da una valle persa del Trentino. Io come lui siamo strafelici
di restarcene per cazzi nostri.
Senza
vantarci, siamo due bei fichi, di quelli che fanno sbavare le ragazze. Io,
Stefano, alto, moro occhi neri, Marco quel tipo di montanaro del nord cogli
occhi chiari, capelli biondo cenere e i coglioni che pesano tra le cosce.
Di
troiette all’Università e fuori non mancano. Insieme, o in separata sede, ce le
siamo sbattute più d’una. L’unico problema è togliersele poi dalle palle. Te lo
tengono in mano cinque minuti e già vogliono andare a scegliere la carta da
parati del nido d’amore. Pensa se ti danno la fica.
Da
qualche mese, continuiamo a scoparcele, ma facciamo più attenzione. Niente
promesse, né prima né dopo e, soprattutto, mai durante. Cazzarola, mica ci possono incastrare a soli tre esami
dati!
Ogni
sabato andiamo allo String, un buco
niente male con musica techno. Una pista da ballo nera, flash e un solo laser
blu che gira e sembra cercarti le chiappe per ficcartisi in culo. Io e Marco,
come arriviamo, non ci caghiamo nessuna fica; belle, brutte, silfidi, mummie,
per noi sono tutte uguali. Ci facciamo un gin tonic e restiamo per cazzi
nostri. Dopo una mezz’oretta ci sbattiamo un po’ sulla pista, lasciamo sbavare
le ragazze quanto basta, poi prendiamo le due che hanno l’aria più zoccola,
torniamo qua e ce le lavoriamo per bene. Anche una basta. L’altra settimana ci
piaceva a tutt’e due la stessa, una zinnona truccata da paura. No problem, da bravi compari ce la siamo
lavorata a turno. Uno sotto, l’altro sopra, uno davanti, l’altro dietro... e
come godeva la signora!
Ogni
sabato il programma è lo stesso: Marco passa verso le 10 - già abbiamo mangiato
per conto nostro una pizza o una stronzata simile - un paio di birrette, un cd
di techno a fondo, una cassetta porno senz’audio, tanto anche se perdi le
battute... e attacchiamo il primo spinello, giusto per rilassarci un po’.
Prepariamo il terreno per il dopo,
per il bello, per il celestiale: le pasticche!
Due ecstasy e vai dritto in Paradiso.
Una
doccia, jeans, t-shirt attillata e saltiamo sulla macchina d’ottava mano di
Marco. Arrivati in disco, si schizza in pista da s-ballo.
- Ci
facciamo una pilloletta Nuova Formula?,
mi spara un sorrisone Marco.
- Che
cazzo sarebbe?
- Non
l’ho ancora provate, ma sembrano terribili. Il tipo che me l’ha vendute ha
detto testuale: “provale e mi saprai dire”. Apre un foglio di carta e mostra
una decina di piccole pastiglie. Getta fuori lento una boccata di spinello e
aggiunge: si chiamano... Ecstatiche Tigri.
Le
guardo con attenzione esagerata: ovali, giallognole a macchie nere, leggermente
traslucide,
-
Sembrano proprio uova di tigre, dico.
- A
scemo, le tigri mica sono galline!
La
prima non mi fa nessun effetto.
- Che
merda è?, dico.
-
Aspetta. Il tipo m’ha detto d’aspettare.
- Se lo
dice il tipo... Dammela un’altra va’,
anzi, due.
- Sei
in forma stasera, Marco mi dà una pacca sulle spalle e anche lui le butta giù
altre due.
***
Flash. Laser blu. Fumo dalla pista. Cazzo di bum bum nello stomaco, nella tempie, nei coglioni: questa sì ch’è
musica! Minigonna attillata, tette in fuori, un gran pezzo di scultura mi si
scuote di fronte. Serpentona, non dà segno d’aver registrato la mia presenza,
la troia. La fisso; butta di lato le ciglia viola elettrico. M’avvicino;
ancheggia felina e si sposta a sinistra. Le scivolo contro; sguiscia e favilla.
Girandosi, mi sfiora un bicipite con la bocca vaniglia. Approfittando d’uno
sbilanciamento, le sfioro il pacco sulla coscia; fa finta di niente. Insisto un
po’; non si scuote. Sente l’erezione; ride, si gira e, gomma americana alla
fragola, fa,
- Che
cazzo cerchi?
- Il
telefono di tua nonna.
-
Morta.
- La
paterna o la materna?
-
Tutt’e due.
-
Cazzo!
Mentre
mi dice tutt’e due, mi soppesa con lo
sguardo tutt’e due le palle. La sua
faccia ondeggia. Abbasso e rialzo le palpebre. La fisso. Un’onda flou le attraversa guancia destra, naso
e occhio sinistro.
-
Cristo!, urlo.
- Che
dici?, sento tra i fischi che dice la tipa.
- Che
cazzo di faccia c’hai?, le butto addosso i globi oculari.
- ‘A
stronzo, ma chi ti conosce?
Si
volta di spalle, e... orrore! la sua faccia rimane sospesa, staccata dal collo
a tentar, a scatti inceppati, di girarsi e raggiungere il corpo!
-
Vattene troia!, sento che grido.
Quel
suo brutto muso torna a guardarmi. Occhi tizzoni ardenti, la bocca s’apre e
mostra le zanne. Mi vomita addosso un ruggito pestilenziale.
- Che
cazzo succede?!, urlo vedendo la guancia coprirsi di pelliccia maculata.
Facce flou mi guardano con l’aria di “ma che
cazzo cerca questo?”. Anche i suoni si deformano! Boati, note che schizzano, fischi
assordanti, stridenti!
- No!
Faccio
un passo indietro quando vedo la ragazza rammollirsi come cera fusa e allungare
verso di me artigli di tigre. Unghie d’acciaio, affilate, taglienti come
coltelli s’aprono a tenaglia intorno ai miei occhi.
Un
flash m’acceca!
Chiudo
le palpebre.
Uno
scoppio nell’aria...
Mi fa
perdere l’equilibrio.
Precipito...
d’alto d’una rocca, a picco sul niente. Annaspo, con le braccia nel vuoto, e
vedo un cielo celeste, luminoso.
Mi
sembra di poterlo toccare con le punta delle dita che sì... s’allungano e
cercano invano un appiglio.
In
bilico, per pochi secondi...
Tutto
si blocca.
Intorno
a me, statue.
Senza
sguardo, senza colore. Un soffio di morte è passato e ha trasformato ogni cosa
in polvere e sale.
Buio.
Neanche una lama di luce a cui aggrapparsi. Come uno stronzo cado in ginocchio.
Non riesco a sollevare la testa. Vorrei esser morto! Non vorrei essere mai
nato!
-
Perché fai quella faccia, non stai bene?, mi dice Marco.
Sto per
rispondere. Sprofondo all’indietro e spiaccico a terra come cacca di vacca.
Riapro
gli occhi.
Tanti
quadrati neri.
Le
piastrelle del cesso.
Marco
mi tiene un fazzoletto bagnato in fronte.
- Che
cazzo fai, svieni come una femminuccia?, mi dice.
- La
tigre? Dove sta, la tigre?
-
Che?...
Ho la
gola essiccata.
Mi
guardo intorno.
Ad un
angolo, accucciata, vedo la bestia immonda!
-
Porcatroia, siete d’accordo! Va’ via, stronzo!, e do un cazzotto a Marco che lo
para e resta a guardarmi.
Uno
spasmo terribile allo stomaco e cado a terra, la faccia sul cemento lurido del
cesso. Carta igienica, merda e sangue.
-
Lasciami stare, stronzo! Vattene!, urlo.
Caldo,
caldo, caldo... brucio! Slaccio scarpe e cintura. Butto via le scarpe. Mi
strappo da dosso i vestiti. Resto, per qualche secondo, senza dir niente.
Respiro.
Crampi
lancinanti nella schiena. Scalcio, tiro pugni alla cieca. Ad ogni movimento, mi
sbatte nel cranio una palla di cannone che tritura il cervello.
- Che
cazzo fai? Aiutami a tenerlo fermo, stronza!, urla Marco.
Non è
la sua voce. Non può essere. Cavernosa, roca, sembra venire da un pozzo. E
quelle luci... cosa sono quei lampi, quei pipistrelli abbaglianti? Schizzi, ali
taglienti, che mi cercano, mi girano intorno veloci e si precipitano come
aquile infernali che vorrebbero strapparmi gli occhi! Mi tappo le orecchie. Mi
butto a terra. La testa tra le ginocchia. Quei lampi non sono spariti. In aria,
ruotano.
Aspettano...
Uno si
stacca da quel planare circolare e precipita.
Una
sciabolata, una seconda!
La
carne cede.
S’accende
nel soffitto nero un neon rotondo.
Continuano
a precipitare i lampi!
Non
sento più dolore. Osservo la pioggia di lame con indifferenza. Una quiete
ovattata, quasi dolce. Sento scorrere il sangue sulle braccia, le gambe. Una
scossa per il corpo! Dai piedi alla testa. Dalla testa ai piedi. Ancora.
Ancora.
Convulsioni.
Braccia a gambe sbattono a terra. Marco cerca d’immobilizzarmi. Altre mani su
di me. La riconosco: è la zoccola. Cerca di tenermi fermi i piedi.
Acqua
gelida. Brividi. Ferri roventi.
Morsi
alla pancia, alle cosce.
Intorno
al collo, sul torace serpenti di filo spinato!
Spalanco
gli occhi e agghiaccio.
Terribili.
Enormi. Mi stanno fissando.
A passi
pesanti girano intorno... due le tigri.
Alzarmi.
Fuggire!
Gomiti
a terra, cerco di sollevarmi.
Resto
incollato al pavimento!
Come
fogna, l’alito delle bestie m’investe. Alzo un pugno contro una delle tigri
che, fauci aperte, lenta, s’avvicina. Dagli angoli della bocca cola una bava
giallognola, filamentosa. Non chiudo gli occhi. È a pochi centimetri dalla mia
faccia. Fetore tiepido della sua gola. Quasi svengo dalla puzza. Una forza più
potente m’attira verso la bocca putrida. La fisso. Per la prima volta. Mi rendo
conto della potenza dello sguardo. La bestia si ferma. Sono riuscito a
bloccarla!
S’accovaccia.
Mi
guarda.
Spalanca
la bocca e sbadiglia.
La coda
va lenta da destra a sinistra, da sinistra a destra.
Pochi
istanti, un lampo, un balzo e le sue zanne mi si piantano nel petto. Uno
strattone e mi strappa un capezzolo.
-
NOOOOO!, urlo con quanto fiato mi rimane.
Una
mano al torace e resto a contemplare il sangue che lento scivola sulle dita.
Non
posso finire sbranato da due tigri!
Porcatroia,
che fine da stronzi è questa?
Uno
scatto dei reni e m’alzo.
Ricado
a quattro zampe.
Naso a
naso. Con la belva.
Tra le
fauci, una parte del mio petto.
Sangue.
Sangue. Sangue...
La
vista s’annebbia.
Al di
là d’un banco di nebbia, vedo avanzare su di me la tigre. Leggera, irreale.
Indietreggio.
Sbatto
la schiena contro qualcosa di duro e peloso.
Giro la
testa. L’altra tigre mi fissa.
Marco
in metamorfosi completa o la zoccola?
Sicuro,
sono loro.
La
tigre mi guarda. Distante. Quasi ironica.
Da
sfinge.
Lenta,
una zampa anteriore s’alza. In aria pochi secondi e, scatta su di me!
Troncato
di netto un braccio.
Come un
pezzo di merda, resto a guardare il sangue schizzare a fontana!
-
STOP!, urlo. Fermate questo cazzo di film!!
Non è
un film... un balzo e le due bestie sono su di me. Vive. Calde. Artigli nei
fianchi, zanne nella pancia! Quei musi infernali si sollevano con brandelli
delle mie viscere, della mia carne. Frastuono. Ruggiti. Lampi rossi. Artigli.
Indescrivibile il dolore dello strappo di cazzo e coglioni che non volevano
cedere. Poi una musica lieve mista a gorgoglii, eco lontane.
Un
soffio e tutto sparisce.
***
Una signorina
truccata, foglio in mano, legge nel riquadro del televisore.
Marco
guarda lo schermo dal letto d’ospedale.
“Ieri notte, un tragico incidente è avvenuto
nello zoo di Roma. Stefano Saddu, 20 anni, calabrese, è stato ritrovato questa
mattina all’alba sbranato da due tigri. Per il momento, s’ignora come il
giovane studente, primo anno della facoltà d’Architettura dell’Università “La
Sapienza”, sia riuscito ad entrare nella gabbia che conteneva due splendidi
esemplari di tigri della Malesia. Gli inquirenti avanzano l’ipotesi che il
giovane abbia compiuto tale atto sotto l’influsso di sostanze stupefacenti, non
meglio identificate. L’agente di sicurezza della discoteca String è, a tuttora, l’ultima persona ad aver visto Stefano Saddu
vivo. Intorno alle 4 e 45 il giovane si sarebbe allontanato dal suddetto locale
solo, a piedi e in evidente stato confusionale. Vi terremo al corrente degli
sviluppi di questa inquietante, quanto incredibile, vicenda. Signore e signori
è tutto per quest’oggi, vi auguro una serena notte”.