Giovanni
Ciavarelli
nato ad Ortona,
in provincia di Chieti nel 1979.
Ricordi estivi
Ero al mare. Non era mai accaduto che prendessimo un capanno in prima fila ma quell’anno facemmo una pazzia. Una Prima Fila per tutta la stagione costava il così detto “occhio della testa” ma eravamo così tanti quell’estate che la quota personale non era di molto più elevata rispetto a quella degli anni precedenti. Poi capitava di rado di essere tutti presenti contemporaneamente che non si era più di quattro, cinque persone al massimo a godere dell’ombra o del sole e delle sedie a sdraio.
Quel pomeriggio ero solo, evento raro quanto essere in tutti. Avevo appena finito di leggere un capitolo di “Rosemary’s Baby” di Ira Levin. Alzai lo sguardo verso il mare, era davvero una bella giornata. La sabbia doveva essere rovente, nelle file precedenti almeno. Vicino il bagnasciuga era invece di un fresco invitante così come la brezza che soffiava leggera e continua. Una sorta di megaventilatore acceso al minimo. Bambini giocavano con secchielli e palette, coppie di tutte le età passeggiavano lentamente conversando. Di tanto in tanto arrivava un profumo dolce che poteva essere gelato alla frutta, ma che molto probabilmente era crema solare. Molti giovani erano in mare. Nuotavano, si lanciavano una palla, scherzavano con l’acqua. Alcuni provavano tuffi dalla scogliera frangiflutti, altri venivano letteralmente lanciati in aria dagli amici per poi ricadere pesantemente in mare. Era piacevole vedere tanta vita intorno.
Una coppia uscì dal mare. Lui la portava come fosse una sposa. Un braccio sotto la schiena e l’altro sotto le gambe, all’altezza delle ginocchia. Camminava piuttosto velocemente senza troppa grazia, il mare gli rendeva difficile i movimenti delle gambe. Una volta raggiunta la riva il ragazzo appoggiò la ragazza sulla sabbia bagnata e compatta. Lei rimase sdraiata, con gli occhi chiusi, girò la testa sulla destra nascondendo il viso dalla mia vista. L’unica cosa che potevo vedere erano i suoi capelli castani ed il fisico asciutto. Il ragazzo si inginocchiò accanto a lei e chinandosi la baciò sulla bocca. La mia attenzione era tutta rivolta a loro due. Non sarò stato per nulla educato ma la visione di quella scena era davvero affascinante. I baci erano lunghi ed interrotti soltanto da una breve pausa nella quale lui le guardava il viso mentre le teneva con amore il mento.
Qualcuno dalla riva cominciò ad invocare aiuto. Anche il ragazzo doveva aver avvertito il richiamo perché rimase in ginocchio, senza baciare nuovamente la sua ragazza.
Guardai la linea di costa per quanto mi fosse possibile, mi alzai anche in piedi ma non riuscii a vedere il luogo esatto dal quale il richiamo arrivava. Poi due bagnini correvano da direzioni opposte verso un punto convergente, come nelle scene dei film quando due innamorati si correvano incontro il una stazione ferroviaria. Il punto convergente era sempre più prossimo ai due amanti. Ora il ragazzo faceva ampi gesti con le braccia richiamando l’attenzione di molti. Altra gente stava correndo verso i due. Quando lui si chinò nuovamente sulla sua bocca mi fu tutto chiaro. Mi alzai ed anche io corsi verso di loro.
Lui stava cercando ancora di rianimarla soffiando aria nei suoi polmoni. Uno dei due bagnini aveva un cellulare all’orecchio. Spiegava a qualche centralinista che una ragazza era caduta dagli scogli ed aveva perso conoscenza. Comunicava l’esatta posizione per far giungere l’ambulanza. Poi iniziò a ripetere le istruzioni per la rianimazione che gli davano.
Adesso le persone sulla ragazza erano tre. Il ragazzo di prima continuava a soffiare nella bocca della ragazza, però tra un soffio ed un altro questa volta contava fino a quattro. L’altro bagnino effettuava una pressione all’altezza del cuore ad ogni numero che il ragazzo contava ad alta voce. Un bagnante era davanti la testa della ragazza esanime, le teneva le braccia dai polsi. Le apriva quando il ragazzo soffiava, le chiudeva quando il bagnino le praticava il massaggio cardiaco.
Adesso che ero abbastanza vicino ebbi la conferma che la ragazza era molto carina. Sotto i suoi capelli castani la sabbia era impregnata di una sostanza rossa e vischiosa. Sembrava una sorta di impasto di amarena e mandorle.
L’ambulanza arrivò. I portantini furono costretti a trasportare con una lettiga a mano la ragazza dalla riva fino al parcheggio dello stabilimento balneare nel punto più vicino che si era potuto raggiungere. Mentre tornavo sotto la mia capanna sentivo soltanto una sirena che si allontanava. Il drappello di curiosi era ormai svanito e quello che vedevo dalla sdraio era perfettamente identico a prima dell’incidente. Gente in mare e bimbi sulla sabbia.
Mi alzai nuovamente e tornai sul punto esatto dove la ragazza era stata distesa. Un bambino giocava con secchiello e paletta. Attorno a se aveva una moltitudine di formine. Stelle, lune, piccoli castelli.
Il bambino aveva un’espressione molto seria. Con una paletta raccolse quella poltiglia di sabbia rossa travasandola a tocchi grumosi nella formina a stella.
Mi avvicinai a lui e gli dissi: - Ciao! Guarda che quella sabbia è troppo dura! Non ti verrà mai la formina. Prova a mischiarci un po’ di quella sabbia più asciutta e poi mescola bene con le mani -
- Grazie signore! - Mi rispose
Si alzò e corse con il suo secchiello verso l’interno della spiaggia. Raccolse della sabbia asciutta e tornò ai suoi attrezzi. Rovesciò il secchiello sulla sabbia rossa di sangue della ragazza e cominciò ad impastare con le mani come fosse un abile fornaio che lavora il pane.
La Luna Dell'Ambulante
Allusione ad un'onirica illusione
Notte.
La strada del piccolo borgo montano s'inerpicava ad una pendenza inconcepibile per lui, abituato alle pianure e alle colline dolci della costa.
Giorgio e Luca li anticipavano di un paio di metri correndo sul primo tratto di salita per poi girare a destra seguendo la strada (che al centro aveva dei piccoli gradini) sparendo dalla loro vista.
Francesca era stata li altre volte e Michele le esponeva la propria meraviglia per quel luogo, per nulla dispiaciuto di rimanere indietro in sua compagnia. Raggiunsero anche loro la curva. I loro due amici stavano tornano indietro con addosso il fiatone ed un'espressione meravigliata
- Oh, dove ci hai portati? - chiese Giorgio rivolgendo lo sguardo a Francesca
Michele guardò la strada che si stringeva tra due file di case sempre più strette aumentando la pendenza. Gli venne da pensare agli anziani arrancare per raggiungere casa. Poi alla neve, al ghiaccio e all'insidia di una discesa invernale.
- Non ti piace? - chiese a sua volta Francesca, che dopo una breve pausa, senza ricevere risposta, riprese a salire superando Luca e Giorgio. Francesco la seguì.
Più avanti un improbabile divieto d'accesso era esposto al muro di una casa dove la strada diventava un sentiero. Ora procedevano compatti tuttavia sempre a coppia visto che la strada non permetteva di meglio.
Ci vollero altri cinque minuti di salita. La musica della festa paesana era scomparsa dalle sue orecchie senza che Michele se ne accorgesse. La bellezza del luogo era più accattivante della compagnia di Francesca e per una volta le rivolgeva soltanto le orecchie. Gli occhi erano rapiti
dalla nuda pietra che stavano fiancheggiando. Le case erano finite.
Finalmente il sentiero incrociò una più ampia ed asfaltata strada che terminava in una piccola piazza con un modesto bar ed un angolo panoramico. Un piccolo cane faceva la sponda tra i pochi turisti fermi a mangiare un gelato. I turisti parlavano con i loro accenti settentrionali di fatti che nulla avevano a che fare con quel luogo.
Era la metà della seconda settimana di Agosto. La luna piena nel cielo aveva la grandezza di quella che talvolta si vede nei cartoni animati. Forse Giulio Verne aveva scritto il suo romanzo dopo una simile visione. Quella era la "Luna dell'Ambulante" gli venne in mente, pensando ad un più recente romanziere.
- Hai voglia di fare un pezzo del percorso? - era Francesca e Michele smise di guardare il burrone che con la penombra sembrava senza fondo.
Si girò verso i compagni, seduti su una panchina che ormai non offriva ulteriore spazio. Si issò con le braccia sul muretto al quale poco prima era affacciato. Quando sentì lo spigolo con le natiche si sedette.
- Scendi, non posso vederti seduto la sopra, è pericoloso - gli disse Luca. Michele obbedì.
Sempre alzandosi con le braccia sul muretto, con un piccolo salto poggiò i piedi a terra. Prese il suo moderno cellulare e scattò una foto ai compagni. Francesca venne bene, forse anche più bella di quanto in effetti fosse. (La prima foto che aveva di lei, riflettè dopo.)
- Potresti rispondere alla domanda per favore? - supplicò Francesca sorridendo e sporgendosi leggermente verso di lui
- Domanda? -
Il sorriso si trasformo in una breve risata, allora Francesca si ripetè : - Lo vuoi fare un cavolo di pezzo del percorso montano oppure vuoi tornare indietro? -
- Si, si andiamo, per me va bene - disse Michele staccandosi dal muretto. Quando venne a sapere che sarebbero dovuti passare dentro un breve tunnel nella roccia però avrebbe voluto cambiare idea.
Francesca lo ricordava illuminato ma così non era. Non quella sera.
I tunnel avevano avuto sempre una certa influenza negativa sull'immaginazione di Michele. Una volta il treno su cui viaggiava si era fermato in un tunnel illuminato da seppur distanti aperture laterali che davano direttamente all'esterno. Il vecchio treno regionale doveva cedere la strada ad un più moderno EuroStar probabilmente. Un suo amico che viaggiava con lui aveva tirato giù il finestrino tirando affacciandosi con la testa, lui non c'era riuscito. Sentiva l'aria fresca all'interno della galleria densa e repulsiva. Sentiva che se avesse tirato fuori la testa dalla carrozza sarebbe stato aggredito all'istante da qualcosa, terreno o ultraterreno che fosse.
Entrando nel tunnel sotto la roccia qualcosa in effetti lo colpì.
Era il tanfo di orina. Acido e penetrante. Poi avvertì l'eco. Ogni parola veniva amplificata e rimandata indietro dalle pareti. Poi c'era il buio. Totale al centro del tunnel, ma di breve durata.
Giorgio e Luca erano tornati avanti lasciando loro due soli. La loro presenza era rivelata solo dalle risate sataniche che alternavano ad altre e più naturali risa di puro divertimento.
Michele si cacciò di tasca il cellulare e ne accese lo schermo premendo un tasto a caso. La luce era sorprendentemente forte e sufficiente ad illuminare un breve tratto di strada ai loro piedi e parte della parete della galleria che era a loro più vicina. Ben poca cosa ma Francesca ne sembrò confortata. Sulla parete c'erano delle scritte. Alcune erano quasi murales, altre invece erano piccole, semplici pensieri lasciati li con pennarelli da gente di passaggio.
Francesca gli stava parlando. Stava raccontando delle volte in cui aveva affrontato quel percorso con altri amici, di giorno ovviamente. Lui le prestava attenzione e quando poteva infilava nel discorso un suo parere, che fosse arguto ed attinente.
Quando furono fuori i loro occhi registrarono quella che era con ogni probabilità una delle viste più belle della loro vita, anche se ne avevano vissuta all'incirca solo un terzo.
Alla loro destra un'alta parete rocciosa, alla sinistra lo stesso profondo burrone che avevano osservato dalla panchina e dal muretto alcuni minuti prima. Dietro di loro la parete nella quale era scavato il tunnel (il primo di tre nell'intero percorso, aveva detto Francesca nel discorso sotterraneo), copriva la luna piena. Erano in una zona d'ombra. Luca e Giorgio li aspettavano, rivolti verso di loro, al centro del sentiero che non poteva essere più largo di un paio di metri. Davanti si poteva vedere parte del sentiero seguire una curva verso sinistra della montagna, pienamente illuminata di bianco lunare, come fosse una luce artificiale per agevolare gli avventurieri notturni.
- Stupendo - affermò Michele - Dobbiamo arrivare alla luce - e questa volta, non come altre, fu spontaneo e sincero. Non fu una frase per fare colpo su Francesca. Tutti furono d'accordo.
Il cellulare non servì a prendere una testimonianza della luna piena tra la roccia del tunnel ed un alto albero, ne della ripida parete che risaliva il burrone fino a tornare sul sentiero. Non per immortalare la montagna vicina che sembrava ricoperta di lana verde. Era inutile, doveva conservare quelle immagini nella mente. Il ricordo però include anche altri attori, soggetti non inquadrati, rumori, sentimenti (che poi diverranno semplice nostalgia), speranze.
L'ora.
Iniziava ad essere tardi. Non era sabato ma un semplice giovedì.
- E' già mezzanotte - annunciò Luca stupito.
- Cavolo, dovremmo andare. Ci vorrà quasi mezz'ora solo per tornare in macchina - aggiunse Giorgio
- E quasi un'ora di viaggio per tornare a casa - sottoscrisse Francesca.
Così la più bella serata dell'estate volgeva al termine. Raggiunsero il tunnel senza parlare, tuttavia Luca e Giorgio come sempre li lasciarono indietro. Forse sospettavano qualcosa, magari ne parlavano anche nel loro avamposto.
Quando entrarono c'erano le risa sataniche dei due amici che rimbalzavano sulle pareti. Le corde vocali che le producevano ed i rispettivi proprietari erano invece più avanti annegati nel buio. Tronfio del successo dell'andata Michele usò nuovamente il suo cellulare per fare luce. Una cortesia più che una effettiva necessità. La luce fredda del display come un archeologo esperto fece riaffiorare le scritte sulla parete del tunnel. Michele si fermò, Francesca un passo dopo. Erano quasi uno difronte all'altra. Ad intervalli regolari Michele premeva un tasto a caso del suo cellulare per mantenere costante l'illuminazione. Lesse ad alta voce un haiku dal muro.
Queste parole
Prigioniere Afone
Ti voglio bene
Se Francesca non avesse parlato anticipandolo avrebbe aggiunto che quei versi erano ridicoli, patetici scontati ed inutili.
- Che bella! E' per me? - fece
- Oh beh, si certo - fu la risposta imbarazzata di Michele che non si era ancora reso conto di quanto ampio fosse l'equivoco. Francesca, con la luce del cellulare negli occhi non poteva vedere che quelli di Michele non fissavano lei, ma la parete dietro di lei.
- E l'hai inventata tu? -
- Oh! ehm! - e abbassò la testa. La luce del cellulare si spense. Ora aveva capito ed era invisibilmente arrossito nel buio.
- E quello che dici è vero? -
Una nuova luce illuminò il volto di Michele. Francesca aveva acceso il suo cellulare e nella piccola cornice di luce verdastra Michele annuì con la testa che era ancora china. La cornice tornò nera e le braccia di lei strinsero il torace di lui.
Fuori dalla galleria Luca e Giorgio aspettavano seduti sulla panchina.
- Finalmente! - Luca
- Che avete fatto la dentro? - Giorgio
- Scemi. Se non urlavate ci avreste sentiti. Siamo tornati indietro al bagno pubblico, vi stavamo chiamando - Michele
- E voi sulla panchina? Romantico no? - Francesca
Silenzio.
Non parlarono. Non si tennero per mano. Neanche quando i soliti si lanciavano in folli corse in discesa fino a rischiare di inciampare e arrivare in paese rotolando. Lei gli aveva poggiato un rapido bacio sulle labbra e lui aveva ricambiato l'abbraccio. Dietro le spalle di Francesca vedeva milioni di puntini bianchi sfrecciare verso l'uscita del tunnel, come polvere in un'aspirapolvere che funziona al contrario. "Sto per svenire" pensò "o sto per svegliarmi?"
Eppure il sogno stava andando avanti. Ripensava agli avvenimenti antecedenti per trovare una frattura logica o temporale. Non ci riusciva. Erano arrivati in paese, parcheggiato l'auto, si erano arrampicati fino alla piazza capolinea del percorso montano. C'era stata la foto e c'era stato il tunnel. La luna (dell'ambulante), poi l'Haiku ed ora erano in macchina. Un cartello bianco su sfondo marrone indicava che erano appena entrati nel comune di Ortona. La galleria era alle loro spalle. Quaranta chilometri ad ovest e loro viaggiavano ancora verso est.
Michele fece in modo da accompagnare Francesca per ultima e allungando la strada di molto lasciò prima Giorgio e poi Luca nelle loro contrade periferiche. Nessuno fece notare quanto poco funzionale fosse stato il giro. Ad un volume impercettibile la radio diffondeva le note di "A Night At The Opera" dei Queen (Is this the real life? Is this just fantasy?)
A pochi metri da casa sua Francesca anticipò lo ancora e a Michele si strinse il cuore. Forse questa volta non era un sogno. Troppo lungo. Era la realtà o era il coma (sopraggiunto chissà poi come e chissà poi quando).
- Perchè? Non ti ha fatto piacere? Non ti piaccio? E la poesia? -
Parlava del silenzo.
- Credevo di sognare - disse lui.
- Ti ho sempre abbracciata in sogno. Svegliarsi è triste - lui
- Mi vuoi bene, quindi? - Francesca
- Sto sognando? - lui
- No - Francesca
- Abbiamo avuto un incidente e questo è il Coma? -
- No - Francesca (ride)
- Si. Ti voglio bene. Da molto - lui
- Non potevi dirmelo prima? - Francesca
- Ricordi l'Haiku? - lui
- Parole in prigione. Com'era? - Francesca
- Domani - lui
- Domani cosa? - Francesca
- Sorpresa - disse Michele.
Poi si abbracciarono e fu lui a baciare lei sotto la luce gialla di cortesia nell'abitacolo.
Benzina.
C'era da fare benzina. Il serbatoio era in riserva e non ce l'avrebbe fatta a tornare nella galleria e per poi rientrare finalmente a casa. L'Haiku. L'aveva completamente dimenticato. Quel prezioso inconveniente, quel piacevole equivoco. Avrebbe offerto da bere all'autore di quell'atto di vandalica ribellione.
Stupido, sconveniente, faticoso. Ora che toccava a lui fare la prima pazzia non trovava più che fosse stupido, sconveniente e faticoso tornare alla galleria e appuntarsi quella piccola poesia.
Oltrepassato il cartello marrone con scritto "ORTONA" in bianco per la seconda volta nella giornata pensava a che carta a che calligrafia e a quale cornice utilizzare per regalare alla sua amata le parole artefici di tutto. Mai una guardò l'ora per rendersi conto che s'era fatto tardi.
Ciavarelli Giovanni
Ragazzi. Questo è il
mio primo racconto che finisce bene. Pensate però ad una cosa. Vi sarà
capitato di sognare ed essere felici. Così felici che la misura si colma ed il
coperchio prima vacilla e poi si ribalta svegliandoci. Cosa vi è rimasto di
bello? Nulla. Cosa avete in più? Malumore, malinconia e depressione. A Michele
è andata bene e lui non stava sognando, ne era in coma. Noi no. Noi siamo
ancora quelli che di notte sognano cose belle e di giorno vivono cose brutte. Il
sogno è fisiologico. Passa come passa un'influenza o una fastidiosa diarrea. Il
racconto rimane, pronto a farci comparare la nostra pessima, solitaria vita
reale a quella di una prosa felice.
Amanti
Il fumo cominciava a penetrare l'abitacolo e a concentrarsi alla sua destra, sul sedile del passeggero.
- Buonasera - salutò una voce
- Tra quanto? - chiese lui all'abitacolo
- Poco - fece sapere la voce
- Quanto ? - chiese ancora stentoreo
- Venti - fece pacata la voce
- Ore ? -
- Minuti - rispose Katia voltandosi verso di lui con un sorriso quasi beffardo a sottolineare la stupidità della sua domanda
- Quindi sei tu la prima? -
- Sono io - ed un fulmine le illuminò il volto superando d'intensità le luci ambrate del porto.
Così era scritto sul libro e stava funzionando
- Ti piace il posto ? - chiese lui
- Fantastico - fu la risposta
- Perché hai accettato di venire? - Lui
- Perché me lo hai chiesto - Lei
- Ti da fastidio l'odore dell'incenso? -
- No - rispose Elena - ne ho la casa pregna - e questa volta ci fu il tuono.
- Se io te l'avessi chiesto prima ci saresti venuta ? -
- No! - rispose schiacciandosi contro lo schienale del sedile scuotendo la testa
- Oh - fu tutto quello che lui riuscì a farsi uscire dalla bocca
Non era neanche tanto difficile. Una candela d'incenso, poche gocce
d'aceto e ancor meno del proprio sangue.
- Ma non per te - ci tenne a precisare Elena
Così lui dopo qualche secondo di imbarazzante silenzio riuscì a chiedere. Fulmine.
- Come mai oggi hai accettato? -
- Perchè questa è una sera speciale - rispose Rita piegandosi in avanti con la testa all'indietro per guardare il più in alto possibile attraverso il parabrezza bagnato dalla pioggia. Tuono.
- Non dirlo a me - rispose lui - Ho sempre amato i temporali, credo che siano lo spettacolo più bello in natura -
- E pensi sia romantico? - gli domandò Rita
- Molto. Se ti piace - rispose lui.
Piccole striscioline di carta con i nomi ben scritti sopra in
stampatello maiuscolo. Avere una lista con gli stessi nomi appuntati non era
necessario, ma poteva aiutare. Katia, Elena, Rita
- Mi piace! - Affermò Sonia - Mi piace perché ci sei tu - precisò girando la testa verso di lui giocherellando con il pulsante arancione della cintura di sicurezza sganciata.
- E' sempre stato il mio sogno guardare il temporale dal porto con la mia ragazza... Ragazza ipotetica! - terminò la frase velocemente con visibile imbarazzo. Tuono.
Il gioco era semplice. Bisognava bruciare queste striscioline di carta
nella fiamma dell'incenso pronunciando ad alta voce il nome scritto.
- Quindi non ero io la tua preferita? La tua ipotetica ragazza? - chiese Sonia
- Certo che lo eri! - disse lui con sincero trasporto guardandola negli occhi. Fulmine.
- E allora perché non me l'hai mai chiesto? Eppure di temporali ce ne sono stati molti in tutti questi anni! - disse Michela
- Mi vergognavo, avevo paura - confessò lui, poi chiese - Avresti accettato? -
Michela aggrottò le sopracciglia con fare pensieroso.
- Si - disse Laura alla fine, - avrei accettato -
Sonia, Michela, Laura. E le ceneri di queste striscioline sarebbero
dovute rimanere in fondo al vasetto porta candela, mescolato con la cera sciolta
e indurita nuovamente.
Il tuono si sentì più forte nel silenzio della testa abbassata di lui.
- Certo, avremmo dovuto frequentarci prima. Non sarei mai venuta in un luogo come questo con un estraneo, un potenziale maniaco - disse Laura e rise come se quella fosse la battuta più spassosa del mondo. Lui non potè fare altro che continuare a rimanere in silenzio a meditare sui suoi sbagli.
L'incenso andava poi trasportato nel luogo della propria morte ed acceso
ancora. Gli invocati sarebbero accorsi.
- E dunque eccoci quì -
Trasalì al suono di quest'ultima voce. Non c'era altro nell'elenco.
Questa volta il fulmine rilevò alla sua destra nient'altro che fumo. Fumo modellato per somigliare ad uno scheletro. Somigliare.
" Quante personalità ci sono dentro di lei? " gli venne in mente ripensando a "L'Esorcita" di W.P.Blatty.
" E' solo una ". Il suo pensiero si fuse con la voce del fumo. Poi quest'ultima aggiunse
- Solo una. La morte. -
Il suo corpo fu ritrovato il mattino seguente dal più mattiniero corridore di Jogging. Il motore era ancora acceso. Il corridore capì tutto prima di vedere il cadavere quando notò il tubo uscire dallo scarico dell'automobile risalire fino al finestrino semi aperto e sigillato con del nastro adesivo da pacchi. Chiamò il centododici.
Quando in giornata si sparse la tragica voce in città (era ormai troppo tardi per i quotidiani locali) alcune ragazze giurarono alle loro amiche ed amici di aver pensato a quel ragazzo nella serata precedente. Quelle che tra di loro non l'avevano mai conosciuto lo chiamarono "Quello lì":
"Che fine avrà fatto quello li ? E' da molto che non lo si vede in giro"
La notte di San
Lorenzo
Have no fear
your wounds will heal
(Failure
- Kings of Convenience)
I
Gianluca sterzò a sinistra con impeto buttandosi nel primo parcheggio che vide sotto casa. Premette con forza il pedale del freno senza abbassare la frizione. La macchina si spense con un lieve sussulto mentre le gomme bloccate scivolavano sull’asfalto stridendo appena.
Aveva guidato dal Camposanto a casa quasi sempre con il motore su di giri senza neanche rendersene conto. Era estate ed anche se la mezzanotte era passata da un pezzo faceva caldo, aveva lasciato i finestrini chiusi. La ventola di raffreddamento ronzava cupa ma sotto c’era un altro rumore, Gianluca rialzò la fronte che aveva poggiato allo sterzo e rimase in ascolto. Quando finalmente la ventola si fermò quel sottofondo divenne chiaro. L’acqua del radiatore bolliva ed era come ascoltare un respiro asmatico.
Sarebbe dovuta essere una bravata, una sciocchezza, avevano pensato di fare una cosa diversa. Entrare nel cimitero di notte. Era venuto in mente a Virginia, la sera prima ed aveva subito raccolto il parere favorevole di tutti.
- Cosa cosa? - fece Erica sedendosi al tavolo del bar senza neanche salutare.
- Buonasera anche a te - rispose Daniele con sarcasmo.
- Sono in ritardo? Scusate! Ciao a tutti! Di che si parlava? -
- Di una passeggiata, domani sera… al cimitero - l’informò Virginia, sua sorella.
- Romantico! - Aggiunse Gianluca - per te abbiamo ordinato la solita aranciata, dato che non arrivavi -
- Oddio, domani sarà un’altra serata morta quindi - osservò ironicamente Erica
- Ma che bella battuta! Hai mai pensato di lavorare in un circo? Prendere la tua camera non mi dispiacerebbe affatto - Virginia guardava sua sorella con un’espressione volutamente affranta.
Il cameriere arrivò, quasi di corsa, reggendo con la mano destra un vassoio con quattro bicchieri. Aveva aggirato i tavolini affollati con abili movimenti dell’anca come un esperto sciatore di slalom. Sempre reggendo il vassoio distribuì con la sinistra casualmente le bevande sul tavolo. Gianluca si alzò leggermente prendendo il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni.
- Alla cassa! - disse il cameriere.
Suonò appropriato alla discussione che avevano appena avuto. Aveva un’attinenza macabra con il cimitero.
- Come scusi? - chiede Daniele
- Alla cassa! Dovete pagare Alla cassa! - ribadì il cameriere con aria stizzita
Risero a quell’involontaria battuta. L’unico a rimanere serio fu proprio il cameriere che perse molta della sua sicurezza e se ne andò senza aggiungere altro.
- Simpatico, perché non te lo sposi? Non aveva anelli - Suggerì Virginia a sua sorella
- Preferirei essere morta e sepolta -
- Ok mettiamoci una croce sopra -
- Come sei lapidaria -
Avrebbero potuto continuare all’infinito, d’altra parte erano sorelle.
Con il cuore che stava via via rallentando, Gianluca ora aveva aperto i finestrini della macchina azionando i pulsanti con l’indice ed il medio della mano sinistra. Il liquido di raffreddamento bolliva ancora e lui pensava che l’avevano fatto davvero. Non l’avrebbe mai creduto eppure l’avevano fatto.
Erano rimasti d’accordo di vedersi al solito posto alla solita piazza, avrebbero aspettato un’ora più consona per la loro incursione pensando nel frattempo ad un piano d’azione. Lui sperava invece che avrebbero passato quel tempo a dissuadersi dal volerlo fare.
Nel pomeriggio Gianluca aveva ricevuto un messaggio sul cellulare da parte di Erica. Gli chiedeva se per favore, poteva passarla a prendere per arrivare in centro, quella sera. Sua sorella sarebbe andata via prima lasciando lei appiedata. Quale splendida occasione. Aveva accettato con entusiasmo, rispondendo però con un sobrio: “Ciao! Non c’è problema, sarò da te per le dieci meno un quarto. A presto!”
Così aveva iniziato a prepararsi con un’ora d’anticipo, come se avesse potuto cambiare radicalmente il suo aspetto ed apparire migliore di quello che in realtà lui fosse.
Era arrivato sotto casa di Erica con cinque minuti di anticipo. Rimase in auto con l’autoradio accesa. Alle 22.45 smontò dalla macchina e suonò il citofono.
- Sali un attimo che sto finendo di vestirmi (click) - gracchiò la voce di Erica al citofono. Non si era neanche presa la briga di chiedere chi avesse suonato e senza attendere una risposta. Il portone si aprì con un ronzio ed uno scatto. Alle scale preferì l’ascensore, anche se doveva raggiungere il secondo dei sei piani del palazzo. Non era mai stato a casa sua prima, ma sapeva a che piano andare.
Trovò la porta aperta e lui la richiuse lentamente dopo essere entrato. Da qualche parte nella casa Erica strillò : - Siediti li nel soggiorno arrivo subitissimo! -
- Dai che siamo in ritardo! - rispose Gianluca alla stanza vuota.
Certamente non c’era una porta con un cartello “Soggiorno” ma gli bastarono pochi passi nell’ingresso per vedere una poltrona spuntare dalla visuale concessa dalla porta di destra. E poi la luce era accesa. Entrò e si mise a sedere.
La sala era ampia. Di giorno doveva essere bene illuminata da grandi finestre, anche se esposte ad ovest. Accanto al divano c’era un piccolo, basso tavolo con al centro un contenitore di cristallo pieno di caramelle e cioccolatini. Vicino al bordo del tavolino più vicino a dove era seduto lui c’era appoggiato un piede. Le ossa del piede per la precisione. Doveva essere un pezzo di uno scheletro che spesso si trovano negli ambulatori medici.
Gianluca lo prese in mano. Era mobile, le articolazioni funzionavano davvero. Era affascinato dalla sua struttura. Non sapeva che fosse così complicato.
Quando Erica entrò in soggiorno gridando: - Quello era il piede di mio nonno! - ottenne quello che volle. Gianluca saltò di sorpresa, il piede gli scivolò dalla mano e cadde direttamente sul tavolino, quasi nella stessa posizione che aveva prima.
-Mi hai spaventato, scema!-
Erica rideva così tanto che quasi non aveva la forza per respirare. Aveva una maglia leggera, sportiva a maniche corte. Gianluca la trovo molto bella, molto più di quando lei indossava un vestito buono.
- Dai smettila di ridere e andiamo, siamo in ritardo - la esortò lui.
Entrando in macchina Erica dichiarò
- Mio nonno era proprio una persona ingamba, come il suo piede che avevi in mano -
Gianluca cercò di assumere volontariamente un’espressione offesa, non ci riusci, sorrise.
Accese il motore e partirono.
Arrivarono con un quarto d’ora di ritardo, gli altri erano tutti in piazza ad aspettarli. Parcheggiarono poco distante.
- Dove siete stati? A fare porcherie? - Li accolse Daniele
- Non è colpa mia, Erica non è mai puntuale - si scusò Gianluca
- La prossima volta procurati del viagra - fece Erica assestandogli una gomitata nelle costole.
Virginia si alzò dal gradino sul quale erano seduti andando incontro a sua sorella, Daniele, colto alla sprovvista, fece altrettanto, anche se le sue intenzioni erano diverse. Lui non andava incontro ad Erica o a Gianluca, lui seguiva Virginia.
Era gia da un po’ di tempo che Daniele provava qualcosa per Virginia. La trovava bella ovviamente, ma anche simpatica ed intelligente. Più volte gli era sembrato che lei avesse delle attenzioni speciali verso di lui. L’aveva intuito da come Virginia scherzava, da come lo cercava e dallo stretto rapporto di confidenza che ormai avevano allacciato. Presto si sarebbe fatto avanti.
- Non sono neanche le dieci e mezza, è troppo presto - disse Virginia
- Gelato? - propose Erica - Dai andiamo a prenderci un gelato, così parliamo di come entrare. Non ci avete pensato ancora? -
- Ci ho pensato, ci ho pensato … - disse sua sorella sorridendo.
Erano come quasi tutte le sere seduti al solito bar. Avevano davanti a loro quattro grossi gelati. Cioccolato e caffè per Virginia e Daniele, fragola e limone per Erica e Stracciatella e nocciola per Gianluca.
- Entreremo passando per il vecchio ossario - spiegò Virginia - C’è una porta rotta, basta spingerla con forza e si apre. Da li si accede direttamente al cimitero. Cercate però non fare caso alle ossa che sono appoggiate qua e la -
- E tu .. come? .. cosa .. ? - farfugliò Gianluca
- Siamo andati Daniele ed io poco fa - disse Virginia
- Che posto strano per fare … - intervenne Erica lasciano la frase in sospeso anche se perfettamente comprensibile.
Daniele fu felice di quell’allusione, ma non lo diede a vedere.
- Si ma cosa ci andiamo a fare dentro al cimitero ? -
- Una passeggiata diversa dal solito, magari vediamo anche i fuochi fatui! E poi mica dobbiamo rimanerci per molto .. un solo giro -
Gianluca non era proprio convinto delle parole di Virginia. Lui non era il tipo da accettare una sfida solo per dimostrare il suo coraggio. Preferiva dimostrare il suo buonsenso, soprattutto in presenza di Erica, tuttavia si rassegnò all’originale programma per la sera.
II
Avevano deciso di non parcheggiare nella piazza antistante il cimitero, si diedero quindi appuntamento in una strada secondaria, quasi di campagna, che ne costeggiava il perimetro. Erica e Gianluca furono i primi ad arrivare, avendo trovato posto poco distante.
- E così stiamo per entrare! - Esordì Gianluca in un tono che era a metà tra una domanda ed un’esortazione a cambiare idea
- Si - Rispose Erica
- Sicura di volerlo fare? -
- Hai Paura forse? Che uomo sei?! - e gli diede una pacca sulla schiena che gli fece fare un passo in avanti.
- Guarda che lo dicevo per te ! - Rispose Gianluca, ma sapevano tutti e due che lui aveva più paura.
- HEILA!! GIANL…. - Erica e Gianluca si girarono di scatto colti di sorpresa e videro Virginia che con la mano sinistra tappava la bocca di Daniele mentre con la destra gli assestava dei sonori schiaffi dietro la nuca
- Vuoi stare zitto? Stupido! Ma cosa ti urli ? Chiameranno i carabinieri -
- Scusa, scusa, m’è scappato! -
Si avvicinarono.
- Allora entriamo? - Chiese Virginia
- Dai! Ti seguiamo - Rispose sua sorella
Virginia si incamminò per quella strada secondaria, leggermente in discesa e scarsamente illuminata, gli altri la seguirono senza parlare, in fila indiana.
Gianluca era l’ultimo. Un alto muro sovrastava la strada e dietro di esso si vedeva la parte superiore dei piccoli edifici privati dove sono tumulati gli appartenenti della stessa famiglia. I mosaici colorati dei vetri risplendevano irregolarmente tremolando della moltitudine dei lumini che vi erano all’interno.
“Sembra che li dentro stiano guardando la televisione“ pensò Gianluca ed ebbe l’istantanea di una stanza stretta, di forma quadrata illuminata dell’arancione dei lumini. Scheletrici vecchietti seduti sulle proprie bare chiuse, guardavano la Tv con un sorriso stampato sul volto proiettando ombre lunghe e sottili. “Aspettano che faccia giorno per tornare a dormire, e sono sereni” .
Gianluca accelerò il passo, raggiunse Erica e la prese sotto braccio. Lei lo guardò con un espressione interrogativa, ma la cosa le fece piacere.
- Ok. Siamo Arrivati, si entra - fece Virginia fermandosi davanti ad una piccola costruzione che interrompeva la monotonia del muro di cinta. La porta era piuttosto malandata. Afferrò la maniglia, tirandola verso l’alto sollevando di fatto tutta la porta. Diede una leggera spinta con la spalla, la porta si aprì. Ci fu un lieve scatto quando i cardini tornarono al posto, una volta lasciata la maniglia.
- Oh Gesucristaccio! Non ho portato la torcia! - gemette Daniele
- Ti ho detto mille volte che non devi bestemmiare. Non davanti a me almeno! - lo rimproverò Virginia.
La parete di fronte a lui s’illuminò in un cerchio di luce bianca evidenziando la nuda pietra dell’edificio che probabilmente non aveva mai conosciuto restauri.
- Chi ho pensato io - lo rassicurò poi Virginia, illuminando tutto intorno. Delle nicchie laterali nascondevano delle voragini sul pavimento. Non si vedeva quanto fossero profonde.
- Quelle fosse devono essere piene di ossa - sussurrò Erica
- Che schifo - fece Gianluca.
Girarono a destra, obbligati dall’angolo del corridoio e si ritrovarono nel cimitero, sotto un porticato. Molti sentieri paralleli e perpendicolari si incrociavano tra le tombe, come una scacchiera. Una costellazione di lumini si presentava davanti a loro e nelle vicinanze delle tombe rendevano una discreta luce.
- Andiamo ! - Bisbigliò Virginia
“Dove?” Si chiese Gianluca
- Cerchiamo le tombe più vecchie - propose Daniele - E’ li che è probabile trovare fuochi fatui -
- Accenditi una scoreggia se vuoi vedere un bel fuoco fatuo - disse Gianluca facendo ridere di gusto Erica che tuttavia dovette trattenersi il più possibile. Daniele gli rispose con una occhiataccia.
La ghiaia del viale scricchiolava sotto i loro piedi come le patatine croccanti nelle pubblicità, Virginia era in testa al gruppo illuminando il sentiero, anche se i lumini poggiati sulle numerose tombe risultavano più che sufficienti. Molte luci elettriche illuminavano i volti dei defunti ritratti nelle fotografie come fossero piccoli omini affacciati alle loro finestre intenti a guardare una lenta processione che passa sotto casa loro.
- Ciao, ciao, ciao, salve! Buonasera! Tutto bene suo figlio? Hey ciao! Com’è pallido questa sera - Daniele salutava le fotografie delle tombe tenendo Virginia sottobraccio e lei accompagnava a sua volta i saluti con un cenno delle dita.
- Heilà! Omaggi signora, saluti, ossequi, ciao, cia… ma che cazzo?! -
Daniele si fermò di colpo con il braccio destro ancora sotto quello di Virginia che si sentì come strattonare.
- Guardate quella tomba! La foto dico -
- Che strano! - esclamò Virginia
Nella foto si vedeva una parete, sulla sinistra c’era quella che doveva essere la cornice di una porta. In alto un quadro e sotto di questo un interruttore. Niente foto del deceduto. Niente volto sorridente a voler dire “ricordatemi così”. Anche Erica e Gianluca stavano osservando la foto con attenzione.
“ Giulio Colombo “ * Nato il 13 / 07 / 1884 + Morto il 21 / 04 / 1960 “
Ripresero a camminare, questa volta in silenzio.
C’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va. Erica non riusciva a togliersi questo pensiero dalla testa. C’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va. L’ennesimo sentiero intersecò quello che stavano percorrendo e questa volta Virginia girò a sinistra. C’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va.
La voce concitata di sua sorella la strappò da quel pensiero e contemporaneamente glie lo confermò: c’era qualcosa che non andava.
- La foto! Anche questa foto! .. Oddio e quest’altra! -
Quasi tutte le lapidi intorno a loro avevano foto senza il soggetto principale, senza il protagonista, “senza il festeggiato”. C’erano solo fotografie di stanze vuote, sfondi colorati.
- Basta così. Torniamo indietro - fece Daniele risoluto.
Si girarono per tornare indietro. Ora dietro le tombe c’erano delle persone vestite di bianco. Smunte, magre gli occhi acquosi e le pupille di un celeste molto chiaro.
Non dietro tutte le tombe però. Virginia roteò tutto intorno il fascio di luce che scaturiva dalla sua torcia elettrica.
- Sono loro. Sono quelli che mancano dalle foto! -
Mentre Virginia illuminava una foto incorniciata su una croce di marmo, il defunto ritratto venne come assorbito lasciando visibile la parete dietro di lui. Ora c’era una piccola lampada appesa. Prima era coperta dal soggetto fotografato.
Alcuni secondi dopo un altro uomo pallido e con gli occhi vitrei appariva dietro la lapide.
Ora ce n’erano molti intorno a loro. I “non più morti” si raccoglievano in gruppi. Alcuni iniziarono a parlare in una lingua sconosciuta fatta di suoni inarticolati. Sembrava un nastro ascoltato al contrario. Gesticolavano ma nessun gesto era rivolto ai quattro intrusi vivi. Forse non li vedevano. Altri non più morti erano curvi sulle loro stesse tombe compiendo i gesti di chi pulisce con una spugna.
- Dai, dai Erica, muoviti !! -
Erica si scosse da quel pensiero e colmò correndo la distanza che c’era tra lei ed il resto del gruppo. Avevano iniziato la fuga mentre lei era rimasta imbambolata ad osservare quello strano fenomeno. Alcuni di loro giocavano a carte sulle tombe. Li videro mentre correvano verso l’ossario. La serata alternativa era finita, tutti a casa. Daniele fu il primo ad entrare nello stretto ossario. Un grosso ratto gli passò davanti andandosi a fermare proprio davanti a lui. Camminava all’indietro trascinando con i denti un altro topo di dimensioni molto più piccole. Lo teneva con la bocca da una zampetta posteriore. Daniele frenò di colpo provocando un tamponamento a catena umano. Il grosso ratto gli s’era fermato davanti e rosicchiava la zampa dell’altro. Daniele era rimasto sulla porta, Erica invece completamente fuori, sotto il piccolo porticato.
- Hey ma che succede? - si lamentò Erica. - perché vi siete fermati ? Usciamo! -
Qualcuno, forse un non più morto, urlò parole incomprensibili. Erica spinse con tutto il peso del corpo sulla schiena di Gianluca. Erica era una ragazza di altezza media, molto magra, Gianluca quindi più che una spinta avvertì una pressione dietro di lui. Questo bastò però ad attivare in lui un processo di reazione alla paura molto più utile dell’immobilismo: spinse a sua volta Virginia che era subito davanti a lui che franò inevitabilmente su Daniele.
La spinta fece avanzare Daniele di un passo che finì per calpestare il ratto cannibale. Il grosso topo si appiattì grottescamente e con un acquoso plop sganciò dal ventre le sue interiora mise a sangue, dal suo didietro un’unica stella filante marrone: uno strano tubetto di senape andata a male.
Poi furono fuori.
- Erica l’accompagno io, tanto devo portare a casa Virginia - disse Daniele.
Una nuvola bassa si accese di blu elettrico e pochi secondi dopo ci fu un tuono che rimbombando sulle colline vicine sembrò più lungo di quello che in effetti era stato.
- Ok ci sentiamo per domani - rispose Gianluca ma sempre rivolgendo il proprio sguardo ad Erica.
- Ciao - Quel suo secondo saluto era rivolto solo a lei, ma risposero tutti e tre. Così erano tornati di corsa alle macchine.
Ecco come era andata. Ora che era rimasto solo Gianluca aveva paura. Il temporale in arrivo poi non poteva che peggiorare le cose. Sapeva gia che non avrebbe dormito nonostante tutte le pillole che aveva a casa. Tutta roba naturale, niente farmaci. Non voleva diventare un drogato di sonniferi. Aveva provato la “valeriana” e l’aveva trovata efficace quanto confettini di zucchero. Il “Dormed” che era una pillola più grande ma altrettanto inefficace. La “melatonina” invece era riuscito a dagli qualche beneficio, questa volta però era sicuro che non sarebbe servita a niente. Adesso avrebbe voluto avere a casa un sonnifero vero. Era una situazione particolare.
Gianluca riteneva che la sua unica fortuna di quella serata fosse stata quella di aver trovato un parcheggio li sotto casa, almeno non avrebbe dovuto camminare più di tanto.
Si slacciò la cintura di sicurezza. I rumori dal radiatore sembravano farsi più fievoli. Tra poco avrebbe dovuto aprire la portiera e camminare fino a casa in una strada che era scarsamente illuminata. Era notte tarda ormai ed i lampioni erano accesi uno si ed uno no. Quella non era mai una strada trafficata e quindi di notte, dopo una certa ora risparmiavano elettricità spegnendo la metà dei lampioni.
Uscì dalla macchina diretto al portone con passo svelto. Aveva preparato la chiave del portone da prima per evitare il rischio di non trovarla in fretta. Era rimasto indeciso tra l’usare l’ascensore che aveva quello specchio dove (aveva pensato) i morti potevano apparire durante la salita o l’affrontare tre piani di scale. Scelse l’ascensore, entrando a testa bassa volgendo immediatamente le spalle allo specchio e tenendo contemporaneamente la massima distanza possibile. Le scale erano troppo più pericolose: mani che spuntavano dagli angoli, cadaveri impiccati ai lampadari dei piani intermedi, porte degli appartamenti aperte con famiglie di fantasmi in attesa solo di lui.
A casa, in camera sua ingoiò due pillole di melatonina, una alla volta, senza acqua, si tolse i vestiti rimanendo coi soli boxer e si sdraiò sul letto. Fuori intanto il temporale vero e proprio era iniziato. Pioveva forte, i lampi ed i tuoni erano così frequenti da accavallarsi. Doveva essersi anche alzato un vento forte in quanto la serranda chiusa si gonfiava scricchiolando.
III
Gianluca era abituato a dormire
a porta chiusa anche con la calura estiva. In questo modo poteva evitare di
essere svegliato dall’alba e più tardi dai rumori di sua madre che
solitamente si alza mezz’ora prima di tutti. Quella sera però si limitò ad
accostare la porta. Non un rumore se non il temporale ed il vento. Gianluca era
supino, il cuscino piegato in due gli teneva la testa sollevata. Si aspettava
davvero di vedere da un momento all’altro apparire ai piedi del letto uno di
quei defunti vestiti di bianco. Per scacciare quelle immagini provava a pensare
ad altro. Erica. Come stava Erica? Chissà se lei un giorno si sarebbe accorta
di quanto lui ci tenesse. Forse avrebbe potuto invitarla. Si assopì. Il
dormiveglia sarebbe diventato ben presto vero e proprio dormire se la parete
verso la quale era rivolto, girato su un fianco, non si fosse illuminata
debolmente. “I non più Morti” fu
il primo pensiero di Gianluca chiedendosi tuttavia come gli potesse essere
venuto in mente quel particolare nome. Ma nessuno (niente)
vegliava il suo capezzale. Il suo secondo pensiero: Erica. Il cellulare, Erica. Mi
ha mandato un SMS o almeno uno “squillo”. Allora mi pensa!
Il cellulare era a terra, dall’altro lato. Si girò pieno di speranza. Aveva gia la mano che tastava il pavimento quando si accorse che il bagliore aveva ben altra origine. Lo schermo del televisore spento. Ecco l’origine del bagliore. Sullo schermo spento c’era uno strato di polvere luminosa che disegnava le parti chiare di una foto in bianco e nero. Era la foto di una donna. Un’anziana signora sorridente che però non mostrava i denti. L’apparizione durò una decina di secondi. Quindici circa contando il bagliore sul muro, poi il bianco si affievolì lentamente fino a fondersi con il nero. Poco più sotto la zona dove prima c’era la foto di una donna spiccava la spia rossa del televisore in “Stand-By”. Gianluca non aveva fatto caso se durante l’apparizione questa fosse accesa o meno. Spia accesa, televisore spento, spia spenta televisore acceso questa era la formula. Quell’occhio rosso sembrava guardarlo malignamente. Si era spesso servito di quella luce rossa per recuperare l’orientamento quando si svegliava da sogni confusi o per capire quando la corrente elettrica tornava dopo un black-out. Un vecchio alleato era passato con i nemici quindi. Ora temeva quella spia quanto il vedersi apparire un Non più Morto nella stanza o che la foto tornasse a brillare entro breve. Avrebbe voluto scendere, premere l’interruttore generale della TV e chiudere quell’occhio rosso, meglio ancora staccargli la spina, ma aveva paura.
La sola cosa che riuscì a fare fu infilarsi sotto il leggero lenzuolo evitando di mettere i piedi a terra. Aveva freddo. Poco dopo si stava addormentando.
Dei colpi alla porta lo svegliarono facendogli schizzare alle stelle il battito cardiaco. Di riflesso si alzo a sedere aprendo gli occhi. Si rese conto che la stanza era ben illuminata. Aveva dormito ed era ora di alzarsi. Sua madre era solita svegliarlo con quei tre colpi alla porta. Ora alla luce del sole quell’occhio malvagio era tornato ad essere una semplice spia di funzionamento.
Tese la mano sul pavimento
cercando il telecomando. Trovò il cellulare. Ansioso controllò lo schermo ma
rimase deluso: nessun messaggio, nessuna chiamata. Erica non mi pensa.
Questa volta raccolse il telecomando e accese il televisore. La spia rossa si spense immediatamente e alcuni secondi dopo lo schermo nero gli diede l’immagine dei quotidiani.
La solita rassegna stampa, il solito giorno di lavoro. Menomale che in serata avrebbe rivisto i suoi amici, Erica in particolare. Forse però c’era dell’altro. Gianluca sperava che l’atmosfera di paura della sera prima potesse essere passata definitivamente. Come il disagio che si avverte andando a dormire dopo aver visto in televisione uno di quei vecchi film horror dagli effetti speciali genuini, molto umani e poco informatici.
Daniele era l’unico a vivere in campagna, anche se Erica e Virginia abitavano abbastanza distante da giustificare un passaggio in macchina. Le sorelle scesero dalla macchina dopo aver salutato ed entrarono nel portone. Daniele aspettò che entrassero. Anche se aveva una gran voglia di correre a casa non poteva fare brutta figura con Virginia. Quando le vide entrare e la porta si chiuse dietro di loro, ripartì.Il traffico era scarso e lui era abbondantemente sopra i limiti di velocità. L’incrocio con l’innesto autostradale era al buio, le torri-faro erano fuori uso e la curva stretta a destra era poco visibile. Daniele pensava alla macchina che arrivava sull’altra corsia, doveva stringere la curva e solo dopo averlo mancato di pochi centimetri si accorse che aveva quasi travolto un uomo che camminava sul ciglio della strada. Non l’aveva visto. Rallentò immediatamente immaginando cosa sarebbe successo. Il tonfo sordo, forse la macchina sarebbe sbandata. Ambulanza, denuncia, processi, casini con il lavoro, casini con la famiglia, casini con tutti. Stupido quel tizio a starsene ai bordi di una strada buia ed in quel tratto trafficata. Poi trovò anche se stesso stupido. Non era da lui andare veloce. Morti o non (più) morti non poteva permettersi di rischiare in macchina. “Non più morti”. Come gli era venuta in mente una cosa simile? Quelli erano morti punto e basta. Lui non aveva visto proprio nulla, solo le sagome indistinte di altre tombe e di vasi con fiori dentro. Come quel famoso dipinto egiziano di Ptah-Hotep. Nell’insieme era solo un vaso di fiori, nel particolare era il disegno del tipico alieno dalla testa a punta e gli occhi grandi.
Un quarto d’ora dopo era in camera sua.
Il walkman era come al solito pronto, con il nastro riavvolto. La musica newage aveva su di lui un effetto rilassante. Si sdraiò e chiuse gli occhi, la musica andava. Il suo respiro si faceva sempre più profondo e il richiamare alla mente gli eventi appena vissuti adesso non lo turbava più.
Lui che andava a prendere Virginia con largo anticipo rispetto all’appuntamento. Loro due che ispezionavano la porta dell’ossario e poi lei aveva accettato il suo invito di mangiare fuori una pizza. La passeggiata ed il quarto d’ora che erano rimasti ad aspettare Erica e Gianluca avevano parlato tantissimo. La serata almeno aveva avuto il suo lato positivo.
Poi erano entrati nel cimitero.
- Ciao, ciao, ciao, salve! Buonasera! Tutto bene suo figlio? Hey ciao!
Com’è pallido questa sera -
Daniele fu subito lucido e si alzò a sedere. Non voleva sognare. Non voleva vivere ancora quell’esperienza.
- Heilà! Omaggi signora, saluti, ossequi, ciao, cia… ma che cazzo?! -
Le voci sembravano incise sul nastro che stava ascoltando. Spense il walkman e ci fu silenzio. Daniele stava lentamente calmandosi, il cuore rallentava, lo spavento era passato.
Poi sentì la sua voce dire:
- Guardate quella tomba! La foto dico - ma lui non aveva parlato. Ancora dalle cuffie. Il nastro era fermo, il tasto PLAY non era premuto. Il walkman stava ricevendo degli strani segnali in onde corte, trasmissioni da altri paesi lontani, grottescamente lontani.
Daniele tornò a distendersi sul letto, le cuffie sulle orecchie ed il walkman spento. Decise che non avrebbe dormito, aspettando nuovi segnali. Quaranta minuti più tardi però dormiva, non ci fece caso ma le cuffie rimasero mute.
Erica era particolarmente scossa. Non erano gesti che era abituata a fare ma entrata nel portone prese la mano di sua sorella. Virginia non oppose resistenza, anzi, rafforzò la stretta. Ne aveva bisogno anche lei. L’indicatore del piano segnalava che l’ascensore era al sesto, il loro. Virginia si affrettò a premere il pulsante di chiamata che diventò rosso. Erica si girò verso sua sorella guardandola negli occhi. Virginia scosse il capo in senso di diniego, Erica ebbe un tuffo al cuore. Stava pensando: i non più morti sono saliti prima di noi? Sua sorella le aveva risposto.
3,2,1 .. T. Al Piano. Mentre le porte scorrevano le sorelle si strinsero più forte le mani sollevandole leggermente. Niente, ascensore vuoto. Solito ambiente sterile di colore blu, entrarono. Virginia scelse il sesto. La campanella ripetè il suo segnale e le porte si chiusero. Alcune decine di secondi più tardi e sei piani più in alto erano di nuovo aperte.
- uno, due tre - sussurrò Erica ed uscirono con la stessa lentezza di chi si trova al buio in stanze che non conosce. Virginia guardò a destra, sua sorella a sinistra. La via era libera, nessun non più morto le aveva precedute. Entrarono in casa. Loro madre era ancora sveglia a guardare la televisione. La salutarono con una calma simulata e si ritirarono in camera da letto.
- Ma cosa è stato? Che abbiamo visto? - Erica cominciava a spogliarsi imitando la sorella
- Non lo so ma secondo me era tutto reale, non abbiamo immaginato nulla -
- Dormiamo, proviamoci -
Erica spense la luce. - Buonanotte -
- Buonanotte - rispose Virginia con voce stridula ed Erica potè solo sentire i passi frettolosi di sua sorella che si metteva al letto.
Dieci minuti dopo Erica dormiva beatamente. Virginia la sentiva respirare profondamente mentre lei era totalmente sveglia. Sapere che sua sorella stava già dormendo la rendeva ancora più nervosa, particolare che non andava a beneficio della sua momentanea insonnia. Sentì il suo stomaco brontolare. “Certo è proprio quello che ci voleva, una bella gastrite” pensò Virginia.
- libelluleee, liibellu, libeelluuleee - era un borbottio.
- Erica! La smetti di parlare nel sonno? -
- Mmm? Lasciami dormire! -
Lo stomaco brontolò ancora e subito dopo
- lii..llule libellule libeeellulee -
Veniva da lei, dal suo ventre. Spesso raccontava agli amici di quanto sarebbe stato spassoso essere un ventriloquo.
Avrebbe potuto mandare “a quel paese” i professori ai tempi del liceo.
- Zitto scemo, Zitto scemo - avrebbe detto premendosi le mani sulla bocca per provare la sua innocenza. Nella sua fantasia solo lei ed alcuni dei suoi compagni di classe sapevano di questa sua capacità. Ora che era diventata davvero ventriloqua non c’erano professori e compagni ad assistere alla sua esibizione, anche sua sorella dormiva profondamente.
Virginia pensò che a dire il vero uno spettatore c’era. Lei stessa stava assistendo al suo involontario spettacolo e lo trovò orribile.
Sapeva solo dire “Libellule, libellule” all’infinito pensava ma poi il suo stomaco la smise di contorcersi e solo allora fu colta dalla paura. Poco dopo la paura si trasformò in sonno e s’addormentò senza accorgersene, un attimo prima era buio, quello dopo il sole filtrava dalle tende.
Si conoscevano da anni ormai Virginia, Erica, Gianluca e Daniele. Nessuno di loro aveva frequentato la stessa classe e neanche la stessa scuola. La loro amicizia era nata dall’unione di tre gruppi dal quale poi avevano formato il loro inseparabile quartetto. “Quattro teste si organizzano più facilmente di dodici“ era la scusa che li aveva incoraggiati alla scissione. Il tempo aveva dato ragione a loro, si divertivano molto di più pur facendo le stesse cose di sempre. Non avevano comunque tagliato i ponti con gli altri compagni. L’estate era un periodo dell’anno particolare, uscivano tutte le sere nella cittadina e solo il sabato andavano in città, a venticinque chilometri di distanza. L’appuntamento era sempre alla solita ora, nella solita piazza così da avere un riferimento sicuro per trascorrere le ore prima di dormire.
L’indomani uscirono insieme, distratti dall’idea di dover tornare al letto dov’erano stati vittime di insoliti eventi. Durante la passeggiata evitarono di parlare della loro incursione nel cimitero e soprattutto delle sue conseguenze ma quando si sederono al tavolo del pub fu inevitabile.
In cinque minuti avevano parlato solo per ordinare quattro semplici coca-cola.
- Allora come avete dormito ? - Esordì Gianluca con l’intento di confessare quello che aveva visto.
- Beh ci ho messo un po di tempo in effetti ma tutto ok, tu? - Rispose Daniele
- Si, stranamente ho dormito, voi ragazze ? -
- Beh Erica non ha perso tempo, appena salita sul letto gia ronfava -
- Io non russo! -
- Certo come no, mi hai fatto venire anche mal di stomaco ieri sera ! -
- Secondo voi cos’erano ? - Chiese Gianluca - Abbiamo dato fastidio a qualcuno? -
- Ma se c’era un silenzio di tomba - cercò di scherzare Virginia.
- Zeroquattro? - Il cameriere aveva quattro bicchieri in un vassoio. Passarono la serata chiacchierando d’altro.
Non molto tempo dopo erano di nuovo a casa, di nuovo in camera. Gianluca, in piedi davanti alla tv, con il telecomando in mano scrutava lo schermo nero. Aveva spento l’occhio rosso del televisore prima di sdraiarsi. Si sentiva nervoso, come uno sposo all’altare pensava, solo che non stava aspettando una giovane donna e al contrario di uno sposo, sperava proprio che la sua sposa particolare non si presentasse.
Daniele disteso sul letto aveva prima arrotolato attorno al walkman le cuffie e poi l’aveva lasciato sul tavolo della cucina, ben distante da lui.
Aveva l’abitudine, ma secondo lui era un vizio, di ascoltare musica rilassante prima di dormire. Dovendo fare a meno del suo Walkman Daniele prese a canticchiare le melodie nella sua testa. Si stava addormentando, i suoni dei violini erano sempre più vividi. Stava sognando la musica, non stava più solo immaginandola.
Virginia era ripiegata su se stessa, in posizione fetale stringendosi la pancia con le mani, sua sorella dormiva già profondamente. La invidiava, a lei non era successo nulla di spaventoso e per questo riusciva a dormire. Ricordava che quando era bambina si erano trovate in una situazione simile ma a parti invertite. C’era stato un terremoto una mattina d’estate mentre lei era in giro con sua madre. Erica, la sorella maggiore, non ne aveva avuto voglia e aveva preferito rimanere a casa da sola a sonnecchiare nel letto. Aveva sentito il materasso flettersi in un punto, come se qualcuno ci avesse appoggiato un ginocchio per poi salire. Aprendo gli occhi Erica non vide nessuno, tuttavia il letto continuava a flettersi leggermente. Poi era finita. Doveva essere stato senza dubbio un terremoto.
Si alzò per andare in cucina ad accendere la Tv. Magari si trattava di qualcosa di grosso ma lontano, se così fosse stato nel giro di pochi minuti tutte le maggiori televisioni avrebbero trasmesso edizioni straordinarie dei loro telegiornali.
Fatti pochi passi vide lo stretto corridoio che portava alle stanze da letto vibrare. Fece due passi verso sinistra per sistemarsi sotto la porta del bagno. Si era aggrappata distrattamente alla cornice della porta stessa ma ora il corridoio non soltanto vibrava, ballava e si contorceva. Erica spaventata aumentò la presa contro la cornice della porte, come a voler fermare il muro o l’intero terremoto.
Si seppe dopo che l’epicentro non era poi molto distante, cento chilometri circa ed in quella zona era stato distruttivo. Molta gente si riversò nelle strade, cosa che Erica trovò quasi inutile. Se non sei dentro il palazzo che crolla, ci finiresti senz’altro sotto.
Virginia e sua madre erano in macchina al momento della scossa, viaggiavano dal centro commerciale dirette a casa e non sentirono il terremoto se non dai conoscenti tra la folla quando arrivarono e dai tanti notiziari che si susseguivano. Per alcuni giorni Erica si sentì nervosa. Aveva paura di provare ancora le stesse brutte sensazioni provate durante la scossa. Sua sorella che non aveva sentito niente invece era calma, la prendeva in giro. Ora invece era lei ad avere paura mentre sua sorella dormiva tranquilla. Erica non aveva idea di cosa volesse dire sentire il proprio stomaco parlare di sua propria volontà.
La luminosità dello schermo crebbe nel giro di pochi secondi e questa volta Gianluca stava guardando proprio in quella direzione. Ancora una volta quel viso di anziana disegnato da una polvere brillante. A differenza del giorno precedente questa volta l’immagine sembrava in rilievo.
Daniele fu svegliato da quel sonno leggero e dalle sue musiche immaginarie da una voce che proveniva dagli altoparlanti dello stereo, esattamente le stesse voci che la notte prima gli arrivavano dal walkman. Prese coraggio, si alzò e staccò dallo stereo i cavi di collegamento alle casse acustiche, ma le voci non cessarono.
Sentì se stesso salutare le tombe, come gia accaduto, ma questa volta quel nastro sovrannaturale andò un po’ oltre:
- Guardate quella tomba! La foto dico -
- Che strano! - esclamò Virginia
- Torniamo indietro, Basta
così. -
e poi una lingua sconosciuta e rumore di passi veloci sul pietrisco. Anche per quella volta i segnali radio erano cessati.
Dopo il primo “libellule” Virginia ebbe un tuffo al cuore. Se lo aspettava e alla fine era arrivato. “libellule”. Sempre mantenendosi la pancia si girò prona, alla cieca prese il cuscino e se lo schiacciò contro la testa nell’intento di isolare quel suono articolato del suo intestino. “libellule”.
Erica continuava a dormire profondamente.
Nei giorni successivi le manifestazioni notturne proseguivano. Daniele non faceva più caso a quella specie di palloncino che ormai era diventato il volto di donna fuori dallo schermo del televisore. Dando le spalle a quella manifestazione si copriva la testa con il cuscino per schermarsi gli occhi da quella fastidiosa luminosità, cosciente che a separarlo da quella cosa c’era ancora un metro buono.
Anche Daniele aveva provato con i cuscini, legandoli alle casse acustiche dello stereo ma non aveva risolto completamente i suoi problemi. Le voci gli arrivavano ancora. Giorno dopo giorno la trasmissione diventava più lunga.
- Sono loro. Sono quelli che mancano dalle foto! -
- Dai, dai Erica, muoviti !! -
- Hey ma che succede? -
- perché vi siete fermati ? -
Poi quell’urlo. Gli sembrava
dicesse “il viso”storpiando le
parole in un grido isterico ed acuto.
Virginia invece aveva cambiato idea. Non voleva tenere per se quella cosa schifosa di cui era capace il suo stomaco di propria volontà. Decise di farla sentire anche a sua sorella. Il letto di Erica era parallelo al suo distante poco più di mezzo metro, quando Virginia si alzò in piedi il suo ventre diceva ancora “libellule”.
- Erica? Erica svegliati -
Erica si svegliò con un piccolo sussulto:
- mmm? Che c’è? - fece con voce impastata dal sonno, nello stesso istante Virginia si rese conto che il suo stomaco era tornato quieto.
- Allora? - Insistette Erica
- Niente, niente, russavi mi davi fastidio - le bisbigliò Virginia dopo qualche secondo.
Ma Erica respirava già profondamente e la mattina seguente non avrebbe neanche ricordato quella breve interruzione del suo sonno. Virginia tornò al letto, presto sarebbe stato sabato. Iniziava a detestare la notte. Di notte aveva tutti pensieri deprimenti, le sembrava di aver terminato la giornata senza aver concluso niente di importante per la sua vita, e come se non bastasse adesso c’era anche quello strano fenomeno del ventriloquismo involontario.
IV
Quella del sabato era la sera speciale della settimana, si andava in città. Gente nuova, locali nuovi, Vita insomma. Virginia decise che non poteva vivere per sempre con il peso delle sue paure, doveva raccontare agli altri cosa le accadeva. Pensava che metterli a conoscenza avrebbe potuto aiutarla a diminuire le sue pene. Non avrebbero potuto darle consigli utili, pratici, ma sentiva che parlare le avrebbe portato certo beneficio.
Il Lungomare di Pescara era affollato, ogni stabilimento balneare di notte si trasformava in una discoteca all’aperto. Passeggiando sull’infinito marciapiede le musiche si confondevano e poi cambiavano, come se ci fosse un diskjockey generale.
Erica, Virginia, Daniele e Gianluca non erano amanti della musica da discoteca, preferivano posti meno rumorosi dove si potesse parlare, anche se la maggior parte dei loro discorsi erano banali e ricorrenti. Trovarono facilmente posto in una delle poche gelaterie che non subivano la trasformazione in discoteca nelle ore notturne. Gianluca ricordava aveva di letto di una particolare usanza galante in un libro o in un intervista ad una cantante irlandese. L’uomo doveva precedere la donna in un locale pubblico per accertarsi che non fosse un ambiente ostile per la sua ragazza, che fosse tutto in ordine. A Gianluca venne in mente l’immagine di lui che entra in un locale, impedendo ad Erica di entrare. Lui uomo duro scrutava con sguardo grave l’ambiente, doveva accertarsi, doveva proteggere l’incolumità della sua donna. Intanto fuori tre grossi energumeni che picchiavano a sangue la povera ragazza indifesa. La scenetta nella sua testa lo fece sorridere.
- Cazzo Ridi? - chiese Daniele
- Cazzo vuoi? Entra! - rispose Gianluca sempre soridendo.
Erano capitati vicino ad un televisore sintonizzato su M-TV ma la musica che arrivava dai diffusori non era attinente alle immagini, non era della trasmissione. Il segnale audio doveva provenire da uno stereo. Gianluca notò che le ballerine in tv ballavano perfettamente a tempo anche con la musica in filodiffusione della gelateria. Quattroquarti sono sempre quattroquarti, almeno nello stesso numero di battute in un minuto.
Dopo che il cameriere ebbe preso le ordinazioni il discorso stava tornando a scivolare su informatica e vestiti ma Virginia scongiurò l’eventualità
- Devo dirvi una cosa, mi vergogno un po’. Non prendetemi in giro, ok ? -
- Te la sei fatta addosso ? - Chiese Daniele - No, perché in effetti sentivo una … -
- Non adesso, ma me la faccio sotto spesso in questo periodo - l’interruppe Virginia.
- Dalla sera del cimitero, prima di andare a dormire .. mi capita qualcosa, non è immaginazione e sono straconvinta di essere sveglia -
- Sentiamo - La invitò con calma Gianluca.
- Beh, dalla prima sera, da quando siamo tornati dal cimitero, il mio stomaco parla -
- Cosa? - fece Daniele
- Parla, cioè brontola. Fa dei rumori, sembra dica “Libellule“. Ad essere sincera ne sono sicura -
- Non, non è che te lo sogni ? - Chiese incerto Gianluca
- Certo che no! E poi mi succede ogni sera, ne sono sicurissima. Dite che devo andare da un medico? -
- E tu Erica? Non hai mai sentito niente? - Chiese ancora Gianluca
- Beh io .. io .. -
- Lei dorme - l’interruppe sua sorella. - Ci ho provato una volta a svegliarla ma a quel punto il mio stomaco aveva gia smesso di parlare -
Erica abbassò lo sguardo alle mani intrecciate sul tavolo. Il gelato si stava sciogliendo. Nessuno di loro aveva incominciato a mangiare.
Daniele aveva aspettato, sperava che qualcun altro avesse preso la parola ma erano rimasti tutti in silenzio e quindi si fece forza.
- No, non devi andare dal medico. Sono io quello che deve andarci. Da uno psicanalista però. Anche a me capita dalla sera del cimitero. -
- La pancia? - chiese Virginia
- No, no è il walkman, lo stereo! Come se captassero delle frequenze lontane - Proseguì Daniele. - Risento tutto quello che ci siamo detti li dentro, tra quelle tombe. Sento quei non più morti parlare tra di loro nella loro lingua. Sento quella voce che ci invita ad uscire dal cimitero e qualcuno che grida “il viso” -
Virginia e Gianluca rimasero indifferenti nel sentire quella definizione. Non più morti era un termine che davano per scontato e lo usavano anche loro. Erica ebbe un sussulto, ma nessuno se ne accorse.
Poi Daniele chiese: - Qualcuno di voi, quella notte, ha urlato “il viso” ? -
- No - Fu la risposta corale degli altri tre.
Poi fu Gianluca a raccontare di quel volto che sembrava fatto di polvere brillante. Quel volto che ogni giorno sporgeva sempre di più dallo schermo del televisore.
- E’ il volto di una vecchia, indossa abiti … non attuali, da quel poco che si vede. Erica, a te invece? Cosa succede? -
Erica era imbarazzata:
- Oh beh, no a me non accade nulla. Io dormo, dormo e basta -
- Impossibile, come puoi essere l’unica tra di noi ? - Obiettò Daniele - Anche tu eri nel cimitero, anche tu hai visto quei non più morti -
- Certo certo, li ho visti anche io i non più morti, come li chiamate voi. Ero così stremata la sera che siamo tornati a casa che senza accorgermene mi sono addormentata, e poi dalla mattina dopo non ci ho pensato più -
- Possibile ? - Chiese Daniele con voce stizzita
- Possibile! - Rispose ferma
- Dai mangiamo che il gelato si scoglie - Come al solito, Gianluca cercava di fare da paciere, in fondo però anche lui provava invidia Erica. Perché lei non era tormentata ?
Un ragazzo di colore olivastro si aggirava tra i tavoli della gelateria. Poco distante un doppio fiume di persone si scontravano in correnti opposte sul marciapiede che pur essendo ampio conteneva a fatica tutta la folla. Ora che era più vicino si notava che il ragazzo olivastro portava in braccio, come fosse un neonato, un mazzo di rose rosse.
Olivastro girava di tavolo in tavolo scovando coppiette. Olivastro pensava che i cavalieri si sentissero costretti a comprare la rosa per la propria dama, ricavandone quindi un discreto profitto. Olivastro non aveva tutti i torti.
- Due euro, una rosa per le vostre fidanzate - fece il ragazzo
Il momento era giunto. Poteva raccoglierlo al volo. Daniele stava pensando che infondo poteva rischiare e comprare quella rosa per Virginia. Sarebbe stato un modo velato per dichiararsi, avrebbe potuto camuffare il suo intento, dire che l’aveva fatto solo per far andare via quello scocciatore. Lui però stava comprando una rosa per la sua ragazza. Virginia avrebbe apprezzato il gesto, le avrebbe messo una comoda pulce nell’orecchio. Avrebbe costruito un avamposto per poi un giorno, magari non troppo distante dichiararsi.
- Fidanzate? Capo, lui è mio cugino! - rispose Virginia.
- Già! E lui è mio fratello! - Disse Erica rincarando la dose.
Olivastro aveva fallito questa volta e si allontanò rapidamente.
Il castello di Daniele era distrutto. Occasione persa. Pensò di dire qualcosa, di comunicare che aveva intenzione di comprarla quella rosa ma poi decise che era meglio tacere.
Una volta finito il gelato si alzarono. I ragazzi facevano la fila alla cassa con lo scontrino in mano per pagare il conto, le ragazze erano in bagno.
- Psst Giangi, perché non ce ne andiamo senza pagare ? - propose Daniele a bassa voce.
Gianluca rispose con la ben collaudata pacca dietro la nuca e Daniele rise accentuando il colpo ricevuto. Le ragazze li aspettavano sulla soglia del locale.
- Che schifo ve le siete lavate le mani ? - chiede Gianluca
- Bleeeeah! - rispose Virginia accarezzandogli un braccio nudo.
- Vieni qua, non lo sporcare - disse Daniele e la trascinò a se prendendola sottobraccio.
Camminavano verso nord. Una semplice passeggiata. Trovavano affascinante guardare tanti volti nuovi, anche se qualche volta capitava di fermarsi a salutare dei conoscenti.
Era da poco passata la mezzanotte quando Erica propose di tornare a casa.
- Mi sento stanca, chi mi riporta a casa? -
- Dai Erika, non è neanche mezzanotte e mezza! - rispose Daniele
- Ma io ho sonno! -
- Dai rimaniamo un ancora un po’ e poi ti riporto a casa io, tanto siamo venuti con due macchine quindi - Fece Gianluca rivolgendosi a Virginia e Daniele - voi potreste rimanere ancora in giro -
- Sonno, sonno, sonno, sonno, sonno, sonno - cantilenò Erica con fare infantile - sonno, sonno, sonno sonno -
- Dai, ti accompagno, però zitta! - fece Gianluca tappandole la bocca
- Grazie ! - fu la risposta di Erica non appena riuscì a divincolarsi.
- Allora voi andate, ci si vede domani - salutò Gianluca
- Ciao - salutarono all’unisono Virginia e Daniele
- ‘Notte - rispose Erica
Gianluca ed Erica si voltarono e le coppie proseguirono in direzioni opposte. Le automobili erano parcheggiate alla stazione centrale in un parcheggio che durante il giorno era custodito ed a pagamento. Nelle ore notturne invece era gratuito, ma non vigilato ovviamente. Probabilmente in pochi ne conoscevano la veste notturna in quanto li era sempre facile trovare parcheggio. Ci sarebbero voluti quindici minuti prima di sedersi in macchina, ancora un quarto d’ora di passeggio.
- Erica, ti senti bene? -
- Si -
- Come mai all’improvviso tutto questo sonno? Non mi sembravi così stanca in gelateria -
- Mi è venuto all’improvviso, oggi è stata una giornata dura -
- Tanti scocciatori al lavoro ? -
- E poi volevo dirti una cosa -
- Cosa ? - domandò Gianluca cercando di mantenere la voce calma. Non poteva credere che Erica gli si stesse dichiarando.
- Cosa ? - chiede ancora Gianluca, Erica era rimasta zitta come fosse stata in attesa che lui avesse smesso di pensare.
- Anche a me succede qualcosa da quella notte al cimitero -
Erica stava dichiarandogli qualcosa, non il suo amore però. Stava riversandogli addosso le sue paure come un secchio d’acqua gelata. Lui era gia in punta di piedi, questo secchio avrebbe colmato la misura e l’acqua sarebbe gli salita dalla gola fino alla cima dei suoi capelli, uccidendolo.
- Come? Come si manifestano i non più morti a te ? -
- C